Il nomadismo psichedelico dei Mangaboo

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Il loro nome è anche il titolo del loro primo album, e lo hanno preso dall’immaginario del Mago di Oz: Mangaboo.

Nel libro Mangaboo era una città al centro della terra, su cui il sole brillava immobile accanto ad altre cinque stelle, tutte di colori diversi; qui invece Mangaboo è il nome del caleidoscopio progetto di Giulietta Passera e Francesco Pistoi, entrambi provenienti da precedenti esperienze musicali: lei è la voce di The Sweet Life Society, lui ha preso parte al collettivo Motel Connection. Insieme hanno dato vita a un disco che è in realtà un universo sonoro, in cui dall’acid si passa alla house, poi all’elettronica e poi al jazz, e in mezzo spuntano campionamenti di tacchi a spillo, addirittura rivisitazioni del Requiem di Mozart (in Giant Steps), profusioni di synth e ampi corredi di percussioni.
Non ci sono confini, non ci sono regole, se non quella di dar forma a uno spazio proprio, visionario, caleidoscopico e nomade, senza padroni.
“Il nostro primo disco mostra innanzitutto la comune intesa nel considerare la musica una ricerca del piacere, come in un affollato club il suono deve essere tanto marginale quanto degno di interesse. Questa dimensione ci ha reso liberi di esprimerci, con tutte le ingenuità con cui si affronta un nuovo spostamento. L’album è infatti un nomadismo continuo in una grande libreria di dischi, dove ad ogni scaffale ci siamo fermati ad ascoltare i suoni che più ci impressionavano. Costruendoci così una nuova entità, ci siamo fatti inondare dagli altri come a un chiaro di Luna sui campi.”
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Un occhio di riguardo è stato lasciato all’aspetto visivo, nei video così com’è finita dalla copertina, con quel grande albero a dare il benvenuto a chiunque si trovi a passare davanti al disco (metaforicamente e non): “Sin dal primo video ci siamo occupati dell’aspetto paesaggistico facendo collaborare Alessandro Gioiello e Alberto Cittone alla costruzione di nuovi paesaggi immaginari, attraverso cui far rinascere nuovi miti. È ciò che naturalmente facciamo da bambini quando disegniamo una casa con l’albero e accanto mettiamo una stilizzata figura. Da grandi si richiede solo di essere più responsabili.”

Snailspace, l’elogio della lentezza di Simone Graziano

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La lentezza come forma di ribellione.

E’ questa l’idea che anima Snailspace, il nuovo album del pianista Simone Graziano, in uscita il 22 settembre.
La sua quarta fatica discografica deve il titolo a un racconto di Luis Sepúlveda, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, in cui una lumaca di nome Ribelle, dopo essere stata cacciata dal suo gruppo, viaggia alla ricerca del significato della lentezza. In questo modo scopre che grazie al suo muoversi a un tempo diverso da tutti gli altri animali, riesce a vedere un mondo nascosto, più ricco e denso, solitario e silenzioso.
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“La lentezza – afferma Simone Graziano – non è riferita alla velocità dei brani, bensì al tempo necessario per crearli. La lumaca aderisce alla terra e, grazie alla lentezza dei suoi movimenti, ne scopre ogni dettaglio. Allo stesso modo, la lentezza creativa fa sì che la musica aderisca a noi stessi, svelandoci una parte che prima non conoscevamo”.
Le tracce di Snailspace godono di una struttura compositiva in continua evoluzione, e molteplici sono i rimandi alla letteratura: da Sepúlveda, all’universo immaginifico di Jorge Louis Borges, passando per Oliver Sacks.
Un racconto musicale racchiuso in uno spazio limitato o nell’attività onirica di una notte. Si parte dall’incipit evocativo di Tblisi, scritto nel conservatorio della capitale georgiana in una gelida notte di dicembre, su un pianoforte che aveva due note rotte (fa diesis e si) ripetute in modo insistente, per passare alla melodia elegiaca di Accident A e all’andamento ipnotico e a tratti isterico della successiva Accident R. Aleph 3, vero e proprio innesto di musica elettronica e jazz, sfocia in una lentissima ballad il cui elemento arcano e misterioso viene ripreso nella traccia successiva Vignastein, dedicata all’eccentrica e poliedrica figura del critico musicale Giuseppe Vigna. Il congedo si ha con Slowbye, concepito in un’afosa sera d’agosto, come un brano essenziale ed elettronico in cui Ribelle non trova sicuramente una sosta ma una nuova consapevolezza.

