Magellano: non solo scimmie nel viaggio del "mascalzone" Gabbani

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Magellano
è il disco dell’anno dell’uomo dell’anno.

Lo è almeno da febbraio, da quando, cioè, Francesco Gabbani ha sconvolto (davvero inaspettatamente??) ogni pronostico degli “esperti”, che sulla sola fiducia del nome davano per vincitrice sanremese la Mannoia. Se posso dirla tutta, fin dal primo ascolto mi sembrava abbastanza ovvio che Occidentali’s Karma fosse destinata come minimo al podio, ma forse tra i corridoi della BMG non erano altrettanto ottimisti, visto che all’epoca del Festival l’album non era ancora pronto ed esce solo adesso, a ridosso di maggio, a una manciata di giorni dall’Eurovision Song Contest, dove – guarda caso – Gabbani è dato come super-strafavorito. Ma visto che notoriamente chi entra papa poi esce cardinale, lascio da parte tutte le chiacchiere future e vado a concentrarmi su di lui, Magellano, l’ultima creatura gabbanesca.
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Diciamolo, Gabbani è un vero mascalzone, di quelli buoni e simpatici, uno che – almeno in apparenza – sa prendere la musica per quello che è, un gran divertimento, qualcosa che deve far piacere sia a chi la ascolta sia a chi la fa. Il che non significa fare le cose con leggerezza e qualunquismo, ma farle sapendo che non si sta salvando il mondo e darsi arie intellettualoidi e seriose non serve poi a granché. È forse per questo che il suo nome è stato più volte associato a quello di Celentano, un campionissimo della musica italiana che da mezzo secolo sembra non aver smesso un minuto di guardare la musica con aria sorniona e un mezzo sorriso costantemente stampato in faccia.
Avrebbe potuto giocarsela facile Gabbani con questo album: con il singolo sanremese ancora altissimo in classifica e tutta l’attenzione di pubblico e stampa puntata addosso, il mascalzone di Ferrara avrebbe potuto buttar lì una manciata di pezzi facili facili, di quelli elettropop che tanto piacciono adesso alle radio, con un paio di bombe da sganciare tra primavera ed estate per far colpo un’altra volta, e tutto sarebbe probabilmente filato liscio.
E invece no. Perché l’impressione è che a Gabbani fare musica piaccia terribilmente, con immenso divertimento, e che quindi abbia voluto dare tagli e forme ben precise al suo nuovo album.
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Il titolo, Magellano, è ovviamente un omaggio al grande esploratore, e vuole essere un richiamo al viaggio, inteso in ogni sua forma, fisica e interiore. Dentro al disco, nove tracce (8 inediti e la cover di Susanna, Susanna di Celentano) che hanno come comune denominatore un certo brio, una vitalità costante che passa attraverso tutti gli umori dei brani, dal divertimento di Tra le granite e le granate all’ironia (tanta, tantissima) di Pachidermi e pappagalli al disincanto di A Moment Of Silence, fino alle riflessioni solitarie di Stelle al gelo e Spogliarmi.
Magellano non è musicalmente il disco che molti si aspettavano, è qualcosa di molto più ampio, qualcosa che va oltre Occidentali’s Karma, pur essendo l’habitat perfetto per Occidentali’s Karma. Perché Gabbani è anche quello “della scimmia”, ma non è solo quello. È un cantautore con una propria visione delle cose e con la capacità di passare da un livello emozionale all’altro, e insieme a lui lo sono i suoi fidi compagni di musica, Fabio Ilacqua, Filippo Gabbani e Luca Chiaravalli.
E Magellano è album intelligente e pop, di un artista abbastanza cresciuto e lucido da non farsi travolgere dal vuoto cicaleccio dello showbiz e che sembra non cercare a tutti i costi plausi e lusinghe, ma si fa la sua strada sorridendo sotto i baffetti.

Tanto lui lo sa, pianta rei. E ha ragione, oh, come ha ragione!

The Cure, il più grande compromesso di Lady Gaga?

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C’è stato un tempo in cui il nome di Lady Gaga significava sorpresa, stupore e innovazione. Un tempo in cui l’emergente Lady Gaga assaliva il web e insegnava ai suoi più navigati colleghi a usare i social network e YouTube, dando il via alla nuova generazione di popstar. Un tempo in cui Lady Gaga faceva pop con la sua testa.

