Romina Falconi tinge di biondo Milano


Non era la prima volta che Romina Falconi si esibiva a Milano – e in passato ha avuto occasione di farlo anche in una location importante come quella dell’Alcatraz – ma il concerto del 16 maggio all’Apollo Club di via Borsi sembra aver segnato per la cantautrice romana un traguardo importante.
Un concerto arrivato dopo le tappe di Roma e Bologna, ma soprattutto dopo l’uscita del secondo disco, Biondologia: un concept-album sulle emozioni pubblicato a marzo, che ha messo ancora più in luce il talento di un’artista che fino ad alcuni anni fa il pop nostrano non aveva ancora conosciuto.
Quello all’Apollo è stato un live che senza troppi giri di parole si può definire un trionfo, con una calorosa partecipazione di pubblico a dimostrare una fiducia che Romina è riuscita a conquistarsi nel tempo, passo dopo passo, traguardo dopo traguardo, portando avanti un progetto discografico che pur muovendosi nel solco del pop più patinato si è sempre appoggiato sul circuito indipendente. Una scelta e una coerenza che finalmente sembrano portare risultati tangibili.

In un’ora e mezza di live, stretta in un corsetto nero e incorniciata da una chioma più platinata che mai, la Falconi ha messo sul palco tutta se stessa, proprio come si è sempre presentata nelle sue canzoni: si è mangiata la scena muovendosi con il passo esperto della diva, ha mostrato una femminilità sfacciata e passionale, ha rivelato le ferite e le cicatrici umane che ognuno di noi si porta dentro e tra un brano e l’altro ha dispensato le sue celebri e ficcanti pillole di filosofia verace: “Per me la dignità è come la sobrietà: non mi avranno mai!”; o ancora “Charlotte Brontë diceva che tra la dignità e la felicità preferiva essere felice. Io tra la dignità e la felicità preferisco bucare le ruote”, con buona pace del politically correct. Perché chi conosce Romina sa che dove c’è lei non possono esserci buonismi, retorica da cioccolatini e luoghi comuni.
Ironia tagliente, cinismo, rabbia, forse anche qualche “filo d’odio”, e poi dolore, fragilità dell’anima e nuda emozione, tutto questo ha preso vita durante la serata: bastava la citazione di un solo verso e la sala sapeva già quale sarebbe stato il prossimo brano, tra quelli più recenti ma anche tra quelli del passato, come Il mio prossimo amore – ormai diventato un vero manifesto “falconiano” – e Circe. Il pubblico è complice, solidale, e quella che si vede è una sincera dimostrazione di affetto reciproco tra un’artista che ha saputo trovare un linguaggio nuovo e personale per raccontare la vita e un pubblico che trova finalmente in Romina qualcuno in grado di dare voce anche ai pensieri più inconfessabili senza moralismi o censure e con la leggerezza dello “psico-pop”.

Questo è un concerto di Romina Falconi. Questa è una sana manifestazione di biondologia.

“Se devi scegliere, scegli di essere Bruce Springsteen”. Tornano i “notturni” Fast Animals and Slow Kids


Quella dei Fast Animals and Slow Kids è la storia di una band che ce l’ha fatta. O, almeno, è la storia di una band che da 11 anni a questa parte è sempre andata nel senso dell’ascesa.
Formatosi tra i banchi di un liceo di Perugia nel 2008, il gruppo ha saputo attirare l’attenzione di un pubblico sempre più numeroso, facendosi strada tra le intricate e affollate vie dell’underground fino ad approdare, con il quindo album, nelle schiere di una major, Warner, che scelto di scommettere sulla band e di distribuire Animali notturni, pubblicato lo scorso 10 maggio.
Seduti all’ombra di un pacifico angolo verde di un terrazzo milanese, Aimone Romizi, Alessandro Guercini, Alessio Mingoli e Jacopo Gigliotti non sembrano essersi fatti sconvolgere molto da questo “upgrading”, ma non nascondono un certo entusiasmo: “Non abbiamo avuto nessuna imposizione, siamo arrivati in Warner con il disco già in mano. Non pensiamo che nelle major ci siano dei padroni con in mano chissà che potere. Per ora, entrare in un realtà come quella ci ha permesso di vedere come funziona una struttura che lavora solo per la musica”, oltre a far diventare la musica un lavoro dopo anni di gavetta “passati a suonare davanti a cinque persone che ci odiavano”, come ricorda da dietro i suoi occhiali da sole Aimone.

E sempre il frontman inizia a raccontare la genesi dell’album: “Di solito ci mettiamo al lavoro su un nuovo disco già un mese dopo l’uscita del precedente: se questo non succede vuol dire che la band è morta. Ed è stato così anche per Animali notturni: abbiamo iniziato a scriverlo durante le prove del tour e tra una tappa e l’altra o scambiandoci le idee con file inviati su Garage Band: abbiamo scritto tanto, e purtroppo tanto è stato è rimasto fuori dal disco. Da subito abbiamo però avuto chiara la direzione da prendere. L’idea di base per ogni nostro album è quella di farlo suonare nel modo in cui suonano i dischi che ci hanno influenzato in quel periodo”. E per questo nuovo album le influenze citate dai quattro musicisti comprendono Bruce Stringsteen, REM,  – “una band che è rimasta indipendente per molti anni” -, Stone Roses, War on Drugs, fino al punk e ai Clash.
Proprio parlando dei Clash la band tocca un tema che sembra stare particolarmente a cuore a tutti i componenti, quello della libertà: “Dopo il punk, con London Calling i Clash sono arrivati a fare quello che volevano, e per noi è stato uno stimolo di ricerca verso la perfezione. Puntiamo molto in alto, anche per rendere omaggio a quegli artisti che ci hanno aiutato a diventare persone migliori. Insomma, se proprio devi scegliere, almeno sii Bruce Springsteen! Non vogliamo essere una fiammella che si spegne.”