 

Norma Miller: 97 anni di swing, entusiasmo e smalto rosso

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Dire che la musica – e l’arte in generale – non ha età e non ha razza è troppo semplice, quasi un luogo comune. Un concetto che si dà talmente per scontato che si rischia di dimenticarne il vero significato. 
Poi però succede che un giorno ti trovi davanti una come Norma Miller, e allora capisci cosa vuol dire.

Per i non cultori dello swing e del lindy hop, forse il suo nome non dice molto, ma la signora in questione non solo oggi ne è considerata la regina, ma è una delle pochissime testimoni ancora viventi dell’epoca in cui quello stile trionfò nei club di New York per poi esplodere in tutto il mondo. Stiamo parlando degli anni ’30, un’epoca lontana ormai anni luce sul piano sociale e culturale, e ad Harlem era in fortissimo fermento il Savoy Club, il primo ad aver abbattuto le barriere razziali e a permettere anche le esibizioni di ballerini neri.
Da qui, proprio dalla sala da ballo del Savoy, è partita la storia straordinaria della giovane Norma Miller. Rimasta abbagliata dallo swing e dalle movenze acrobatiche del lindy hop, questa ragazza americana una domenica di Pasqua, mentre era in pista a provare le mosse che aveva visto fare dai ballerini del locale, è stata notata da Twistmouth George, uno dei precursori del lindy hop, che l’ha portata in sala prove e le ha aperto le porte della danza.

Una carriera che da quel momento non si sarebbe più fermata: Norma ha vissuto tutto il fulgore di quegli anni meravigliosi e difficili, ha visto lo swing trionfare in tutto il mondo, ma lo ha visto anche passare di moda a favore del mambo e del bee bop, ha diviso la scena con Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Chick Webb, Bill Cosby, e ha girato il mondo.
Quando si è accorta che il suo corpo non le consentiva più di eseguire le acrobazie del lindy hop ha lasciato la pista e si è messa dietro al microfono per cantare, dedicandosi allo swing e al jazz.
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Oggi Norma Miller ha novantasette anni, gira ancora il mondo, calca il palcoscenico e con piglio d’acciaio e lucidissimo rilascia interviste in cui infila volentieri frasi cantate e “swingate”, muovendo a tempo le sue lunghissime dita smaltate di bianco e rosso.
I ricordi della sua vita sono stati ora raccolti in Swing, Baby Swing, una biografia scritta con l’amico e musicista Maurizio Meterangelo, pubblicata nel giorno del 103esimo compleanno di Frankie Manning, il padre del lindy hop, scomparso otto anni fa.

Pare che il suo medico le abbia detto “Norma, non so cosa prendi per essere così in forma, ma qualunque cosa sia continua a prenderla”. 
L’età, così come la bellezza, non è certo un merito, ma uno spirito così deve nascondere un segreto. Forse, sta nell’ism, quello specie di flusso magico che si espande da una persona all’altra durante il ballo, oltre ogni età e ogni razza.

Erano gli anni ’30, erano gli anni di Harlem e del Savoy, erano gli anni dello swing. Erano gli anni di Norma Miller.
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Le Sorelle Marinetti presentano la loro…. Famiglia canterina

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Le Sorelle Marinetti sono tornate, e questa volta non sono sole.Turbina, Scintilla ed Elica presentano infatti la loro Famiglia canterina, che oltre a essere il titolo del loro ultimo album, è un allegra combriccola di cantanti e musicisti con cui vogliono presentare al pubblico il loro allegro repertorio.