Un tempo che sembra lontano, oggi più che mai.
In quasi dieci anni di carriera, Lady Gaga ha raccolto successi, infranto record, è andata a sbattere contro flop clamorosi, è passata dal pop cattivissimo di Bad Romance al jazz con Tony Bennett, ha giocato a fare la nuova Madonna e ha imbracciato la chitarra per fare la country singer in Joanne. Ha fatto pezzi meravigliosi e pezzi da dimenticare, ma mai sembra essersi abbassata al compromesso come ha fatto con The Cure, l’inedito rilasciato a sorpresa pochi giorni fa in occasione della partecipazione al Coachella.


Dopo la (parecchio) spiazzante virata country di Joanne, sentendo The Cure in molti hanno parlato con un certo entusiasmo di un ritorno alle origini, un ritorno ai “tempi d’oro”. Ma siamo sicuri? Cioè, davvero The Cure si sistema sugli stessi binari sonori su cui hanno viaggiato alla grande Poker Face, Just Dance e Bad Romance? Non è che, piuttosto, si sta confondendo la presenza di un generico suono elettronico con un fantomatico ritorno all’ovile?
Poker Face e Bad Romance erano pezzi animati di vita propria, pezzi ruvidi, affilati, pop sporco e violento, The Cure è qualcosa di diametralmente opposto. È un pezzo di quiete tropicale, un downtempo tra EDM e r’n’b che di personale ha ben poco, e anzi sembra essere stato piazzato apposta in coda nell’imperante filone in cui si sono comodamente seduti artisti come Zara Larrson e a The Chainsmokers.
Forse per la prima volta, su un singolo di Gaga si insinua il dubbio del compromesso facile: una sensazione che non si era provata neanche ai tempi della rovente e usurata diatriba Born This Way/Express Yourself, perché lì tutto si muoveva su un attentissimo gioco di specchi e di provocazione.
Con The Cure Lady Gaga sembra aver voluto giocare troppo facile, e gratuitamente, assecondando ad occhi chiusi radio e web, forse alla ricerca di un pubblico (il più giovane) che non si era mostrato abbastanza interessato all’intimità di Joanne.
Resta poi da capire il motivo del rilascio di questo singolo, con un album pubblicato solo sei mesi fa, e se si tratti di una parentesi o del primo capitolo di un nuovo corso.
Una cosa è certa: se Lady Gaga voleva veramente tornare a casa, questa non è la strada più breve.

