“Magari vivi”, l’inno alla sfiga di Romina Falconi

31 maggio 2019, è questo il momento da cui è partito tutto.

Con l’estate alle porte e il solito carico di inni balneari in uscita, quel giorno ha visto lo scoppio di un inaspettato fulmine nel cielo sereno della musica di fine primavera. Un fulmine che aveva il titolo di Magari muori ed era il frutto di un’inedita collaborazione tra un’artista decisa a rompere gli schemi e le convenzioni del pop, Romina Falconi, e un’agenzia di pompe funebri allergica a retorica e moralismi ma amante dell’ironia, Taffio.

Sul ritmo cadenzato del reggaeton, al posto delle solite palme, del solito mare e delle solite notti di fuoco c’era un sano invito al carpe diem, a vivere tutto fino in fondo, perché oggi ci sei e domani il prete potrebbe ricordati nell’omelia.

Chiamatelo humor nero se vi va, nei fatti è stato un colpo di genio.

Ma una roba così non è certo da tutti, te la puoi permettere solo sei un’artista disposta a rischiare di prendere le buche e se il pop preferisci da sempre servirlo al tuo pubblico accompagnato da un calice amaro, piuttosto che avvolto in una nuvola di zucchero filato. Oserei dire che in Italia una roba così te la puoi permettere solo se sei Romina Falconi.

Che non a caso a due anni di distanza torna in pista con Magari Vivi, secondo, fulminante capitolo di questa saga.

Se prima c’era il reggaeton adesso ci sono i fervori della salsa, e al posto di un’esplosione di caliente passione si distende un luminoso manifesto della sfiga, nel più tipico falconiano pensiero.

Scritto insieme a “Sua Casalinità” Roberto Casalino e prodotto dalle sapienti mani di Marco Zangirolami, Magari vivi è l’inno di chi non si arrende alle proprie sfortune, di chi era alla toilette quando distribuivano le botte di culo, ma che nonostante tutto ci crede e ci spera ancora, perché prima o poi anche alla buona sorte capiterà di sbagliare strada e di arrivare da loro.

“Questo è un inno a prendere la vita così (tutto sta a capire come e dove, da decidere a piacere). Noi figli del mai una gioia, pronti a sorridere pure se tutto va a rotoli.
Noi che chiediamo scusa pure se cadiamo. Noi che pensiamo che quello delle leggi, il Signor Murphy, era un ottimista. Questo vuole essere un inno al coraggio, un invito a duello a tutti i life coach che credono che basti volerle le cose. C’è chi ha la buona stella strepitosa, e senza sforzi ottiene tutto, e chi ha la buona stella che è un tipo. Un tipo simpatico.
Siamo baciati dalla fortuna ma più frequentemente trombati selvaggiamente dalla sfiga, non ci arrenderemo mai e cercheremo sempre un segnale che ci faccia ricredere. Rideremo lo stesso.

Con una certa arroganza, seppur appassionatamente speranzosi, vi mostriamo il nostro inno. Benvenuti nel Brutalismo!”

“IL CIELO NON È UN LIMITE”, parola di MYSS KETA

A TUTTI I PILOTI ALL’ASCOLTO
CHE BRAMANO IL CIELO
QUELLO CHE APPARE COME UN LIMITE
DISPIEGA INVECE L’INFINITO
SIAMO ATOMI


Un’introduzione che è un vero manifesto, un invito alle menti più aperte e visionarie per gettare il cuore oltre l’ostacolo, per ricominciare a sognare e creare nuovi immaginari, e costruire nuove utopie. Si apre così IL CIELO NON È UN LIMITE, nuovissimo EP di M¥SS KETA, concepito e realizzato nei mesi travagliati dell’epidemia.
Anticipato dai singoli GIOVANNA HARDCORE e DUE, il nuovo progetto raccoglie sette tracce nuove di zecca prodotte da RIVA, con interventi di Populous e Unusual Magic.

Con l’elemento aria al centro di tutto – contraltare dell’acqua di CARPACCIO GHIACCIATO, l’iconico EP del 2017 – IL CIELO NON È UN LIMITE nasce da un’immagine: un aereo nel cielo, solitario e libero, forte e indomato. Un cielo a prima vista limitato, incorniciato, ma nel quale si spalancano illimitati spazi interiori, cieli interiori metafora di una perenne tensione a conquistare l’impossibile.
Il cielo non ha limite. Il cielo non è un limite.

Ogni traccia dell’EP è stata accompagnata da visual visionari che ci catapultano nell’immaginario di M¥SS.

