Lady Gaga lancia il suo “Abracadabra”, ma l’incantesimo funziona?

Lady Gaga lancia il suo “Abracadabra”, ma l’incantesimo funziona?

In oltre 15 anni di carriera Lady Gaga ha dimostrato di essere un’artista decisamente poliedrica.

Ha fatto irruzione nel music biz con pezzi iper-radiofonici diventati classici del dancefloor; è entrata nel mondo del jazz mano nella mano con Tony Bennett; non ha mancato di fare l’occhiolino al rock duettando con Rolling Stones e Metallica; ha fatto valere il suo talento di compositrice più sofisticata tirando fuori ballatone di successo mondiale come Shallow e Die with a Smile; ha sporcato l’immaginario pop con un’estetica dirompente, eccessiva, talvolta volutamente di cattivo gusto (ce lo ricordiamo il meat dress del 2010?). Non da ultimo, si è fatta valere davanti alla macchina da presa con convincenti prove da attrice.

Insomma, quando si parla di Lady Gaga si sta parlando di una fuoriclasse. E dai fuoriclasse ci si aspetta che il livello dell’asticella venga portato ogni volta un po’ più su.

La copertina di MAYHEM

Nei giorni scorsi, Gaga ha finalmente annunciato titolo e data d’uscita del suo nuovo album, il settimo: il progetto si intitola MAYHEM (“caos”) e arriverà il 7 marzo. Stefani Germanotta lo ha presentato con queste parole: “L’album è nato dal mio timore di tornare alla musica pop che i miei primi fan amavano”.

E in effetti, ok l’amore per il jazz, ok i lenti al pianoforte, ok darsi al cinema, ma una buona fetta di little monsters della prima ora non aspettava altro che ritrovare la Gaga “brutta, sporca e cattiva” delle ere passate, The Fame Monster e Born this Way su tutte.

Tenendo da parte Die with a Smile, incluso nella tracklist del nuovo album solo in un secondo momento, probabilmente per il riscontro positivo oltre ogni aspettativa da parte del pubblico, ad anticipare MAYHEM sono stati i singoli Disease, pubblicato a ottobre, e Abracadabra, uscito in concomitanza con la cerimonia di consegna dei Grammy.
Due brani pop decisamente dark e dal mood malato, come lo furono all’epoca Bad Romance e Alejandro, e che sembrano trovare il giusto spazio nella cornice del nuovo album, il cui processo creativo è stato descritto come “riassemblare uno specchio in frantumi: anche se non riesci a rimettere insieme i pezzi alla perfezione, puoi creare qualcosa di bello e integro a modo suo”.

Un ritorno alle origini quindi, come i fan speravano, con un’inversione a U rispetto al country-pop di Joanne, alla dance di Chromatica e al soft rock di A Star is Born, per ritrovare i synth e l’elettronica ruvida dei primordi.

Già, ma siamo sicuri che sia la mossa giusta e che sia proprio questo che i fan chiedevano?

Perché confesso che più lo ascolto, più il nuovo singolo mi lascia perplesso e non mi fa ben sperare per quello che ci aspetta.

Per quanto radiofonico e potenzialmente virale, Abracadabra suona come un rimpasto di diverse cose già proposte in passato: ricorda un po’ Bad Romance (là c’era l’iconico Ra, ra, ah-ah-ah / Roma, roma-ma / Gaga, ooh, la, la qui c’è il meno efficace Abracadabra, amor-oo-na-na / Abracadabra, morta-ooh-ga-ga / Abracadabra, abra-oo-na-na, che ha sì un senso all’interno del brano, ma è davvero troppo complicato da decifrare), un po’ Government Hooker, magnifico tesoro nascosto della discografia gaghiana in omaggio agli anni ’80, un po’ tanto Venus, singolo presente in ARTPOP, forse l’album più incompreso e sottovalutato di Gaga.

Se in passato quei suoni e quell’abitudine nel costruire i ritornelli con le sillabe quasi balbettate (“po po po poker face”, “papa paparazzi”, “Ale Alejandro Ale Alejandro”, “Judas Juda-as, Judas Juda-as”) apparivano freschi ed erano come un marchio di fabbrica, oggi risultano stanchi e vuoti. Un lavoro di maniera, più che di autentica ispirazione.

L’impressione è che stavolta Mother Monster abbia messo da parte la sua solita versatilità e la sua vena creativa per adagiarsi troppo comodamente sulla confort zone.

Anziché essere un oscuro sortilegio pop, Abracadabra risulta la versione pigra dei successi degli anni addietro e Lady Gaga sta forse ripetendo lo stesso errore che fece nel 2011 con Judas, un pezzo che non a torto venne presto ribattezzato da alcuni maligni come “Bad Romance 2.0”.
La storia della musica è abbastanza lunga per dimostrare che in genere questi escamotage non si rivelano vincenti, a parte fortunate eccezioni.
Chiedetelo per esempio a Katy Perry, reduce dal fallimento – perché di questo si tratta – dell’album 143, ricordo sbiadito e insipido della sua golden age.