Dall’inizio della loro carriera, ormai un decennio fa, le tre “sorelle” hanno rispolverato il mondo dell’Italia degli anni ’30 e ’40, un periodo complesso è affascinante, fatto anche di grandi contraddizioni.
Erano gli anni tra le due grandi guerre, gli anni del Fascismo, dell’autarchia, del ritorno agli antichi valori della patria, l’epoca dei telefoni bianchi e dell’EIAR, di Carnera, l’età delle Avanguardie artistiche e dei manifesti del Progresso. 
Non a caso hanno scelto Marinetti, il più grande esponente del Futurismo, per il loro nome, e non a caso hanno scelto tre termini chiave per i loro nomignoli – Turbina, Scintilla, Elica -, simboli di sviluppo e modernità. 
Cover_La Famiglia CanterinaMa più di tutto, quello che le Sorelle Marinetti vogliono far riscoprire è l’incredibile patrimonio musicale di quegli anni, fatto di canzonette leggere, di canti armonizzati e di swing. Un repertorio che in buona parte si è conservato nella memoria dei nostri nonni e dei nostri padri, ma che è andato anche perduto.
Con il loro nuovo album, accompagnate dalla loro speciale famiglia, le sorelle a Marinetti presentano 18 brani composti tra il 1935 e il 1943, all’epoca portate al successo da artisti oggi più o meno celebri come l’immancabile Trio Lescano, Silvana Fioresi, Maria Jottini, Lina Termini, Dea Garbaccio.
Tra questi, T’aspetterò al caffè, Scintille, Ma l’amore no.
Nel cast della Famiglia canterina, i solisti Francesca Nerozzi, e Jacopo Bruno e il trio jazz dell’Orchestra Maniscalchi.
Sotto le parrucche e le vesti delle sorelle, ci sono Nicola Olivieri, Marco Lugli e Matteo Minerva.


Foto di Luca Marenda.

BITS-RECE: Parov Stelar, The Burning Spider. Elettronica, swing e luccichio

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Il suo nome è sulla scena già da un bel po’, ma qui in Italia il grande pubblico ne ha sentito parlare solo qualche mese fa, quando la sua All Night, targata 2012, è stata scelta dalla TIM per lo spot – vagamente ossessivo – con il ballerino che sgambetta.
E proprio adesso Parov Stelar arriva con un nuovo album, The Burning Spider. Un disco che è una grande gioia per lo spirito e le orecchie, grazie al suo indovinatissimo incontro di echi del passato e influenze presenti, in quello che viene definito electro swing.
Davanti alla sua consolle, il producer austriaco ha preso sintetizzatori e ritmi house e ci ha iniettato dentro lo spirito festoso dello swing e del jazz, con tutta la loro voglia di ballare e improvvisare, tra giri sprintosi di pianoforte e fiammate di fiati e con l’aiuto dei contributi storici di Lightnin Hopkins, Muddy Waters, Anduze, Stuff Smith e Mildred Bailey, ma anche di ospiti del nostro tempo, come Lilja Bloom.
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Un disco freschissimo, pieno di vitamine sonore, che soffia sulla polvere del passato per portarne alla luce la più spensierata leggerezza.
Pronti a muovere le spalle?

