E Ligabue è sempre lui. Cronaca e immagini da San Siro


San Siro è vuoto o San Siro è pieno?

Parafrasando il titolo di uno dei suoi vecchi brani, questa era forse la domanda che in molti si sono fatti ieri prima di arrivare allo stadio Meazza per la tappa milanese dello Start tour di Ligabue: dopotutto, nei giorni scorsi le voci di stadi “mezzi vuoti” – e sto citando – si sono rincorse a rimbalzo sul web con tanto di testimonianze fotografiche degli stadi di Bari a Firenze, tanto che il diretto interessato si è sentito in dovere di ammettere che sì, i numeri non sono esattamente quelli delle previsioni. Fatto sta che, per rispondere alla domanda iniziale, San Siro era pieno, decisamente pieno, dal prato alle tribune. Forse non proprio fino all’ultimo seggiolino, ma pieno, col oltre 56 mila presenti.
Su quelle che sono poi le ragioni del mancato obiettivo di questo tour – e si parla solo in termini di pubblico – io non lo so onestamente dire e ognuno dice la sua: “Ligabue è un artista che rischia e si rinnova”, “No, Ligabue è sempre uguale a se stesso”, e come sempre tutto è vero e tutto è discutibile. Sicuramente, chi di dovere farà le sue dovute riflessioni e calibrerà le mosse future.
Veniamo però al dunque. Il live a Milano coincideva per Luciano con una ricorrenza importante, visto che esattamente 22 anni fa, cioè il 28 giugno 1997, Ligabue metteva piede per la prima volta sul palco di San Siro: “Di quella sera non ricordo molto, ero troppo giovane e avevo troppe cose in testa, ma mi hanno detto che San Siro è stato ribaltato. Stasera tocca a voi fare il bis”, ha detto Luciano al suo pubblico, in uno dei pochi interventi con cui spezza la successione delle canzoni. E il suo pubblico ha risposto in boato, come ha fatto per l’intera serata.
L’impianto dello Start Tour è di quelli imponenti, da numeri uno insomma, con megaschermi da svariati metri quadri di ampiezza e due passerelle e un livello di decibel che non ha scherza, ma anche se Luciano non ha mai avuto l’atteggiamento borioso della star, lì sopra sembra trovarsi a proprio agio: compare in scena con il passo calmo che lo contraddistingue e attacca subito Polvere di stelle. Da lì procede filato con una scaletta che in quasi una trentina di brani condensa una carriera che l’anno prossimo taglierà il traguardo del trentesimo anniversario: i pezzi forti ci sono tutti, da Si viene e si va a Balliamo sul mondo, Bambolina e barracuda, ovviamente Certe notti, Tra palco e realtà, Urlando contro il cieloNon è tempo per noi diventa anche l’occasione per lanciare dagli schermi un messaggio sui rischi dei danni che l’uomo sta provocando al pianeta. Due i medley: il primo raggruppa pezzi acustici con chitarra e voce e comprende anche la doverosa Una vita da mediano, il secondo pezzi da “club rock”, decisamente più pestati. Buona la quota di pezzi dell’ultimo album, tra cui spiccano la già citata Polvere di stelle, la “antemica” Ancora noiLuci d’America, nata già per essere intonata a gran voce dalla folla dello stadio, Mai dire mai e Certe donne brillano.

Parafrasando un’altra canzone, si può dire che sul palco Ligabue “fa il suo dovere”, e lo fa bene: da (quasi) trent’anni a questa parte, chi lo conosce sa che il Liga è uno di quelli che non usano effetti speciali da spettacolone pop, non introduce cambi d’abito, non spettacolarizza lo show oltre il necessario. Anche su un palco dalle dimensioni mastodontiche illuminato a giorno, il centro della scena resta lui con la sua band e le sue canzoni. D’altronde il rock&roll questo chiede, nulla di più, e così è stato anche stavolta. Una formula essenziale e collaudata, che sembra funzionare ancora, nonostante la prima volta sia stata più di 20 anni fa.
Sono passati anni, sono passati dischi, sono passati tanti concerti in ogni tipo di location immaginabile, dai club agli aeroporti, ma Ligabue è sempre lui. Sempre lì, “sulla sua strada”.
E penso che basti.

La gallery della serata è visibile a questo link.
Foto di Luca Marenda.

Anche da un cuore spezzato può luccicare bellezza. Parola di Mark Ronson


Mark Ronson
è uno per cui la definizione di “re Mida” non suona esagerata. Un re Mida dell’industria discografica, ovviamente, uno che, diciamo negli ultimi 10-15 anni, ha visto la propria notorietà andare sempre e soltanto in ascesa, fino a diventare uno dei produttori più blasonati della scena. Anzi, delle scene, visto che se si parla di Mark Ronson non ci si può riferire a un solo ambito. E’ (soprattutto) grazie a Mark Ronson se Amy Winehouse ha fatto in tempo a diventare l’artista che ancora oggi rimpiangiamo – e mi sto riferendo in particolare all’album Back To Black -, ed è in gran parte merito di Mark Ronson il successone riscosso sul globo terracqueo da Bruno Mars con la bomba funkettona di Uptown Funk. Ma porta la firma di Mark Ronson anche la produzione tra pop, country e folk degli ultimi due lavori di Lady Gaga, Joanne e la colonna sonora di A Star Is Born, e se Shallow è diventata Shallow beh, in buona parte dobbiamo dire grazie a lui.
Mark Ronson, ovunque Mark Ronson, dal pop al soul, al funk al country. Pare non esserci genere musicale con cui l’inglese non sia in grado di entrare in sintonia.