E anche per quanto riguarda il video, il pensiero corre a cose già viste più di 10 anni fa.

Arrivata al settimo album, Lady Gaga rischia di dare al pubblico un contentino per placare la fame dei fan, e non un disco che dimostri quanto è cresciuta.
Giusto per fare un paragone, il settimo album di Madonna, la matriarca del pop, a cui Gaga resterà per sempre legata da un invisibile filo spinato, fu Ray of Light, un capolavoro di ricerca e sperimentalismo. Tutto ciò che Disease e Abracadabra non sono.

Non mi è del tutto chiaro poi se Germanotta abbia parlato di “timore di tornare alla musica pop” perché la sua intenzione era di prendere un’altra strada, ma ha cambiato i piani per assecondare i fan, o perché temeva che tornando al pop avrebbe proprio rischiato di ripetersi. O forse sono tutte e due le cose insieme.

Da fan, voglio tanto bene a Lady Gaga, ma per la prima volta ho paura che il suo imminente ritorno segnerà un passo indietro.

Spero in una magia, abracadabra

“143”, perché l’ultimo album di Katy Perry non funziona?

“143”, perché l’ultimo album di Katy Perry non funziona?

Nel momento in cui scrivo, 143, ultima fatica discografica di Katy Perry, non ha ancora fatto la sua comparsa nelle classifiche, ma le previsioni del debutto sono tutt’altro che rosee.

Diciamocelo però, un po’ lo sapevamo: o Katy tirava fuori l’album del millennio, capace di risollevarle la carriera, oppure il destino del disco era già segnato ancora prima della sua pubblicazione. Colpa, purtroppo, dei due precedenti album, Witness (2017) e Smile (2020), non esattamente campioni di vendite, che hanno appannato l’aura di invincibilità di cui la Perry si era circondata nei primi anni ’10, ai tempi di Teenage Dream (2010) e Prism (2013). Due album fortissimi, che le hanno fatto guadagnare record su record. Basti ricordare che grazie ai singoli estratti da Teenage Dream, Katy Perry è stata l’unica artista – al pari di Michael Jackson – ad aver piazzato 5 canzoni dello stesso album al vertice della classifica americana. E poi sono arrivati, Roar e Dark Horses, estratti da Prism, entrambi certificati diamante negli USA.

Insomma, fino a una decina di anni fa Katy Perry sembrava l’incarnazione terrena del pop, l’artista capace di mettere d’accordo tutti. Se Madonna iniziava a perdere appeal sul pubblico più giovane, Britney e Christina erano in una fase calante della carriera, Lady Gaga destabilizzava con i look eccessivi e le scelte musicali non sempre digeribilissime (vedi alla voce Artpop), Katy era tutto ciò che al pop si poteva chiedere: canzoni super catchy e immagine rassicurante.

Poi, dicevo, è arrivato Witness, e quel magico mondo fatto di colori pastello e suoni zuccherati ha perso il suo mordente. Peggio ancora è andata a Smile, tre anni più tardi. Si potrebbe star qui ad analizzare il perché di quella débâcle, ma sarebbe un esercizio inutile. Accontentiamoci di sapere che è andata così.

Lo scorso luglio, a distanza di 4 anni, Katy torna è tornata, e ovviamente la notizia del suo comeback ha fatto tremare i muri e nutrito le aspettative. Aspettative che si sono però afflosciate come un sufflè malriuscito non appena è stato pubblicato il singolo della nuova era discografica, Woman’s World. Una canzone mediocre e facilona, che oggi troverebbe forse la sua giusta collocazione nel disco di qualche emergente. Invece è stato il brano di punta per il lancio del nuovo progetto. Catastrofe…
Troppo scontato, troppo semplice, troppo sfacciatamente ruffiano; e non è bastato neanche il messaggio femminista, davvero troppo annacquato per il mercato discografico del 2024.

La scelta di pubblicare in fretta e furia un secondo singolo (Lifetimes) e poi un terzo (I’m His, He is Mine) in poco più di un mese è stata la famosa pezza che ha fatto più danni del buco.
Troppo evidente la necessità di correre ai ripari, ma niente da fare, i due brani sono passati praticamente inosservati.

Restava da sperare che il resto fosse migliore.

Ora che l’album è uscito, possiamo tirare le somme, e capire perché poteva essere – e probabilmente sarà – un altro flop.