Clementino, l'Uomo vitruviano del rap italiano

Clementino-Vulcano_0202_LOW_RESNel sempre più articolato panorama del rap italiano, quello di Clementino è uno stile a sé. Non tanto per l’uso quasi esclusivo del dialetto, che a ben vedere non è una sua prerogativa esclusiva, quanto soprattutto perché il rapper napoletano – o meglio, nolano – segue un percorso tutto suo, lontano nella stessa misura dal machismo esasperato, dai toni torvi e cattivissimi e dal populismo in odore pop dei suoi colleghi.
Non è un caso che per il suo ultimo album, Vulcano, non abbia voluto featuring e non abbia scritto un pezzo per “dissare qualcuno”.
Vulcano è un album di Clementino, e solo di Clementino, e per rendere l’idea il ragazzone di Cimitile usa il paragone dell’Umanesimo e del Rinascimento, in cui al centro di ogni cosa vi era l’uomo. Ecco, qui al centro di tutto c’è lui, l’uomo Clementino, e lui, che dell’ironia fa larghissimo uso, spiega che ci si vede nella posa dell’Uomo vitruviano del rap italiano.
Fin dal titolo, questo è un disco che Clemente Maccaro sente suo, quel vulcano è lui, nessun altro avrebbe potuto pubblicare un album con titolo così, “dovevo essere io il primo”. Dopo la valanga di collaborazioni nel precedente Miracolo!, qui non ci sono featuring: negli ultimi anni Clementino ha dato retta a tanti, troppi, concedendo featuring a chiunque glielo chiedesse, adesso si è voluto tenere spazio solo per sé, lavorando con produttori noti – vedi Shablo e Deleterio – o nuovi – vedi David Ice.
E, si diceva, non ci sono dissing. O meglio, c’è un pezzo, A capa sotto, in cui se la prende un po’ con tanti, ma senza fare nomi. Insomma, featuring con nessuno e dissing con quasi tutti.
Vulcano arriva a più di in mese dalla seconda partecipazione a Sanremo, con Ragazzi fuori. Un bilancio tutto sommato positivo, se non fosse per il rammarico di non aver potuto far ascoltare la cover di Svalutation. Mentre ne parla le sue parole tradiscono però anche una certa insofferenza verso quel contesto, e infatti alla domanda su una terza presenza in gara la sua risponda non lascia posto a dubbi: “Se sarà, sarà tra qualche anno. L’ho fatto per due anni di seguito, ma non ne posso più di essere concorrente, di quelle situazioni abbottonate, in cui devo misurare le parole per non rischiare di essere frainteso, per non rischiare di offendere. In questo sono un rapper”.
Musicalmente parlando, si dice un fiero (e forse il primo) esponente del “black Pulcinella”, uno stile che molto deve a Pino Daniele per la componente “nera” e che altrettanto discende dal “napoletan power”.
Dentro al nuovo disco, accanto a pezzi di pura matrice clementiniana come Keep calm e sientete a Clementino e Joint c’è spazio per momenti più riflessivi come Stamm ccà e Deserto, fino a una canzone d’amore, La cosa più bella che ho. A chiudere, Paolo Sorrentino, un personale tributo al regista di cui Clementino è grande estimatore.
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Come la vede oggi la scena rap italiana? “Sta cambiando tutto, si dà sempre più spazio al rap da battaglia, Salmo fa il disco di platino senza singoli in radio. Ci sta avvicinando all’America dove può arrivare al primo posto in classifica uno come Kendrick Lamar”.
Non manca poi l’impegno sociale, portato avanti più con i fatti (tra questi, la IENA Soccer, di cui Clementino è presidente onorario, una squadra di calcio in cui accanto a schemi e tecniche si insegnano i valori e si portano i bambini lontano dalle strade) e le denunce (“Nola è ancora terra dei fuochi, la gente continua a morire di tumore”) che con i freestyle: “Le battaglie di freestyle le ho già fatte, vengo da quel mondo, adesso voglio dire cose intelligenti”.
Intanto il nuovo singolo, Tutti scienziati è accompagnato da un video di spassosa ispirazione cinematografica: “Avevamo pensato a Ritorno al futuro o a Frankenstein Junior, poi è arrivata l’idea di Non ci resta che piangere”. Sul finale, un’improbabile full immersion di uso dei social network impartita a un interdetto Leonardo Da Vinci. 
Grandi cose sono attese infine per il tour, che a maggio vedrà Clementino anche in giro per l’Europa (Stoccarda, Amsterdam, Colonia, Londra): “All’estero farò allenamento, poi quest’estate arrivo in Italia, e in inverno mi piacerebbe salire sul palco con una band e suonare. Non dico che porterò in scena un vero vulcano, ma quasi”.

Hidden Figures: il funky di Pharrell dà voce alle grandi donne della NASA

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Essere donne e essere nere non era facile negli anni’60. In certi contesti non lo è neanche oggi, a dire il vero, ma negli anni ’60 era praticamente la norma.
Anche se lavoravi alla NASA al più importante progetto spaziale mai realizzato prima. Katherine Johnson fu una delle menti che presero parte alla missione che nel 1962 portò nello spazio John Glenn, il primo uomo lanciato in orbita, e poi alla missione Apollo 11, che nel 1969 fece approdare il genere umano sulla luna.
Eppure il nome della Johnson è sconosciuto ai più e quasi del tutto assente nei libri di storia, anche se il suo apporto si dimostro fondamentale, insieme a quello delle colleghe Dorothy Vaughan e Mary Jackson.
A ridare un po’ di giustizia alle tre scienziate statunitensi arriva Hidden Figures, pellicola cinematografica che in Italia esce proprio l’8 marzo con il titolo di Il diritto di contare. Al centro, le vicende di queste tre donne, impegnate nel dare il loro contributo alla buona riuscita dell’impresa.
Diretta da Theodore Melfi, e con Taraji Henson, Octavia Spencer e Janelle Monae nei ruoli delle protagoniste, la pellicola si arrichisce delle musiche di Pharrell, con la produzione di un gigante come Hans Zimmer e di Benjamin Wallfisch.
Un trionfo di funky e r’n’b in cui, al fianco del genietto della musica Pharrell, sguazzano interpreti come Mary J Blige, Kim Burrell, Lalah Hathaway e la stessa Janelle Monae. Una colonna sonora orgogliosamente black, zeppa di ritmi e di voci nerissimi.
Un entusiastico omaggio al girl power… prima del girl power.