Ebbene, a tutto questo va aggiunto anche che il buon Mark non sia solo un super-produttore, ma che qualche volta voglia metterci la faccia e pubblichi qualche album a proprio nome (Uptown Funk era per l’appunto il singolo di punta del suo penultimo lavoro, Uptown Special). E’ il caso di Late Night Feelings, quinto album uscito a nome Ronson.
Un disco che trova la sua sintesi perfetta già nella copertina: una strobosfera a forma di cuore, spezzata e inscatolata. Luccichio e dolore, questi sono i due comuni denominatori che non abbandonano mai l’album, ma che anzi ne caratterizzano l’identità, perché a dare forma e mood a Late Night Feelings ha contribuito in maniera decisiva la fine del matrimonio con l’attrice e modella Joséphine de La Baume.
Ed ecco che dalla devastazione che solo la fine di un amore può provocare è nata una raccolta di “sad bangers”, come li ha definiti il suo creatore: 13 tracce luccicanti di pop, ma dallo spirito tutt’altro che euforico. C’è l’elettronica, ci sono i rimpasti con il country (parla chiaro a questo proposito Nothing Breaks Like A Heart), ci sono le scintillanti influenze della disco, ma di fondo c’è anche un’affascinante malinconia che non permette ai battiti di accelerare più di tanto e tiene i pezzi proprio sul limitare del dancefloor.
Non per niente si chiamano “late night feelings”, emozioni della tarda notte, quelle che si fanno sentire quando le feste sono finite, le luci si sono spente e ci si ritrova nella solitaria intimità da cui non si può sfuggire. Dentro e fuori di metafora.
Per dare voce a questi sentimenti Mark Ronson si è rivolto a un folto gruppo di nomi esclusivamente femminili, coinvolgendo personalità di primo piano come Camila Cabello, Alicia Keys e Miley Cyrus, altre semi-note come Lykke Li, altre ancora quasi per nulla conosciute al grande pubblico come King Princess, YEBBA, interprete gospel qui presente addirittura in tre brani, la rapper The Last Artful, Dodgr, Angel Olsen, Diana Gordon e Ilsey. E per ognuna ha ritagliato uno spazio su misura, definito con precisione dall’occhio esperto del consumato produttore.

Late Night Feelings scivola così sull’arrangiamento disco della titletrack, si molleggia sulla linea di basso e sui falsetti di Knock Knock Konock, si scioglie sul soul di When U Went Away, entra in un ispirato meltin’ pot di funk e urban con Truth, si abbandona alle suggestioni country portate da Nothing Breaks Like A Heart (già che ci siete date una ripassata a Jolene di Dolly Parton) e all’indie pop di True Blue. E dopo questo saliscendi di curve emozionali e declinazioni sonore del dolore, il sipario cala lentamente e dolcemente sull’album tra le note struggenti di 2 AM e tra i sottili riverberi elettronici di Spinning. Mancano giusto gli applausi e il finale sarebbe perfetto.

Quando ci raccontano che anche il dolore un giorno ci sarà utile, forse non hanno poi tutti i torti: Mark Ronson per esempio è riuscito a trarne un album come questo.
Il problema è che non siamo tutti come Mark Ronson, ma questa è un’altra storia.

Madame X ci riconsegna Madonna


Madonna
è tornata. Questa volta lo possiamo dire a gran voce, finalmente. E non è tornata solo perché ha pubblicato un nuovo album – il quattordicesimo di inediti -, ma perché consegna un lavoro degno di portare il suo nome in copertina.
Erano più di dieci anni che la Signora sembrava aver perso il vero interesse per la musica, la passione e la curiosità che l’avevano portata a diventare la più grande popstar della storia: se il pop oggi si muove in un certo modo è anche per le indicazioni dettate da lei, questo lo sappiamo. Sul palco è sempre rimasta inarrivabile, eppure da almeno un decennio i suoi lavori sembravano aver perso lo smalto autentico, quello che le aveva permesso di conquistare il mondo fino a Confessions On A Dancefloor, l’ultimo album davvero “da Madonna”. Almeno fino a oggi.
Perché con Madame X – questo il titolo della nuova opera – Madonna sembra essersi di nuovo ricordata chi era: l’artista capace di giocare con il pop e di metterselo in tasca, di piegarlo al suo piacere, anche a costo di azzardare un po’. Anzi, soprattutto con il gusto di azzardare.

Dopo gli ultimi anni in cui l’ostentazione della forma fisica e la voglia di scandalizzare a ogni costo avevano preso il sopravvento sulla musica, Madonna sembra essere tornata a divertirsi con i suoni, mescolando stili e influenze e offrendo una visione inedita del pop. E per questa ennesima reincarnazione la via seguita è stata quella dei suoni del mondo.
Per dirla tutta, molti dei brani che hanno anticipato l’arrivo dell’album non facevano ben sperare: Medellín, scelto addirittura per aprire le porte a tutto il nuovo progetto, altro non è che un reggaeton molto patinato e della collaborazione con la superstar latina Maluma nessuno sentiva francamente la mancanza; così come non si sentiva la mancanza del mood reggaeggiante di Future, soprattutto se messo a confronto con la produzione dei No Doubt, che sulle interpolazioni tra reggae, rock e pop ci hanno costruito la carriera. Ma anche la tanto decantata I Rise non ha il giusto mordente per lasciare il segno. Solo Dark Ballet offriva spunti interessanti: vera e propria suite pop in mid-tempo con inserti operistici che si aprono nel bridge alla contaminazione tra sintetizzatori e Čajkovskij, opera di quel geniaccio dell’elettronica di Mirwais, producer francese che aveva già fatto la fortuna dell’elettro-country di Music.


Superata la soglia delle anticipazioni, ecco però che Madame X rivela tutta la sua ricchezza: un tributo alla cultura latina in diverse declinazioni, senza tralasciare altre influenze etniche e gustosità elettroniche. Come quelle di God Control, altro pastiche sonoro firmato da Mirwais, nel quale convivono, in oltre 6 minuti, pop, gospel e disco music. O Batuka, vibrante di cori e di percussioni africane di Capo Verde, per passare subito dopo alle malinconiche seduzioni del fado portoghese in Killers Who Are Partying, in cui confluiscono anche segmenti urban di hip-hop.
Si cospargono invece di polveri orientali le corde pizzicate di Extreme Occident, mentre la cover di Faz Gostoso, realizzata insieme ad Anitta, torna in area latina per esplodere in festose tonalità carioca. Il reggaeton torna a farsi sentire più prepotentemente, sempre con Maluma, in Bitch I’m Loca (con tanto di autocitazione nel titolo rivisitata e corretta) e lo splendore dei primi anni ’90 si affaccia in I Don’t Search I’m Find, sempre grazie alla mano di Mirwais.
Appena prima della chiusura con I Rise, l’intensa e ispirata ballad Looking For Mercy è un altro momento di grazia.