Coerenza, istinto, necessità di libertà, pensieri che si mescolano nelle parole dei FASK, affiorando qua e là, come quando il discorso si ferma su Matteo Cantaluppi, il produttore assoldato per il nuovo album. Una scelta coraggiosa per una band che ha fatto dell’introspezione e dei suoni potenti del rock le proprie cifre stilistiche, ma che ora si è messa nelle mani di colui che – tra le altre cose – è stato anche l’artefice del successo dei Thegiornaslisti, un gruppo non esattamente in linea con loro.
“Cantaluppi lo siamo andati a cercare noi, e lo abbiamo scelto dopo aver contattato altri cinque diversi produttori. La prima cosa che ha fatto è stata sedersi con noi intorno a un tavolo per parlare di musica e chiederci cosa volevamo fare: è uno con una cultura musicale immensa, ci ha fatto sentire alcune cose dei Talk Talk, una band che non conoscevamo. Questo disco è diverso dal precedente perché siamo cambiati anche noi, è la vita: quando si considera la carriera di una band non si dovrebbe mai perdere di vista il percorso personale che c’è dietro. Alcuni si sono stupiti di sentire nel disco parole come ‘cuore’ o ‘amore’, senza capire che Non potrei mai è un brano che parla del frantumarsi di un rapporto. Tutto quello che si sente nell’album è però tutto merito o colpa nostra, non c’è niente che ci sia stato imposto dal produttore”.
Impossibile quindi non soffermarsi su Radio radio, uno dei nuovi brani, in cui tra le righe emerge il tema del compromesso con cui un artista deve fare i conti: “Se vuoi fare l’artista e inizi a chiederti cosa fare per piacere a tutti hai sbagliato lavoro. Non ho mai conosciuto artisti così – spiega Aimone – ma credo che sia una vita di merda, perché se le cose ti vanno male sarai insoddisfatto. E se anche dovesse andarti bene probabilmente non saresti felice. Come musicista, so che il mio è uno dei lavoro meno essenziali nella società, è come il canto della cicala, e tra le mie paure c’è quella che un giorno quello che faccio non interessi più a nessuno: ma spero che se la nostra musica non dovesse più piacere, sia per le scelte che abbiamo fatto, e non perché abbiamo cercato di piacere“.

“Gaber, la mia entità sorvegliante”. Cesare Cremonini racconta il suo rapporto con “il Signor G”


A prima vista Giorgio Gaber e Cesare Cremonini sembrerebbero avere in comune solo la professione di cantautore.
Basta però approfondire un po’ la conoscenza dell’opera di entrambi per capire che i fili che li legano sono numerosi. L’occasione per farsene un’idea è arrivata nel pomeriggio di sabato 27 aprile al Teatro Strehler di Milano, quando l’artista bolognese ha chiacchierato con Marinella Venegoni nell’ambito della rassegna Milano per Gaber, giunta quest’anno alla dodicesima edizione.

“Purtroppo non ho avuto la fortuna di vedere Gaber dal vivo, e me ne vergogno: io e lui siamo molto diversi, perché io parlo alle masse, ho suonato anche a San Siro, invece Gaber aveva scelto la nicchia e considerava il pubblico come un insieme di singoli individui. Gaber parlava all’uomo, e per questo trasformava ogni sua canzone in una canzone politica. Gaber mi ha fatto capire che anche la musica leggera può fare analisi”.
Il legame tra “il Signor G” è iniziato quando Cremonini aveva tra i 23, 24 anni, appena dopo il successo stordente avuto con i Lunapop: “Quando hai un successo così non ti rendi più conto di niente, ti senti ubriaco. Gaber è stato uno dei punti di riferimento che mi sono serviti quando ho rimesso i piedi a terra. Da giovane non ho mai avuto un padre artistico, appartenevo a una famiglia della buona borghesia: ho studiato pianoforte da quando avevo 6 anni, ma mi serviva solo per fare bella figura la domenica quando i colleghi medici di mio padre venivano a casa nostra e mio padre mi chiedeva di suonare qualcosa per loro. Questo modo di concepire la musica è proprio quello che Gaber criticava”.
Parlando del “Signor G”, Cremonini non risparmia definizioni impegnative, come quella di “dio greco”, verso il quale egli si pone come un discepolo, e come tale “posso commettere anche degli errori, tra cui suonare a San Siro”. Ovviamente scherza Cremonini, ma paradossalmente è stato proprio sul palco dello stadio Meazza che la lezione di Gaber si è rivelata più utile, insieme e a quella di Freddie Mercury, di cui porta anche un ritratto tatuato sul braccio: “Pur essendo due artisti molto diversi, ho imparato molto da entrambi ed entrambi hanno qualcosa in comune nel modo di stare sul palco. In tutti e due c’è teatralità, come nel gesto dell’inchino. Sono i miei due angeli custodi, a San Siro è stato come averli uno sulla spalla destra e uno su quella sinistra. Gaber è la mia entità sorvegliante, so che mi guarda sempre“.

Non mancano anche aneddoti particolari: “Nel periodo in cui ho scoperto Gaber, lo facevo ascoltare anche alle ragazze che conoscevo. Dopo aver fatto l’amore mettevo sempre la musica di Gaber, anche per due ore di seguito, con il risultato che dopo un po’ si stancavano e non le rivedevo più. L’avevo già raccontato in passato, e mi rendo conto di non aver fatto una buona pubblicità a Gaber, per cui ne approfitto per chiedere scusa a sua figlia Dalia. Però era il modo di dimostrare il mio amore per lui: preferivo la sua musica alle ragazze!”.