Molto semplicemente, 143 è un disco anonimo e superficiale. Un album che sembra essere rimasto fermo al 2013: forse per non correre rischi, Katy Perry ha scelto di riproporre le stessa ricetta che l’ha portata alla gloria. Peccato che siano passati più di 10 anni da allora, e che le cose siano cambiate un po’.
Prima di tutto, ci si augura che il pubblico che seguiva Katy anni fa sia cresciuto insieme a lei, e oggi si aspetti qualcosa di più maturo. E poi in questi anni il mondo del pop è stato rivoluzionato: solo per restare nell’universo femminile, sono arrivate creature come Billie Eilish e Taylor Swift (che nel 2013 esisteva già, ma era pressochè “confinata” al country) che ci hanno mostrato che si può essere pop e mainstream senza puntare tutto sulla semplicità. Non che loro siano state innovative in questo, ma sicuramente hanno abituato il pubblico di oggi a un ascolto diverso.

Presentato come un disco celebrativo dell’amore fin dal titolo – 143 sarebbe una forma in codice di “I love you”, sai che roba… – il settimo lavoro di Katy Perry si rivela essere una raccolta di pezzi buoni per ballare una sera, può essere la colonna sonora di un pigiama party, ma non è, oggi, quello che ci si aspetta da un nome del suo calibro.

I suoni pescano a pienissime mani dalla dance degli anni ’90 (I’m His, He’s Mine contiene anche un sample di Gypsy Woman, successo house del 1991), e questo poteva essere un buonissimo fil rouge. Ma oltre c’è ben poco di scoprire.

La sensazione è Katy Perry si sia fatta contagiare dalla sindrome di Peter Pan, e sia rimasta incagliata in una sorta di eterna giovinezza, convinta che dare ai fan un nuovo carico di canzoni-confetto sarebbe bastato ad accendere il loro entusiasmo come in passato. Ma così non è stato.

Quello che è mancato è stato prima di tutto la voglia di cambiare, evolversi, far vedere di essere altro rispetto a quello che tutti già conoscevano; e poi è mancato il coraggio di alzare la famosa asticella.

Intendiamoci, non tutto quello che è in 143 è da cestinare: Crush per esempio è un buon pezzo, ed è uno dei pochi che si fanno ricordare (anche qui c’è stata una ripresa dal passato, da My Heart Goes Boom). Così come non sono male Nirvana e Wonder. Ma tre pezzi passabili non sono abbastanza a fare un buon disco.

Infine, una considerazione a margine: tra le critiche mosse all’album vi sono state anche quelle di chi ha biasimato la scelta della Perry di lavorare con Dr. Luke, figura assai controversa nel musicbiz per via della vicenda processuale che lo ha visto coinvolto dopo le accuse mosse da Kesha.
Senza entrare nel merito della questione, sono abbastanza sicuro che il tallone d’Achille del disco abbia ben poco a che spartire con la condotta morale di Dr.Luke.

143 è un disco mediocre, punto e basta.

Katy Perry: fuori in digitale “Womans’ World EP”, ma il singolo non funziona

Katy Perry: fuori in digitale “Womans’ World EP”, ma il singolo non funziona

Doveva essere uno dei grandi ritorni discografici dell’anno, ma – almeno per il momento – l’accoglienza riservata a Katy Perry e al suo nuovo singolo Womans’ World è stata piuttosto tiepida, sia da parte della critica che dei fan.

A 6 giorni dall’uscita infatti il video conta su Youtube meno di 10 milioni di views, mentre gli stream su Spotify ammontano a poco più di 8 milioni. Numeri davvero irrisori se rapportati a quelli di altri colleghi e se si tiene conto della rilevanza del nome di Katy Perry sulla scena mondiale.

Tutto questo si accompagna a recensioni ben poco lusinghiere da parte della stampa.

L’impressione è che la cantante sia rimasta troppo fedele alle sonorità delle sue fortunate produzioni del passato, proponendo una formula di “bubblegum pop” troppo scontata, senza riuscire a confezionare un altro banger dotato della stessa forza di Firework, Roar o Dark Horse, giusto per citare tre punte di diamante della discografia perryana.

Se Womans’ World poteva forse andare bene per riempire la tracklist di un album di un’artista di seconda fila qualche anno fa, oggi non può essere il singolo di punta per il nuovo progetto di Katy Perry.

Gli anni ’10 sono musicalmente lontani anni luce, e neanche le deludenti performance dei precedenti album Witness e Smile sembrano essere servite a Katy per capire che era necessaria un’evoluzione sonora, anche solo per dimostrare di essere cresciuta, insieme al suo pubblico.

Nell’attesa di capire cosa riserverà il nuovo album, 143, in arrivo il prossimo 20 settembre, è uscito in digitale Womans’ World EP, con 5 nuove versioni del brano: la base musicale, la versione extended, un remix, la versione speed up e la versione solo vox.

Che meraviglia, Katy!


L’annuncio dell’arrivo del nuovo singolo l’ha dato sui social solo qualche giorno fa, giusto il tempo di far riprendere i fan dallo shock. Poi per Katy Perry si è ufficialmente aperta la nuova era musicale sulle note di Never Really Over, brano che segue di alcune settimane le collaborazioni con Zedd in 365 e Daddy Yankee nel remix di Con Calma.

