BITS-CHAT: Una chiavetta e un mistero. Quattro chiacchiere con… Honor

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Di lei si sa poco, anzi pochissimo.
Si sa che per fare musica ha scelto di chiamarsi Honor, è svizzera, ha la passione per i cavalli e l’arte, ha iniziato a scrivere per tirar fuori il dolore che aveva dentro e ha iniziato a fare musica per un autentico colpo di fortuna.Tutto è partito nel 2015, quando la ragazza si trovava in vacanza in Inghilterra e ha smarrito una chiavetta su un treno. Tutto si sarebbe potuto fermare lì se la chiavetta non fosse stata recuperata dal vlogger LukeIsNotSexy, che non ha resistito all’idea di sbirciarne i contenuti e ci ha trovato dentro una canzone. Colpito dalla voce dell’interprete e senza avere altri riferimenti, Luke ha fatto l’unica cosa in suo potere: un appello sul web, #namethegirl, presto balzato tra i trend di Twitter e che per un’altra casualità è capitato proprio sotto gli occhi della diretta interessata.

Da quel momento si è aperto nella vita di Honor un nuovo, inaspettato capitolo: è arrivato il primo contratto discografico, il primo singolo, Never Off, ha visto la luce riscuotendo un certo interesse tra i media e le classifiche Oltremanica. Fino ad arrivare alla pubblicazione del primo EP anche in Italia.
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Cosa c’era su quella chiavetta da cui è partito tutto?
C’era dentro di tutto e di più, come succede in genere con gli archivi USB: immagini mie, foto prese da internet, e poi c’era una versione ancora abbozzata di Never Off. Era l’unica canzone presente, tutte le altre sono venute dopo.
Prima che la chiavetta venisse persa è ritrovata, c’era già il sogno di dedicarti alla musica?
Mah, non proprio. Forse era un po’ nascosto, non lo volevo ammettere, non mi sarei certo aspettata che potesse succedere tutto questo è il mondo della musica lo vedevo troppo lontano da me. La musica la tenevo solo come passione personale, una cosa solo mia, intima.
E quali progetti avevi fatto per il tuo futuro?
Mi occupavo e mi occupavo tuttora di una galleria d’arte: mi muovo nell’ambito dell’arte contemporanea e mi piace andare alla scoperta di nuovi artisti. Il mio futuro lo immaginavo lì.
Il progetto dell’EP come si è sviluppato?
Dopo la vicenda della chiavetta, sono stata contattata da Spaceship, un’agenzia di Management che si è incuriosita del caso. Da lì è iniziato il lavoro con i produttori dell’etichetta NEXT3. Mi piace scrivere, e avevo già da parte alcuni testi. Musicalmente abbiamo seguito la strada dell’indie pop straniero che è l’ambiente in cui mi sento più a mio agio.
La scrittura in inglese si deve a questo?
Mi viene più spontaneo scrivere in inglese, i pensieri sono più precisi, senza troppi giri di parole.
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Sei riuscita a vedere come lavora il mondo discografico inglese?
In Inghilterra i musicisti sono molto “artisti”. In Italia la discografia si sta sviluppando soprattutto intorno ai talent, che ci sono anche in Inghilterra, ma forse non hanno la stessa centralità. Le possibilità sono aperte anche per chi sceglie altre strade.
Tu la strada del talent non l’hai mai considerata?
No, non sarebbe la mia strada: io vivo tutto in maniera personale e il talent sarebbe un’esposizione in cui non mi sentirei a mio agio. La competizione nella musica può essere stimolante, ma non è quello che cerco.
Mi sembra che tutto l’EP sia attraversato da un contrasto di luci e ombre: è così?
Ho voluto dare un’aura di mistero ai brani, così come ho scelto di non parlare molto di me, e in effetti di Honor non si sa molto, non mi sono voluta mostrare, a livello personale e di immagine. Fa tutto parte di un’idea precisa del progetto, così come quella dei video.
La mia traccia preferita è You And My Nightmares.
L’idea è partita da una storia d’amore, ma può essere letta in senso più ampio: tutti abbiamo degli incubi nella vita, per qualcuno può essere una persona, per altri una situazione. Mi piace pensare che tutti possano ritrovarsi in quel brano.
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Honor: da dove arriva questo nome?
Tempo fa, una persona a me molto cara mi ha detto che qualunque cosa avessi scelto di fare, avrei dovuto farla con onore. Una frase che mi è rimasta nel cuore, e mi è sembrata una buona scelta per il mio nome.
Dopo questo EP c’è in previsione un album?
In realtà ci sono tante opzioni: oggi la soluzione dell’EP sembra funzionare, per cui non è escluso che l’anno prossimo arrivi un altro singolo con un altro EP.
Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
La ribellione può avere tanti significati: per me è far proprio un obiettivo e portarlo avanti per farlo diventare realtà, senza guardare in faccia a nessuno.

BITS-CHAT: Gli #Spostati, l'indie e l'elettrorock. Quattro chiacchiere con… i REMIDA

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Hanno fatto idealmente da colonna sonora al viaggio della coppia degli #Spostati durante l’ultima edizione di Pechino Express, l’adventure game di Rai2 giunto quest’anno alla quinta edizione.

I REMIDA, band pop-rock della scena indipendente modenese, hanno infatti raccolto l’invito di un amico e hanno realizzato Gli #Spostati, un brano dedicato proprio a Tina Cipollari e Simone Di Matteo, da molti considerati i vincitori morali del programma.
Un brano vivace, dalle sonorità latin e con un testo colorato come i personaggi di cui parla. Un progetto che la band considera come un ritorno al passato e una felice parentesi nel suo cammino musicale, in futuro diretto verso territori più elettronici, come spiega Davide Ognibene, cantante del gruppo.
Perché arrivati a un certo punto, non si può continuare a fare quello che il mercato vorrebbe da te, ma bisogna seguire musica che ti faccia venire i brividi.
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Come, quando e perché i REMIDA hanno deciso di dedicare una canzone agli Spostati?

Partiamo proprio dall’inizio: è nato tutto quest’estate da un’idea di Simone Pozzati, un autore con cui avevo già lavorato in passato e che lavorerà anche ad alcuni progetti futuri della band. Mi ha detto che una coppia di suoi carissimi amici stava per partire per un’avventura e voleva dare una musica a un testo che aveva scritto per loro. Io, con il classico mood da musicista che spesso mi contraddistingue, quando ho scoperto chi erano e di quale avventura si trattava, ho accantonato la cosa. Poi durante un giorno di pausa del tour ho riletto il testo e ho visto che in effetti aveva delle immagini molto divertenti, era assortito tanto quanto lo è poi stata la coppia. La melodia mi è quindi uscita quasi da sola, a Simone è piaciuta e noi REMIDA l’abbiamo incisa, prendendola con grande leggerezza, come un gioco.
Quindi tu non conoscevi Tina e Simone Di Matteo?
Esatto. Ci siamo conosciuti personalmente e professionalmente solo in seguito: ci hanno manifestato un grande apprezzamento per il brano e per noi è stato un motivo di orgoglio.
I tuoi dubbi iniziali sono spariti?
Come dico sempre, lo snobismo da musicisti andrebbe cancellato, ma non è facile, soprattutto oggi che l’ambiente televisivo è sempre più legato a quello musicale. Una vicinanza che paradossalmente porta molti artisti ad assumere atteggiamenti di chiusura, anche se in fondo stiamo facendo la stessa cosa, spettacolo. È un atteggiamento che ogni tanto riconosco in me, ma di cui non mi vanto assolutamente.
Come va considerato questo brano all’interno del percorso musicale dei REMIDA?
C’è un imprinting musicale completamente diverso: come band, negli ultimi due anni abbiamo cercato di fare quello che il mercato intorno a noi chiedeva, ma adesso abbiamo tagliato il traguardo dei 30 anni e non possiamo più permetterci di continuare a seguire questi meccanismi. Abbiamo scelto di fare quello che ci va, e già quest’estate con il singolo Luce delle stelle abbiamo intrapreso una strada con molta più elettronica, un sound internazionale che si rifà un po’ a One Republic e Coldplay, sempre in italiano. Con Gli Spostati abbiamo ripreso quel suono un po’ latino con cui abbiamo iniziato, e ci ha fatto quindi piacere realizzarlo.