BITS-CHAT: Riempire i vuoti. Quattro chiacchiere con… Chiara Civello

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Di solito, circa a metà della primavera, arrivano delle giornate indefinite, in cui il cielo alterna continuamente i suoi colori. Nuvole di piombo lasciano posto al sole, che a sua volta si nasconde dietro a gocce di pioggia. Sono giornate imprevedibili, eppure non riescono a metterci di cattivo umore, anzi, scorrono leggere e l’odore della pioggia le fa diventare ancora più interessanti.
Eclipse, ultimo lavoro di Chiara Civello, è una di queste giornate: prodotto da un gigante come Marc Collin, ossia l’anima di Nouvelle Vague, è indefinito e leggerissimo, sul confine tra ombra e colori, tra jazz e cantautorato, pop, bossanova, tra organi elettronici e canti di uccellini.
Un album che alterna pezzi inediti – tra le firme, Francesco Bianconi, Cristina Donà, Diego Mancino, Dimartino, Diana Tejera – a cover celebri e rarità pescate tra le colonne sonore, come Eclisse Twist di Michelangelo Antonioni, Amore amore amore scritta da Alberto Sordi e Quello che conta firmata da Ennio Morricone e Luciano Salce. Un affettuoso tributo pagato al nostro cinema per dare al disco una forte impronta visuale.
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A proposito di componente visuale, partiamo dalla copertina.
È opera di Matteo Basilè, un artista che oggi espone anche al PAC. Ama la sintesi di universi differenti, perché lavora con la fotografia e la grafica, e in questo è molto vicino allo spirito del disco, in cui si incontrano dimensioni diverse. È quello che accade nell’eclissi, un incontro di chiaro e scuro. L’aspetto visuale lo si ritrova poi nei riferimento al cinema, soprattutto quello italiano, che mi ha ispirato molto. Nelle colonne sonore ho visto il culmine di quella sintesi tra musica e immagini: la bossanova, il jazz, la musica classica accolti e poi stravolti al servizio dello sguardo.
Incontri con universi differenti sono anche quelli con gli autori dei brani?
Francesco Bianconi ama molto le colonne sonore, Diego Mancino è invece più legato alla canzone tradizionale, Dimartino incarna la poesia naïf del cantautorato. Attraverso i tanti autori dei nuovi brani ho voluto celebrare la solarità e l’oscurità, accogliendo tutto e rimestandolo a seconda delle esigenze.
Certo, alcune firme presenti sono lontanissime dal jazz, a cominciare proprio da Bianconi.
Gli incontri possono anche non funzionare e trasformarsi in scontri e le aspettative possono andare deluse. Per questo disco ho avuto la fortuna di fare degli incontri particolarmente fertili. Con Bianconi il tramite sono state le colonne sonore, l’amore che entrambi abbiamo per Morricone. A lui avevo manifestato il desiderio di fare qualcosa di molto rarefatto, pieno di pause, di silenzi, e credo che si sia fatto ispirare proprio dal cinema.
chiara-civello-b-photo-artist-proofSempre legati al cinema sono inoltre alcuni brani tratti da colonne sonore italiane che voluto riprendere e reinterpretare. Perché hai scelto proprio quelli?
Avevo un ventaglio di possibilità, poi piano piano il disco ha iniziato a prendere forma e sono apparsi gli organi anni ’70, gli strumenti elettronici, e tra tutte le canzoni che potevo interpretare ho scelto quelle più legate al cinema, quasi per chiudere il cerchio e dare la forma definitiva al progetto. Volendo, si può considerare Eclipse una sorta di Canzoni volume 2: lì c’erano canzoni del passato, qui c’è materiale originale e alcune chicche un po’ sconosciute. E poi Parole parole, un ponte perfetto tra Italia e Francia.
È corretto dire che questo album è un invito ad amare i nostri vuoti?
Assolutamente. I vuoti sono le intermittenze del cuore e sono del tutto naturali, ma è difficile accettarli. Nel libretto ho voluto inserire una poesia di Emily Dickinson in cui si dice che un vuoto può essere colmato solo da ciò che lo ha creato. Solo toccando i perimetri dei vuoti si possono superare le mancanze.
Alla produzione dell’album c’è un gigante come Marc Collin. Come è arrivato a lavorare all’album?
Ho conosciuto Marc a Parigi nel 2015, quando aprivo il concerto di Gilberto Gil e Caetano Veloso, ma in realtà lo avevo quasi già scelto. Avevo alcune canzoni e gliele ho fatte ascoltare: lui mi ha detto quale direzione avrebbe preso con quel materiale, e io l’ho seguito.
Due luoghi molto presenti all’interno del disco sono Parigi e il Brasile. Cosa rappresentano per te?
Parigi è stata la novità, lo charme, una cultura a cui non mi ero quasi mai avvicinata se non per qualche brano che ho cantato o per Michelle Legrand, Leo Ferrè o per il vino. Ogni disco deve essere per me una prima volta, e Parigi è stato proprio questo. Il Brasile è invece giovialità, fortissima passionalità musicale, una fertilità immensa.
Come pensi sia percepito il jazz in Italia?
In maniera forse un po’ provinciale. Mi sta stretta l’idea del jazz italiano, non la capisco. Il jazz è jazz, non ha senso parlare di jazz armeno, egiziano o francese. Duke Ellington diceva che esistono solo due tipi di musica: quella bella e quella brutta. Paesi come gli Stati Uniti, la Francia o la Germania sono molto più avvezzi di noi al jazz. In Italia si devono mettere etichette, il jazz soffre di questa situazione e resta confinato nella nicchia.
Tu quando hai capito che nella vita volevi fare jazz?
Io sapevo solo che ero intonata e volevo cantare. Vicino a casa mia c’era una scuola di jazz, mi sono iscritta e mi sono appassionata al repertorio. Poi sono andata oltre, avvicinandomi all’ambito autoriale.
Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Ribellione è contrastare un’aspettativa, liberarsi dal prevedibile. Un atto che non deve essere per forza violento o traumatico, può anche essere silenzioso.