“Di Gaber amo soprattutto le canzoni ‘orgasmiche’, quelle cioè che partono dal piccolo e piano piano si allargano sempre di più, per arrivare a tematiche universali. Anni fa, quando ho fatto il tour nei teatri, in scaletta avevo messo L’orgia, un brano di incredibile attualità, che potrebbe essere stato scritto oggi”. Alla domanda poi se nella sua discografia ci possa essere qualche canzone particolarmente “gaberiana”, la risposta di Cremonini è interessante: “Alcune sì, perché ho portato avanti alcune analisi personali. Per esempio Nessuno Vuole Essere Robin: parla di una coppia, in cui uno dei due inizia a trattare il proprio cane come un essere umano solo per non parlare con l’altro. Quando è uscita non sapevo come sarebbe stata presa dal pubblico, non sapevo come l’avrebbero considerata le radio, ma ero convinto che poteva creare un contatto diretto con le persone. Quella canzone è il “ti capisco” in grado di creare empatia”.

photo: Elena Di Vincenzo

Il nuovo live di Marco Mengoni è un volo “essenziale” sopra l’Atlantico


Più passano gli anni e più diventa chiaro perché Marco Mengoni quel famoso “x factor” ce l’ha davvero addosso.
E non solo per una voce obbiettivamente notevole – e affinata nel tempo – e una padronanza della scena da vero animale da palco, ma anche perché album dopo album Marco ha saputo spostarsi dall’immagine pop da teen idol per delineare su di sé il profilo di un artista con una personalità vivace e scalpitante, che non teme di manifestarsi anche attraverso scelte non così ovvie.
La prova tangibile di questo percorso in ascesa è l’ultimo disco, Atlantico, pubblicato lo scorso novembre, in cui sono riassunti i suoni del mondo, dalla Spagna al Brasile all’Africa al fado portoghese. E da qui prende le mosse naturali il nuovo tour, Atlantico live, partito il 27 aprile dal Pala Alpitour di Torino e già ricco di appuntamenti sold out, dopo il “grande riscaldamento” delle anteprime europee.
Un concerto “in divenire”, due ore di show pensato dallo stesso artista e calibrato nei minimi dettagli in cui tutto ruota attorno a quello che succede sul palco. Nei tre grandi grandi blocchi dello spettacolo si assiste infatti a una progressiva composizione delle scenografia, che da scarna e minimale nei primi brani diventata man mano un’esplosione di luci ed effetti video grazie anche all’allestimento di uno speciale schermo progettato, appositamente per questo tour, in grado di annullarsi sullo sfondo per lasciar intravedere una grata industriale, unendo così il mondo analogico a quello digitale, come è da sempre nella natura di Mengoni: “Avevo la voglia di fare uno show in trasformazione. Sono un assiduo frequentatore di concerti e guardo molto quello che fanno gli altri artisti. Il progetto del palco è nato già tre anni fa – ha dichiarato Marco alla stampa al termine del concerto – e nel tempo è diventato qualcosa di molto diverso. Ci abbiamo lavorato molto, su Whattsapp c’era una chat di messaggi rovente…”.
A completare la scenografia anche due passerelle laterali che si alzano portando Marco letteralmente sopra al pubblico.

Ma al di là del notevole dispiego tecnologico, il protagonista è lui, Marco Mengoni, che però preferisce mettersi al centro della scena insieme tutti quelli che hanno lavorato allo show. Lo dice sul palco alla fine del concerto e lo ribadisce nel backstage: “Questo è un concerto di tutti, compresi i backliner. Nelle prove arrivavano sul palco quasi di nascosto, piegati, invece ho detto di restare a schiena dritta e farsi vedere dal pubblico, perché questo è anche il loro show”.
Mentre racconta come è nato il progetto di questo tour, Mengoni parla di liberazione, di apertura verso altri mondi, di caratteri tribali, persino di psichedelia, tutti elementi che effettivamente si ritrovano nel corso del live, dove sono riassunte e concentrate tutte le sue passioni, compresa una notevole dose di soul: “Non ci posso fare niente, il soul è il richiamo dell’Africa, da dove arriviamo tutti”.

Dall’avvio potente con Muhammad Ali e Voglio, il concerto rincorre i diversi stati d’animo che Marco ha disseminato nei suoi dischi, passando per le discese introspettive di Ti ho voluto bene veramente e In un giorno qualunque, al singolo d’esordio Dove si vola, che si mescola a sorpresa con Someone like you di Adele; e poi Buona vita, in mashup cubano con Chan Chan di Company Segundo. Di grande effetto l’omaggio a Frida Khalo in La casa Azul, con il volto della celebre artista proiettato sullo sfondo con disegni psichedelici, mentre Amalia diventa un coinvolgente numero contaminato dal fado che vede impegnati tutti i musicisti sul palco.
La terza parte dello spettacolo è sicuramente quella più ricca, sotto tutti i punti di vista: si inizia dall’intesa Guerriero, eseguita sulle passerelle mobili sospese sopra il pubblico, per arrivare all’Essenziale, che vede Marco per la prima volta seduto al piano forte. Appena prima dell’unico medley in scalatta (20 sigarette – Le cose che non ho – Non passerai) Mengoni lancia una provocazione al pubblico e chiede di spegnare tutte le luci sul palco per far mettere da parte almeno per un attimo i cellulari.
Efficace e graffiante il mashup di Amazing di Kanye West e Pastime Paradise di Stevie Wonder sulle note di Credimi ancora, mentre Io ti aspetto ha il compito di regalare al pubblico un ultimo scatto di adrenalina che fa tremare l’intero Pala Alpitour.
Una versione inedita e all’insegna del minimalismo di L’essenziale e Hola chiudono definitivamente la serata.

Spazio anche per alcuni momenti di riflessione nei monologhi che dividono le sezioni del concerto: “Sei fatto per il 60% di acqua, per il 30% delle persone che ami e per il 10% di quello che ti manca” recita la voce di Marco nel primo monologo, improntato ad alcune considerazione sulla natura umana. E cosa manca più di tutto oggi a Marco Mengoni? “Sento che mi manca soprattutto il tempo di godermi le cose. Purtroppo il tempo non guarda in faccia a nessuno, non si può recuperare”.
I temi sociali dominano invece il secondo monologo, dove arriva l’occasione per sensibilizzare il pubblico al rispetto per l’ambiente e per ammonire sui rischi portati dai social network. Due argomenti apparentemente lontano e slegati: “Vedo che molti artisti coltivano e mostrano disinteresse verso il mondo che li circonda. Nel mio piccolo cerco di sconfiggere quel male dell’indifferenza che ci allontana da tutto e da tutti”. E “di indifferenza si muore” è proprio uno dei titoli che appaiono sugli schermi.