Un nuovo corso per il futuro quindi?
Stiamo lavorando a un nuovo disco che uscirà forse l’anno prossimo e c’è già l’idea per il prossimo singolo: si intitolerà DeLorean, come la celebre automobile, e il testo farà fare un tuffo nel passato. Tutto il progetto sarà elettropop, con filo di rock.
La storia dei REMIDA è partita ormai dieci anni fa: come hai visto cambiare il panorama musicale in questo periodo?
Quando abbiamo iniziato, l’indie era davvero indie e nasceva dalla volontà di proporre qualcosa di diverso. Oggi l’indie è quasi più pop del pop, non c’è più ricerca: per carità, nulla di male, tutti lavorano e lo fanno per ottenere risultati, ma è evidente che oggi gli artisti ragionano molto pensando più a quello che può piacere all’esterno più che a se stessi. Per sfondare pare che si debba per forza fare un talent, che altro non è che un karaoke amplificato in cui ti impongono pure l’inedito, gli uffici stampa sembrano decidere per te quali brani far uscire, la radio hanno pochissima libertà di movimento, insomma tutto è piuttosto standardizzato. Fino a sei, sette anni nel circuito underground si trovavano ancora artisti che proponevano cose diverse, oggi lo riesce a fare solo qualcuno che si fa strada attraverso il web: non mi riferisco però al web alla maniera di Benji e Fede, ma al lavoro di artisti come Calcutta, Ermal Meta, Marta sui tubi, tutto quel panorama che in questi anni s è mosso sul web e ha fatto sentire qualcosa di bello.
Mai nessuna tentazione di fare un talent?
Sarei ipocrita a dire di no: come tutti i treni, abbiamo provato a prendere anche quello, senza però concretizzare niente. Non voglio giustificare il fatto di non essere mai stati presi, ma non eravamo davvero convinti e quando ci veniva chiesto dove ci sentivamo più fuori luogo, la nostra risposta era “qui”, il che ci escludeva direttamente dai giochi. Probabilmente non siamo il prodotto più adatto per quel mondo, abbiamo idee molto chiare su quello che vogliamo e non vogliamo fare: anni fa, quando dovevamo fare le selezioni per X Factor, il nostro vecchio produttore ci ha chiesto se riuscivamo a immaginarci Ligabue che cantava cover di Ramazzotti. Ecco, quella riflessione mi ha fatto capire tanto.
Ma allora perché uno come Manuel Agnelli ha scelto di metterci la faccia come giudice?
Per lui c’è convenienza: prima ho fatto un po’ di demagogia, ma non escludo che se fossi al posto forse accetterei anch’io di partecipare. La mia critica è verso il sistema che regge quei programmi e probabilmente lui ha trovato il modo giusto per starci. D’altronde, nessuno fa questo mestiere per suonare in cantina, tutti vogliamo arrivare al maggior pubblico possibile. Inoltre, gli Afterhours sono partiti dall’underground, ma con gli anni sono diventati la band più popolare di quel settore, i più pop dell’indie, non sono certo diventati famosi con X Factor. Dopo più di vent’anni di attività, per loro può essere un modo di trovare professionalmente nuove strade.
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Con chi ti piacerebbe lavorare tra gli artisti italiani e stranieri?
Tra gli italiani sarebbe una bella lotta: soprattutto però, Ligabue ha una bellissima penna, è vero in quello che fa, e poi Cesare Cremonini, che ultimamente ci ha incantati. Poi, come dicevo, c’è tutta una serie di artisti che apprezziamo molto, da Calcutta ai Marta sui tubi, i Tre allegri ragazzi morti, I ministri… A livello internazionale, un nome su tutti è quello dei Coldplay.
Una curiosità: perché REMIDA?
È nato da un insieme di tre note di uno dei nostri primi pezzi, re, mi e do, ma suonava male, così abbiamo cambiato il finale è l’abbiamo scritto in maiuscolo e tutto attaccato, pensando che nessuno lo avrebbe ricollegato al personaggio mitologico, invece è la prima cosa che ci chiedono.
Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Domanda “marzulliana”, perché ribellione può voler dire tutto e nulla. Per me, vuol dire riuscire a tirar fuori la vera natura senza cadere negli estremismi, e vale in tutto, musica, politica, vita quotidiana. La ribellione, quella vera, richiede intelligenza: non serve mettersi a strillare per far sentire le proprie ragioni, ma la rivoluzione va portata nel silenzio. Purtroppo, è il contrario di quello che sta accadendo oggi, con tutta quella “cagnara” che c’è lì fuori a cominciare al mondo politico.

BITS-CHAT: L'ordine nel labirinto. Quattro chiacchiere con… Tricarico

Parlare con Francesco Tricarico, anzi solo Tricarico, è come trovarsi davanti a un’oasi di pace.
In un mondo in cui sembra vincere sempre e solo che grida di più e dove il chiacchiericcio regna imperante, lui mantiene una calma invidiabile. Non però con l’aria snob di chi non vuole mischiarsi al popolo, ma semplicemente con l’atteggiamento di chi vive il proprio lavoro con il solo scopo di creare qualcosa di bello, gratuitamente bello, senza secondi fini e senza fastidiose ambizioni arriviste. Nel suo caso, musica e pittura.

Il suo nuovo album, Da chi non te lo aspetti, arriva a tre anni dal precedente Invulnerabile, e in 10 canzoni (più una bonus) tira fuori il lato più semplice, giocoso e innocente della musica. Per rendersene conto, basta ascoltare pezzi come La bolla, la spassosissima Il motivetto, Brillerà, insieme ad Ale e Franz, ma anche Una cantante di musica leggera, una sorta di dialogo elettropop tra un uomo e la sua musa.
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Da chi non te lo aspetti: perché questo titolo?

È partito tutto da un’esposizione dei miei quadri che si è tenuta la scorsa primavera al Jamaica di Milano: dovevo scegliere un titolo e insieme al curatore della mostra, Alberto Maria Martini, abbiamo pensato proprio a questo, perché in quel momento c’era una persona che aveva fatto una cosa per noi inaspettata. Da lì è arrivata poi l’idea per la canzone: ho voluto però dare un’accezione positiva a questa espressione, perché da chi non ci aspettiamo può arrivarci una pugnalata alle spalle, invece io dico che da chi non ci aspettiamo può arrivare un bacio. Dipende comunque da noi permettere alle cose belle di arrivare e fare in modo che gli eventi spiacevoli siamo solo dei momenti, dei passaggi per arrivare a qualcosa di buono.
Una lettura in positivo dettata da ottimismo verso il genere umano?
Io sono molto ottimista verso il genere umano! L’ottimismo deve essere alla base, anche se oggi sembra esserci un pensiero che porta a vedere con sfiducia il prossimo. Ma penso che si supererà.
Definisci questo disco come un concept album: ma in un’epoca in cui tutto è personalizzabile con le playlist, che senso ha fare un concept album?
Oggi tutti siamo impegnati con i selfie, siamo protagonisti dei film che noi stessi ci costruiamo sui social, abbiamo sempre lo sguardo sui telefonini: sono tutti così distratti, che se fossi un borseggiatore, sarei felicissimo! Tutto è rimandato alla parte visiva, al punto che se non avessimo gli occhi, sembra che non potremmo gioire di nulla. Dovremmo invece ricominciare ad essere più presenti rispetto a quello che ci accede intorno, accorgerci della bellezza delle cose e delle persone. Se io e chi ha lavorato con me siamo riusciti a suscitare una curiosità dell’ascoltatore per tutta la durata del disco, abbiamo fatto davvero un lavoro eccezionale! Per questo penso che oggi più che mai fare un concept abbia senso, perché vai spezzare un meccanismo. Poi non importa in che ordine si ascolteranno i brani, può piacere anche una canzone sola, l’importante è aver portato al centro la musica.
Il duetto con Arisa in Una cantante di musica leggera è davvero ben riuscito: come siete arrivati a collaborare?
Io e Gennaro Romano, coautore del brano, eravamo a Napoli a un concorso di cantautrici dedicato a Bianca D’Aponte. Ci siamo trovati davanti a tante canzoni elaborare, sofisticate e guardandoci in faccia abbiamo pensato invece che ci voleva una canzone leggera, che usasse immagini semplici per descrivere un fiore, la primavera… Abbiamo quindi iniziato a giocare un po’ con le immagini, lo spumante frizzante, un giorno al mare, insomma, situazioni condivisibili da tutti, e ci abbiamo aggiunto il ritornello in cui questa cantante risponde. Per il duetto ho pensato ad Arisa perché c’è stima reciproca, è brillante, coraggiosa, una grande interprete, e in passato mi aveva proposto di lavorare insieme.