Sanremo incontra il jazz nel nuovo lavoro di Bruno Santori

Jazz&Remo Il Festival è il titolo del nuovo progetto discografico del Maestro e direttore d’orchestra Bruno Santori, ed è nato dalla volontà di accorciare le distanze tra due generi musicali – jazz e pop. L’album vuole essere un omaggio alla grande tradizione musicale sanremese, rielaborando in chiave jazz i più grandi successi della kermesse.
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Il disco vede la partecipazione di Fabio Crespiatico (basso elettrico), docente di basso elettrico ad indirizzo pop presso il conservatorio di Parma, Stefano Bertoli (batteria), che ha suonato tra gli altri con Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia ed è docente di batteria jazz presso il conservatorio di Brescia, e Giulia Pugliese (voce) giovane scoperta che nel 2015 ha partecipato a The Voice of Italy.
«I primi quattro mesi di lavoro li ho passati modificando le strutture armoniche e ritmiche dei brani cercando di non perdere l’originalità della canzone stessa, rispettandone la linea melodica e la riconoscibilità. Questo ha permesso che amanti di generi diversi potessero apprezzare la commistione che è il fondamento di questo progetto e del mio modo di essere musicista».

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Questa la tracklist:
E non finisce mica il cielo
Quello che le donne non dicono
E poi
Cambiare
Ancora
Adesso tu
Luce
Vacanze Romane
Il cuore è uno zingaro
Volare
Le mille bolle blu

Santori presenterà l’album dal vivo nel corso del Kaz Jazz Fest 2017 che si terrà tra il 7 e il 17 settembre a Bodrum (Turchia) e il 14 ottobre durante il Candle Festival di Birgu a Malta.

BITS-RECE: Francesca De Mori, Altre strade. Leggero come l'acqua

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Si presto a dire jazz. Si fa presto a dire contaminazione.
Ci sono casi in cui i confini dell’uno e dell’altra sono così labili, così fluidi che la musica scorre da sola, qualche volta restando in territorio puramente jazz, altre volte espandendosi all’esterno, per diventare quasi pop. Vecchio, e inutile discorso, quello delle etichette di genere, in cui però tendiamo a cadere ogni volta: la cosa migliore sarebbe sempre quella di lasciar fluire tutto, suoni e sensazioni, godendosi il momento.
Prendiamo per esempio Altre strade, nuovo lavoro di Francesca De Mori.
Otto tracce, di cui cinque inedite e tre reinterpretazioni: un disco in cui tutto suona estremamente leggero, diafano, e tutto brilla estremamente vivo. È evidente che alla sorgente ci sia il jazz, ma altrettanto evidenti sono gli innumerevoli sconfinamenti nella canzone d’autore e nel pop. Fosse anche solo per gli spunti.

Se posso osare, jazz nella forma, pop – nella sua più alta accezione –  nello spirito.
La scelta delle cover annovera infatti L’isola di Ornella Vanoni, A che servono gli dei di Rossana Casale e  E ti vengo a cercare di Battiato, quest’ultima particolarmente impreziosita all’inizio da un inserto di archi. Brani che non nascondono un gusto sofisticato, e che fanno incontrare sentieri raramente in contatto tra loro.
Tra gli inediti, a firma di Daniele Petrosillo, esercitano particolare fascino il pezzo d’apertura che dà titolo album, sospeso sulla serena ricerca del sogno, e il commovente Come l’acqua, dedicato alle “anime fragili”.