È prima di tutto M¥SS KETA che non si dà limiti, sperimentando suoni sferzanti come le folate ad alta quota, quasi glaciali, con deviazioni a volte repentine come i cambi di direzione di un jet. M¥SS canta in inglese, in tedesco, in greco antico, per dare voce ai pensieri interiori di molteplici doppelganger.
L’estatica ed eretica GIOVANNA HARDCORE, reincarnazione in chiave Mad Max della pulzella d’Orleans, evoca un incantesimo ancestrale ripetuto come un mantra, su un beat minimal spezzato da accelerazioni jungle.
La mistress felina di GMBH è un beat deep house alla moda di Chicago.
La moderna dea DIANA, in compagnia di Priestess, si ritrova a capo di una Magna Grecia futurista dalle atmosfere morbide e sognanti, disegnate dal maestro Populous.
La rider post apocalittica che sfreccia fra le vie dell’inferno in RIDER BITCH, sfogo electroclash ispirato al videogioco Wipeout 2097, una traccia che vede la co-produzione di Unusual Magic e il cameo di Lilly Meraviglia.
Ma quello raccontato da M¥SS è anche un mondo che ha portato all’estremo l’ossessione per l’immagine sintetica, in cui le funzioni di Photoshop diventano ordini, come in PHOTOSHOCK, tra richiami house anni ’90 e synth-wave anni’80.
Un mondo compromesso dalla saturazione post-capitalista che esplode in DUE, delirio electropop disegnato sul beat di Two Times di Ann Lee.

L’uscita dell’EP è stata preceduta da una speciale performance all’ultimo pian della Torre Galfa di Milano, nel punto più alto in cui la metropoli che ha visto la nascita di M¥SS incontra il cielo.

“Pugili fragili”, ma spirito ancora più forte: Piero Pelù

Per Piero Pelù questo album sancisce una rinascita più che un ritorno perché, come dice lui stesso, dal panorama musicale Italiano non se n’è mai veramente andato.
Ventesimo disco fra i Litfiba e la carriera solista, il simbolo del rock italiano unisce nove brani inediti e una cover per festeggiare i primi quarant’anni di musica sotto un titolo che racchiude molto della sua personalità: infatti Piero afferma che nella sua vita ricca di scelte non facili, ha dovuto imparare a “dare” e a “ricevere” pugni senza mai arrendersi davanti alle fragilità.
Le squame che si possono vedere sul braccio destro nella copertina rappresentano un mutamento che caratterizza il nuovo Pelù, il quale ha deciso di fare musica divertendosi e allo stesso tempo cercando di trasmettere ai giovani messaggi in cui crede molto.
Insieme a Luca Chiaravalli, l’artista toscano è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra la chitarra rock e la musica elettronica, creando un vero e proprio mix di generi musicali che col gergo giovanile definiremmo “fresco”.
Il brano simbolo di “Pugili fragili” sicuramente lo si può trovare nella seconda traccia “Gigante”, classificato quinto alla 70° edizione del Festival di Sanremo.
Davanti ad una sala piena di giornalisti (alcuni arrivati persino dalla Svizzera e dalla Sardegna) Pelù ricorda il suo impegno verso l’ambiente (come si può notare già dal primo brano “Picnic all’inferno”) e la sua piena posizione contro la violenza sulle donne, denunciata nella settima traccia “Nata libera”.
La tracklist è composta da:
1. Picnic all’inferno (particolare duetto con Greta Thunberg)
2. Gigante
3. Ferro caldo
4. Pugili fragili
5. Luna nuda (scritto insieme a Francesco Sarcina)
6. Cuore matto (cover)
7. Nata libera
8. Fossi foco (scritto e cantato insieme ad Andrea Appino degli Zen Circus)
9. Stereo santo
10. Canicola
Il 3 luglio a Isola del Castello a Legnao (Milano) in occasione del Rugby Sound Festival partirà il “PUGILI FRAGILI TOUR”, che toccherà le principali città italiane con live che si prospettano adrenalinici.

Da ricordare: l’8 marzo sarà il quarantesimo anniversario del suo primo live, e ricorda che per quell’occasione dovette costruirsi da solo il palco perché il locale ne era sprovvisto. Inevitabile il paragone con i dischi, anche quelli “costruiti dal nulla e da solo”.

 

Testo di Luca Giardini.

E Ligabue è sempre lui. Cronaca e immagini da San Siro


San Siro è vuoto o San Siro è pieno?