Tra la tua pittura e la tua musica c’è qualche legame?
Mi piace l’idea di vedere una tela bianca che si riempie che poi resta lì, visibile, invece la musica non esiste: abbiamo imparato a registrarla e inciderla, ma un tempo non era così, il musicista la eseguiva e poi tutto finiva, non restava nulla. Forse si completano: una resta, l’altra se ne va ma poi può ritornare. Mi sono anche reso conto che più una cosa è bella, più c’è disinteresse verso tutto il resto, è come una magia, l’opera vive solo per sé.
Guardando i tuoi quadri si notano degli elementi ricorrenti: il labirinto, il melograno… Hanno un significato particolare?
Dal labirinto si deve uscire, e per farlo serve razionalità, tecnica, ordine. Il labirinto serve a riportare ordine in mezzo al caos, anche se può diventare claustrofobico. Il melograno invece mi piace perché simboleggia la fortuna con i suoi chicchi rossi, come una sorpresa da scoprire. In ogni opera comunque lascio entrare tutto quello che mi passa per la testa.
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A differenza di tanti tuoi colleghi, non sembri molto presente sui social: è un mezzo non che non ti attira?
Non capisco questa abitudine di far vedere tutto di sé. Li uso come personaggio pubblico, per lavoro, ma perché devo far vedere casa mia, quello che cucino o le foto di mio figlio? Queste sono cose che di solito si fanno vedere agli amici: quindi significa che se tu mi fai vedere che hai cucinato un piatto di pasta, io posso venire da te e farmela offrire? Se ti citofono e ti chiedo di salire, tu giustamente come minimo chiami la polizia, no? È allora che senso ha? Dobbiamo farci gli anticorpi per un buon utilizzo di questi mezzi, non li sappiamo ancora usare. Un po’ come chi va ai concerti e li segue da dietro lo schermo del telefono: non ci si rende conto che si sta perdendo un momento, lo si sta vivendo con un filtro, e tutto per paura di dimenticarlo in futuro.
Dove ti piacerebbe portare queste canzoni dal vivo?
Mi piacerebbe suonare in posti molto diversi e indipendentemente dalle uscite discografiche. Negli ultimi tre anni, anche se non avevo dischi in arrivo, non ho mai smesso di suonare dal vivo e vorrei continuare a farlo, perché è questo il vero valore della musica, creare un momento che non si ripeterà più. Per i prossimi concerti stiamo studiando i luoghi.
Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Ribellione è cercare di capire tutti i meccanismi che viviamo. Se sai come stanno le cose, sai anche come cambiarle. La ribellione nasce da un malessere, dalla presa di coscienza che qualcosa non va. A quel punto puoi manifestare la tua rabbia, ma diventi subito riconoscibile e vieni bloccato, oppure puoi cercare di capire e continuare a fare quello che vuoi senza essere notato. La chiave di tutto sta nella sapienza: se conosci, puoi disinnescare tutto quello che vuoi.

BITS-CHAT: “Partiamo e torniamo sempre a noi”. Quattro chiacchiere con… Giorgia

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C’è un’aura dorata intorno a Giorgia. Un meraviglioso scintillio che traspare dai suoi occhi scuri e che riempie tutta l’aria intorno. È raggiante, totalmente serena con se stessa e trasmette un profondo senso di consapevolezza di sé.
È appena tornata sulle scene con Oronero, il suo decimo album di inediti, intitolato come il singolo che gli ha aperto la strada e che da solo faceva già intuire il tono personale che avrebbero avuto gli altri brani.

Un disco di 15 tracce, realizzato insieme al re Mida della produzione, quel Michele Canova con cui Giorgia aveva già lavorato e che tanti altri artisti nostrani cercano per dare alla propria musica una veste più internazionale. Un disco che se da un lato non lascia dubbi sul fatto che la voce di Giorgia sia tra le migliori in Europa, dall’altro mostra anche una grande libertà nel giocare tra elettronica e melodia, alternando momenti di ampio respiro ad altri di divertimento “da cubo”.

Un disco praticamente già pronto da mesi, ma che è stato lasciato fermo per un po’ per non dover dire “potevo far di meglio”.
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Dopo tre anni, torni con un disco “generoso”, ricco e vario: una scelta specifica?
No, non è stata una scelta: all’inizio pensavo a un disco di 11-13 pezzi, poi però non me la sono sentita di escludere gli altri, perché stavano bene nel racconto. Con il mio produttore, Michele Canova, avevo un’idea chiara del suono che volevo far emergere, con tanta elettronica. Un suono più compatto rispetto all’album precedente, Senza paura, dove invece c’erano elementi più eterogenei, con tante parti suonate. In questo caso ci siamo concessi libertà: chi lavora con Michele sa che lui usa molti arrangiamenti di respiro internazionale, ma in questo caso credo che lui sia uscito un po’ dalle regole.

Sarà difficile riproporre questa varietà dal vivo?
No, sarà divertente! In un concerto è necessario alternare momenti diversi, mettere insieme i pezzi di oggi con quelli del passato: non ho ancora pensato alla scaletta, ma la varietà dei brani sarà sicuramente un elemento a favore.

Cos’è davvero questo “oronero”?
Ha sicuramente a che fare con il petrolio, una risorsa preziosissima che può però diventare dannosa, velenosa se usata in maniera sbagliata, basta pensare alla plastica. È una metafora del mondo di oggi, della nostra società che ha così tanti modi per comunicare, ma che spesso li usa solo per distruggersi.
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Per questo disco ti sei voluta prendere tutto il tempo a disposizione: come è avvenuta la scrittura dei brani?
Mi sono voluta atteggiare un po’ a cantautrice: ho iniziato a scrivere quando mio figlio è andato in prima elementare. Mi sono trovata in un meccanismo che prevedeva la scuola, la spesa, la cura della casa e per scrivere mi sono imposta dei momenti della giornata. Volevo uscissero certe parole e non altre, e per fare questo mi sono dovuta confrontare anche con i suoni: ho ricevuto dei pezzi con la melodia già fatta, alcuni cantati in inglese, e il gioco è stato quello di mediare tra la musica e la mia lingua che è molto ricca ma con strutture molto diverse da quelle dell’inglese. Mai come in questo caso ho cercato di ignorare il giudizio esterno, quello che il pubblico voleva da me. Ho cercato di pulire tutto ciò che mi avrebbe impedito di essere sincera, eliminando ogni pudore.

È la prima volta che ti concedi così tanto spazio per lavorare a un disco?
Sì, è stato un elemento nuovo per me. Raramente si ha il tempo di lasciar sedimentare le cose e riprenderle in un secondo momento. Invece sarebbe bene poterlo fare, perché riguardare ciò che si è fatto con uno sguardo più fresco ti aiuta a centrare meglio il punto, limare ciò che non serve, e magari ti stupisci anche di aver fatto cose che non ricordavi. Sono sempre arrivata alla chiusura di un disco correndo, invece questa volta ho voluto evitare quella brutta sensazione di riascoltare le canzoni e pensare che forse avrei potuto fare di meglio.

Hai scartato tanto materiale?
Sì, ma non vado mai a riprenderlo, perché penso sempre che siano cose legate a quel momento e che non debbano tornare. Il passato è passato, mi dico sempre. È importante il momento in cui una canzone esce, ed è importante il momento in cui una canzone viene scritta: a volte succede che un bel disco va male semplicemente perché esce nel momento sbagliato. Non penso di avere nei cassetti un tesoro di gioielli da riscoprire, anche se forse ogni tanto farei bene a riascoltare le cose mai uscite…

Posso farcela e Non fa niente sono due brani di cui sei autrice sia della musica che dei testi: ne avevi altri che hai lasciato da parte?
Paradossalmente, essere autrice di musica e parole è stato più semplice che realizzare un brano insieme ad altri, perché ho io tutto il controllo. I testi dell’album sono comunque quasi tutti miei e ogni canzone che scelgo di interpretare la sento mia. Sì, avevo altri brani completamente scritti da me, ma non ho sentito l’esigenza di inserirli nell’album, anche perché di solito non riesco a vederci la componente commerciabile, non li vedo come potenziali singoli. Per me sono semplicemente canzoni che dovevano stare nel disco ma come una sorta di spazio mio. Non fa niente non volevo nemmeno inserirla.
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Qua e là nell’album parli di gente che giudica, gente che si erge a maestra di vita, ma dall’altra parte si sente una volontà di ritornare alla centralità del singolo individuo. Da dove arriva questa esigenza?
Noi siamo parte di in tutto, sopratutto in questo tempo: se c’è un evento angosciante, tutti siamo angosciati. Ma questa unità troppo spesso la usiamo per farci del male. Dovremmo però pensare che alla fine si parte e si ritorna sempre a sé, si parte verso l’universale, ma poi tutto torna a noi, e se riusciamo a portare anche solo un piccolo cambiamento nella nostra vita, questo risuona come un’onda, anche se non sembra, anche se nessuno ti vede e ti dice “bravo”.