Curiosamente, resta confinata tra le bonus track della versione in doppio CD Ciao Bella, che avrebbe forse meritato un po’ di visibilità in più.

Se la cultura latina è entrata nella discografia di Madonna già dagli anni ’80 (impossibile non ricordare Who’s That Girl e ancora di più La Isla Bonita), mai come adesso la Signora ci aveva preso familiarità e se ne era impossessata, grazie soprattutto al lungo soggiorno a Lisbona per seguire il figlio nella squadra di calcio.
Come la misteriosa e inafferrabile Madame X del titolo, ispirato al nomignolo dato a Madonna da Martha Graham, per il quattordicesimo album della carriera la Ciccone ha trovato un altro modo per reinventarsi, e lo ha fatto percorrendo le strade musicali del mondo e riunendole sotto l’egida del pop. Canta in inglese, in spagnolo e in portoghese, allunga i brani ben oltre la durata consentita dalle radio e per la prima volta dopo anni sembra non avere più paura di sbagliare mira.

Madonna si è trasformata in Madame X, e Madame X ci ha riportato Madonna. Finalmente.

Romina Falconi tinge di biondo Milano


Non era la prima volta che Romina Falconi si esibiva a Milano – e in passato ha avuto occasione di farlo anche in una location importante come quella dell’Alcatraz – ma il concerto del 16 maggio all’Apollo Club di via Borsi sembra aver segnato per la cantautrice romana un traguardo importante.
Un concerto arrivato dopo le tappe di Roma e Bologna, ma soprattutto dopo l’uscita del secondo disco, Biondologia: un concept-album sulle emozioni pubblicato a marzo, che ha messo ancora più in luce il talento di un’artista che fino ad alcuni anni fa il pop nostrano non aveva ancora conosciuto.
Quello all’Apollo è stato un live che senza troppi giri di parole si può definire un trionfo, con una calorosa partecipazione di pubblico a dimostrare una fiducia che Romina è riuscita a conquistarsi nel tempo, passo dopo passo, traguardo dopo traguardo, portando avanti un progetto discografico che pur muovendosi nel solco del pop più patinato si è sempre appoggiato sul circuito indipendente. Una scelta e una coerenza che finalmente sembrano portare risultati tangibili.

In un’ora e mezza di live, stretta in un corsetto nero e incorniciata da una chioma più platinata che mai, la Falconi ha messo sul palco tutta se stessa, proprio come si è sempre presentata nelle sue canzoni: si è mangiata la scena muovendosi con il passo esperto della diva, ha mostrato una femminilità sfacciata e passionale, ha rivelato le ferite e le cicatrici umane che ognuno di noi si porta dentro e tra un brano e l’altro ha dispensato le sue celebri e ficcanti pillole di filosofia verace: “Per me la dignità è come la sobrietà: non mi avranno mai!”; o ancora “Charlotte Brontë diceva che tra la dignità e la felicità preferiva essere felice. Io tra la dignità e la felicità preferisco bucare le ruote”, con buona pace del politically correct. Perché chi conosce Romina sa che dove c’è lei non possono esserci buonismi, retorica da cioccolatini e luoghi comuni.
Ironia tagliente, cinismo, rabbia, forse anche qualche “filo d’odio”, e poi dolore, fragilità dell’anima e nuda emozione, tutto questo ha preso vita durante la serata: bastava la citazione di un solo verso e la sala sapeva già quale sarebbe stato il prossimo brano, tra quelli più recenti ma anche tra quelli del passato, come Il mio prossimo amore – ormai diventato un vero manifesto “falconiano” – e Circe. Il pubblico è complice, solidale, e quella che si vede è una sincera dimostrazione di affetto reciproco tra un’artista che ha saputo trovare un linguaggio nuovo e personale per raccontare la vita e un pubblico che trova finalmente in Romina qualcuno in grado di dare voce anche ai pensieri più inconfessabili senza moralismi o censure e con la leggerezza dello “psico-pop”.

Questo è un concerto di Romina Falconi. Questa è una sana manifestazione di biondologia.

“Se devi scegliere, scegli di essere Bruce Springsteen”. Tornano i “notturni” Fast Animals and Slow Kids


Quella dei Fast Animals and Slow Kids è la storia di una band che ce l’ha fatta. O, almeno, è la storia di una band che da 11 anni a questa parte è sempre andata nel senso dell’ascesa.
Formatosi tra i banchi di un liceo di Perugia nel 2008, il gruppo ha saputo attirare l’attenzione di un pubblico sempre più numeroso, facendosi strada tra le intricate e affollate vie dell’underground fino ad approdare, con il quindo album, nelle schiere di una major, Warner, che scelto di scommettere sulla band e di distribuire Animali notturni, pubblicato lo scorso 10 maggio.
Seduti all’ombra di un pacifico angolo verde di un terrazzo milanese, Aimone Romizi, Alessandro Guercini, Alessio Mingoli e Jacopo Gigliotti non sembrano essersi fatti sconvolgere molto da questo “upgrading”, ma non nascondono un certo entusiasmo: “Non abbiamo avuto nessuna imposizione, siamo arrivati in Warner con il disco già in mano. Non pensiamo che nelle major ci siano dei padroni con in mano chissà che potere. Per ora, entrare in un realtà come quella ci ha permesso di vedere come funziona una struttura che lavora solo per la musica”, oltre a far diventare la musica un lavoro dopo anni di gavetta “passati a suonare davanti a cinque persone che ci odiavano”, come ricorda da dietro i suoi occhiali da sole Aimone.