Parafrasando il titolo di uno dei suoi vecchi brani, questa era forse la domanda che in molti si sono fatti ieri prima di arrivare allo stadio Meazza per la tappa milanese dello Start tour di Ligabue: dopotutto, nei giorni scorsi le voci di stadi “mezzi vuoti” – e sto citando – si sono rincorse a rimbalzo sul web con tanto di testimonianze fotografiche degli stadi di Bari a Firenze, tanto che il diretto interessato si è sentito in dovere di ammettere che sì, i numeri non sono esattamente quelli delle previsioni. Fatto sta che, per rispondere alla domanda iniziale, San Siro era pieno, decisamente pieno, dal prato alle tribune. Forse non proprio fino all’ultimo seggiolino, ma pieno, col oltre 56 mila presenti.
Su quelle che sono poi le ragioni del mancato obiettivo di questo tour – e si parla solo in termini di pubblico – io non lo so onestamente dire e ognuno dice la sua: “Ligabue è un artista che rischia e si rinnova”, “No, Ligabue è sempre uguale a se stesso”, e come sempre tutto è vero e tutto è discutibile. Sicuramente, chi di dovere farà le sue dovute riflessioni e calibrerà le mosse future.
Veniamo però al dunque. Il live a Milano coincideva per Luciano con una ricorrenza importante, visto che esattamente 22 anni fa, cioè il 28 giugno 1997, Ligabue metteva piede per la prima volta sul palco di San Siro: “Di quella sera non ricordo molto, ero troppo giovane e avevo troppe cose in testa, ma mi hanno detto che San Siro è stato ribaltato. Stasera tocca a voi fare il bis”, ha detto Luciano al suo pubblico, in uno dei pochi interventi con cui spezza la successione delle canzoni. E il suo pubblico ha risposto in boato, come ha fatto per l’intera serata.
L’impianto dello Start Tour è di quelli imponenti, da numeri uno insomma, con megaschermi da svariati metri quadri di ampiezza e due passerelle e un livello di decibel che non ha scherza, ma anche se Luciano non ha mai avuto l’atteggiamento borioso della star, lì sopra sembra trovarsi a proprio agio: compare in scena con il passo calmo che lo contraddistingue e attacca subito Polvere di stelle. Da lì procede filato con una scaletta che in quasi una trentina di brani condensa una carriera che l’anno prossimo taglierà il traguardo del trentesimo anniversario: i pezzi forti ci sono tutti, da Si viene e si va a Balliamo sul mondo, Bambolina e barracuda, ovviamente Certe notti, Tra palco e realtà, Urlando contro il cieloNon è tempo per noi diventa anche l’occasione per lanciare dagli schermi un messaggio sui rischi dei danni che l’uomo sta provocando al pianeta. Due i medley: il primo raggruppa pezzi acustici con chitarra e voce e comprende anche la doverosa Una vita da mediano, il secondo pezzi da “club rock”, decisamente più pestati. Buona la quota di pezzi dell’ultimo album, tra cui spiccano la già citata Polvere di stelle, la “antemica” Ancora noiLuci d’America, nata già per essere intonata a gran voce dalla folla dello stadio, Mai dire mai e Certe donne brillano.

Parafrasando un’altra canzone, si può dire che sul palco Ligabue “fa il suo dovere”, e lo fa bene: da (quasi) trent’anni a questa parte, chi lo conosce sa che il Liga è uno di quelli che non usano effetti speciali da spettacolone pop, non introduce cambi d’abito, non spettacolarizza lo show oltre il necessario. Anche su un palco dalle dimensioni mastodontiche illuminato a giorno, il centro della scena resta lui con la sua band e le sue canzoni. D’altronde il rock&roll questo chiede, nulla di più, e così è stato anche stavolta. Una formula essenziale e collaudata, che sembra funzionare ancora, nonostante la prima volta sia stata più di 20 anni fa.
Sono passati anni, sono passati dischi, sono passati tanti concerti in ogni tipo di location immaginabile, dai club agli aeroporti, ma Ligabue è sempre lui. Sempre lì, “sulla sua strada”.
E penso che basti.

La gallery della serata è visibile a questo link.
Foto di Luca Marenda.

Anche da un cuore spezzato può luccicare bellezza. Parola di Mark Ronson


Mark Ronson
è uno per cui la definizione di “re Mida” non suona esagerata. Un re Mida dell’industria discografica, ovviamente, uno che, diciamo negli ultimi 10-15 anni, ha visto la propria notorietà andare sempre e soltanto in ascesa, fino a diventare uno dei produttori più blasonati della scena. Anzi, delle scene, visto che se si parla di Mark Ronson non ci si può riferire a un solo ambito. E’ (soprattutto) grazie a Mark Ronson se Amy Winehouse ha fatto in tempo a diventare l’artista che ancora oggi rimpiangiamo – e mi sto riferendo in particolare all’album Back To Black -, ed è in gran parte merito di Mark Ronson il successone riscosso sul globo terracqueo da Bruno Mars con la bomba funkettona di Uptown Funk. Ma porta la firma di Mark Ronson anche la produzione tra pop, country e folk degli ultimi due lavori di Lady Gaga, Joanne e la colonna sonora di A Star Is Born, e se Shallow è diventata Shallow beh, in buona parte dobbiamo dire grazie a lui.
Mark Ronson, ovunque Mark Ronson, dal pop al soul, al funk al country. Pare non esserci genere musicale con cui l’inglese non sia in grado di entrare in sintonia.

Ebbene, a tutto questo va aggiunto anche che il buon Mark non sia solo un super-produttore, ma che qualche volta voglia metterci la faccia e pubblichi qualche album a proprio nome (Uptown Funk era per l’appunto il singolo di punta del suo penultimo lavoro, Uptown Special). E’ il caso di Late Night Feelings, quinto album uscito a nome Ronson.
Un disco che trova la sua sintesi perfetta già nella copertina: una strobosfera a forma di cuore, spezzata e inscatolata. Luccichio e dolore, questi sono i due comuni denominatori che non abbandonano mai l’album, ma che anzi ne caratterizzano l’identità, perché a dare forma e mood a Late Night Feelings ha contribuito in maniera decisiva la fine del matrimonio con l’attrice e modella Joséphine de La Baume.
Ed ecco che dalla devastazione che solo la fine di un amore può provocare è nata una raccolta di “sad bangers”, come li ha definiti il suo creatore: 13 tracce luccicanti di pop, ma dallo spirito tutt’altro che euforico. C’è l’elettronica, ci sono i rimpasti con il country (parla chiaro a questo proposito Nothing Breaks Like A Heart), ci sono le scintillanti influenze della disco, ma di fondo c’è anche un’affascinante malinconia che non permette ai battiti di accelerare più di tanto e tiene i pezzi proprio sul limitare del dancefloor.
Non per niente si chiamano “late night feelings”, emozioni della tarda notte, quelle che si fanno sentire quando le feste sono finite, le luci si sono spente e ci si ritrova nella solitaria intimità da cui non si può sfuggire. Dentro e fuori di metafora.
Per dare voce a questi sentimenti Mark Ronson si è rivolto a un folto gruppo di nomi esclusivamente femminili, coinvolgendo personalità di primo piano come Camila Cabello, Alicia Keys e Miley Cyrus, altre semi-note come Lykke Li, altre ancora quasi per nulla conosciute al grande pubblico come King Princess, YEBBA, interprete gospel qui presente addirittura in tre brani, la rapper The Last Artful, Dodgr, Angel Olsen, Diana Gordon e Ilsey. E per ognuna ha ritagliato uno spazio su misura, definito con precisione dall’occhio esperto del consumato produttore.