Quello dell’Atlantico tour è uno spettacolo grandioso, che ha il valore – non sempre rispettato in queste occasioni – di non far disperdere le energie: Marco balla e si mangia in scioltezza il palco, ma non si dimentica che è lì prima di tutto per cantare. Ecco che allora ambizione ed essenzialità trovano il giusto accordo, un compromesso – c’è da crederci – frutto di un lavoro lungo e paziente, che oggi porta in scena un artista ormai cresciuto e maturo, a cui forse, oltre al tempo, manca adesso solo una cosa, l’approdo negli stadi.

Atlantico live setlist:
Muhammad Ali
Voglio
Ti ho voluto bene veramente
In un giorno qualunque
Dove si vola
Sai che
Atlantico
Pronto a correre
Monologo: Sei tutto
La ragione del mondo
Buona vita
Parole in circolo
Proteggiti da me
Dialogo tra due pazzi
La casa Azul
Onde
Amalia

Monologo: Mondo_Loon
Guerriero
Mille lire

L’Essenziale/piano
20 sigarette / Le cose che non ho / Non passerai
Esseri umani
Credimi ancora
Io ti aspetto
L’Essenziale
Hola

      

Rap, rock e malinconia: il “1969” secondo Achille Lauro


Facendo un giro veloce per il web e la carta stampata, accanto al nome di Achille Lauro si troveranno molto probabilmente le definizioni di rapper o trapper. Ad ascoltare il suo ultimo album però, a cominciare da quella Rolls Royce che tanto scalpore ha suscitato a Sanremo, verrebbe da dire che ci troviamo piuttosto davanti a un rocker amante di certe sonorità vintage.
La definizione più calzante alla sua arte la dà però direttamente lui: “Sono sempre stato un outsider per ogni etichetta che mi è stata data e per ogni genere che ho affrontato”. Outsder nel rap, outsider nella trap, outsider nel rock, outsider nella musica. E, probabilmente, anche outsider anche nello stile di vita.
Chi ha seguito la carriera di Lauro dagli esordi non ha potuto non rendersi conto che ogni suo lavoro è nato infatti all’insegna di una trasformazione, un’evoluzione, un cambiamento verso direzioni talvolta inaspettate e spiazzanti: dalla trap degli inizi alle contaminazioni samba ed elettroniche del precedente lavoro Pour l’amour, pubblicato solo lo scorso anno, per l’artista romano è ora tempo di approdare a una nuova soluzione sonora, quella del rock, sviluppata nell’album che rischia di essere per lui quello della consacrazione verso il grande pubblico, 1969, prodotto da Fabrizio Ferraguzzo e dal fido Boss Doms.

“E’ stato l’anno dell’allunaggio, l’anno del primo cuore artificiale, l’anno di Woodstock, e più in generale questo titolo vuole essere un omaggio a un periodo musicale che ci ha dato un’importante eredità viva ancora ancora oggi”. Il groove “grasso” e rockeggiante di Rolls Royce era già un più che evidente manifesto di quello che sarebbe l’album, ma ora che il disco ha visto la luce si colgono tutte le sfumature di questo nuovo percorso: “Sono già al lavoro su altri due album molto diversi, ma questa nuova veste vorrei portarla avanti e svilupparla fino in fondo: sono al posto giusto nel momento giusto. Per me ogni album è come un nuovo ristorante in cui si possono assaporare gusti diversi: questa volta ho scelto di innovare andando a ripescare i suoni del passato, soprattutto dagli anni ’60 e ’70. Ho guardato a icone immortali, che appartengono a tutti, come Elvis, James Dean, Jimi Hendrix, Marilyn, e le ho messe in copertina”.

“Nonostante mi piaccia cambiare continuamente, il filo comune di tutti i miei album sono l’anima e la scrittura che ci metto, e questo è un elemento che anche i fan della prima ora sanno riconoscere”, afferma Lauro. Diametralmente opposta al mood scanzonato di Rolls Royce o della titletrack c’è la malinconia del nuovo singolo C’est la vie, messa al secondo posto anche nel disco, o del brano posto in chiusura, Scusa: “Non so se dovrei dirlo, ma dopo aver inciso 1969, la canzone, mi sentivo come Rino Gaetano. Ci sono due macro-sensazioni che animano tutto l’album, la leggerezza e la malinconia. L’esperienza costruisce la vita di una persona, e nel mio caso ci sono dei vuoti interiori che vengono a galla, una malinconia personale che ho voluto affrontare. Penso che questo album sia per me anche il disco della responsabilità: sono diventato artigiano del mio successo e sento di avere delle responsabilità anche verso la mia famiglia”.
Se i versi dei brani restano scanditi dalle barre del rap, Lauro sa trovare soluzioni personali per scardinare con ironia sorniona gli stereotipi del genere: e così non si contano i riferimenti al lusso delle Cadillac e delle Rolls Royce, delle Ferrari Black, delle Cabrio, di Hollywood, affiancati da una pioggia di francesismi disseminati praticamente in ogni brano con lucido disordine, passando per le autocitazioni (“Ave Maria Nino D’Angelo / ti compro Castel Sant’Angelo” di Zucchero, che recupera BVLGARI).
Spazio anche per un omaggio alla Città Eterna con Roma: “Ho voluto fare un featuring con Simon P, un amico che non ha avuto la fortuna di trasformare la musica in un lavoro, ma che è un bravissimo autore”), mentre Coez presta la voce in Je t’aime.