E sempre il frontman inizia a raccontare la genesi dell’album: “Di solito ci mettiamo al lavoro su un nuovo disco già un mese dopo l’uscita del precedente: se questo non succede vuol dire che la band è morta. Ed è stato così anche per Animali notturni: abbiamo iniziato a scriverlo durante le prove del tour e tra una tappa e l’altra o scambiandoci le idee con file inviati su Garage Band: abbiamo scritto tanto, e purtroppo tanto è stato è rimasto fuori dal disco. Da subito abbiamo però avuto chiara la direzione da prendere. L’idea di base per ogni nostro album è quella di farlo suonare nel modo in cui suonano i dischi che ci hanno influenzato in quel periodo”. E per questo nuovo album le influenze citate dai quattro musicisti comprendono Bruce Stringsteen, REM,  – “una band che è rimasta indipendente per molti anni” -, Stone Roses, War on Drugs, fino al punk e ai Clash.
Proprio parlando dei Clash la band tocca un tema che sembra stare particolarmente a cuore a tutti i componenti, quello della libertà: “Dopo il punk, con London Calling i Clash sono arrivati a fare quello che volevano, e per noi è stato uno stimolo di ricerca verso la perfezione. Puntiamo molto in alto, anche per rendere omaggio a quegli artisti che ci hanno aiutato a diventare persone migliori. Insomma, se proprio devi scegliere, almeno sii Bruce Springsteen! Non vogliamo essere una fiammella che si spegne.”

Coerenza, istinto, necessità di libertà, pensieri che si mescolano nelle parole dei FASK, affiorando qua e là, come quando il discorso si ferma su Matteo Cantaluppi, il produttore assoldato per il nuovo album. Una scelta coraggiosa per una band che ha fatto dell’introspezione e dei suoni potenti del rock le proprie cifre stilistiche, ma che ora si è messa nelle mani di colui che – tra le altre cose – è stato anche l’artefice del successo dei Thegiornaslisti, un gruppo non esattamente in linea con loro.
“Cantaluppi lo siamo andati a cercare noi, e lo abbiamo scelto dopo aver contattato altri cinque diversi produttori. La prima cosa che ha fatto è stata sedersi con noi intorno a un tavolo per parlare di musica e chiederci cosa volevamo fare: è uno con una cultura musicale immensa, ci ha fatto sentire alcune cose dei Talk Talk, una band che non conoscevamo. Questo disco è diverso dal precedente perché siamo cambiati anche noi, è la vita: quando si considera la carriera di una band non si dovrebbe mai perdere di vista il percorso personale che c’è dietro. Alcuni si sono stupiti di sentire nel disco parole come ‘cuore’ o ‘amore’, senza capire che Non potrei mai è un brano che parla del frantumarsi di un rapporto. Tutto quello che si sente nell’album è però tutto merito o colpa nostra, non c’è niente che ci sia stato imposto dal produttore”.
Impossibile quindi non soffermarsi su Radio radio, uno dei nuovi brani, in cui tra le righe emerge il tema del compromesso con cui un artista deve fare i conti: “Se vuoi fare l’artista e inizi a chiederti cosa fare per piacere a tutti hai sbagliato lavoro. Non ho mai conosciuto artisti così – spiega Aimone – ma credo che sia una vita di merda, perché se le cose ti vanno male sarai insoddisfatto. E se anche dovesse andarti bene probabilmente non saresti felice. Come musicista, so che il mio è uno dei lavoro meno essenziali nella società, è come il canto della cicala, e tra le mie paure c’è quella che un giorno quello che faccio non interessi più a nessuno: ma spero che se la nostra musica non dovesse più piacere, sia per le scelte che abbiamo fatto, e non perché abbiamo cercato di piacere“.

“Gaber, la mia entità sorvegliante”. Cesare Cremonini racconta il suo rapporto con “il Signor G”


A prima vista Giorgio Gaber e Cesare Cremonini sembrerebbero avere in comune solo la professione di cantautore.
Basta però approfondire un po’ la conoscenza dell’opera di entrambi per capire che i fili che li legano sono numerosi. L’occasione per farsene un’idea è arrivata nel pomeriggio di sabato 27 aprile al Teatro Strehler di Milano, quando l’artista bolognese ha chiacchierato con Marinella Venegoni nell’ambito della rassegna Milano per Gaber, giunta quest’anno alla dodicesima edizione.

“Purtroppo non ho avuto la fortuna di vedere Gaber dal vivo, e me ne vergogno: io e lui siamo molto diversi, perché io parlo alle masse, ho suonato anche a San Siro, invece Gaber aveva scelto la nicchia e considerava il pubblico come un insieme di singoli individui. Gaber parlava all’uomo, e per questo trasformava ogni sua canzone in una canzone politica. Gaber mi ha fatto capire che anche la musica leggera può fare analisi”.
Il legame tra “il Signor G” è iniziato quando Cremonini aveva tra i 23, 24 anni, appena dopo il successo stordente avuto con i Lunapop: “Quando hai un successo così non ti rendi più conto di niente, ti senti ubriaco. Gaber è stato uno dei punti di riferimento che mi sono serviti quando ho rimesso i piedi a terra. Da giovane non ho mai avuto un padre artistico, appartenevo a una famiglia della buona borghesia: ho studiato pianoforte da quando avevo 6 anni, ma mi serviva solo per fare bella figura la domenica quando i colleghi medici di mio padre venivano a casa nostra e mio padre mi chiedeva di suonare qualcosa per loro. Questo modo di concepire la musica è proprio quello che Gaber criticava”.
Parlando del “Signor G”, Cremonini non risparmia definizioni impegnative, come quella di “dio greco”, verso il quale egli si pone come un discepolo, e come tale “posso commettere anche degli errori, tra cui suonare a San Siro”. Ovviamente scherza Cremonini, ma paradossalmente è stato proprio sul palco dello stadio Meazza che la lezione di Gaber si è rivelata più utile, insieme e a quella di Freddie Mercury, di cui porta anche un ritratto tatuato sul braccio: “Pur essendo due artisti molto diversi, ho imparato molto da entrambi ed entrambi hanno qualcosa in comune nel modo di stare sul palco. In tutti e due c’è teatralità, come nel gesto dell’inchino. Sono i miei due angeli custodi, a San Siro è stato come averli uno sulla spalla destra e uno su quella sinistra. Gaber è la mia entità sorvegliante, so che mi guarda sempre“.