Late Night Feelings scivola così sull’arrangiamento disco della titletrack, si molleggia sulla linea di basso e sui falsetti di Knock Knock Konock, si scioglie sul soul di When U Went Away, entra in un ispirato meltin’ pot di funk e urban con Truth, si abbandona alle suggestioni country portate da Nothing Breaks Like A Heart (già che ci siete date una ripassata a Jolene di Dolly Parton) e all’indie pop di True Blue. E dopo questo saliscendi di curve emozionali e declinazioni sonore del dolore, il sipario cala lentamente e dolcemente sull’album tra le note struggenti di 2 AM e tra i sottili riverberi elettronici di Spinning. Mancano giusto gli applausi e il finale sarebbe perfetto.

Quando ci raccontano che anche il dolore un giorno ci sarà utile, forse non hanno poi tutti i torti: Mark Ronson per esempio è riuscito a trarne un album come questo.
Il problema è che non siamo tutti come Mark Ronson, ma questa è un’altra storia.

Madame X ci riconsegna Madonna


Madonna
è tornata. Questa volta lo possiamo dire a gran voce, finalmente. E non è tornata solo perché ha pubblicato un nuovo album – il quattordicesimo di inediti -, ma perché consegna un lavoro degno di portare il suo nome in copertina.
Erano più di dieci anni che la Signora sembrava aver perso il vero interesse per la musica, la passione e la curiosità che l’avevano portata a diventare la più grande popstar della storia: se il pop oggi si muove in un certo modo è anche per le indicazioni dettate da lei, questo lo sappiamo. Sul palco è sempre rimasta inarrivabile, eppure da almeno un decennio i suoi lavori sembravano aver perso lo smalto autentico, quello che le aveva permesso di conquistare il mondo fino a Confessions On A Dancefloor, l’ultimo album davvero “da Madonna”. Almeno fino a oggi.
Perché con Madame X – questo il titolo della nuova opera – Madonna sembra essersi di nuovo ricordata chi era: l’artista capace di giocare con il pop e di metterselo in tasca, di piegarlo al suo piacere, anche a costo di azzardare un po’. Anzi, soprattutto con il gusto di azzardare.

Dopo gli ultimi anni in cui l’ostentazione della forma fisica e la voglia di scandalizzare a ogni costo avevano preso il sopravvento sulla musica, Madonna sembra essere tornata a divertirsi con i suoni, mescolando stili e influenze e offrendo una visione inedita del pop. E per questa ennesima reincarnazione la via seguita è stata quella dei suoni del mondo.
Per dirla tutta, molti dei brani che hanno anticipato l’arrivo dell’album non facevano ben sperare: Medellín, scelto addirittura per aprire le porte a tutto il nuovo progetto, altro non è che un reggaeton molto patinato e della collaborazione con la superstar latina Maluma nessuno sentiva francamente la mancanza; così come non si sentiva la mancanza del mood reggaeggiante di Future, soprattutto se messo a confronto con la produzione dei No Doubt, che sulle interpolazioni tra reggae, rock e pop ci hanno costruito la carriera. Ma anche la tanto decantata I Rise non ha il giusto mordente per lasciare il segno. Solo Dark Ballet offriva spunti interessanti: vera e propria suite pop in mid-tempo con inserti operistici che si aprono nel bridge alla contaminazione tra sintetizzatori e Čajkovskij, opera di quel geniaccio dell’elettronica di Mirwais, producer francese che aveva già fatto la fortuna dell’elettro-country di Music.


Superata la soglia delle anticipazioni, ecco però che Madame X rivela tutta la sua ricchezza: un tributo alla cultura latina in diverse declinazioni, senza tralasciare altre influenze etniche e gustosità elettroniche. Come quelle di God Control, altro pastiche sonoro firmato da Mirwais, nel quale convivono, in oltre 6 minuti, pop, gospel e disco music. O Batuka, vibrante di cori e di percussioni africane di Capo Verde, per passare subito dopo alle malinconiche seduzioni del fado portoghese in Killers Who Are Partying, in cui confluiscono anche segmenti urban di hip-hop.
Si cospargono invece di polveri orientali le corde pizzicate di Extreme Occident, mentre la cover di Faz Gostoso, realizzata insieme ad Anitta, torna in area latina per esplodere in festose tonalità carioca. Il reggaeton torna a farsi sentire più prepotentemente, sempre con Maluma, in Bitch I’m Loca (con tanto di autocitazione nel titolo rivisitata e corretta) e lo splendore dei primi anni ’90 si affaccia in I Don’t Search I’m Find, sempre grazie alla mano di Mirwais.
Appena prima della chiusura con I Rise, l’intensa e ispirata ballad Looking For Mercy è un altro momento di grazia.