Caro Ed Sheeran, scusa, ma io non ti capisco

Faccio una grande premessa: non ce l’ho con Ed Sheeran. Non ne avrei davvero motivo. Anzi, il ragazzo mi sta anche simpatico, perché non ha mai fatto casino, non si è concesso alle lusinghe del gossip, non ha mai detto una parola fuori posto e si è sempre concentrato sulla musica. Anzi, se non fossero gli altri a parlare di lui, lui probabilmente si limiterebbe a far uscire i dischi senza neanche farsi vedere.
Non ce l’ho con Ed Sheeran dicevo, però tutto l’entusiasmo che sento intorno al suo nome io non lo capisco. Ora mi spiego.

Ogni tanto capita che la rete – cioè i siti, i blog, i giornali online, i social – per ragioni non ben chiare, inizi ad andare in visibilio per un artista, un album, anche solo una canzone. Senza andare troppo indietro, era successo due anni fa con 25 di Adele, è successo l’anno scorso con Lemonade di Beyoncé e sta succedendo ora con Divide (anzi, ÷) di Ed Sheeran. Record di streaming giornalieri, download alle stelle, visualizzazioni su YouTube da capogiro. Tutto succede, ripeto, per ragioni che non mi sono chiare. Perché potrei capirlo per una teen band o per un qualsiasi Justin Bieber, o semmai per il ritorno di una leggenda (chessò, i Rolling Stones, gli AC/DC, Madonna), ma quando capita per i suddetti lavori, a me viene da aggrottare la fronte, perché proprio non ne trovo la ragione.
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Prendiamo 25 di Adele: a distanza di quasi un anno e mezzo dall’uscita possiamo dirci serenamente che quel disco tutto quel successo non lo meritava? E possiamo dirci con altrettanta serenità che Adele è forse la più sopravvalutata artista del nostro secolo? Eppure ho paura ad andare a controllare il numero di copie che ha venduto quell’album o le visualizzazioni di Hello su Vevo. “Ha bellissima voce, è la ragazza della porta accanto in cui tutti ci possiamo ritrovare, bla bla bla bla” potrebbe dire qualcuno. Embè, avete mai fatto assistito a una qualsiasi esibizione gospel in America? Sapete quante ragazze con la voce bellissima – molto più di quella di Adele -, e della porta accanto ci sono là fuori? Non dico che Adele canti male o che le sue canzoni siano inascoltabili, ma certo provo del fastidio nel vedere tutta la fregola che vi si scatena attorno, come se mai nella storia del pop vi fosse stata una cantante che piagnucolava sulle sue storie d’amore condendole di acuti.
Per quanto riguarda Beyoncé, la sua operazione è stata talmente pompata ad arte da lei stessa e dalla sua casa discografica che non voglio neanche dilungarmi. Tutto quello che pensavo del suo album l’ho scritto qui, e non ho cambiato idea. Anche in quel caso infatti il mio entusiasmo verso l’opera maxima della signora Knowles Carter faticava a farsi vedere, tanto che mi pareva di essere un sordo in un mondo di orecchi sopraffini. Serenamente, sono ancora convinto che buona parte di quelli che hanno gridato al miracolo lo hanno fatto per seguire l’onda, e non per reale convinzione, ma tant’è.
Veniamo quindi a Ed Sheeran. Il rosso dalla faccia d’angelo. Da quando, alcune settimane fa, sono usciti i primi due inediti del nuovo album, è stato tutto un rincorrersi di record infranti su Spotify e iTunes, lodi sperticate dei due brani, attesa spasmodica dell’album e biglietti del tour polverizzati in pochi minuti – secondary ticketing permettendo.
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Devo dire la verità, non mi sono buttato all’ascolto delle due canzoni, ma la curiosità mi è venuta, e quindi l’album l’ho ascoltato. Che dire? Non malaccio: ci sono le ballate tristanzuole, una buona dose di folk di ispirazione irlandese, ricami acustici e spunti tra rap e r’n’b, che sono poi l’elemento che più mi stupisce di questo artista. Un album dignitoso, per usare un aggettivo caro a una mia professoressa di liceo, ma che almeno per il mio punto di vista non giustifica per niente l’esaltazione smodata di cui si è parlato. Sì, le canzoni si lasciano ascoltare, alcune sono anche molto piacevoli – Castle On The Hill e a Perfect, per esempio – ma nessuna tocca le vette dell’estasi, e neanche ci si avvicina. Ed è qui che ancora una volta ho iniziato a farmi qualche domanda.
Cavolo, se polverizzi i record di streaming dei campioni del pop, come minimo mi aspetto che tu lo faccia per aver composto il pezzo del millennio! Invece no, hai composto una canzone. Ok, una bella canzone, te lo concedo, ma nulla di più.