Non mancano anche aneddoti particolari: “Nel periodo in cui ho scoperto Gaber, lo facevo ascoltare anche alle ragazze che conoscevo. Dopo aver fatto l’amore mettevo sempre la musica di Gaber, anche per due ore di seguito, con il risultato che dopo un po’ si stancavano e non le rivedevo più. L’avevo già raccontato in passato, e mi rendo conto di non aver fatto una buona pubblicità a Gaber, per cui ne approfitto per chiedere scusa a sua figlia Dalia. Però era il modo di dimostrare il mio amore per lui: preferivo la sua musica alle ragazze!”.

“Di Gaber amo soprattutto le canzoni ‘orgasmiche’, quelle cioè che partono dal piccolo e piano piano si allargano sempre di più, per arrivare a tematiche universali. Anni fa, quando ho fatto il tour nei teatri, in scaletta avevo messo L’orgia, un brano di incredibile attualità, che potrebbe essere stato scritto oggi”. Alla domanda poi se nella sua discografia ci possa essere qualche canzone particolarmente “gaberiana”, la risposta di Cremonini è interessante: “Alcune sì, perché ho portato avanti alcune analisi personali. Per esempio Nessuno Vuole Essere Robin: parla di una coppia, in cui uno dei due inizia a trattare il proprio cane come un essere umano solo per non parlare con l’altro. Quando è uscita non sapevo come sarebbe stata presa dal pubblico, non sapevo come l’avrebbero considerata le radio, ma ero convinto che poteva creare un contatto diretto con le persone. Quella canzone è il “ti capisco” in grado di creare empatia”.

photo: Elena Di Vincenzo

Il nuovo live di Marco Mengoni è un volo “essenziale” sopra l’Atlantico


Più passano gli anni e più diventa chiaro perché Marco Mengoni quel famoso “x factor” ce l’ha davvero addosso.
E non solo per una voce obbiettivamente notevole – e affinata nel tempo – e una padronanza della scena da vero animale da palco, ma anche perché album dopo album Marco ha saputo spostarsi dall’immagine pop da teen idol per delineare su di sé il profilo di un artista con una personalità vivace e scalpitante, che non teme di manifestarsi anche attraverso scelte non così ovvie.
La prova tangibile di questo percorso in ascesa è l’ultimo disco, Atlantico, pubblicato lo scorso novembre, in cui sono riassunti i suoni del mondo, dalla Spagna al Brasile all’Africa al fado portoghese. E da qui prende le mosse naturali il nuovo tour, Atlantico live, partito il 27 aprile dal Pala Alpitour di Torino e già ricco di appuntamenti sold out, dopo il “grande riscaldamento” delle anteprime europee.
Un concerto “in divenire”, due ore di show pensato dallo stesso artista e calibrato nei minimi dettagli in cui tutto ruota attorno a quello che succede sul palco. Nei tre grandi grandi blocchi dello spettacolo si assiste infatti a una progressiva composizione delle scenografia, che da scarna e minimale nei primi brani diventata man mano un’esplosione di luci ed effetti video grazie anche all’allestimento di uno speciale schermo progettato, appositamente per questo tour, in grado di annullarsi sullo sfondo per lasciar intravedere una grata industriale, unendo così il mondo analogico a quello digitale, come è da sempre nella natura di Mengoni: “Avevo la voglia di fare uno show in trasformazione. Sono un assiduo frequentatore di concerti e guardo molto quello che fanno gli altri artisti. Il progetto del palco è nato già tre anni fa – ha dichiarato Marco alla stampa al termine del concerto – e nel tempo è diventato qualcosa di molto diverso. Ci abbiamo lavorato molto, su Whattsapp c’era una chat di messaggi rovente…”.
A completare la scenografia anche due passerelle laterali che si alzano portando Marco letteralmente sopra al pubblico.

Ma al di là del notevole dispiego tecnologico, il protagonista è lui, Marco Mengoni, che però preferisce mettersi al centro della scena insieme tutti quelli che hanno lavorato allo show. Lo dice sul palco alla fine del concerto e lo ribadisce nel backstage: “Questo è un concerto di tutti, compresi i backliner. Nelle prove arrivavano sul palco quasi di nascosto, piegati, invece ho detto di restare a schiena dritta e farsi vedere dal pubblico, perché questo è anche il loro show”.
Mentre racconta come è nato il progetto di questo tour, Mengoni parla di liberazione, di apertura verso altri mondi, di caratteri tribali, persino di psichedelia, tutti elementi che effettivamente si ritrovano nel corso del live, dove sono riassunte e concentrate tutte le sue passioni, compresa una notevole dose di soul: “Non ci posso fare niente, il soul è il richiamo dell’Africa, da dove arriviamo tutti”.

Dall’avvio potente con Muhammad Ali e Voglio, il concerto rincorre i diversi stati d’animo che Marco ha disseminato nei suoi dischi, passando per le discese introspettive di Ti ho voluto bene veramente e In un giorno qualunque, al singolo d’esordio Dove si vola, che si mescola a sorpresa con Someone like you di Adele; e poi Buona vita, in mashup cubano con Chan Chan di Company Segundo. Di grande effetto l’omaggio a Frida Khalo in La casa Azul, con il volto della celebre artista proiettato sullo sfondo con disegni psichedelici, mentre Amalia diventa un coinvolgente numero contaminato dal fado che vede impegnati tutti i musicisti sul palco.
La terza parte dello spettacolo è sicuramente quella più ricca, sotto tutti i punti di vista: si inizia dall’intesa Guerriero, eseguita sulle passerelle mobili sospese sopra il pubblico, per arrivare all’Essenziale, che vede Marco per la prima volta seduto al piano forte. Appena prima dell’unico medley in scalatta (20 sigarette – Le cose che non ho – Non passerai) Mengoni lancia una provocazione al pubblico e chiede di spegnare tutte le luci sul palco per far mettere da parte almeno per un attimo i cellulari.
Efficace e graffiante il mashup di Amazing di Kanye West e Pastime Paradise di Stevie Wonder sulle note di Credimi ancora, mentre Io ti aspetto ha il compito di regalare al pubblico un ultimo scatto di adrenalina che fa tremare l’intero Pala Alpitour.
Una versione inedita e all’insegna del minimalismo di L’essenziale e Hola chiudono definitivamente la serata.