Se due anni fa con l’intero progetto di Witness le cose non le erano andate benissimo e certe mosse stilistiche erano rimaste un grosso punto di domanda (vedi alla voce Bon Appétit), il nuovo singolo sembra riportare pienamente la Perry nella sua confort zone, quella di un brillante elettropop.
Ed eccola qui, più raggiante che mai dai tempi di Firework, cantare il dolore di una storia finita tra le note luminose di Never Really Over, con tanto di radioso video girato in quel di Malibu.
“Tutte le nostre relazioni – che siano i grandi amori o le storie fallite – diventano parte di noi, tanto che non si potranno mai dire finite veramente. E se accettiamo sia la luce che il buio che ne conseguono, potremmo accorgerci che è proprio l’oscurità a riportarci a risplendere”.

Look What You Made Me Do: Taylor Swift, Katy Perry e la noia

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Fino a qualche anno fa Taylor Swift era solo una cantante biondina e col faccino pulito che vendeva vagonate di milioni di dischi (in America soprattutto) facendo country, senza per giunta eccellerne.

Andava tutto liscio, nessuno rompeva le scatole a nessuno, fino a quando Kanye West – eravamo ai VMA del 2009 – non ha fatto l’imperdonabile errore di salire sul palco per interrompere il discorso di ringraziamento di Taylor: lei si era appena aggiudicata il premio per il miglior video femminile con You Belong With Me battendo tra gli altri Beyoncé candidata con Single Lady, che secondo il rapper sarebbe stata la legittima vincitrice.
Ovviamente, la figura dell’imbecille in quell’occasione l’ha fatta West e la Swift è passata agli occhi di tutti come la poverina che si è vista violare la scena dal collega sbruffone. Il momento è rimasto naturalmente negli annali di MTV come uno dei più trash e iconici di sempre.

Non sono passati molti anni ed ecco che ha insediare il regno di marzapane di Taylor ci ha pensato un’altra collega, questa volta proveniente dalle schiere del pop: Katy Perry. Nessuno scontro diretto tra le due, ma tante allusioni lanciate e distanza su Twitter, infilate nelle interviste o messe di traverso in mezzo ai versi delle canzoni. Il tutto pare essere partito da un “prestito” di tre ballerini chiesto da Taylor a Katy in vista della tournée, salvo poi accusare la collega di voler sabotare i suoi concerti quando quest’ultima ha richiamato i collaboratori tra le sue schiere. Da lì si sarebbe generata una serie infinita di malignità, cattiverie e pettegolezzi reciproci.
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Ed è stato così che l’immagine fino a quel momento immacolata di Taylor (la “regina George”, come l’avrebbe apostrofata la Perry in un tweet, riprendendo il nome di un personaggio di Mean Girls) ha iniziato a macchiarsi di ombre e la cantante si è fatta la reputazione di una viperetta mordace. Per tutta risposta – ed eravamo nel 2014 -, nell’album 1989 lei si è difesa con Bad Blood, in cui prendeva di mira un misterioso avversario. Ad accompagnare il brano, un video corale per il quale Taylor ha chiamato a raccolta uno squadrone di celebri amiche, come a sottolineare che dalla parte della ragione c’era lei, con tutte le sue compagne pronte a difenderla.
Il tutto si è trascinato fino ad oggi, con l’uscita di Look What You Made Me Do, singolo anticipatore dell’album Reputation. Non solo il titolo del disco, il testo del brano e le ultime mosse promozionali, ma anche il nuovo video, tutto pare ruotare attorno agli attacchi degli avversari (mai apertamente nominati) e quindi al bisogno di Taylor di difendersi o almeno contraccambiare. E visto che passare da vittima rischia a volte di rivelarsi un boomerang, ecco che la Swift vira all’elettropop, si sfila la chitarra (già comunque appesa al chiodo da qualche anno), e nel video si mette addosso un po’ di latex, marca i colori del makeup e si circonda di serpenti. “Dite che sono una vipera? Sì, avete ragione, e mo so’ cazzi vostri”, sembra essere il sottotesto dell’operazione.
Una strategia che – lungi dal brillare per originalità – almeno per ora sembra pagare molto bene: lo dicono i 28 milioni di visualizzazioni del video nel primo giorno e i numeri di debutto in classifica del singolo, roba che non si vedeva da anni.
E non importa se dell’artista country degli esordi non resta niente (“La vecchia Taylor è morta”, lo dice lei) e quella di oggi preferisce fare il verso sexy a Madonna, Gaga, Christina e Miley: quello che conta è prendersi la scena e tenersela stretta con le unghie e con i denti, possibilmente buttando polvere addosso agli altri.