Per cercare di capirci dentro, ho provato a chiedere a tre amici, di sicuro ammiratori di Sheeran più di quanto non lo sia io, che cosa esattamente ammirano nella sua musica: una ha risposto che fin lo ascolta da quando non era ancora famoso e che fin dall’inizio l’ha colpita il suo fraseggio e la sua capacità di restare sempre delicato; un altro, anche lui fan della prima ora, mi ha detto di apprezzarlo di più sul palco che non nei dischi, di ammirare molto la sua capacità di stare in scena da solo durante i concerti e il suo modo di suonare la chitarra, consigliandomi di ascoltare la versione acustica di Castle On The Hill; la terza ha detto invece che di amare quella canzone più nella versione “tamarra” in studio.
Tre ascoltatori, tre rispose differenti, ecco, “sono a posto”, ho pensato.
Va beh, allora ho provato a risentire il disco: tutto carino, limpido, liscio come l’olio,un po’ acustico, un po’ folk, un po’ rap, un po’ triste, un po’ romantico. Ma niente, dell’entusiasmo neanche un accenno.

Insomma, una risposta definitiva alla mia domanda forse non c’è, e forse è stupido anche solo porsi la domanda, perché alla fine stiamo parlando di canzoni, una dimensione in cui il gusto e lo sguardo personali sono gli unici padroni.
Con buona pace di tutti, il mondo continuerà a impazzire per Ed Sheeran e io, con pochi altri, continuerò serenamente a skippare i suoi brani quando YouTube o Spotify me li vorranno proporre. Fino a quando arriverà il prossimo fenomeno globale.
Scusa Ed, non ce l’ho con te, davvero, è solo che non ti capisco.
Mistero della rete? Mistero della musica? Mistero.

BITS-SANREMO: la finale

E alla fine Sanremo spiazzò tutti.
Sì, tutti quelli che non volevano vedere e sentire.

Se facessimo un rewind di tre o quattro giorni, vedremmo Fiorella Mannoia elevata sugli altari ancora prima di aver fatto sentire il suo brano, semplicemente per il nome che porta. L’effetto Vecchioni – quello cioè del grande artista impegnato che si concede al Festival e vince a mani basse – non si è ripetuto, e la Mannoia, precocemente eletta papessa, esce dal conclave con la porpora. Certo, si è pur presa il secondo posto, ma meno di una settimana fa tutti avrebbero appoggiato le mani sui carboni ardenti per scommettere che la vittoria non sarebbe potuta andare che a lei.
Poi però abbiamo iniziato a sentire le canzoni e quando Gabbani ha capovolto il palco con la micidiale formula leggerezza/elettronica/balletto/gorilla si è capito che il risultato non era poi così scontato. Ma nessuno lo ha ammesso, e alla domanda su chi avrebbe vinto, la maggior parte dei critici e degli espertoni della domenica continuava a portare avanti il nome della rossa, senza accorgersi (o senza volersi accorgere) che il suo pezzo era interpretato magistralmente, ma non aveva il mordente giusto per abbattere la corazzata Gabbani. Ma vuoi mettere una canzone impegnata ed ecumenica di un’artista che da oltre trent’anni calca le scene con un pezzo balneare di uno che fino all’anno scorso gareggiava tra le Nuove Proposte? Diamine, non sia mai!