Spazio anche per alcuni momenti di riflessione nei monologhi che dividono le sezioni del concerto: “Sei fatto per il 60% di acqua, per il 30% delle persone che ami e per il 10% di quello che ti manca” recita la voce di Marco nel primo monologo, improntato ad alcune considerazione sulla natura umana. E cosa manca più di tutto oggi a Marco Mengoni? “Sento che mi manca soprattutto il tempo di godermi le cose. Purtroppo il tempo non guarda in faccia a nessuno, non si può recuperare”.
I temi sociali dominano invece il secondo monologo, dove arriva l’occasione per sensibilizzare il pubblico al rispetto per l’ambiente e per ammonire sui rischi portati dai social network. Due argomenti apparentemente lontano e slegati: “Vedo che molti artisti coltivano e mostrano disinteresse verso il mondo che li circonda. Nel mio piccolo cerco di sconfiggere quel male dell’indifferenza che ci allontana da tutto e da tutti”. E “di indifferenza si muore” è proprio uno dei titoli che appaiono sugli schermi.

Quello dell’Atlantico tour è uno spettacolo grandioso, che ha il valore – non sempre rispettato in queste occasioni – di non far disperdere le energie: Marco balla e si mangia in scioltezza il palco, ma non si dimentica che è lì prima di tutto per cantare. Ecco che allora ambizione ed essenzialità trovano il giusto accordo, un compromesso – c’è da crederci – frutto di un lavoro lungo e paziente, che oggi porta in scena un artista ormai cresciuto e maturo, a cui forse, oltre al tempo, manca adesso solo una cosa, l’approdo negli stadi.

Atlantico live setlist:
Muhammad Ali
Voglio
Ti ho voluto bene veramente
In un giorno qualunque
Dove si vola
Sai che
Atlantico
Pronto a correre
Monologo: Sei tutto
La ragione del mondo
Buona vita
Parole in circolo
Proteggiti da me
Dialogo tra due pazzi
La casa Azul
Onde
Amalia

Monologo: Mondo_Loon
Guerriero
Mille lire

L’Essenziale/piano
20 sigarette / Le cose che non ho / Non passerai
Esseri umani
Credimi ancora
Io ti aspetto
L’Essenziale
Hola

      

Rap, rock e malinconia: il “1969” secondo Achille Lauro


Facendo un giro veloce per il web e la carta stampata, accanto al nome di Achille Lauro si troveranno molto probabilmente le definizioni di rapper o trapper. Ad ascoltare il suo ultimo album però, a cominciare da quella Rolls Royce che tanto scalpore ha suscitato a Sanremo, verrebbe da dire che ci troviamo piuttosto davanti a un rocker amante di certe sonorità vintage.
La definizione più calzante alla sua arte la dà però direttamente lui: “Sono sempre stato un outsider per ogni etichetta che mi è stata data e per ogni genere che ho affrontato”. Outsder nel rap, outsider nella trap, outsider nel rock, outsider nella musica. E, probabilmente, anche outsider anche nello stile di vita.
Chi ha seguito la carriera di Lauro dagli esordi non ha potuto non rendersi conto che ogni suo lavoro è nato infatti all’insegna di una trasformazione, un’evoluzione, un cambiamento verso direzioni talvolta inaspettate e spiazzanti: dalla trap degli inizi alle contaminazioni samba ed elettroniche del precedente lavoro Pour l’amour, pubblicato solo lo scorso anno, per l’artista romano è ora tempo di approdare a una nuova soluzione sonora, quella del rock, sviluppata nell’album che rischia di essere per lui quello della consacrazione verso il grande pubblico, 1969, prodotto da Fabrizio Ferraguzzo e dal fido Boss Doms.

“E’ stato l’anno dell’allunaggio, l’anno del primo cuore artificiale, l’anno di Woodstock, e più in generale questo titolo vuole essere un omaggio a un periodo musicale che ci ha dato un’importante eredità viva ancora ancora oggi”. Il groove “grasso” e rockeggiante di Rolls Royce era già un più che evidente manifesto di quello che sarebbe l’album, ma ora che il disco ha visto la luce si colgono tutte le sfumature di questo nuovo percorso: “Sono già al lavoro su altri due album molto diversi, ma questa nuova veste vorrei portarla avanti e svilupparla fino in fondo: sono al posto giusto nel momento giusto. Per me ogni album è come un nuovo ristorante in cui si possono assaporare gusti diversi: questa volta ho scelto di innovare andando a ripescare i suoni del passato, soprattutto dagli anni ’60 e ’70. Ho guardato a icone immortali, che appartengono a tutti, come Elvis, James Dean, Jimi Hendrix, Marilyn, e le ho messe in copertina”.

“Nonostante mi piaccia cambiare continuamente, il filo comune di tutti i miei album sono l’anima e la scrittura che ci metto, e questo è un elemento che anche i fan della prima ora sanno riconoscere”, afferma Lauro. Diametralmente opposta al mood scanzonato di Rolls Royce o della titletrack c’è la malinconia del nuovo singolo C’est la vie, messa al secondo posto anche nel disco, o del brano posto in chiusura, Scusa: “Non so se dovrei dirlo, ma dopo aver inciso 1969, la canzone, mi sentivo come Rino Gaetano. Ci sono due macro-sensazioni che animano tutto l’album, la leggerezza e la malinconia. L’esperienza costruisce la vita di una persona, e nel mio caso ci sono dei vuoti interiori che vengono a galla, una malinconia personale che ho voluto affrontare. Penso che questo album sia per me anche il disco della responsabilità: sono diventato artigiano del mio successo e sento di avere delle responsabilità anche verso la mia famiglia”.
Se i versi dei brani restano scanditi dalle barre del rap, Lauro sa trovare soluzioni personali per scardinare con ironia sorniona gli stereotipi del genere: e così non si contano i riferimenti al lusso delle Cadillac e delle Rolls Royce, delle Ferrari Black, delle Cabrio, di Hollywood, affiancati da una pioggia di francesismi disseminati praticamente in ogni brano con lucido disordine, passando per le autocitazioni (“Ave Maria Nino D’Angelo / ti compro Castel Sant’Angelo” di Zucchero, che recupera BVLGARI).
Spazio anche per un omaggio alla Città Eterna con Roma: “Ho voluto fare un featuring con Simon P, un amico che non ha avuto la fortuna di trasformare la musica in un lavoro, ma che è un bravissimo autore”), mentre Coez presta la voce in Je t’aime.