È il solito gioco del pop, dopotutto, con la differenza che mentre le altre lo fanno con le loro forze, la Swift calca la mano sulla presunta guerra che le sta muovendo contro il mondo intero.
Non sappiamo ancora cosa ci sarà nel nuovo album, ma mi chiedo esattamente dove voglia andare a parare questo teatrino e quanto potrà durare ancora. Forse sarebbe il caso di ricordare a Taylor che l’universo non è un gigantesco occhio di bue puntato su di lei e non vorrei che a lungo la ragazza si ritrovasse a combattere una battaglia contro un avversario che nel frattempo si è girato dall’altra parte.
Le vere faide tra primedonne sono un’altra cosa, e la storia dello spettacolo, con i suoi esempi celebri, lo testimonia.

Dai Taylor, neanche Madonna e Lady Gaga hanno fatto tanta caciara, perché devi farlo tu? Lo sbadiglio è dietro l’angolo, io te lo dico.

Taylor Swift: il ritorno elettronico e velenoso della “vipera” bionda

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Non c’è dubbio: quello di Taylor Swift è il primo vero grande ritorno discografico della nuova stagione. Lo si poteva immaginare fin da quando è stato annunciato, e così è stato.

Dopo il mezzo buco nell’acqua di pubblico e critica raccolto da P!nk con What About Us, singolo attesissimo, uscito quando eravamo tutti in vacanza e passato pressoché inosservato, è la biondina della Pennsylvania a inaugurare con gran chiasso mediatico il lungo ciclo di comeback che ci attende nei prossimi mesi.
Il nuovo singolo è Look What You Made Me Do e apre una nuova era sotto tutti i punti di vista: non solo anticipa il nuovo album, Reputation, atteso per il 10 novembre, ma ci mostra anche una nuova Taylor.
Messo (definitivamente?) da parte il country – da cui comunque si era già parecchio allontanata con gli ultimi lavori -, la Swift si butta ora in un pezzo elettro-spigoloso quasi più vicino all’urban che al pop, con inserti di I’m Too Sexy dei Right Said Fred, mentre il testo del brano è una velenosa dichiarazione di guerra a un acerrimo nemico, da molti riconosciuto in Kanye West (ricordate i VMA?) o Katy Perry (ricordate Bad Blood?). O forse entrambi, vista l’abilità della Swift nell’aprire faide con i colleghi.

La vecchia Taylor è morta, e a dirlo è proprio lei nella canzone (Mi dispiace, la vecchia Taylor non può venire al telefono in questo momento. / Perché? / Oh, perché è morta!). Per rimarcarlo, con abilissima mossa di marketing, dalle sue pagine social alcuni giorni fa sono spariti tutti i vecchi post, sostituiti dall’immagine di un serpente in assetto d’attacco.
Un chiaro riferimento alla reputazione che negli anni Taylor si è costruita e che lei stessa sembra ora divertirsi ad alimentare: la première del video è stata infatti fissata per domenica 27 agosto durante la cerimonia dei VMA, che quest’anno saranno condotti da Katy Perry.
Pare che toccherà proprio alla padrona di casa dell’evento presentare in diretta mondiale il video e la curiosità di vedere la scena vale più dell’intero show.

Ah, che viperetta questa Taylor…..

Pubblicato da Taylor Swift su Mercoledì 23 agosto 2017

BITS-RECE: Calvin Harris, Funk Wav Bounces vol. 1. La corte dei non-miracoli

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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È sempre molto interessante quando un dj decide di svincolarsi dalla singola hit per dar vita a un intero album, cioè a un progetto corposo firmato con il proprio nome. È interessante perché difficilmente un dj può fare tutto da solo, ma è quasi sempre costretto a chiamare a raccolta un numero più o meno consistente di altri artisti per dare anima ai brani e, molto più banalmente, renderli più appetibili al vasto pubblico.
Solo un paio di anni fa, è stato meraviglioso vedere quanti nomi blasonati (su tutti, Kylie, Britney e Sia) hanno risposto alla chiamata del decano dell’elettronica, Giorgio Moroder, per il suo ritorno dopo anni di silenzio, e oggi è altrettanto stupefacente vedere che razza di riunione di star è stato in grado di radunare Calvin Harris per il suo Funk Wav Bounces vol. 1.
Una parata di nomi da far impallidire un festival, che però non ha dato a questo disco il piglio che ci si sarebbe aspettato. Insomma, una corte dei miracoli che di miracoli non ne fa.

Il disco spazia tantissimo tra i generi, dal pop all’hip-hop, al funk (tantissimo), e paradossalmente quello che manca più di tutto è proprio la dance, o, meglio, l’EDM. Il titolo sembra infatti alludere all’arrivo di futuri capitoli di una saga che probabilmente non avrà tra i protagonisti la house e l’elettronica. Ponderata scelta programmatica di Harris, è chiaro, ma a cosa serve schierare in campo gente come Frank Ocean, Pharrell Williams, Future, Snoop Dogg, Katy Perry e Nicki Minaj – ma l’elenco è molto più lungo – se poi il risultato è avere tra le mani una manciata di canzoni che, dance o non dance, potrebbe aver scritto e interpretato chiunque? Non c’è niente di veramente brutto in questo album, ma date le premesse qui non ci si può accontentare: qui dentro c’è un concentrato di fuoriclasse, ognuno nel proprio campo, che si sono accontentati di prestare il nome a qualcosa di mediocre, mentre da un album così, prodotto da un gigante come Harris e con ospiti come questi, sarebbero dovuti partire missili atomici.