Un’ultima considerazione va alle polemiche sui presunti riferimenti alla droga contenuti in Rolls Royce: “Sono sempre stato per la libertà di espressione e credo che un artista non debba essere preso come capro espiatorio per quello che va male nella società. L’arte e l’educazione sono due cose diverse. Le polemiche sulla canzone mi hanno procurato dispiacere perché dopo il primo ascolto dei brani avevamo ricevuto dei feedback positivi dalla stampa e siamo partiti motivati per il Festival. Quando ho voluto essere esplicito su certe tematiche lo sono stato senza troppi problemi: chi ha visto nel brano dei riferimenti alla droga probabilmente non ha mai vissuto davvero il problema, perché non è una questione che si può affrontare con superficialità”.

Il 7 giugno parte il Welcome Rolls Royce Tour, che porterà Lauro in giro per la penisola fino a otobre: “Il tour deve essere uno specchio dell’album. Sarà un grande show”.

“Arturo”, la rinascita di Side Baby tra istinto e coerenza


Nella vita di un artista ci possono essere momenti di grande luce e periodi di buio profondo. Side Baby lo sa bene, nonostante la giovane età e una carriera ancora relativamente breve. L’anno scorso la sua repentina e controversa uscita dalla Dark Polo Gang è stata sotto gli occhi di tutti, lasciando diversi interrogativi mai del tutto chiariti. Quello che si sa per certo era che il ragazzo non stava attraversando uno dei suoi periodi più luminosi: prima il singolo Medicine, pubblicato lo scorso agosto su Soundcloud (“era una lettera aperta, un regalo per i fan”), poi all’inizio del 2019 Non sei capace lasciavano intuire che Side, che nel frattempo aveva mutato il suo nome da Dark Side a Side Baby, stesse portando avanti una battaglia che non lo toccava solo sul fronte artistico, ma anche – e forse soprattutto – su quello personale.
Quella battaglia oggi sembra finalmente vinta. A dircelo è proprio lui, Arturo, come è registrato all’anagrafe (il cognome è Bruni), e come non a caso ha scelto di intitolare il suo nuovo lavoro da solista, il primo dopo aver chiuso l’esperienza con la DPG.
Per presentarlo ha preferito qualcosa di diverso dal classico instore, e per alcuni giorni si è stabilito a tutti gli effetti in uno spazio in zona Naviglio a Milano ribattezzato Side House: una vera e propria casa attrezzata con tutto il necessario, bar e area videogiochi compresi, ma anche uno spazio per incontrare la stampa, i fan, gli amici.

Sick Side era un lavoro più simile a un mixtape, preso alla leggera, Arturo è invece il frutto di una selezione più accurata, è un disco più pensato, anche se non ho rinunciato al mio solito stile, che è quello dell’istinto. In questo album niente è stato inserito solo per riempire uno spazio e c’è una grande ricerca stilistica. Arrivavo in studio e in base a come mi sentivo registravo un pezzo nuovo, non c’è stato proprio nulla di pianificato, non arrivavo mai con un’idea precisa in testa, ma iniziavo a lavorare su un suono che mi piaceva per tirarne fuori un pezzo”. Stesso discorso anche per i featuring con Luchè e Guè Pequeno, che forse alcuni troveranno inaspettati: ”L’idea di fare qualcosa con Luchè è arrivata durante una cena a base di arrosticini insieme a Night Skinny, che ha avuto anche l’idea di coinvolgere Guè quando ha ascoltato per la prima volta Frecciarossa”.
Selezione e istinto, due concetti che possono apparire in ossimoro, ma che trovano la giusta convivenza in questo album. A confermarlo sono anche i due produttori che hanno messo le mani sulle nuove tracce, Sick Luke, produttore anche della Dark Polo Gang, e Night Skinny. Proprio Skinny si lancia in una dichiarazione di grande ammirazione: “Con Side Baby siamo davanti forse al primo artista in Italia che scrive davvero di getto, arriva in studio e registra subito, come Jay Z”. Da qui la necessità di selezionare la grande quantità di materiale prodotto, fino ad arrivare alla tracklist del disco, definita nel segno della coerenza.
Se Skinny rappresenta la novità, Sick Luke è il filo ininterrotto con il passato, ed è proprio Arturo a spiegare: “Dentro di me ci sarà sempre una parte della Dark Polo Gang. Ho continuato a lavorare con Sick Luke: nell’album ci sono due produzioni realizzate da lui, ma insieme abbiamo realizzato molte altre tracce, alcune delle quali forse usciranno in futuro. Con Luke ormai siamo come fratelli, siamo stati in vacanza insieme, quando passa da Roma si ferma a casa mia”.

Inevitabile non soffermarsi sull’evocativa immagine in copertina del disco: “L’acqua rappresenta una sorta di battesimo, indica una rinascita, mentre l’orsetto si chiama Balosso ed è stato regalato a mia mamma il giorno in cui sono nato”.
A proposito di sua madre, l’attrice Raffaella Lebboroni, sua è la voce dell’ultima traccia, quella che dà il titolo al disco: una dichiarazione di orgoglio per un traguardo significativo raggiunto dal figlio, ma anche la consapevolezza che le nuove cadute sono sempre in agguato.
“Nei mesi difficili che ho attraversato ho avuto la fortuna di avere accanto persone che mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Le tracce del disco riflettono i diversi stati d’animo che ho attraversato: ci sono pezzi più leggeri come Jappone, altri più pesanti”. E che sia sincero lo si capisce anche quando parla dei suoi tatuaggi, uno dei suoi tratti distintivi: “Sono un ammiratore dei tatuaggi fatti bene, ma devo riconoscere che quelli che ho in faccia sono stati una scemenza. Li ho fatti in momenti in cui ero fuori fase e sono stati un modo per esorcizzare certi dolori che ho dovuto attraversare”.

Per l’estate si preannunciano intanto mesi di fuoco: “Non sono ancora state rivelate le date, ma saremo in giro dappertutto, vogliamo spaccare”.