Un’ultima considerazione va alle polemiche sui presunti riferimenti alla droga contenuti in Rolls Royce: “Sono sempre stato per la libertà di espressione e credo che un artista non debba essere preso come capro espiatorio per quello che va male nella società. L’arte e l’educazione sono due cose diverse. Le polemiche sulla canzone mi hanno procurato dispiacere perché dopo il primo ascolto dei brani avevamo ricevuto dei feedback positivi dalla stampa e siamo partiti motivati per il Festival. Quando ho voluto essere esplicito su certe tematiche lo sono stato senza troppi problemi: chi ha visto nel brano dei riferimenti alla droga probabilmente non ha mai vissuto davvero il problema, perché non è una questione che si può affrontare con superficialità”.

Il 7 giugno parte il Welcome Rolls Royce Tour, che porterà Lauro in giro per la penisola fino a otobre: “Il tour deve essere uno specchio dell’album. Sarà un grande show”.

“Arturo”, la rinascita di Side Baby tra istinto e coerenza


Nella vita di un artista ci possono essere momenti di grande luce e periodi di buio profondo. Side Baby lo sa bene, nonostante la giovane età e una carriera ancora relativamente breve. L’anno scorso la sua repentina e controversa uscita dalla Dark Polo Gang è stata sotto gli occhi di tutti, lasciando diversi interrogativi mai del tutto chiariti. Quello che si sa per certo era che il ragazzo non stava attraversando uno dei suoi periodi più luminosi: prima il singolo Medicine, pubblicato lo scorso agosto su Soundcloud (“era una lettera aperta, un regalo per i fan”), poi all’inizio del 2019 Non sei capace lasciavano intuire che Side, che nel frattempo aveva mutato il suo nome da Dark Side a Side Baby, stesse portando avanti una battaglia che non lo toccava solo sul fronte artistico, ma anche – e forse soprattutto – su quello personale.
Quella battaglia oggi sembra finalmente vinta. A dircelo è proprio lui, Arturo, come è registrato all’anagrafe (il cognome è Bruni), e come non a caso ha scelto di intitolare il suo nuovo lavoro da solista, il primo dopo aver chiuso l’esperienza con la DPG.
Per presentarlo ha preferito qualcosa di diverso dal classico instore, e per alcuni giorni si è stabilito a tutti gli effetti in uno spazio in zona Naviglio a Milano ribattezzato Side House: una vera e propria casa attrezzata con tutto il necessario, bar e area videogiochi compresi, ma anche uno spazio per incontrare la stampa, i fan, gli amici.

Sick Side era un lavoro più simile a un mixtape, preso alla leggera, Arturo è invece il frutto di una selezione più accurata, è un disco più pensato, anche se non ho rinunciato al mio solito stile, che è quello dell’istinto. In questo album niente è stato inserito solo per riempire uno spazio e c’è una grande ricerca stilistica. Arrivavo in studio e in base a come mi sentivo registravo un pezzo nuovo, non c’è stato proprio nulla di pianificato, non arrivavo mai con un’idea precisa in testa, ma iniziavo a lavorare su un suono che mi piaceva per tirarne fuori un pezzo”. Stesso discorso anche per i featuring con Luchè e Guè Pequeno, che forse alcuni troveranno inaspettati: ”L’idea di fare qualcosa con Luchè è arrivata durante una cena a base di arrosticini insieme a Night Skinny, che ha avuto anche l’idea di coinvolgere Guè quando ha ascoltato per la prima volta Frecciarossa”.
Selezione e istinto, due concetti che possono apparire in ossimoro, ma che trovano la giusta convivenza in questo album. A confermarlo sono anche i due produttori che hanno messo le mani sulle nuove tracce, Sick Luke, produttore anche della Dark Polo Gang, e Night Skinny. Proprio Skinny si lancia in una dichiarazione di grande ammirazione: “Con Side Baby siamo davanti forse al primo artista in Italia che scrive davvero di getto, arriva in studio e registra subito, come Jay Z”. Da qui la necessità di selezionare la grande quantità di materiale prodotto, fino ad arrivare alla tracklist del disco, definita nel segno della coerenza.
Se Skinny rappresenta la novità, Sick Luke è il filo ininterrotto con il passato, ed è proprio Arturo a spiegare: “Dentro di me ci sarà sempre una parte della Dark Polo Gang. Ho continuato a lavorare con Sick Luke: nell’album ci sono due produzioni realizzate da lui, ma insieme abbiamo realizzato molte altre tracce, alcune delle quali forse usciranno in futuro. Con Luke ormai siamo come fratelli, siamo stati in vacanza insieme, quando passa da Roma si ferma a casa mia”.

Inevitabile non soffermarsi sull’evocativa immagine in copertina del disco: “L’acqua rappresenta una sorta di battesimo, indica una rinascita, mentre l’orsetto si chiama Balosso ed è stato regalato a mia mamma il giorno in cui sono nato”.
A proposito di sua madre, l’attrice Raffaella Lebboroni, sua è la voce dell’ultima traccia, quella che dà il titolo al disco: una dichiarazione di orgoglio per un traguardo significativo raggiunto dal figlio, ma anche la consapevolezza che le nuove cadute sono sempre in agguato.
“Nei mesi difficili che ho attraversato ho avuto la fortuna di avere accanto persone che mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Le tracce del disco riflettono i diversi stati d’animo che ho attraversato: ci sono pezzi più leggeri come Jappone, altri più pesanti”. E che sia sincero lo si capisce anche quando parla dei suoi tatuaggi, uno dei suoi tratti distintivi: “Sono un ammiratore dei tatuaggi fatti bene, ma devo riconoscere che quelli che ho in faccia sono stati una scemenza. Li ho fatti in momenti in cui ero fuori fase e sono stati un modo per esorcizzare certi dolori che ho dovuto attraversare”.