È una consapevolezza nuova?
L’ho sempre avuta, ma adesso ci credo più di prima: la mia fiducia nell’essere umano rimane intatta, sono sicura che insieme possiamo fare tanto. Finora abbiamo fatto un gran casino, è evidente, ma chissà che non sia possibile dare una sterzata sul finale, usare un po’ più l’anima e meno la parte mentale. Il nostro destino non è il mondo: passiamo da qui, ma molto probabilmente siamo destinati altrove e quello che resta siamo solo noi, la nostra interiorità. Purtroppo è un lavoro interiore che nessuno ci insegna a fare, non ne abbiamo il tempo, i piccoli e grandi problemi quotidiani ci portano a pensare ad altro.

Recentemente è emersa sui giornali una tua presunta polemica sul movimento femminista: potresti spiegare meglio?
Quell’intervista (pubblicata sul settimanale Io donna del 22 ottobre, ndr) è il frutto di un discorso molto ampio che poi è stato sintetizzato per poter essere pubblicato. Si partiva dalla considerazione che, a parità di condizioni, una donna deve lavorare il doppio per guadagnarsi credibilità e che mentre l’uomo fraternizza subito, la donna teme l’arrivo di un’altra donna, la vede come una minaccia al suo territorio. È una situazione che dura da millenni, ormai è un’impalcatura culturale. Le donne vengono limitate nei loro poteri e si fa di tutto per tenerle separate, mentre invece la solidarietà femminile è un elemento a cui tengo molto, sono cresciuta in una famiglia che esalta la donna, mia madre mi faceva leggere libri di donne impegnate per l’emancipazione femminile. Con le mie colleghe siamo riuscite a organizzare Amiche per l’Abruzzo, adesso capita che ci sentiamo, ci confrontiamo sul nostro lavoro, ma sono conquiste recenti. Nell’intervista si parlava anche di alcuni lavori del passato che sono stati supportati poco: ma chi se ne frega, eravamo tutti più giovani, mossi da altre logiche.

È come mai allora nell’album non ci sono duetti con altre donne?
In Senza paura ho duettato con Alicia Keys, e ho fatto duetti anche con Gianna Nannini, Elisa, Laura Pausini. Non è stata una scelta quella di non inserire duetti, semplicemente le idee che giravano nell’aria non si sono concretizzate per varie ragioni. Però finalmente ho potuto collaborare con Pacifico, con cui erano anni che volevo lavorare.
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Suoni internazionali, duetti internazionali, brani proposti in inglese: davvero nessuna intenzione di guardare all’estero?
Io non prendo l’aereo! (ride, ndr) In realtà avrei dovuto lavorare all’estero vent’anni fa, solo che prima non mi sentivo pronta io, poi quando me la sarei sentita non ho avuto il supporto della casa discografica. Adesso però con Internet tutto è più vicino: ho saputo che il video di Oronero è stato in rotazione di VH1 in America, mi arrivano segnalazioni di apprezzamenti dall’estero e ho scoperto anche che Quincy Jones mi segue su Twitter, e io no! Michele Canova mi invita sempre a Los Angeles a suonare con i suoi musicisti: mi piacerebbe, perché ormai a questa età non ho più tante ambizioni di notorietà, mentre sono molto più interessata a sperimentare quel tipo di attività live nei club che c’è in America.

Che ruolo ha avuto Emanuel Lo in questo disco?
È stato molto bravo a interpretare certe sensazioni, certi miei pensieri, ma probabilmente neanche lui se ne rende conto, gli arriva solo questa ispirazione e la riporta nelle parole delle canzoni (ride, ndr). Ci siamo confrontati molto e comunque mi sono presa degli spazi per lavorare da sola.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Ribellione è la capacità di non cedere al favore dell’esterno. Ribellione è coerenza e l’opposto di vanità e narcisismo. Un tempo essere ribelli voleva dire trasgredire, andare contro le regole, oggi invece sembra che il male sia un valore e il bene sia da sfigati. Ribellione è recuperare il bene, credere nel bene, non avere paura di essere buoni.

E mentre lo dice, il suo volto si apre in uno dei sorrisi più luminosi che abbia mai visto.

BITS-CHAT: “Non è sempre colpa della musica”. Quattro chiacchiere con… i Gemelli DiVersi

Li avevamo lasciati nel 2012 in quattro con l’album Tutto da capo, li ritroviamo in oggi in due con il nuovo Uppercut. In mezzo, un’attività live che non si è mai fermata… e qualche colpo ricevuto.

Proprio da questi “colpi” incassati, i Gemelli DiVersi hanno preso spunto per il titolo del loro ultimo album, il settimo di una carriera partita 18 anni fa, quando l’invasione hip hop non si era ancora affacciata sulle classifiche e in Italia i rapper “famosi” si contavano sulle dita delle mani.
Nel linguaggio della boxe, l’uppercut è quel colpo che il pugile sferra dall’alto verso il basso, spesso come mossa finale per mettere al tappeto l’avversario.
Ma loro, che hanno la pellaccia dura, sanno bene che per quante volte puoi cadere, nulla sarà più importante di come ti rialzerai. Nella vita e nella musica.
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Tornate dopo più di tre anni con un nuovo album: cosa avete raccolto all’interno?

Thema: In Uppercut c’è un po’ tutto quello che siamo stati in questi anni, dagli inizi fino ad oggi, senza però ricalcare in tutto il passato. Ci sono tanti richiami alla nostra storia, ma questo disco segna anche una nuova ripartenza, con nuovi elementi nella musica e nei testi. Ci sono canzoni d’amore, canzoni che parlano di noi, ma fondamentalmente è un album positivo: già con il titolo, che richiama un colpo della boxe, abbiamo voluto far riferimento ai colpi che puoi ricevere dalla vita, ma dai quali devi sempre riprenderti. In questo caso non siamo noi ad averlo dato, ma è un colpo che abbiamo ricevuto, come il pugile della copertina: ci siamo rimessi in gioco, trovando la spinta grazie ai nostri fan e alla passione per la musica.

E’ evidente che in questi tre anni ci sono stati dei cambiamenti: vi ricordavo in quattro e vi ritrovo in due…
Strano: Dopo 18 anni insieme, due di noi, Grido e THG, hanno deciso di intraprendere nuovi percorsi. È legittimo: come succede nelle relazioni, si può andare avanti, ma si possono fare anche scelte diverse, e noi ne abbiamo preso atto. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo continuato a fare musica come Gemelli DiVersi, perché in realtà il gruppo non si è mai sciolto. Abbiamo cercato di non tradire quello che siamo stati.
T: Nell’album ci sono tanti riferimenti anche a quello che è successo nella band, il “colpo” che abbiamo ricevuto è legato anche a questo. Ovviamente all’inizio sei destabilizzato, ma poi devi ritrovare la speranza.
S: Dopo tutto, la storia della musica è piena di band partite con una formazione e che poi hanno subito defezioni, succede. È una delle sfide che ti si pongono davanti, e noi l’abbiamo accettata.
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In questo periodo anche la musica in Italia è cambiata molto, con l’esplosione dell’hip hip: come l’avete vissuta?
S: L’abbiamo guardata dall’esterno e abbiamo notato che rispetto all’hip hip di qualche anno fa, adesso le canzoni hanno le strofe rap ma il ritornello cantato. Noi però l’avevamo già fatto alla fine degli anni Novanta, e ci sono arrivate addosso le critiche degli addetti ai lavori e della frangia più estremista del mondo hip hip. Adesso quasi tutti usano la melodia per arrivare al pubblico più ampio: possiamo dire di essere stati legittimati? A noi non può fare che piacere sapere che ci sono molti rapper della nuova generazione che dicono di essere cresciuti ascoltando noi, ma succede adesso, prima nessuno lo diceva. Sarà che mi è venuta la barba grigia, ma mi sento un uomo soddisfatto e cresciuto.
T: Va anche detto che noi non ci siamo mai sentiti pienamente parte della scena hip hop, siamo sempre rimasti sul confine, un po’ borderline se vogliamo. Abbiamo iniziato riprendendo un pezzo dei Pooh (il ritornello di Un attimo ancora, il loro singolo d’esordo, riprendeva Dammi solo un minuto, ndr), più pop di così! Abbiamo sempre fatto le scelte da soli, e oggi dà soddisfazione vedere che anche gli addetti ai lavori vanno più a fondo nella nostra musica, riescono a vedere i contenuti e non solo l’apparenza di una band di tamarri come accadeva anni fa. Purtroppo il rap soffre di tanti preconcetti, tra cui quello di essere un sottogenere fatto solo di mosse sul palco: siamo rimasti fermi al cliché di Jovanotti con il cappellino che fai gesti con le mani. Lui in Italia è stato un precursore, ma dietro al rap c’è molto di più. Non ci è mai interessato buttare nei pezzi degli skills per far vedere quanto eravamo bravi con le rime, ma abbiamo cercato di dare sempre dei contenuti.
S: Il rap è diventato cultura negli Stati Uniti già negli anni Ottanta, perché li c’era già la base: qui da noi i pionieri sono stati Jovanotti e gli Articolo 31, ma negli anni Novanta non avevamo ancora la subcultura dell’hip hop, ci sono volute due generazioni.