Curiosamente, resta confinata tra le bonus track della versione in doppio CD Ciao Bella, che avrebbe forse meritato un po’ di visibilità in più.

Se la cultura latina è entrata nella discografia di Madonna già dagli anni ’80 (impossibile non ricordare Who’s That Girl e ancora di più La Isla Bonita), mai come adesso la Signora ci aveva preso familiarità e se ne era impossessata, grazie soprattutto al lungo soggiorno a Lisbona per seguire il figlio nella squadra di calcio.
Come la misteriosa e inafferrabile Madame X del titolo, ispirato al nomignolo dato a Madonna da Martha Graham, per il quattordicesimo album della carriera la Ciccone ha trovato un altro modo per reinventarsi, e lo ha fatto percorrendo le strade musicali del mondo e riunendole sotto l’egida del pop. Canta in inglese, in spagnolo e in portoghese, allunga i brani ben oltre la durata consentita dalle radio e per la prima volta dopo anni sembra non avere più paura di sbagliare mira.

Madonna si è trasformata in Madame X, e Madame X ci ha riportato Madonna. Finalmente.

Romina Falconi tinge di biondo Milano


Non era la prima volta che Romina Falconi si esibiva a Milano – e in passato ha avuto occasione di farlo anche in una location importante come quella dell’Alcatraz – ma il concerto del 16 maggio all’Apollo Club di via Borsi sembra aver segnato per la cantautrice romana un traguardo importante.
Un concerto arrivato dopo le tappe di Roma e Bologna, ma soprattutto dopo l’uscita del secondo disco, Biondologia: un concept-album sulle emozioni pubblicato a marzo, che ha messo ancora più in luce il talento di un’artista che fino ad alcuni anni fa il pop nostrano non aveva ancora conosciuto.
Quello all’Apollo è stato un live che senza troppi giri di parole si può definire un trionfo, con una calorosa partecipazione di pubblico a dimostrare una fiducia che Romina è riuscita a conquistarsi nel tempo, passo dopo passo, traguardo dopo traguardo, portando avanti un progetto discografico che pur muovendosi nel solco del pop più patinato si è sempre appoggiato sul circuito indipendente. Una scelta e una coerenza che finalmente sembrano portare risultati tangibili.

In un’ora e mezza di live, stretta in un corsetto nero e incorniciata da una chioma più platinata che mai, la Falconi ha messo sul palco tutta se stessa, proprio come si è sempre presentata nelle sue canzoni: si è mangiata la scena muovendosi con il passo esperto della diva, ha mostrato una femminilità sfacciata e passionale, ha rivelato le ferite e le cicatrici umane che ognuno di noi si porta dentro e tra un brano e l’altro ha dispensato le sue celebri e ficcanti pillole di filosofia verace: “Per me la dignità è come la sobrietà: non mi avranno mai!”; o ancora “Charlotte Brontë diceva che tra la dignità e la felicità preferiva essere felice. Io tra la dignità e la felicità preferisco bucare le ruote”, con buona pace del politically correct. Perché chi conosce Romina sa che dove c’è lei non possono esserci buonismi, retorica da cioccolatini e luoghi comuni.
Ironia tagliente, cinismo, rabbia, forse anche qualche “filo d’odio”, e poi dolore, fragilità dell’anima e nuda emozione, tutto questo ha preso vita durante la serata: bastava la citazione di un solo verso e la sala sapeva già quale sarebbe stato il prossimo brano, tra quelli più recenti ma anche tra quelli del passato, come Il mio prossimo amore – ormai diventato un vero manifesto “falconiano” – e Circe. Il pubblico è complice, solidale, e quella che si vede è una sincera dimostrazione di affetto reciproco tra un’artista che ha saputo trovare un linguaggio nuovo e personale per raccontare la vita e un pubblico che trova finalmente in Romina qualcuno in grado di dare voce anche ai pensieri più inconfessabili senza moralismi o censure e con la leggerezza dello “psico-pop”.

Questo è un concerto di Romina Falconi. Questa è una sana manifestazione di biondologia.

“Se devi scegliere, scegli di essere Bruce Springsteen”. Tornano i “notturni” Fast Animals and Slow Kids


Quella dei Fast Animals and Slow Kids è la storia di una band che ce l’ha fatta. O, almeno, è la storia di una band che da 11 anni a questa parte è sempre andata nel senso dell’ascesa.
Formatosi tra i banchi di un liceo di Perugia nel 2008, il gruppo ha saputo attirare l’attenzione di un pubblico sempre più numeroso, facendosi strada tra le intricate e affollate vie dell’underground fino ad approdare, con il quindo album, nelle schiere di una major, Warner, che scelto di scommettere sulla band e di distribuire Animali notturni, pubblicato lo scorso 10 maggio.
Seduti all’ombra di un pacifico angolo verde di un terrazzo milanese, Aimone Romizi, Alessandro Guercini, Alessio Mingoli e Jacopo Gigliotti non sembrano essersi fatti sconvolgere molto da questo “upgrading”, ma non nascondono un certo entusiasmo: “Non abbiamo avuto nessuna imposizione, siamo arrivati in Warner con il disco già in mano. Non pensiamo che nelle major ci siano dei padroni con in mano chissà che potere. Per ora, entrare in un realtà come quella ci ha permesso di vedere come funziona una struttura che lavora solo per la musica”, oltre a far diventare la musica un lavoro dopo anni di gavetta “passati a suonare davanti a cinque persone che ci odiavano”, come ricorda da dietro i suoi occhiali da sole Aimone.