Per l’estate si preannunciano intanto mesi di fuoco: “Non sono ancora state rivelate le date, ma saremo in giro dappertutto, vogliamo spaccare”.

Per amore della musica. Laioung inaugura il suo “Rinascimento”

“Per amore dell’arte e della musica”. Mentre parla del suo nuovo album, Laioung pronuncia questa frase più di una volta, e non si fa fatica a pensare che le sue non siano parole dettate dalla retorica. Che sia carico a mille per questo nuovo progetto solista è più che evidente, visto che è tutto un luccichio, dalla giacca tempestata di pietre agli occhi che emanano entusiasmo. Ma persino la sua voce brilla durante la conferenza stampa, tra parole pronunciate a raffica, barre piazzate all’improvviso e frammenti melodici intonati con precisione quasi chirurgica.
Il nuovo album si intitola Rinascimento, e il significato lo chiarisce subito direttamente lui: “Perché arriva dopo un periodo di Medioevo musicale, e porta qualcosa di nuovo dove tutto il resto era uguale. Con questo album ho voluto dare spazio all’arte e prendere ispirazione dalle sonorità internazionali”. Dopo Ave Cesare, primo lavoro solista uscito con il marchio di una major e dopo il potente progetto di Nuovo impero con il collettivo RRR Mob, questo disco sembra inaugurare a tutti gli effetti una nuova era, a cominciare dal cambio di etichetta, da Sony a Universal.

“Ho lasciato passare un po’ di tempo dall’ultimo album, ma d’ora in avanti vorrei pubblicare un disco all’anno: è giusto dare delle scadenze, abituare il pubblico ad avere un appuntamento”.
Pochi giorni prima di essere in Italia per presentare il disco, Laioung era in Brasile, a San Paolo, non solo per un periodo di vacanza: “Sono contento al 97% di essere tornato: in Brasile ho lavorato con altri artisti e ho potuto vedere che là non c’è razzismo, gli artisti si ritrovano in studio per amore della musica e non guardano alla visibilità o al numero di follower che hanno i colleghi. C’è una vera scena musicale, con la voglia di sperimentare influenze diverse. Oggi con Internet tutto il mondo è in contatto, tutti possono vedere quello che facciamo anche qui in Italia, e ci facciamo ridere dietro se copiamo quello gli americani. Invece gli artisti dovrebbero essere meno pigri e aprirsi a quante più influenze possibili, sperimentare, altrimenti si cade nel plagio. Ma se io ascolto cose diverse e cerco di prendere da tutte, creo qualcosa di nuovo: siamo tutti diversi uno dall’altro e dobbiamo prendere consapevolezza della nostra creatività. Potremmo prendere la tradizione musicale italiana e innovarla con la trap. Uno come Caparezza può essere messo su ogni stile, ha continuato a sperimentare, ed è per questo che lo apprezziamo tutti”.

Continua, e il discorso si allarga prendendo toni quasi filosofici: “Spesso mi rendo conto che manca la ‘fame’, ci si limita a copiare e chi sa di avere un talento non fa niente per migliorarsi, finendo così per essere superato da chi è mosso dalla passione. Non vince chi ha talento, vince chi lavora: l’unico modo per arrivare davvero a un obiettivo è quello di lavorare tanto e non mollare mai, svegliarsi, fare di tutto per raggiungere uno scopo, cercare sempre di migliorarsi. Prendiamo Justin Bieber: all’inizio nessuno avrebbe scommesso su di lui, era solo un ragazzino che non sapeva fare molto. Ma ha lavorato, si è impegnato, e guardate cosa è riuscito a fare”, e intona il ritornello What Do You Mean. “Tutti possiamo essere quello che vogliamo, ma dobbiamo sapere cosa vogliamo e come fare per diventarlo”.
E Laioung sembra aver avuto sempre molto chiare le idee: ”Troppo spesso gli artisti lavorano per entrare in un certo target, io ho sempre preferito seguire l’istinto. Non mi sono dovuto costruire un personaggio. Ho registrato il mio primo album in Canada, senza sapere cosa sarebbe successo, solo per amore della musica. Rinascimento arriva dopo aver già ricevuto diversi riscontri da parte del pubblico, è un disco frutto di una maggiore consapevolezza. Quello che voglio adesso, arrivato a questo umile punto di carriera, è continuare su questa strada, cercando di fare sempre cose diverse con grinta. Devo correre a prendermi quello che ancora mi aspetta”.

Nel “Laioung-pensiero” si delineano chiaramente anche tre elementi fondamentali per ogni canzone: “La melodia, cioè l’emozione, la batteria, cioè il ritmo, e il basso, cioè la vibrazione, il primo suono che abbiamo sentito quando eravamo nel grembo di nostra madre. Ecco perché il suono del basso piace a tutti”.

Nell’album tutte le tracce portano la sua firma per musica, parole e produzione, mentre tra i featuring compare solo il nome di Diawel: “Credo molto in lui. Ha scritto un bridge perfetto per 6 km per Marte, a cui segue subito Dentro un sogno, in cui il suo bridge diventa il ritornello”. E se la trap ci ha abituati al triangolo tematico soldi-donne-droghe, il “rinascimento” di Laioung si sposta molto oltre, arrivando a trattare anche un tema doloroso come quello dello sfruttamento dei clandestini nei campi di pomodori nel sud Italia in 5 euro per morire, la traccia che chiude il disco: “Ho capito che le pietre che avevo nel cuore potevano essere trasformate in gemme. Ho voluto raccontare una storia che ho visto con i miei occhi: sembra assurdo, ma nella provincia pugliese ci sono uomini trattati come schiavi, costretti a lavorare sotto 40 gradi pagati come schiavi. E sono clandestini, trattati come uomini invisibili. Nessuno fa niente, la polizia non riesce a intervenire. Mi è sembrato giusto inserire quella traccia, è una presa di consapevolezza”.

Stupisce invece che nell’album non trovino posto Nero su nero e Hang With Us, i due singoli usciti nei mesi scorsi. Non è ancora detta però l’ultima parola: Rinascimento uscirà infatti il 26 aprile in digitale, mentre prossimamente è attesa anche la pubblicazione del formato fisico, ampliata di alcuni brani.