Per fortuna però i tempi sono cambiati, e il Festival ha rinnovato la propria pelle grazie anche al lavoro di Conti, che pur cercando di accontentare tutti ha messo in gara alcuni pezzi da nvanta, che poi sono quelli che sono emersi.
In un mondo in cui la musica si divide tra bella e brutta, la canzone di Fiorella sta sicuramente nel primo gruppo, ma per un palco come quello di Sanremo la rima facile benedetta/perfetta non basta, anche se con te hai un’interpretazione da fuoriclasse. Il piazzamento sul podio le sarebbe stato comunque garantito.
Gabbani ha vinto perché è giusto così, perché Sanremo è l’anima nazional-popolare che si sfoga, e tra i 22 brani in gara Occidentali’s Karma è quello con il più alto tasso di coinvolgimento. E attenzione, se dico nazional-popolare lo intendo nella più neutra delle accezioni. Lui poi è una vera bestia da palco, capace di prendere tutto con la giusta leggerezza e di ingegnarsi balletti e mossettine da mascalzone, oltre a essere un lucidissimo osservatore della società. Dietro alla coreografia e allo scimmione, non vi sarà difficile capire che qui Francesco prende allegramente per i fondelli noi e le nostre inutili manie radical-chic, fatte di misticismo di plastica e agognato equilibrio interiore. Se sarà lui il nostro rappresentante all’EuroFestival possiamo star sicuri che se anche non vincerà farà un gran figurone.


Sul terzo gradino del podio Ermal Meta, che torna a casa con un bel pacchetto di soddisfazioni, tra quella di essersi finalmente guadagnato lo status di cantautore agli occhi del pubblico italiano.
Ottimo piazzamento per Michele Bravi, che serata dopo serata si è fatto largo con Il diario degli errori, un brano delicatissimo e di una bellezza lunare.
Quinta la Turci, che con questo Festival ha segnato una specie di riscatto personale: molti la davano vincente o comunque sul podio, e sicuramente in altre edizioni sarebbe stato così, quest’anno però l’impresa era davvero troppo ardua.
Da segnalare infine la grande rimonta di Bianca Atzei: inizialmente finita a rischio eliminazione anche in questo caso forse più per il suo nome che non per la qualità della canzone, è poi riuscita a convincere, chiudendo tra i primi dieci. Sarà anche una raccomandata speciale, ma a questo giro portava un brano giusto che ha buonissime possibilità di girare bene in radio – voglio dire in tutte le radio, non solo sulle frequenze di RTL. Sta a vedere che dopo questo Sanremo ci diventa pure simpatica…

Ecco, questo è stato l’epilogo del Festival 2017, con i suoi pronostici in larga parte ribaltati, le sue sorprese e le sue conferme. I ragazzi dei talent, ancora tanto vituperati, non hanno regalato particolari scintille, ma si sono difesi: giusta o sbagliata che si voglia considerare la loro presenza, dall’anno prossimo penso non ci sia davvero più motivo di attaccargli ancora inutili etichette, senza dimenticare che Sanremo deve essere lo specchio di ciò che si ascolta davvero, e non di ciò che si vorrebbe ascoltare. Dovrebbe essere ovvio, ma spesso ce lo dimentichiamo.

Buona musica allora, e con l’Ariston ci si rivede l’anno prossimo.

BITS-SANREMO: "Scusa, ma… Ermal chi??"