Tra i cliché legati al mondo del rap c’è forse anche quello di essere un genere che parla di violenza…
S: Proprio qualche giorno fa ho sentito della polemica contro Emis Killa per il testo che inciterebbe al femminicidio (3 messaggi in segreteria, ndr): non ho ascoltato il brano, forse lui avrà usato un linguaggio crudo, ma sono sicurissimo che l’intento non fosse quello di legittimare la violenza. Non è sempre colpa della musica, molto spesso il problema sta nelle interpretazioni sbagliate: un artista deve sempre stare attento a quello che scrive, perché le canzoni arrivano anche a persone che non hanno abbastanza sensibilità per cogliere tutti i significati, ma non si può dare alla musica responsabilità che non ha. Allora noi con Mary avremmo legittimato la violenza dei genitori sui figli?
T: È lo stesso discorso che si faceva anni fa con Marilyn Manson: nelle stragi che si verificavano nei college americani, si diceva che era colpa della musica che ascoltavano gli studenti, e in mezzo ci finivano sempre le canzoni di Manson. La colpa non è degli artisti, ma di chi vuole trovare un pretesto per sollevare la polemica. Sono convinto che ci sia bisogno d tutto, anche di artisti che usano parole forti e che hanno il coraggio di affrontare un certo tipo di argomenti.
S: È questo il vantaggio della democrazia, dare a ognuno la libertà di parola, invece oggi sembra che tutto deve essere criticato e messo in discussione. Qualunque cosa tu dica o faccia, arriva qualcuno che trova da dire, che si tratti di una presunta legittimazione al femminicidio piuttosto che il fatto di mangiare carne.

Siete d’accordo con chi dice che oggi i rapper sono i nuovi cantautori?
T: È un complimento! I veri cantautori sono quelli che negli anni Settanta hanno avuto la possibilità di esprimere le proprie idee, e sono d’accordo sul fatto che alcuni rapper possono essere avvicinati ai cantautori per il loro impegno nel manifestare il loro pensiero, anche se i veri cantautori restano gli intoccabili De Gregori, Guccini, Dalla…
S: Forse più che di cantautori sarebbe giusto parlare di cantastorie, perché portano avanti la pratica del cosiddetto storytelling. Ci sono alcuni nomi della nuova scena rap che lo stanno facendo bene, e penso a Ghali o a Sfera Ebbasta, che portano nella musica molto del loro vissuto. Un’aria nuova che può che fare bene a tutta la scena hip hop.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato ha per voi il termine “ribellione”?
S:
Oggi la ribellione è semplicemente riuscire a esprimere il proprio parere, in un mondo in cui tutti cercano di imbavagliarci, le guerre si rivestono di ragioni economiche, il popolo è messo in ginocchio dai poteri forti. L’unico potere che ha il popolo è quello della parola, visto che anche quello del voto non sembra più così forte.

InStore:
26 ottobre, Roma, Discoteca Laziale, va Giolitti 263
27 ottobre, Milano, Mondadori, via Marghera

BITS-CHAT: “Qualcuno torna sempre”. Quattro chiacchiere con… Niccolò Agliardi

Tutto parte da una vicenda realmente accaduta nel 2001, un fatto di cronaca vero, ma talmente surreale da sembrar uscito da un romanzo: lo strano naufragio di una nave in avaria porta sulle spiagge di Sao Miguel, alle Azzorre, un carico di 540 kg di cocaina salpato dal Venezuela e destinato alle Canarie. Le conseguenze per i giovani di Sao Miguel sono devastanti, e ancora oggi se ne vedono gli strascichi.
Proprio alle Azzorre Pietro, il
trentaduenne milanese protagonista di Ti devo un ritorno, scappa subito dopo la morte del padre e incontra il giovane Vasco. Da lì prende avvio la storia, con tutto ciò che deve succedere.

Così Niccolò Agliardi ha dato vita alla sua prima prova da autore di romanzo, intrecciando con disinvoltura realtà, finzione e “vita”. Lui che ha firmato canzoni celeberrime per Laura Pausini, Emma ed Emis Killa (giusto per fare un paio di esempi, ma la lista sarebbe lunghissima), adesso si è messo in gioco sul racconto lungo.
Il risultato è Ti devo un ritorno*.

Contemporaneamente, Agliardi non ha tralasciato la musica, facendosi nuovamente autore della colonna sonora di Braccaletti rossi, la fiction di Ra1 giunta quest’anno alla terza stagione.
Un’esperienza che per il cantautore è andata in questi anni ben al di là del semplice lavoro…

Romanzo
Come ti è venuta l’idea di partire da quel caso di cronaca e costruirci sopra un romanzo?

Avevo la sensazione di essere stato solo ascoltatore di questa storia bellissima che mi ha raccontato il mio amico Giovanni Gastel. Era una storia geniale, ma non sapevo come maneggiarla e per un po’ di anni l’ho lasciata ferma. Poi mi è arrivata la proposta di dar vita a un racconto e mi è tornata in mente: ho provato a scriverla, ma non funzionava. Aveva spunti interessanti, ma il testo non girava come volevo e avevo addirittura pensato di lasciar perdere, fino a quando mi sono ricordato di una mia compagna di Università, Maria Cristina Olati, che sapevo essere diventata un’ottima editor: l’ho contattata e prima ancora di conoscere la storia su cui volevo lavorare, mi ha chiesto di raccontarle un po’ di me, di quello che avevo fatto in questi anni. E come potevo non raccontare anche di Braccialetti rossi? A quel punto è stata lei che mi ha costruito sotto gli occhi la storia del romanzo, intrecciando elementi diversi, e ho capito che un libro così io lo avrei voluto leggere. A quel punto si è trattato di scriverlo, e non è stato come dirlo: ho dovuto mettere molto rigore, per la parte giornalistica mi sono affidato ad Andrea Amato che ha regimentato i dati reali, poi io ci ho messo dentro un po’ di vita, di mestiere, e anche di musica. È libro musicale questo, suona bene mentre lo si legge, ed è sicuramente la cosa più bella che ho fatto, figlia di tante esperienze.

Come ti sei trovato ad approcciarti alla scrittura di un romanzo rispetto alla creazione di una canzone?
E’ stato totalmente diverso: in una canzone devi dire tutto in tre minuti e mezzo, in un romanzo devi diluire una sola storia in più di duecento pagine, con la paura di non avere nulla da dire. Ho passato intere giornate senza riuscire a scrivere nulla, e ho dovuto accettare la sconfitta di quei giorni vuoti. Con le canzoni non mi è mai successo, non mi sono mai sentito inadeguato verso una canzone, o almeno non più da molti anni, con il romanzo il senso di inadeguatezza l’ho avvertito.

I personaggi come sono stati costruiti?
Pietro parla come me, anche se è più piccolino, Vasco ha tanto del Brando di Braccialetti rossi, c’è tutta la sua romanità nelle battute, la passione per il surf. Ho attinto da quello che vedevo intorno.

Mi ha colpito molto una delle dediche del libro, “A chi pensava di farcela”…
Non tutti ce la fanno, e vale la pena ricordarsi anche di loro. Non si parla necessariamente di morte: più semplicemente, nei grandi slanci che la vita ci obbliga a fare, qualcuno riesce a decollare, qualcun altro rimane a terra, ma hanno tutti la stessa dignità. Nel libro c’è qualcuno che non ce l’ha fatta.
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“So bene che scappare è da vigliacchi, ma qualche volta ti salva la vita”: nel romanzo questa frase ha un significato ben preciso, ma anche per te è così?
Io non sono mai scappato dalle cose importanti, non mi è mai capitata la fuga. Nel libro faccio fuggire Pietro, ma la fuga avviene all’inizio, poi il suo personaggio sa bene dove stare. È molto più difficile restare, ma è fondamentale: le grandi relazioni della mia vita, gli amori, le amicizie, sono quelle che ho costruito scegliendo di restare e dove anche l’altra persona ha scelto di restare, anche se era più difficile.

“Non credo di essere destinato alla felicità”, dichiara un altro personaggio, Niccolò, ma per te la felicità esiste?
Certo! Non è uno dei sentimenti che maneggio più facilmente e forse non dura molto, ma esiste e la possiamo raggiungere. Per Braccialetti rossi ho scritto una canzone che si intitola La tua felicità, in cui parlo di quando si è felici per la felicità degli altri. Non saprei come definire altrimenti quella sensazione che provo nel vedere felici certe persone a cui sono legato.

Che differenza c’è tra senso e ragione delle cose?
Qui a parlare nel libro è Cristina, la madre di Vasco. La ragione è filtrata dall’intelletto, la si può analizzare, il senso invece è pancia, non è spiegabile. Sono entrambi importanti, ma forse nella vita il senso la vince un po’ di più.