Per amore della musica. Laioung inaugura il suo “Rinascimento”

“Per amore dell’arte e della musica”. Mentre parla del suo nuovo album, Laioung pronuncia questa frase più di una volta, e non si fa fatica a pensare che le sue non siano parole dettate dalla retorica. Che sia carico a mille per questo nuovo progetto solista è più che evidente, visto che è tutto un luccichio, dalla giacca tempestata di pietre agli occhi che emanano entusiasmo. Ma persino la sua voce brilla durante la conferenza stampa, tra parole pronunciate a raffica, barre piazzate all’improvviso e frammenti melodici intonati con precisione quasi chirurgica.
Il nuovo album si intitola Rinascimento, e il significato lo chiarisce subito direttamente lui: “Perché arriva dopo un periodo di Medioevo musicale, e porta qualcosa di nuovo dove tutto il resto era uguale. Con questo album ho voluto dare spazio all’arte e prendere ispirazione dalle sonorità internazionali”. Dopo Ave Cesare, primo lavoro solista uscito con il marchio di una major e dopo il potente progetto di Nuovo impero con il collettivo RRR Mob, questo disco sembra inaugurare a tutti gli effetti una nuova era, a cominciare dal cambio di etichetta, da Sony a Universal.

“Ho lasciato passare un po’ di tempo dall’ultimo album, ma d’ora in avanti vorrei pubblicare un disco all’anno: è giusto dare delle scadenze, abituare il pubblico ad avere un appuntamento”.
Pochi giorni prima di essere in Italia per presentare il disco, Laioung era in Brasile, a San Paolo, non solo per un periodo di vacanza: “Sono contento al 97% di essere tornato: in Brasile ho lavorato con altri artisti e ho potuto vedere che là non c’è razzismo, gli artisti si ritrovano in studio per amore della musica e non guardano alla visibilità o al numero di follower che hanno i colleghi. C’è una vera scena musicale, con la voglia di sperimentare influenze diverse. Oggi con Internet tutto il mondo è in contatto, tutti possono vedere quello che facciamo anche qui in Italia, e ci facciamo ridere dietro se copiamo quello gli americani. Invece gli artisti dovrebbero essere meno pigri e aprirsi a quante più influenze possibili, sperimentare, altrimenti si cade nel plagio. Ma se io ascolto cose diverse e cerco di prendere da tutte, creo qualcosa di nuovo: siamo tutti diversi uno dall’altro e dobbiamo prendere consapevolezza della nostra creatività. Potremmo prendere la tradizione musicale italiana e innovarla con la trap. Uno come Caparezza può essere messo su ogni stile, ha continuato a sperimentare, ed è per questo che lo apprezziamo tutti”.

Continua, e il discorso si allarga prendendo toni quasi filosofici: “Spesso mi rendo conto che manca la ‘fame’, ci si limita a copiare e chi sa di avere un talento non fa niente per migliorarsi, finendo così per essere superato da chi è mosso dalla passione. Non vince chi ha talento, vince chi lavora: l’unico modo per arrivare davvero a un obiettivo è quello di lavorare tanto e non mollare mai, svegliarsi, fare di tutto per raggiungere uno scopo, cercare sempre di migliorarsi. Prendiamo Justin Bieber: all’inizio nessuno avrebbe scommesso su di lui, era solo un ragazzino che non sapeva fare molto. Ma ha lavorato, si è impegnato, e guardate cosa è riuscito a fare”, e intona il ritornello What Do You Mean. “Tutti possiamo essere quello che vogliamo, ma dobbiamo sapere cosa vogliamo e come fare per diventarlo”.
E Laioung sembra aver avuto sempre molto chiare le idee: ”Troppo spesso gli artisti lavorano per entrare in un certo target, io ho sempre preferito seguire l’istinto. Non mi sono dovuto costruire un personaggio. Ho registrato il mio primo album in Canada, senza sapere cosa sarebbe successo, solo per amore della musica. Rinascimento arriva dopo aver già ricevuto diversi riscontri da parte del pubblico, è un disco frutto di una maggiore consapevolezza. Quello che voglio adesso, arrivato a questo umile punto di carriera, è continuare su questa strada, cercando di fare sempre cose diverse con grinta. Devo correre a prendermi quello che ancora mi aspetta”.

Nel “Laioung-pensiero” si delineano chiaramente anche tre elementi fondamentali per ogni canzone: “La melodia, cioè l’emozione, la batteria, cioè il ritmo, e il basso, cioè la vibrazione, il primo suono che abbiamo sentito quando eravamo nel grembo di nostra madre. Ecco perché il suono del basso piace a tutti”.

Nell’album tutte le tracce portano la sua firma per musica, parole e produzione, mentre tra i featuring compare solo il nome di Diawel: “Credo molto in lui. Ha scritto un bridge perfetto per 6 km per Marte, a cui segue subito Dentro un sogno, in cui il suo bridge diventa il ritornello”. E se la trap ci ha abituati al triangolo tematico soldi-donne-droghe, il “rinascimento” di Laioung si sposta molto oltre, arrivando a trattare anche un tema doloroso come quello dello sfruttamento dei clandestini nei campi di pomodori nel sud Italia in 5 euro per morire, la traccia che chiude il disco: “Ho capito che le pietre che avevo nel cuore potevano essere trasformate in gemme. Ho voluto raccontare una storia che ho visto con i miei occhi: sembra assurdo, ma nella provincia pugliese ci sono uomini trattati come schiavi, costretti a lavorare sotto 40 gradi pagati come schiavi. E sono clandestini, trattati come uomini invisibili. Nessuno fa niente, la polizia non riesce a intervenire. Mi è sembrato giusto inserire quella traccia, è una presa di consapevolezza”.

Stupisce invece che nell’album non trovino posto Nero su nero e Hang With Us, i due singoli usciti nei mesi scorsi. Non è ancora detta però l’ultima parola: Rinascimento uscirà infatti il 26 aprile in digitale, mentre prossimamente è attesa anche la pubblicazione del formato fisico, ampliata di alcuni brani.