A volte l’unione non fa la forza.

Witness. Che succede, miss Perry?

Witness. Che succede, miss Perry?

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Una vecchia saggezza popolare vuole che nulla sia per sempre, e che ogni cosa abbia in sé una data di scadenza più o meno prolungata. Una convinzione che, fin dalla notte dei secoli, ha trovato puntuali riscontri nelle realtà, in ogni luogo e in ogni circostanza.
Non poteva non essere così anche per Katy Perry, fenomenale mangiatrice di download e classifiche. Almeno fino a ieri. Già, perché l’uscita di Witness, suo quinto album, ha trovato un’accoglienza molto più tiepida del previsto e dei precedenti lavori, raggranellando cifre anche solo comiche se pensate per una come lei qualche anno fa.
Che qualcosa si fosse incrinato sull’immacolata sfera magica della ragazza californiana lo si era intuito già l’estate scorsa, quando Rise – singolo uscito in pieno luglio senza una meta precisa ed eletto come sorta di inno delle Olimpiadi di Rio per gli Stati Uniti – non è riuscito ad andare oltre l’undicesimo posto della Billboard, un luogo che invece per la Perry doveva sembrare ormai ospitale e famigliare, visto che ci ha piazzato una quantità impressionante di numeri 1.
I musicofili, quelli seri e pensosi, dicono che la musica non è fatta solo di numeri, classifiche e download, e c’hanno ben ragione, ma noi gente del pop(olo) sappiano che nella realtà i numeri, le classifiche e i download sono la vera anima di quello stupendo carrozzone scintillante che prende il nome di music biz, dentro al quale tutti – compresi i signori seriosi di cui sopra – vogliamo sempre dare occhiate furtive. Nel caso di Rise, quasi nessuno si è azzardato a parlare di mezzo flop e tutto è passato sotto silenzio, mentre è stata massacrata Britney, che lo stesso giorno era uscita con Make Me, il singolo del suo ritorno.  
Poi a febbraio è stata la volta di Chained To The Rhythm, che è riuscito a fare un po’ meglio, ma non ha colpito nel segno come i vecchi (?) tempi. Eppure gli elementi c’erano tutti: sonorità gommose, colori pastello, pop dal ritornello fragoloso, con in più una nota politica – nel testo e nel video – prima di allora assente nella discografia di Katy. Già, perché quando si è iniziato a parlare del progetto di Witness, le parole che circolavano di più erano impegno e politica. Insomma, quello che stava per arrivare sarebbe stato il famoso album della maturità e della crescita che ogni artista cerca di piazzare nella propria carriera.
Chiudendo gli occhi anche sul mezzo passo falso di Chained To The Rhythm, si è arrivati a fine aprile a Bon Appétit, e qui non c’è stata possibilità di farla franca: un flop bello e buono, un brano completamente ignorato dalle classifiche (almeno ai piani alti) e massivamente massacrato da pubblico e critica. Non sono bastate le generose metafore tra sesso e cibo, un video sicuramente molto carino e una promozione potente a risollevare le sorti di una canzone mediocre, inzuppata di trap e lontanissima dalla forza di pezzi come E.T., Firework, Roar e Dark Horse.
Praticamente la stessa sorte è toccata poi a Swish Swish, singolo promozionale che vedeva anche la partecipazione di Nicki Minaj, una delle più carismatiche rapper dei nostri tempi, nonché fenomenale tappabuchi quando si tratta di realizzare featuring.
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Ma è stato solo quando l’album è uscito che ci si è resi conto della delusione: di tutto l’impegno promesso, in Witness se ne ritrovano solo pochi riflessi qua e là, e la famosa crescita agognata non si è vista. Katy Perry non si è trasformata in una militante pop (nonostante sia quella che si è più spesa per la Clinton in campagna elettorale) e Witness è un semplice album “alla-Katy-Perry” forse solo un po’ meno farfallone dei precedenti, in cui c’è un po’ di questo e un po’ di quello, c’è tanta elettronica, tante memorie degli anni ’80, ci sono anche novità sonore (vicinanze alla house e all’EDM), ma non c’è il pezzo-bomba, e soprattutto non c’è quello che ci si aspetterebbe di trovare in un album “impegnato”.
La Perry ha provato a togliersi gli abiti da fatina, ha provato a spazzolare un po’ di nuvole di caramello dai suoi brani, cercando allo stesso tempo di restare fedele al suo marchio pop simpaticone, ma la sua sfera magica si è incrinata.
Quando si è capito che l’aria tirava male, come spesso accade è stata messa in moto una potente e fastidiosa campagna promozionale, con dichiarazioni di amore e pace per chiunque, da Lady Gaga alla nemica di sempre Taylor Swift, che non pare comunque essersi troppo commossa, fino alle dichiarazioni del meditato suicidio in passato. Davvero molto pretestuoso.