E sempre il frontman inizia a raccontare la genesi dell’album: “Di solito ci mettiamo al lavoro su un nuovo disco già un mese dopo l’uscita del precedente: se questo non succede vuol dire che la band è morta. Ed è stato così anche per Animali notturni: abbiamo iniziato a scriverlo durante le prove del tour e tra una tappa e l’altra o scambiandoci le idee con file inviati su Garage Band: abbiamo scritto tanto, e purtroppo tanto è stato è rimasto fuori dal disco. Da subito abbiamo però avuto chiara la direzione da prendere. L’idea di base per ogni nostro album è quella di farlo suonare nel modo in cui suonano i dischi che ci hanno influenzato in quel periodo”. E per questo nuovo album le influenze citate dai quattro musicisti comprendono Bruce Stringsteen, REM,  – “una band che è rimasta indipendente per molti anni” -, Stone Roses, War on Drugs, fino al punk e ai Clash.
Proprio parlando dei Clash la band tocca un tema che sembra stare particolarmente a cuore a tutti i componenti, quello della libertà: “Dopo il punk, con London Calling i Clash sono arrivati a fare quello che volevano, e per noi è stato uno stimolo di ricerca verso la perfezione. Puntiamo molto in alto, anche per rendere omaggio a quegli artisti che ci hanno aiutato a diventare persone migliori. Insomma, se proprio devi scegliere, almeno sii Bruce Springsteen! Non vogliamo essere una fiammella che si spegne.”

Coerenza, istinto, necessità di libertà, pensieri che si mescolano nelle parole dei FASK, affiorando qua e là, come quando il discorso si ferma su Matteo Cantaluppi, il produttore assoldato per il nuovo album. Una scelta coraggiosa per una band che ha fatto dell’introspezione e dei suoni potenti del rock le proprie cifre stilistiche, ma che ora si è messa nelle mani di colui che – tra le altre cose – è stato anche l’artefice del successo dei Thegiornaslisti, un gruppo non esattamente in linea con loro.
“Cantaluppi lo siamo andati a cercare noi, e lo abbiamo scelto dopo aver contattato altri cinque diversi produttori. La prima cosa che ha fatto è stata sedersi con noi intorno a un tavolo per parlare di musica e chiederci cosa volevamo fare: è uno con una cultura musicale immensa, ci ha fatto sentire alcune cose dei Talk Talk, una band che non conoscevamo. Questo disco è diverso dal precedente perché siamo cambiati anche noi, è la vita: quando si considera la carriera di una band non si dovrebbe mai perdere di vista il percorso personale che c’è dietro. Alcuni si sono stupiti di sentire nel disco parole come ‘cuore’ o ‘amore’, senza capire che Non potrei mai è un brano che parla del frantumarsi di un rapporto. Tutto quello che si sente nell’album è però tutto merito o colpa nostra, non c’è niente che ci sia stato imposto dal produttore”.
Impossibile quindi non soffermarsi su Radio radio, uno dei nuovi brani, in cui tra le righe emerge il tema del compromesso con cui un artista deve fare i conti: “Se vuoi fare l’artista e inizi a chiederti cosa fare per piacere a tutti hai sbagliato lavoro. Non ho mai conosciuto artisti così – spiega Aimone – ma credo che sia una vita di merda, perché se le cose ti vanno male sarai insoddisfatto. E se anche dovesse andarti bene probabilmente non saresti felice. Come musicista, so che il mio è uno dei lavoro meno essenziali nella società, è come il canto della cicala, e tra le mie paure c’è quella che un giorno quello che faccio non interessi più a nessuno: ma spero che se la nostra musica non dovesse più piacere, sia per le scelte che abbiamo fatto, e non perché abbiamo cercato di piacere“.

“Gaber, la mia entità sorvegliante”. Cesare Cremonini racconta il suo rapporto con “il Signor G”


A prima vista Giorgio Gaber e Cesare Cremonini sembrerebbero avere in comune solo la professione di cantautore.
Basta però approfondire un po’ la conoscenza dell’opera di entrambi per capire che i fili che li legano sono numerosi. L’occasione per farsene un’idea è arrivata nel pomeriggio di sabato 27 aprile al Teatro Strehler di Milano, quando l’artista bolognese ha chiacchierato con Marinella Venegoni nell’ambito della rassegna Milano per Gaber, giunta quest’anno alla dodicesima edizione.