“Il nostro omaggio a Dolores”. Esce “In The End”, l’ultimo album di The Cranberries


Poteva riempirsi di malinconia e ricordi amari la storia della pubblicazione di In The End, ottavo e ultimo album dei Cranberries, una delle band di maggior successo nella storia del rock irlandese, e sicuramente uno dei nomi che hanno marchiato di più i suoni degli anni ’90.
Poteva riempirsi di malinconia e ricordi amari, ma così non è stato. O meglio, non solo.
A poco più di un anno dalla morte improvvisa della storica vocalist Dolores O’Riordan, la band di Limerick pubblica il prossimo 26 aprile il capitolo conclusivo di una discografia che ha le sue radici nel lontano 1993 con l’ormai leggendario debutto di Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We?, album che conteneva due pezzi divenuti immortali come Dreams e Linger. Passato solo un anno, la consacrazione mondiale definitiva è arrivata con No Need to Argue, il disco di Zombie, tanto per capirci: 7 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti, quasi 20 globalmente.
D’altronde, una voce come quella di Dolores non la si trova molto facilmente in giro, talmente unica da essere da sola il marchio di fabbrica del gruppo. Se gli U2 rappresentano la faccia melodica del rock d’Irlanda, se i fratelli Corrs sono quelli più legati alle radici folk, i Cranberries mostrano il volto più graffiante e arrabbiato dei suoni della loro terra.

Poi gli anni sono trascorsi veloci, sono arrivati altri album, alcuni più fortunati di altri, ma la storia dei Cranberries non è mai stata messa in dubbio da nessuno. Fino a quando si è messo in mezzo il destino, e il 15 gennaio 2018 Dolores è stata trovata morta in una stanza di un hotel di Londra. Per la band, che si era riunita nel 2009 dopo una pausa di 6 anni, si è aperto il grande interrogativo sul futuro: nella tragedia c’è però una fortuna, quella di avere già a disposizione alcuni brani quasi pronti.
Nella primavera 2017 infatti, stanchi di riproporre dal vivo solo vecchi brani, i membri del gruppo si erano messi al lavoro per realizzare un nuovo disco, e nel dicembre dello stesso anno 11 pezzi erano già stati provinati da Dolores e dal chitarrista Noel Hogan. Proprio quegli 11 brani sono quelli che ora danno vita a In The End, il primo album dei Cranberries di cui Dolores non ha visto tutta la realizzazione e di cui non vedrà la pubblicazione, ma molto lontano dall’essere un disco alla memoria.

Quella di In The End non è una storia di lacrime perché questo è a tutti gli effetti un album di inediti dei Cranberries, composto da materiale già pronto per essere rifinito e pubblicato: nessuna vecchia b-side, nessuna demo dimenticata e ripescata, nessuna traccia abbozzata e resa pubblica per accontentare il prurito del pubblico, ma solo gli 11 brani che alla morte di Dolores avevano già una forma ben definita.
E soprattutto, In The End è a tutti gli effetti un nuovo album dei Cranberries perché all’interno lo spettro della morte non c’è: piuttosto, è un disco che parla di cambiamenti, quelli che la cantante aveva da poco vissuto quando ha scritto le nuove tracce. “Per noi questi brani non sono legati alla sua morte, perché li stiamo ascoltando da molto tempo. Dolores li ha scritti pensando al divorzio, ai problemi di salute che aveva affrontato: era soddisfatta del lavoro, in particolare di All Over Now, uno dei primi brani che ha scritto, che abbiamo scelto come primo singolo”, dichiarano Noel Hogan, Mike Hogan e Fergal Lawler, arrivati in Italia per presentare l’album.

Per la realizzazione del disco è stato coinvolto Stephen Street, già produttore dei primi due dischi di Cranberries: “Se dovessimo paragonare In The End a qualche altro nostro lavoro, il primo confronto che verrebbe da fare è con primi album, la voce di Dolores è pulita come all’epoca, e anche Stephen è stato da subito dello stesso parere. Volevamo realizzare uno dei dischi più importanti della nostra carriera”, continua la band, “ci siamo chiusi in studio un mese dopo la morte di Dolores: avevamo la giusta motivazione”.
E’ stato comprensibilmente difficile portare avanti tutto il lavoro scindendosi tra la tristezza per la mancanza dell’amica e collega e la felicità di lavorare a un nuovo disco: “Abbiamo dovuto inscatolare le emozioni, questo è l’ultimo omaggio che possiamo fare a Dolores: ci è mancato molto che lei non fosse con noi durante la realizzazione e ci manca che non abbia avuto la possibilità di ascoltare l’album”.

Mentre il titolo è stato scelto solo in un secondo momento e riprende una poesia di TS Elliot, l’immagine di copertina è sembrata la soluzione migliore: “L’idea è stata di Andy Earl, il fotografo, e ci è piaciuta subito: sarebbe stato ingiusto che ci fossimo solo noi tre, visto che Dolores è a tutti gli effetti nell’album, ma sarebbe stato triste mettere un’immagine con tutti e quattro. Questi bambini non siamo noi, ma ci assomigliano”.
La band sarà impegnata in primavera nella promozione, poi l’estate sarà il momento da dedicare al riposo e alla riflessione su tutto quello che è successo in questi mesi: “Non sappiamo quale sarà il futuro, di sicuro non presenteremo dal vivo queste canzoni, è impossibile. Probabilmente continueremo con la musica, potrà essere un buon modo per metabolizzare i ricordi. Non ha molto senso però guardare al passato: abbiamo sempre fatto musica senza seguire le mode, non ci siamo mai messi a fare pop o dance, e abbiamo messo in conto che la popolarità poteva andare e venire. Speriamo di essere ricordati per le idee e per il cuore che abbiamo messo nel nostro lavoro”.