Sei davvero convinto che, come scrivi, se ti fermi ci sarà sempre qualcuno che prima o poi passerà a riprenderti?
Penso di sì, se lasci del bene qualcuno che ripasserà ci sarà sempre. Certo, può anche non succedere, ma devi proprio essere stato uno stronzo!

Tu sei mai ripassato a riprendere qualcuno?
Tantissime volte.
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Gli inediti della nuova colonna sonora di Braccialetti rossi quando sono stati scritti?
Si sono molto diluiti nel tempo: ho iniziato a scrivere con Edwin un paio di anni fa, al termine della seconda stagione. Ci abbiamo lavorato tanto nell’estate del 2015, mentre negli ultimi mesi abbiamo chiuso Ti sembra poco, il brano che fa da traino all’album insieme a Simili di Laura Pausini e che incarna un po’ l’ultima serie.

Sono passati ormai più di tre anni da quando hai iniziato a occuparti di Braccialetti rossi: cosa ha significato per te far parte di questo progetto?
Ho guadagnato una famiglia. Non c’è un giorno in cui non sento almeno alcuni dei ragazzi, vivo con loro le gioie e le crisi quotidiane, loro sanno tutto di me. Mi fanno sentire la loro vicinanza.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato ha per te il termine “ribellione”?
Rendersi adatti a qualcosa di inadatto.

*Non sarà certo un caso che, scorrendo le canzoni dell’ultimo album di Laura Pausini, in Chiedilo al cielo, firmata da Agliardi, vengano pronunciate proprio queste parole…

BITS-CHAT: “Colpisco la vita, ogni volta più forte”. Quattro chiacchiere con… Loredana Errore

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Quale piega può prendere la vita dopo un evento traumatico come un incidente stradale a cui si è sopravvissuti per quello che si è soliti chiamare miracolo? E soprattutto, come sarebbe stata la vita se quell’evento non si fosse mai verificato?
Domande con risposte impossibili, ovviamente. 

Quello che si può fare è scrollarsi la polvere di dosso, asciugarsi le ferite e ricominciare a camminare seguendo il percorso che sembra più giusto.

Così deve aver fatto Loredana Errore, che nel settembre del 2013 si è trovata coinvolta in un tragico incidente automobilistico. Un evento che ha lasciato i suoi segni, oggi forse più sull’anima che nel corpo, e che ha richiesto di attraversare il periodo buio della ripresa, con i suoi dubbi e le sue domande.

Ma, come spesso fortunatamente succede, al buio più fosco segue la luce, che in questo caso è una Luca infinita. E proprio questo è il titolo del nuovo disco di Loredana, uscito a quattro anni dal precedente Pioggia di comete, ma soprattutto arrivato dopo il timore di aver visto la fine.

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Il primo elemento che colpisce di questo album è la copertina: cosa hai voluto rappresentare con il diverso trucco degli occhi?
In quell’immagine ho rappresentato il bene e il male, due elementi in contrapposizione ma che convivono in noi e che insieme portano ordine. La scelta di una copertina come questa è arrivata dopo l’esperienza dell’incidente: da quel periodo di buio io sono tornata alla luce, una luce infinita appunto. Questo album è la mia dichiarazione di speranza.

All’epoca dell’incidente stavi già lavorando al nuovo album o è nato tutto dopo?
Quando è successo l’incidente ero ancora impegnata con il tour di Pioggia di comete, non stavo ancora pensando a quello che sarebbe successo dopo. Il progetto di questo album è nato tutto in seguito ed è partito proprio da quel tragico evento.

Pensi che in qualche modo l’incidente ti abbia cambiata?
Sicuramente da allora vivo tutto più intensamente, ogni istante, ogni dettaglio. Devo dire però che in questo mi ha aiutato molto anche la fede: già prima dell’incidente avevo sviluppato un forte rapporto con Dio, ho sempre avuto una fede abbastanza solida. Certo, ci sono momenti nella vita in cui dubitare diventa facile, ma in fondo non ho mai smesso di credere. C’è una frase in Nuovi giorni da vivere che riassume bene il significato di questo disco, “Ci vuole coraggio per riprendersi il cielo”: ecco lo spirito con cui sono tornata è proprio questo. Penso anche però che un incidente non può cambiare quello che sei: certe cose devi già averle nel cuore.
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A differenza dell’album precedente, qui non ci sono brani scritti da te: è stata una certa precisa?
Esattamente: quando ho incontrato Carlo Avarello e sono entrata a far parte dell’Isola degli artisti, mi sono messa completamente nelle mani della squadra che ha lavorato con me. Devo dire che non è stato difficile assimilare questi brani: sono stati per me un dono, ho visto in loro la luce infinita che cercavo e che ha poi dato il titolo a tutto il lavoro. In questa logica è stato inserito, per esempio, un brano come Convincimi, firmato da Avarello, Pago e Franco Califano.

E la scelta di reinterpretare Per amarti di Mia Martini?
Quella canzone è stata il primo punto di contatto tra me e Carlo Avarello, che poi ha prodotto l’album: mi è stata affidata in occasione di un evento dedicato a Mia Martini, Buon compleanno Mimí. Non la conoscevo e mi sono resa conto che è un brano difficilissimo, riuscire a portarlo a termine è stato un po’ come scavalcare l’Everest. Per questo poi, quando con Carlo abbiamo iniziato a lavorare al disco, mi è sembrato giusto riproporlo.

Durante il periodo buio dell’incidente, hai mai avuto paura che tutto potesse finire?
Sì, ho più volte avuto questo timore. Non sapevo come ne sarei uscita, cosa sarei ancora stata in grado di fare, sentivo che la mia voce non poteva fare più di tanto e mi chiedevo se sarei stata ancora capace di tornare a cantare come volevo io.

E se fosse successo? Se la musica fosse dovuta uscire dalla tua vita, come l’avresti sostituita?
Già prima che iniziassi a cantare, nella mia vita c’era Dio. Se non avessi più potuto fare musica, se non fossi più riuscita a esprimere le mie emozioni con il canto, avrei probabilmente trovato la soluzione nella fede. Nella vita c’è davvero rimedio a tutto, tranne che alla morte.

Il tuo modo di interpretare i brani è particolare, molto viscerale: non hai mai paura di scoprirti troppo davanti al pubblico?
In effetti me lo sono sentita dire molte volte e sopratutto in quest’ultimo periodo anch’io mi sono chiesta se fosse giusto continuare ad avere questo approccio nelle canzoni: ma la mia attitudine verso la musica è così, non sarei mai in grado di proporre qualcosa di sola tecnica. Ci devo mettere l’anima, il cuore, altrimenti per me cantare non avrebbe senso.

Loredana (DA E PER DI VINCENZO)

Sei riuscita a seguire l’insegnamento di “non aver paura della vita, colpirla più forte, colpirla più volte”, come canti in Lo sguardo stupendo?
Io credo proprio di sì: è una bellissima frase di un brano dedicato a mia madre. Per me la figura materna ha un contorno particolare: da piccolissima ho vissuto esperienze pesanti come possono essere l’abbandono e l’adozione, esperienze che indubbiamente ti segnano per sempre e che mi hanno fatta diventare quella che sono oggi. Sì, io della vita non ho paura, anzi, voglio continuare a sorriderle con entusiasmo.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di “ribellione”?
Per me la ribellione va intesa prima di tutto nel suo significato sano, non sono certo per la violenza. La ribellione è una forza di giustizia, un elemento che ripristina la giusta realtà: nella mia vita, ho fatto della ribellione un punto di forza, sia in famiglia che all’esterno.

BITS-CHAT: “Voglio darvi la bella copia”. Quattro chiacchiere con… Ketty Passa

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Ketty Passa
è la cantante con i capelli blu.
Oddio, in realtà è molto di più, ma questa è la prima cosa che salta all’occhio appena si incrocia il suo sguardo, e soprattutto questo è l’elemento che la rende immediatamente riconoscibile.

Ma Ketty Passa è molto di più perché con la musica non ci ha a che fare solo come interprete, ma anche come conduttrice in radio e TV e dj in alcune serate di milanesi. Ultimo incarico che le è stato assegnato in ordine di tempo è la selezione musicale per il nuovo programma di Rai2 Nemo-Nessuno escluso. Insomma, è una che nella musica ci sguazza dentro in pieno.
Nel 2013, insieme ai Toxic Tuna ha pubblicato il suo primo album, #CANTAKETTYPASSA, e ora, a distanza di tre anni, si prepara al ritorno: questa volta però lo fa da sola, e con uno stile tutto nuovo.
Per pubblicare il nuovo album e dare al pubblico la “bella copia” del CD, ha accettato la proposta dei fondatori di Musicraiser Giovanni Gulino dei Marta sui tubi e della sua compagna Tania Varuni, dj e produttrice, che, rimasti entusiasti dei primi ascolti, l’hanno esortata a dare il via alla missione #kettypassainloop, iniziata a fine settembre e attiva fino al 25 novembre.
Per chi si offrirà di finanziare il progetto, sono previsti numerosi pacchetti di offerte, dall’edizione speciale dell’album fino a una cena e al dj set privato. Tutte le info a questo link.