“Purtroppo non ho avuto la fortuna di vedere Gaber dal vivo, e me ne vergogno: io e lui siamo molto diversi, perché io parlo alle masse, ho suonato anche a San Siro, invece Gaber aveva scelto la nicchia e considerava il pubblico come un insieme di singoli individui. Gaber parlava all’uomo, e per questo trasformava ogni sua canzone in una canzone politica. Gaber mi ha fatto capire che anche la musica leggera può fare analisi”.
Il legame tra “il Signor G” è iniziato quando Cremonini aveva tra i 23, 24 anni, appena dopo il successo stordente avuto con i Lunapop: “Quando hai un successo così non ti rendi più conto di niente, ti senti ubriaco. Gaber è stato uno dei punti di riferimento che mi sono serviti quando ho rimesso i piedi a terra. Da giovane non ho mai avuto un padre artistico, appartenevo a una famiglia della buona borghesia: ho studiato pianoforte da quando avevo 6 anni, ma mi serviva solo per fare bella figura la domenica quando i colleghi medici di mio padre venivano a casa nostra e mio padre mi chiedeva di suonare qualcosa per loro. Questo modo di concepire la musica è proprio quello che Gaber criticava”.
Parlando del “Signor G”, Cremonini non risparmia definizioni impegnative, come quella di “dio greco”, verso il quale egli si pone come un discepolo, e come tale “posso commettere anche degli errori, tra cui suonare a San Siro”. Ovviamente scherza Cremonini, ma paradossalmente è stato proprio sul palco dello stadio Meazza che la lezione di Gaber si è rivelata più utile, insieme e a quella di Freddie Mercury, di cui porta anche un ritratto tatuato sul braccio: “Pur essendo due artisti molto diversi, ho imparato molto da entrambi ed entrambi hanno qualcosa in comune nel modo di stare sul palco. In tutti e due c’è teatralità, come nel gesto dell’inchino. Sono i miei due angeli custodi, a San Siro è stato come averli uno sulla spalla destra e uno su quella sinistra. Gaber è la mia entità sorvegliante, so che mi guarda sempre“.

Non mancano anche aneddoti particolari: “Nel periodo in cui ho scoperto Gaber, lo facevo ascoltare anche alle ragazze che conoscevo. Dopo aver fatto l’amore mettevo sempre la musica di Gaber, anche per due ore di seguito, con il risultato che dopo un po’ si stancavano e non le rivedevo più. L’avevo già raccontato in passato, e mi rendo conto di non aver fatto una buona pubblicità a Gaber, per cui ne approfitto per chiedere scusa a sua figlia Dalia. Però era il modo di dimostrare il mio amore per lui: preferivo la sua musica alle ragazze!”.

“Di Gaber amo soprattutto le canzoni ‘orgasmiche’, quelle cioè che partono dal piccolo e piano piano si allargano sempre di più, per arrivare a tematiche universali. Anni fa, quando ho fatto il tour nei teatri, in scaletta avevo messo L’orgia, un brano di incredibile attualità, che potrebbe essere stato scritto oggi”. Alla domanda poi se nella sua discografia ci possa essere qualche canzone particolarmente “gaberiana”, la risposta di Cremonini è interessante: “Alcune sì, perché ho portato avanti alcune analisi personali. Per esempio Nessuno Vuole Essere Robin: parla di una coppia, in cui uno dei due inizia a trattare il proprio cane come un essere umano solo per non parlare con l’altro. Quando è uscita non sapevo come sarebbe stata presa dal pubblico, non sapevo come l’avrebbero considerata le radio, ma ero convinto che poteva creare un contatto diretto con le persone. Quella canzone è il “ti capisco” in grado di creare empatia”.

photo: Elena Di Vincenzo

Il nuovo live di Marco Mengoni è un volo “essenziale” sopra l’Atlantico


Più passano gli anni e più diventa chiaro perché Marco Mengoni quel famoso “x factor” ce l’ha davvero addosso.
E non solo per una voce obbiettivamente notevole – e affinata nel tempo – e una padronanza della scena da vero animale da palco, ma anche perché album dopo album Marco ha saputo spostarsi dall’immagine pop da teen idol per delineare su di sé il profilo di un artista con una personalità vivace e scalpitante, che non teme di manifestarsi anche attraverso scelte non così ovvie.
La prova tangibile di questo percorso in ascesa è l’ultimo disco, Atlantico, pubblicato lo scorso novembre, in cui sono riassunti i suoni del mondo, dalla Spagna al Brasile all’Africa al fado portoghese. E da qui prende le mosse naturali il nuovo tour, Atlantico live, partito il 27 aprile dal Pala Alpitour di Torino e già ricco di appuntamenti sold out, dopo il “grande riscaldamento” delle anteprime europee.
Un concerto “in divenire”, due ore di show pensato dallo stesso artista e calibrato nei minimi dettagli in cui tutto ruota attorno a quello che succede sul palco. Nei tre grandi grandi blocchi dello spettacolo si assiste infatti a una progressiva composizione delle scenografia, che da scarna e minimale nei primi brani diventata man mano un’esplosione di luci ed effetti video grazie anche all’allestimento di uno speciale schermo progettato, appositamente per questo tour, in grado di annullarsi sullo sfondo per lasciar intravedere una grata industriale, unendo così il mondo analogico a quello digitale, come è da sempre nella natura di Mengoni: “Avevo la voglia di fare uno show in trasformazione. Sono un assiduo frequentatore di concerti e guardo molto quello che fanno gli altri artisti. Il progetto del palco è nato già tre anni fa – ha dichiarato Marco alla stampa al termine del concerto – e nel tempo è diventato qualcosa di molto diverso. Ci abbiamo lavorato molto, su Whattsapp c’era una chat di messaggi rovente…”.
A completare la scenografia anche due passerelle laterali che si alzano portando Marco letteralmente sopra al pubblico.