Nel 2013, quando proprio Lady Gaga ha fatto il tonfo con l’elettronica acida e azzardata di ArtPOP – album che varrebbe comunque la pena di rivalutare a distanza di quattro anni – la Perry sembrava la salvatrice del pop, l’unica in grado di avere la ricetta segreta per il successo ad occhi chiusi.
Witness si è preso il primo posto in Billboard, ma con un debutto inizialmente previsto a 220.000 copie e poi rivisto al ribasso a 180.000; in Inghilterra si è dovuto accontentare del sesto posto, così come in Italia. L’unico posto dove l’album sembra fare scintille è la Cina, che ha da poco regalato a Witness il quinto disco di platino per le oltre 100.000 copie vendute.rs-katyp-v2-0361343b-45ad-4f5e-923e-ac413cb9faf0 (1)
E allora, che succede adesso, miss Perry? Niente, non succede assolutamente niente di strano. Succede solo che oggi ti va bene, domani non lo sai. Perché i gusti del pubblico sono capricciosi e traditori: oggi ti innalzano agli altari, domani ti buttano nella polvere, anche se magari tu ce l’hai messa proprio tutta (l’unica cosa che personalmente non le perdono è aver pubblicato un singolo come Bon Appétit, ma pezzi come Bigger That Me e Into Me You See non sono male per niente). Basti pensare che nel 2010 a finire nel fango del flop fu Christina Aguilera, che aveva pubblicato un album tutt’altro che brutto come Bionic, e che poi nel 2012 ha ri-floppato con Lotus, altro disco che quanto a qualità mangia in testa a molti bestseller.

Vuoi il karma, vuoi la moda, vuoi la sfiga, succede e basta. Katy Perry pareva infallibile, e adesso sappiamo che non lo è, e questo non può che rendercela un po’ più simpatica.
Dopo tutto, è solo un flop, ci sono passati (quasi) tutti.

#MUSICANUOVA: Katy Perry, Chained To The Rhythm (feat. Skip Marley)

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Chained To The Rhythm
apre la nuova era di Katy Perry.

Dopo la parentesi di Rise, ecco il nuovo singolo della più “confettosa” delle popstar.
Al primo ascolto tutto molto carino e con le cosine al loro posto, ma certo non un pezzo da campionessa, nonostante il featuring di Skip Marley (nipote di Bob) e la firma di Max Martin, Sia Furler.

BITS-RECE: Lady Gaga, Joanne. Se la verità sta sotto un cappello rosa

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Quando ci affezioniamo a un artista, esattamente come succede nella vita con gli amori e le amicizie, non lo facciamo per scelta, ma perché nasce tra noi e il nostro idolo un’invisibile alchimia data da una speciale affinità di intenti e di spirito. Vuoi che sia la sua musica, i messaggi delle sue canzoni, il timbro della sua voce, il suo aspetto o più probabilmente un miscuglio di tutto questo più un ingrediente misterioso, quando prendiamo in simpatia un artista e ne diventiamo “fan” sappiamo di poterci fidare anche ad occhi chiusi e giuriamo a noi stessi di seguirlo ovunque andrà. Come in amore. Capita poi a volte che, per ragioni che probabilmente solo il nostro idolo conosce, lui/lei decida di cambiare strada, imboccare sentieri nuovi, diversi, talvolta molto diversi, da quelli a cui ci aveva abituati: a quel punto che si fa? Gli si va dietro o ci si ferma a riflettere se ne valga la pena?

Un po’ come quando si rivede un carissimo amico dopo un certo tempo e lo si ritrova profondamente cambiato: siamo noi a non averlo mai conosciuto davvero o è lui a porsi ora in una maniera nuova? La sensazione non può che essere di straniante spaesamento.

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Ecco, esattamente questo è ciò che provato ascoltando per la prima volta Joanne: quasi un senso di disagio, come se in quello che stavo sentendo mancasse qualcosa. Le canzoni mi “parlavano”, ma io non capivo, anche se a cantare era Lady Gaga, proprio quella di cui – musicalmente parlando – negli ultimi anni mi sono fidato di più. Perché sì, io di Lady Gaga posso tranquillamente dire di essere fan, pur non avendo mai messo in pratica certe follie che si sentono dire a volte di certi invasati. Sono un suo fan perché seguo tutto quello che fa, perché trovo in lei un punto sicuro, la sento un po’ mia, sento mie molte delle sue canzoni, perché sento che parlano la mia “lingua”. Adesso però, senza neanche avvisare con troppo anticipo, succede che Stefani toglie di mezzo tutti i ghirigori che aveva usato fino a qualche giorno fa e pubblica un album lontanissimo da ciò che è sempre stata. Così lontano, che se non ci fosse il suo profilo in copertina e la voce nei brani non avesse il suo timbro, si crederebbe tranquillamente che sia il disco di qualcun altro. 