Ti avevamo lasciata nel 2013 con il tuo precedente album, #CANTAKETTYPASSA e ti ritroviamo ora pronta a fare un nuovo passo con un disco che si preannuncia molto diverso: cosa è successo in questo periodo?
L’esperienza con la band è stata bella, ma difficile, e alla fine non abbiamo trovato l’incastro giusto. Già subito dopo il tour era emersa l’esigenza da parte di alcuni di prendere altre strade: così, senza nessun tipo di rancore, abbiamo abbandonato il progetto e io mi sono messa a pensare a cosa avrei voluto fare davvero come cantante. Quello che da tempo volevo proporre era qualcosa che mischiasse pop, elettronica e hip hop: io lo definisco urban, ma solo perché ha uno stile piuttosto street e si rifà all’America, con il cantato a volte punk, a volte melodico.

Un genere non proprio frequente in Italia: come hai trovato la chiave giusta per lavorarci?
Ho iniziato in studio, accompagnata dal mio produttore, Max Zanotti, la persona che più di tutti ha creduto in questo progetto dall’inizio. Anche per lui era una scommessa, perché ha sempre avuto a che fare con tutt’altra musica, mentre qui si trattava di mettere insieme melodia su basi elettroniche piuttosto ritmate, spinte, che di solito in Italia sono usate dai rapper. E’ anche per questo che ci ho messo due anni a fare il disco.

Difficoltà particolari che hai incontrato?
La lingua: l’italiano non è spigoloso come l’inglese, è rotondo, e adattarlo a quella musica non è stato facile, ho dovuto lavorare molto in quel senso, cercando di adattare le parole alle basi che mi arrivavano da musicisti che lavoravano nell’ambito dell’hip hop. Per creare l’atmosfera mi sono ispirata molto a Gwen Stefani, M.I.A., Kimbra, ma anche Rihanna e Beyoncé. Tra i pezzi meglio riusciti c’è Sogna, il primo singolo, dove sono riuscita a trovare il linguaggio perfetto, mentre in altri casi ho dovuto rispettare un po’ di più le esigenze dell’italiano e mi sono adeguata a un andamento più melodico. Anche i temi che affronto sono molto diversi: nei 10 pezzi nuovi ci sono canzoni più allegre, altre più intime, in un’altra parlo di come sia difficile portarsi dietro la propria diversità nella società di oggi abituata a ragionare in franchising.

E sei poi arrivata a Musicraiser…
Per questo album ho lavorato in maniera diversa rispetto a prima, andando in studio e non più in sala prove, e tutto questo ha un costo: sono stata contattata da Giovanni Gulino e Tania Varuni di Musicraiser e mi è sembrato un buon modo per sostenere le spese e avere una nuova visibilità. La parte economica in un progetto discografico ha un grande peso e le operazioni messe in atto da piattaforme come questa sono un grandissimo aiuto, soprattutto per gli artisti come me che non hanno alle spalle case discografiche che possano finanziare il lavoro. Ho posto un obiettivo piuttosto ambizioso, 10.000 euro, che mi serviranno per coprire una parte delle spese che ho già sostenuto e darmi la possibilità di realizzare anche un paio video. Fare musica è anche un investimento su di sé, per cui molto ho già investito di mio: aderire a Musicraiser mi permetterà di avere più visibilità e poter dare al pubblico la “bella copia” del disco. La campagna si chiuderà il 25 novembre e ho previsto numerosi pacchetti per chi deciderà di aiutarmi a portare a termine il progetto. Voglio che le persone siano invogliate a finanziare la mia missione, non voglio sono elemosinare.
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A Musicraiser sei arrivata dopo aver ricevuto la proposta di Giovanni e Tania: prima non ci avevi pensato?
No, non ero molto convinta: di solito alle cose devo arrivarci da sola, con i miei tempi, e in questo caso non pensavo che potesse fare al caso mio. Poi invece i ragazzi di Musicraiser mi hanno contattata ed erano molto entusiasti dei provini che hanno ascoltato e così ho deciso di mettermi in gioco: mal che vada, se non raggiungo l’obiettivo, resto a zero come sono ora. Sarà forse un po’ avvilente, ma è un tentativo. D’altra parte, l’alternativa sarebbe stata quella di aprire un mutuo. Mi ha aiutato molto anche il fatto di aver incontrato l’etichetta 22R con la quale si è instaurato un rapporto di fiducia. In questa campagna mi sto impegnando tantissimo, sto mettendo tutta me stessa, tutta la creatività che ho, anche per creare pacchetti esclusivi e ricchi da proporre: tra i progetti c’è anche quello di creare delle strisce di fumetto in cui racconto una storia. Per ora non posso dire molto, ma sarà una cosa molto divertente che sto preparando insieme a un tatuatore: riguarderà uno dei brani e avrà come protagonisti una bambina e un animale.

E’ stato difficile trovare musicisti adatti al tipo di musica che volevi proporre in questo album?
Più che dal punto di vista pratico, la difficoltà è stata soprattutto trovare chi volesse fidarsi e mettersi in questo progetto: mi rendo conto che proporre brani urban non sia facile in Italia, e devo dire che in effetti molti non capiscono, sono convinti che la musica italiana non sia pronta. Io però sapevo di non voler fare quello che fanno le altre cantanti: è vero, dopotutto faccio pop, per cui i punti di contatto ci saranno, ma io voglio proprio fare musica con un linguaggio diverso, e sono curiosa di vedere come verrà recepita questa operazione.
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Pensi che Musicraiser possa rappresentare il futuro della discografia?
Sì, ma più che Musicraiser penso che sia il web in generale a rappresentare il domani della discografia. Prendiamo il caso di Salmo: quando lui è arrivato, il suo tipo di musica non lo proponeva nessuno, lo ha portato lui, e oggi è entrato in una major. Le grandi realtà discografiche ormai servono soprattutto a supportare fenomeni già esistenti, lavorano con i talent, ma non presentano cose nuove, e questo per meccanismi di mercato che posso anche comprendere, ma che non aiutano a portare qualcosa di diverso. In passato ho ricevuto proposte per partecipare a dei talent, ma ho capito che se avessi accettato sarei entrata in logiche più grandi di me e come artista sarei morta. Non mi serviva avere quella visibilità e non avevo voglia di farmi scrivere le canzoni da altri.

Prima accennavi a un brano dell’album che tratterà il tema della diversità: secondo te che cosa fa paura alle persone nell’essere diversi?
Essere diversi vuol dire sentirsi continuamente sbagliati: noi umani siamo brutti, sviluppiamo una serie di convenzioni sociali che ci portano al confronto, al giudizio verso gli altri. Lo facciamo tutti, nessuno escluso. Essere diverso ti porta a vivere con più difficoltà anche nel concreto, perché magari sei tentato di fare scelte meno convenienti economicamente ma più stimolanti. Essere diversi è difficile proprio dal punto di vista pratico, mentre una vita facile è quella che porta gli altri a non giudicarti e romperti le palle.
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A proposito del caso di Tiziana Cantone, sulla tua pagina Facebook hai scritto: “il problema non sono i social, sono le persone”. Non pensi però che i social abbiano amplificato l’imbarbarimento della società?
Certo, perché, come dicevo, siamo tutti prontissimi a scagliarci sugli altri per nasconderci, anche se commettiamo gli stessi errori. L’indole umana porta a puntare il dito per sentirsi puliti, mentre si sta perdendo la capacità di autocritica: dietro allo schermo di un computer siamo tutti coraggiosissimi, ma non riusciamo a reggere il confronto diretto. In questo caso specifico, la ragazza è stata convinta a essere lei dalla parte del torto, mentre la vera colpa in questa storia è stata mettere on line un video senza il suo consenso, quello è un reato! Il senso di colpa per quello che si vedeva in quel video è stato però così grande che Tiziana si è tolta la vita, ed è gravissimo. Per questo ho scritto che il problema non sono i social, ma le persone che li usano e il modo in cui li usano. Siamo fatti male, siamo fatti per spiare e giudicare, e Facebook non è altro che lo specchio di questo comportamento.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato ha per te il termine “ribellione”?
E’ difficile spiegarlo: sono molto diversa da come appaio, posso sembrare estroversa e ribelle, ma sono molto più tranquilla. Forse ribellarsi è portare avanti dei valori che riconosci in te, ma di cui non trovi riscontro nella società. Ribellarsi può essere anche avere il sogno della musica, ma andare a lavorare in ufficio se il tuo paese non ti offre le condizioni per farlo in totale libertà o se l’unica alternativa è andare in un talent. Ecco, io ho ancora la lucidità di dire no.