Ma al di là del notevole dispiego tecnologico, il protagonista è lui, Marco Mengoni, che però preferisce mettersi al centro della scena insieme tutti quelli che hanno lavorato allo show. Lo dice sul palco alla fine del concerto e lo ribadisce nel backstage: “Questo è un concerto di tutti, compresi i backliner. Nelle prove arrivavano sul palco quasi di nascosto, piegati, invece ho detto di restare a schiena dritta e farsi vedere dal pubblico, perché questo è anche il loro show”.
Mentre racconta come è nato il progetto di questo tour, Mengoni parla di liberazione, di apertura verso altri mondi, di caratteri tribali, persino di psichedelia, tutti elementi che effettivamente si ritrovano nel corso del live, dove sono riassunte e concentrate tutte le sue passioni, compresa una notevole dose di soul: “Non ci posso fare niente, il soul è il richiamo dell’Africa, da dove arriviamo tutti”.

Dall’avvio potente con Muhammad Ali e Voglio, il concerto rincorre i diversi stati d’animo che Marco ha disseminato nei suoi dischi, passando per le discese introspettive di Ti ho voluto bene veramente e In un giorno qualunque, al singolo d’esordio Dove si vola, che si mescola a sorpresa con Someone like you di Adele; e poi Buona vita, in mashup cubano con Chan Chan di Company Segundo. Di grande effetto l’omaggio a Frida Khalo in La casa Azul, con il volto della celebre artista proiettato sullo sfondo con disegni psichedelici, mentre Amalia diventa un coinvolgente numero contaminato dal fado che vede impegnati tutti i musicisti sul palco.
La terza parte dello spettacolo è sicuramente quella più ricca, sotto tutti i punti di vista: si inizia dall’intesa Guerriero, eseguita sulle passerelle mobili sospese sopra il pubblico, per arrivare all’Essenziale, che vede Marco per la prima volta seduto al piano forte. Appena prima dell’unico medley in scalatta (20 sigarette – Le cose che non ho – Non passerai) Mengoni lancia una provocazione al pubblico e chiede di spegnare tutte le luci sul palco per far mettere da parte almeno per un attimo i cellulari.
Efficace e graffiante il mashup di Amazing di Kanye West e Pastime Paradise di Stevie Wonder sulle note di Credimi ancora, mentre Io ti aspetto ha il compito di regalare al pubblico un ultimo scatto di adrenalina che fa tremare l’intero Pala Alpitour.
Una versione inedita e all’insegna del minimalismo di L’essenziale e Hola chiudono definitivamente la serata.

Spazio anche per alcuni momenti di riflessione nei monologhi che dividono le sezioni del concerto: “Sei fatto per il 60% di acqua, per il 30% delle persone che ami e per il 10% di quello che ti manca” recita la voce di Marco nel primo monologo, improntato ad alcune considerazione sulla natura umana. E cosa manca più di tutto oggi a Marco Mengoni? “Sento che mi manca soprattutto il tempo di godermi le cose. Purtroppo il tempo non guarda in faccia a nessuno, non si può recuperare”.
I temi sociali dominano invece il secondo monologo, dove arriva l’occasione per sensibilizzare il pubblico al rispetto per l’ambiente e per ammonire sui rischi portati dai social network. Due argomenti apparentemente lontano e slegati: “Vedo che molti artisti coltivano e mostrano disinteresse verso il mondo che li circonda. Nel mio piccolo cerco di sconfiggere quel male dell’indifferenza che ci allontana da tutto e da tutti”. E “di indifferenza si muore” è proprio uno dei titoli che appaiono sugli schermi.

Quello dell’Atlantico tour è uno spettacolo grandioso, che ha il valore – non sempre rispettato in queste occasioni – di non far disperdere le energie: Marco balla e si mangia in scioltezza il palco, ma non si dimentica che è lì prima di tutto per cantare. Ecco che allora ambizione ed essenzialità trovano il giusto accordo, un compromesso – c’è da crederci – frutto di un lavoro lungo e paziente, che oggi porta in scena un artista ormai cresciuto e maturo, a cui forse, oltre al tempo, manca adesso solo una cosa, l’approdo negli stadi.

Atlantico live setlist:
Muhammad Ali
Voglio
Ti ho voluto bene veramente
In un giorno qualunque
Dove si vola
Sai che
Atlantico
Pronto a correre
Monologo: Sei tutto
La ragione del mondo
Buona vita
Parole in circolo
Proteggiti da me
Dialogo tra due pazzi
La casa Azul
Onde
Amalia

Monologo: Mondo_Loon
Guerriero
Mille lire

L’Essenziale/piano
20 sigarette / Le cose che non ho / Non passerai
Esseri umani
Credimi ancora
Io ti aspetto
L’Essenziale
Hola