Tutto è stato pensato e realizzato in italiano con un moto di orgoglio, perché se è pur vero che il jazz parte molto lontano da qui, spesso nei musicisti di casa nostra c’è un po’ troppa sudditanza verso l’estero.
Un disco da lasciar scorrere senza troppi pensieri, in tutte le sue strade.

Due nuovi album tra jazz e live per Diamanda Galàs

Dopo nove anni dall’ultimo album live Guilty Guilty Guilty e dopo una serie di concerti pressoché ininterrotta, Diamanda Galàs si prepara a fare un ritorno che definire grande è decisamente riduttivo.
La più estrema performer che la musica possa annoverare pubblicherà infatti ben due nuovi album il prossimo 24 marzo.
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Il primo, All The Way, raccoglierà alcuni grandi classici del jazz, del blues e del folk radicalmente reinterpretati dalla cantante: un’operazione che Diamanda aveva già compiuto in passato (su tutte, ricordiamo I Put A Spell On You) e che in questo nuovo lavoro la vedrà alle prese con composizioni di Thelonius Monk (si parla di una versione solo piano e voce della celebre ‘Round Midnight) e Johnny Paycheck, fra gli altri, oltre a brani resi celebri da artisti come Frank Sinatra.
Quello di All The Way è un progetto a cui Diamanda sta lavorando da diversi anni (pare più di 10), portato avanti tra gli innumerevoli impegni live e alcuni difficili periodi famigliari.
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Il secondo disco si intitola invece At Saint Thomas the Apostle Harlem ed è stato registrato all’interno della chiesa dedicata al santo durante i tre concerti tenuti dalla Galàs a New York lo scorso maggio nel corso Red Bull Music Academy Festival: raccoglierà nove cosiddette “canzoni di morte” in greco, italiano, tedesco e francese, tra cui brani di Cesare Pavese, Ferdinand Freiligrath e canzoni di Jacques Brel e Albert Ayler.
In primavera Diamanda Galàs dovrebbe portare in concerto i nuovi brani in Nord America ed Europa.

Love Life Peace: i colori del jazz secondo Gualazzi

La versione fisica dell’album si può scomporre e montare per formare un piccolo pianoforte in 3D. Una chicca, soprattutto in un’epoca in cui il CD vede sottrarsi terreno dall’mp3 e dal vinile. Ma Raphael Gualazzi, uno che trai vizi non ha esattamente quello di seguire la moda “tanto per”, è andato un po’ controcorrente e per Love Life Peace l’ha fatto.Forte del successone – forse inaspettato – del singolo estivo L’estate di John Wayne, il jazz man torna con un nuovo lavoro di inediti, all’interno del quale trovano spazio tantissimi stimoli musicali: si va ovviamente dal jazz, che la fa da padrone, passando per le atmosfere della bossanova in Buena Fortuna cantata insieme a Malika Ayane, le orchestrazioni di ispirazione morriconiana in Quel che sai di me e la psichedelia fusa al lounge della titletrack Love Life Peace & You, e ai suoni vintage analogici di Right To The Dawn.

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Tra le tracce più interessanti, Mondello Beach, un curioso esperimento che si rifà chiaramente al celebre jazz italo-americano introdotto di Nick La Rocca (la canzone è rigorosamente in dialetto siciliano-americano), e L’estate di John Wayne e Disco Ball, due “divertissment” come li definisce lui, che si rifanno a sonorità danzerecce e, nel caso dell’ultimo pezzo, alla disco degli anni ’80.

A proposito del singolo che quest’estate ha infiammato le radio, Gualazzi ci riconosce dentro una certa malinconia per un mondo passato, tra Fellini, Warhol e i figli delle stelle, ma anche la consapevolezza che sono proprio certi elementi cristallizzati nel tempo a rendere unico il panorama dell’Italia, proprio come i paesini rurali di certi film di Fellini.
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E riguardo al titolo, che scomoda termini tanto impegnativi, quelle tre parole sono state scelte perché sono tutto ciò di cui abbiamo più bisogno oggi, Amore, Vita e Pace.