BITS-CHAT: Sognare, sognare, sognare. Quattro chiacchiere con… Gerardina Trovato

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La prima volta che l’Italia ha conosciuto Gerardina Trovato era il 1993: saliva sul palco di Sanremo tra le Nuove Proposte e cantava Ma non ho più la mia città. Una canzone di sogni e illusioni infrante, di una ragazza costretta ad ammettere alla sua città, Catania, si starle stretta, e che quindi saliva su un treno verso Roma, l’America, ma prima di tutto verso la musica. Parole interpretate con una forza viscerale che poche altre volte capita di ascoltare. Una forza viscerale che avremmo imparato a riconoscere in tutte le sue canzoni.

Il brano si piazzò secondo, dietro solo alla Pausini e il suo Marco che “se n’è andato e non ritorna più”.
Nel 1994 Gerardina Trovato è tornata a Sanremo con Non è un film, un brano di denuncia sugli orrori della guerra in Bosnia, e poi ci è tornata ancora nel 2000 con Gechi e vampiri. Tra un festival e l’altro, collaborazioni importanti (Vivere, incisa con Andrea Bocelli, ed E già insieme a Renato Zero), poi la partecipazione a Music Farm nel 2005, l’EP I sogni nel 2008 e nel 2011 una partecipazione nel brano I nuovi Mille del rapper napoletano Lucariello.

Poi il silenzio. Un silenzio quasi forzato per una malattia di cui solo recentemente ha scelto di parlare: una brutta depressione che le impediva di uscire di casa, comunicare con la gente, ma non di dedicarsi alla sua musica.

In questi anni infatti Gerardina ha scritto tanto e oggi ha voglia di tornare a farsi ascoltare. 

Il brano che rompe questo silenzio e segna il suo ritorno si intitola Energia diretta ed è l’apripista di un progetto discografico più ampio.
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Cosa ti ha ispirato a scrivere questo nuovo singolo?
Quando scrivi una canzone non ci deve essere per forza qualcosa che ti ispira: semplicemente, le canzoni vengono e basta, e così è stato per Energia diretta. Ho scritto tanti nuovi brani: ho scelto questo perché è piuttosto radiofonico, e parla d’amore. In passato ho mai scritto d’amore, lo sto facendo adesso.

Nel difficile periodo che hai vissuto in questi ultimi anni, c’è stato un momento in cui hai avuto paura di non riuscire più a tornare alla musica?
Sì, c’è stato questo momento: ero spaventata all’idea di non poter più scrivere e cantare. Per me fare musica vuol dire vivere.
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Hai mai pensato a come sarebbe stata la tua vita senza musica?
No, mai, mai! Ho incontrato la musica già da bambina.

Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della musica?
Con mia mamma: mi ha presentato alle selezioni per lo Zecchino d’oro, mi faceva cantare le canzoncine. Però non ho partecipato al concorso perché sono sempre arrivata solo in semifinale.

E di Sanremo invece che ricordo hai?
Un ricordo molto bello, soprattutto dell’ultimo, quando ho cantato Gechi e vampiri: ero me stessa, mi sentivo bene, era la terza volta che partecipavo per cui ero abituata a quella situazione. Avevo una canzone diretta, semplice ma non banale. Ho vissuto tutto come una passeggiata.

Nessuna preoccupazione per la gara?
No, assolutamente no! La paura l’ho sentita davvero nel secondo Sanremo che ho fatto, quando ho cantato Non è un film, perché era la prima volta che cantavo tra i big, e allora c’era lo stress, sentivo la competizione.

E che sensazione hai avuto invece quando ti sei presentata tra le Nuove proposte?
Di essere su un palco così importante non mi importava niente: io aspettavo solo il mio turno per cantare e quando stava per arrivare il verdetto per scoprire se ero passata non vedevo l’ora di andare a cena perché avevo fame. Ero giovane, era l’incoscienza che mi faceva vivere tutto così.

In alcune tue canzoni del passato – Sognare sognare, I sogni, ma anche Ma non ho più la mia città – si parla di sogni: oggi ai sogni ci credi ancora?
Si, certo che ci credo ancora! In questo momento sono concentrata solo sulla mia musica, e spero tanto che questo nuovo singolo vada bene, e che la gente abbia voglia di ascoltarlo.

Secondo te perché per un personaggio pubblico è difficile parlare delle proprie difficoltà? Da parte del pubblico c’è paura?
No, non penso sia per quello. Semplicemente, si tratta di questioni personali, che non devono per forza essere rivelate al pubblico. Chi affronta un momento di difficoltà vuole stare da solo. Oggi sui social tutti tendono a raccontare ogni aspetto della propria vita, ma io non sono d’accordo. Sono molto riservata su ciò che riguarda il mio privato.

Per il futuro cosa stai preparando?
Uscirà probabilmente un disco con alcuni inediti e dei vecchi successi riarrangiati, ma non so ancora quando. Per ora mi concentro sul singolo.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: cosa significa per te il termine “ribellione”?
La ribellione è la ribellione, come faccio a spiegartela?

Ma tu ti senti una ribelle?
Io sì, lo sono sempre stata.

BITS-CHAT: Imparare dal dolore. Quattro chiacchiere con… Antonella Lo Coco

La delusione che si trasforma in forza dopo la fine di una storia fatta di bugie. Parla di questo Non ho più lacrime, l’ultimo singolo di Antonella Lo Coco.
Un brano potente, che segna una virata verso sonorità rock, dopo i variegati colori pop dei suoi primi album. Ma Non ho più lacrime è anche il primo frutto dell’incontro tra Antonella e Fiorella Mannoia, che del brano ha scelto di curare la produzione.

Un brano che mette al centro il dolore, ma che si conclude con una dichiarazione di libertà. Perché dal dolore si impara sempre.
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Non ho più lacrime nasce dall’incontro con Fiorella Mannoia: come siete entrate in contatto? E come si è sviluppata l’idea di dar vita prima a questo singolo e poi all’album, che vedrà proprio la produzione di Fiorella?
Siamo entrate in contatto alla finale di X Factor nel 2012..in quell’occasione duettammo su una sua canzone. Successivamente Fiorella mi contattò perché aveva una bramo che riteneva perfetto per me: ci incontrammo per ascoltarlo insieme e da lì iniziammo il progetto. Proseguire oltre il brano è stata un’idea nata spontaneamente per dare una continuità al primo singolo. Sono felice di avere questa opportunità di lavorare con Fiorella e il suo team di lavoro soprattutto perché lavoreremo anche su alcuni brani da me scritti.

Il singolo sembra aprire un nuovo capitolo anche per quanto riguarda i suoni, che dal pop si spostano su un versante più rock: è così? L’album avrà questo taglio?
Assolutamente si. Le sfumature rock sono sempre state in me e finalmente posso tirare fuori al mia anima musicale. L’album è ben rappresentato dalle sonorità di Non ho più lacrime.

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Quali artisti, italiani e internazionali, vedi come punti di riferimento?
Negli anni i punti di riferimento sono cambiati e sono tanti. Gli spunti internazionali hanno influenzato molto la mia scrittura, ho sempre ascoltato molto Tori Amos, i Depeche Mode, i Muse.

Credi che sia vero che il tempo aggiusta le cose e cura dal dolore?
Credo che il tempo aiuti a essere più lucidi per poi affrontare le situazioni che la vita ci pone davanti. Ci sono vari tipi di dolore: il dolore per la fine di una storia d’amore è destinato a finire e a svanire con il tempo, il dolore per la perdita di una persona cara credo possa attenuarsi, ma mai finire.

In genere come ti poni di fronte alle situazioni dolorose: le affronti, pur sapendo a cosa porteranno, oppure cerchi il più possibile di evitarti di soffrire?
Il mio carattere e la mia indole istintiva mi portano sempre a prendere di petto tutte le situazioni, positive e negative, e quindi a vivere le emozioni fino in fondo nel bene e nel male.

Per quella che è stata la tua esperienza, cosa hai imparato dalle esperienze dolorose? Il dolore è in qualche modo terapeutico?
Le esperienze dolorose insegnano sempre qualcosa. Non credo che il dolore sia terapeutico, ma dal dolore si può imparare.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: cosa significa per te il termine “ribellione”?
Il mio soprannome da sempre è Ribella, quindi direi che di ribellione ne ho masticata. Una ribellione adolescenziale sana e costruttiva che mi ha sempre portato a raggiungere i miei obiettivi.