Non saprei dire di che genere sia Joanne: non pop, ovviamente non dance, forse a sprazzi rock, e tanto country. Ma voi capite che non è semplice dire che Lady Gaga ha fatto in disco country… Non un disco di pop addobbato di country, ma proprio un album di country e pochi altri accessori addosso! Niente elettropop, niente elettronica in generale, se non forse in Perfect Illusion, che è però il brano musicalmente più distante dal resto: c’è tanta roba acustica, tante chitarre grezze, percussioni nude, bassi secchi e vibranti, ed è davvero, ma davvero difficile capire che si tratta della stessa cantante che nel 2008 esordì con Just Dance e poi fece ballare l’intero globo con Poker Face e Bad Romance

Dopo il rodaggio dei primi singoli, quando uscì The Fame Monster, Lady Gaga sembrava aver aperto una nuova epoca del pop femminile, un pop fatto di schiaffi diretti al pubblico, un pop immerso in un immaginario non per forza luminoso, sorridente e bello, un pop che assimilava elementi che non gli appartenevano e li riproponeva in una nuova, affascinante veste.

Con Joanne tutta questa impalcatura non c’è più: Lady Gaga recupera il country, per giunta nella sua dimensione più intima e nostalgica, e per farlo si è affidata alla produzione del tanto osannato Mark Ronson. Canzoni come la stessa Joanne, Million Reasons, Angel Down e Grigio Girls sembrano uscire dai bauli di qualche sperduta casa nella prateria, dove il vento soffia forte e il cielo è spesso coperto.

Ovviamente non so perché Lady Gaga abbia deciso di muoversi in quella direzione, ma quel che è certo è che – almeno per ora – si è staccata dalla masnada pop delle colleghe e si è rintanata in un cantuccio in disparte.

Probabilmente l’album venderà molto meno dei precedenti, e l’impressione è che sia lei che i suoi discografici ne siano perfettamente consci, eppure questa volta Lady Gaga ha deciso di prendere a schiaffi il pop stesso. Lei che se n’è nutrita in abbondanza, adesso lo mette da parte e si dedica ad altro, sapendolo fare, va detto, perché resta il fatto che questa ragazza ha dalla sua parte un talento che la fa arrivare dove molti altri possono solo immaginare.

Più che giusto domandarsi allora quale fosse la vera Gaga, se quella vestita di fettine di manzo o questa con il cappellone rosa da cowgirl, se quella del pop pestatissimo o questa a cui basta imbracciare una chitarra. Abbiamo sempre capito male noi o è stata lei a farci illudere?

E se da una parte parlo di illusione è perché dall’altra c’è delusione. Delusione per non aver ritrovato l’artista che da fan credevo di conoscere, delusione per non aver ritrovato la musica che volevo ascoltare. Perfect Illusion aveva fatto accendere il campanello d’allarme, adesso Joanne fa scattare la sirena.

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Ma al di là di tutte queste belle chiacchiere, com’è questo benedetto disco? Più bello di come lo pensavo e più brutto di come avrebbe dovuto essere.

La prima metà dell’album la si può tranquillamente tralasciare, ad eccezione della già citata Joanne, una ballata dal testo toccante dedicato alla zia paterna morta di lupus in giovane età: la situazione cambia e si risolleva con sollievo a partire da Million Reasons. Da lì le acque si smuovono e arrivano un po’ di stimoli interessanti, come Sinner’s Prayer e il suo giro di chitarra nerboruto. E poi, dicevo, Angel Down e soprattutto Grigio Girls, a cui senza esitazione consegno la medaglia d’oro. Un pezzo in cui sventola più alta che mai la bandiera del blue mood e che rischia seriamente di spingere fuori qualche lacrima (e poi c’è quel riferimento non troppo velato alle Spice… Colpo basso!). Perché sia finito solo nella deluxe edition, quando merita assolutamente il più ampio ascolto possibile, resta un altro mistero di questo album…

Peccato un po’ per Hey Girl, in duetto con Florence Welch, che si perde senza mordere come avrebbe dovuto.

Prima di ascoltare Joanne dimenticate tutto quello che sapevate (o pensavate di sapere) su Lady Gaga e prendete questo disco come il grande salto di una cantante che non ci ha pensato troppo ad azzardare. Qui dentro Lady Gaga non c’è. C’è una brava artista americana che ha stoffa da vendere, e la vende a chi vuole e come vuole, anche se ci fa corrucciare un po’ troppo la fronte. Se amate il country, forse amerete Joanne, se non lo amate ci dovrete sbattere violentemente il naso contro, ma potreste anche trovarci qualcosa di buono.

Insomma, per farci un bel bagno colorato nel pop, pare che dovremo aspettare il prossimo album di Katy Perry. Sempre che anche lei non abbia intenzione di indossare un cappello rosa.