di Francesca Binfarè
(allyoucanpop)
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Non c’è spazio più adatto delle pagine virtuali di BitsRebel per scrivere di Ermal Meta, che con il brano Vietato morire ci ricorda la necessità di disobbedire e di ribellarci alla violenza.
La sua canzone è un inno alla vita e alla ricerca della felicità, e sta piacendo molto. Ermal ha vinto la serata dedicata alle cover del Festival di Sanremo, con un’emozionante interpretazione di Amara terra mia di Domenico Modugno. Sommerso di complimenti da ogni parte, immaginiamo cosa si è scatenato sui social.
Bene, ho pensato, adesso non mi chiederanno più “Ermal chi?”. Invece poi ho cambiato idea: visto che lo chiedono in tanti, vuol dire che molte persone l’hanno notato, che la sua musica è arrivata (Simona Ventura e la ‘pancia’ della gente insegnano). Non che fosse mai stato un problema spiegare chi fosse e cosa avesse fatto, anzi. L’ho considerato bravissimo fin dagli inizi e – per un certo periodo – sottovalutato, quindi ne ho parlato sempre volentieri. E poi, se c’è un senso profondo in questo lavoro io lo trovo nel proporre quello che sento di bello e nel cercare di farlo conoscere: io e gli amici di BitsRebel, che così gentilmente mi ospitano in questo spazio, abbiamo l’opportunità di vivere la musica quotidianamente, e possiamo assicurarvi che di cose belle e persone interessanti ce ne sono. Come Ermal Meta, che adesso sta su un palcoscenico importante, forse il più importante. Vi assicuro che questa platea il ragazzo con il fiore all’occhiello che ci ricorda di ribellarci, se l’è sudata.
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Grazie a Sanremo, dicevo, in tanti mi chiedono “Bravo, ma chi è?”. Rispondo qui:
• La fame di Camilla era una band conosciuta, che ha calcato palchi importanti (Heineken Jammin’ Festival, per dire), ma non così famosa – eravamo dalla parte dell’indie pop. Potrei aggiungere purtroppo, ma comunque il succo è che quando nominavo Ermal Meta quasi nessuno sapeva che fosse il cantante del gruppo, e autore principale delle canzoni.
La Fame di Camilla ha partecipato a un Festival: 2010, con Buio e luce. Per Ermal era il secondo Sanremo, dopo quello come chitarrista degli Ameba 4.
• “Ermal chi?” è continuato anche quando si è affermato come autore. Ha scritto canzoni per Marco Mengoni, Patty Pravo, Chiara Galiazzo, Elodie, Lorenzo Fragola, Francesco Renga – e qua mi fermo. Vi assicuro che queste canzoni le conoscete. Negli ultimi due anni le sue canzoni hanno guadagnato 6 dischi di platino e 4 d’oro… Visto che lo conoscete?
Ermal ha scritto le canzoni che hanno vinto The Voice (per Alice Paba) e Amici (per Sergio Sylvestre).
• L’anno scorso ha partecipato al Festival di Sanremo, con Odio le favole. Arrivando terzo tra le Nuove Proposte, pubblicando l’album Umano, facendo un tour. Mettetevi in ginocchio sui ceci: è arrivato terzo tra le Nuove Proposte a Sanremo 2016, e oggi chiedete “Chi è?”. Si scherza, ma questo vuoto di memoria non sarà più concesso: si è ‘carneadi’ una volta sola nella vita, dai.
Ermal Meta è al suo quarto Festival e finalmente è entrato di nome oltre che di fatto nella categoria dei Campioni.
Il suo nuovo album si intitola Vietato morire, come la canzone che ha presentato al Festival. La perla è Piccola anima, che canta in duetto con Elisa.
I suoi fan sono I lupi di Ermal.
Ah, visto che mi è stato chiesto: sì, il nome è suo, è quello vero (è nato in Albania). Ecco chi è Ermal Meta. Per il resto, andatelo ad ascoltare: potreste scoprire che quelle che scrivete in giro, su Facebook, sui diari, qualcuno anche nei tatuaggi, sono frasi sue che senza fatica sono diventate nostre.
Foto: Luis Condrò

a quarta serata

E via, anche la quarta serata è andata. Scorrono velocissimi come sempre i giorni di Sanremo e ormai, arrivati al secondo ascolto, tutta l’attenzione più che sulle canzoni è sul piazzamento che avranno nella classifica finale di stasera.
Intanto il primo verdetto è arrivato con la proclamazione di Lele a vincitore delle Nuove Proposte, e molti dicono che se lo aspettavano. Io sinceramente no, anche se è indiscutibile che il ragazzo partiva un passo avanti avendo dalla sua una dose di notorietà arrivata dalla partecipazione ad Amici.

Detto ciò, passiamo alla gara dei Campioni.
Questa volta la mannaia è caduta su Ron, Giusy Ferreri, Al Bano e Gigi D’Alessio: esito in buonissima parte prevedibile e direi anche condivisibile.

Tra i restanti 16, sembra ormai definirsi chiara una cinquina destinata a occupare i piani alti della classifica finale, vale a dire Gabbani, Mannoia, Meta, Turci e Bravi, non necessariamente in quest’ordine.
Perché se è vero che alla vigilia del Festival gli elogi erano solo per Fiorella Mannoia ed Ermal Meta, nel corso delle serate è piombato il ciclone Gabbani a scompigliare le carte, facendosi largo a suon di gomitate e balletti. La Mannoia ha sì un gran pezzo, ma – come già avevo avuto modo di osservare – troppo in linea con i suoi standard, e questo potrebbe rivelarsi un freno. Su Meta non si può francamente dire nulla, se non riconoscere il talento di un cantautore che finalmente si sta prendendo il giusto riconoscimento.



Ci sono poi alcune canzoni partite in sordina ma che di ascolto in ascolto si sono fatte forza, come Il diario degli errori di Michele Bravi, tenerissimo nell’affrontare con la sua giovane età le pesanti parole di quel testo (ah, se ascoltate la canzone chiudendo gli occhi potreste simpaticamente risentire Noemi…), e soprattutto Ora esisti solo tu di Bianca Atzei. E qui devo fare mea culpa, perché verso di lei ero pieno di pregiudizi, come molti altri del resto: sì, è vero, la Atzei non ha mai piazzato un successo in classifica, non vende, non viene passata in radio (eccezion fatta per RTL), forse è davvero raccomandata e probabilmente la sua collocazione tra i Campioni è frutto più di diplomazia altrui che non di un vero pedigree, ma la sua canzone ha un giro melodico assassino che ti si pianta in testa. Tutto il resto, a questo punto, non mi interessa, e le sue lacrime durante l’ultima esibizione mi sono sembrate sincere. Chiamatemi anche stupido, ma io la salvo.


Sensazionale poi Paola Turci, che sta facendo di questa partecipazione al Festival una vera e propria occasione di rilancio tra il grande pubblico.
Tra gli altri, pienamente promossi Samuel ed Elodie, che ieri sera si è riscattata dopo un esordio un po’ spento. Non vincerà, perché la canzone non è abbastanza forte, ma se saprà muovere bene i prossimi passi penso potrà fare belle cose e si scrollerà dalle spalle l’ombra di Emma.


BITS-SANREMO: la terza serata

Mumble mumble….Terza serata del Festival, giro di boa e primi sentori di eccitazioni da vittoria.
Partendo sempre dai giovani, Lele e Maldestro (quest’ultimo un po’ carente in intonazione) passano il turno, lasciando a casa Valeria Farinacci e Tommaso Pini (quest’ultimo un po’ a sorpresa).
Stasera quindi a giocarsi la finale saranno quattro gentleman: Francesco Guasti, Leonardo Lamacchia e i suddetti Lele e Maldestro.


Venendo alle cover, come gli altri anni la carrellata è stata a forte rischio sonnolenza, soprattutto perché non tutti se la sono sentita di rischiare con il brano e con il nuovo arrangiamento.
Tra i pochi, Ermal Meta, che si è preso la meritata vittoria: la sua versione di Amara terra mia, oltre a essere stata interpretata magnificamente, è la prova chiarissima che il ragazzo sa bene quel che fa. Un autore bravissimo, che scrive con anima, e un interprete di robusta personalità.
Buona prova anche per Masini con il suo tributo a Faletti, anche se a tratti pareva non riuscire a stare dietro al tempo, e di Paola Turci, che ha scelto di rimettere mano a un classico e della Oxa come Un’emozione da poco.
Sul resto c’è stata fondamentalmente calma piatta: Elodie avrebbe potuto far molto di meglio con il pezzo di Cocciante, soprattutto negli arrangiamenti e nell’intensità dell’interpretazione; Chiara ha fatto il temino scolastico con Diamante di Zucchero; la Mannoia ha fatto la Mannoia con Sempre e per sempre e Samuel ha fatto Samuel con Ho difeso il mio amore. Qualche problema tecnico ha invece rovinato la festa di Sergio e i Soul System, mandando fuori tempo l’esecuzione di un pezzo –Vorrei la pelle nera – dove il groove era centrale.
Non abbiamo purtroppo potuto ascoltare la versione di Ma il cielo è sempre più blu che avevano preparato Nesli e Alice Paba, e che avrebbe sicuramente riservato entusiasmi.

E a proposito di Nesli e Alice, è evidente che le coppie create a uso e consumo sanremese non funzionano, dato che sia loro sia Raige e Giulia Luzi sono i primi due esclusi definitivi. Il gioco per cui prendi due artisti e le metti insieme sul palco pensando di sommare i voti delle rispettive fanbase e quindi di avere vittoria facile non regge.
Nel caso di Nesli, lui già quest’estate parlava di Sanremo, ma il presentimento è che i suoi progetti fossero un po’ diversi, con l’idea di presentarsi da solo, ma che si sia poi trovato a doversi accollare la Paba per ordine giunto dall’alto. Il che non ha però giovato al brano e non mi stupirei se i pensieri di Nesli si siano fatti scurissimi al momento del verdetto.
Rientrano quindi in gara Ferreri, Ron, Atzei e Clementino.