Oltre la gloria. La stella di Lady Gaga al punto di non ritorno

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Se abbia qualche reale possibilità di vincere l’Oscar, come si mormora da giorni,  non lo so, e sinceramente non mi interessa neanche molto. Dopotutto, ci sono attrici entrate nella Storia che la statuetta dorata non se la sono mai portata a casa, anche dopo decenni di comprovato talento. Però di una cosa sono sicuro: che cioè con la prova offerta in A Star Is Born Lady Gaga ha dato tutto. Ci ha dato tutto. Tutto quello che si potrebbe chiedere a una popstar dei giorni nostri.

Sia chiaro, il film non è la cosa più bella che si sia vista in circolazione: è un ambiziosissimo prodotto di Hollywood. Melodrammatico ed enfatico quel tanto che piace agli americani, e forse un tantino troppo veloce nella prima parte, dove il profilo dei personaggi andava scavato un po’ di più. Ma se c’è una protagonista, è solo e soltanto Lady Gaga: la scena è tutta sua, dall’inizio all’ultimissimo primo piano.
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Io, lo dico senza problema, Lady Gaga la preferisco come cantante, e piuttosto che vederla in un filmone da botteghino avrei preferito che si fosse messa al lavoro per un nuovo album di pop sporco e sanguigno come lo fu nel 2009 The Fame Monster, forse il suo momento musicale più iconico e sconvolgete. Però non si può negare che sul grande schermo Gaga ci sa stare benissimo, a suo completo agio.
E anche questo è parte di uno personaggi saliti sull’Olimpo dello showbiz con un biglietto di sola andata.
Ryan Murphy l’aveva messa davanti alla macchina da presa nella quinta stagione di American Horror Story facendole vestire i panni lussuosi e spietati della Contessa, ed era stata una pioggia di apprezzamenti, con tanto di Golden Globe. Adesso è la volta di Bradley Cooper, che per il suo esordio da regista l’ha voluta accanto a sé nel quarto remake di un classicone del cinema in cui si sono cimentate anche Judy Garland e Barbra Streisand.
Guardi Gaga nel ruolo acqua-e-sapone di Ally e quasi ti dimentichi che è proprio lei quella che ha reso famose nel mondo le vertiginose scarpe Armadillo di Alexander McQueen. Lei è l’idolo dance di Poker Face e lei è quella del pop perverso di Bad Romance. Lei è quella che ha scandalizzato il mondo con un vestito di carne cruda. Ancora lei è quella che ai Grammy del 2011 ha fatto il red carper all’interno di un enorme uovo-incubatrice, per poi “rinascere” sul palco nella tanto discussa Born This Way. E infine è lei quella che ha saputo reinventarsi addirittura nel jazz conquistando la stima di un decano come Tony Bennett, che con Gaga ha volto fare un intero album, Cheek To Cheek.
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Look estremi talvolta al limite (e anche oltre) il kitsch, un immaginario spesso discutibile, scelte musicali non sempre a fuoco e qualche volta oggettivamente azzardate, ma sopratutto (e sopra a tutto) un talento che offre a Lady Gaga una gamma sterminata di possibilità, ponendola ben al di sopra di tutte le colleghe più o meno coetanee.
Se doveva ancora dimostrare qualcosa, lo ha fatto adesso, con una solida prova da attrice e con una colonna sonora che sa già di classico. Nel film, la performance di Shallow è una di quelle cose che rimbombano nel cuore.

Qualche anno fa, nel periodo più “barocco” della sua carriera, sotto chili di trucco e parrucco, cantava di essere on the edge of glory, “sul limite della gloria”. Oggi, con il viso quasi al naturale, ci dice che quel limite lo ha probabilmente superato, ci è finita dentro. Ed è salita così in alto che non toccherà più terra, come canta in Shallow. Sì d’accordo, il testo della canzone racconta di una storia d’amore, ma non è storia tanto diversa dalla realtà.
Non è superbia, è solo il destino dei grandi, quelli che hanno saputo accendere quella luce misteriosa alimentata dal talento e dalla fama per brillare come le stelle.

I’m off the deep end, watch as I dive in / I’ll never meet the ground / Crash through the surface, where they can’t hurt us / We’re far from the shallow now 

Da Mahmood a MYSS KETA: un’estate oltre i tormentoni

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Amore e capoeira
 è fisso ai piani più alti delle classifiche, Italiana di Fedez e J-Ax ce la ritroviamo ogni due minuti in radio, il reggae-pop di Non ti dico no dei Boombadash con la Loredana nazionale lo stiamo amando tutti già da un paio di mesi e Nero Bali di Elodie e Michele Bravi è indubbiamente un bel pezzone tropical-italiano.
Ma se i supertormentoni fanno già parte delle playlist da portarsi in vacanza, appena un passo al di là del circuito radiofonico c’è un mondo altrettanto pop che vale la pena scoprire prima di partire, anche solo per variare un po’ tra un gorgeggio della Ferreri e una rima di Baby K.
Ecco qui allora una piccola e arbitraria selezione di 12 (perché le cifre tonde sono noiose, soprattutto in estate) singolini estivi, allegramente in ordine sparso.
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Achille Lauro featuring Cosmo, Angelo Blu
E’ la traccia che apre Pour L’Amour, l’ultimo album di Achille Lauro ed è un perfetto quanto sorprendente incontro tra la samba trap dell’artista romano e il nuovo genietto dell’elettropop nostrano. Un trip visionario e psichedelico di dipendenza ed elettronica.

MYSS KETA, Monica
Lei è stata senza dubbio una delle grandi scoperte del 2018. Già sulla scena da qualche anno, ma fino a pochi mesi fa confinata nell’underground meneghino, la diva mascherata più misteriosa in circolazione ha pubblicato ad aprile il suo primo album con Universal, UNA VITA IN CAPSLOCK, di cui Monica è il quinto estratto. Ironia a tonnellate, riferimenti alla cultura di massa, slogan iconici e la produzione di Populous ne fanno un’arma affilata per le serate a bordo piscina nella villa di Arcore.

Mahmood, Uramaki
Lui è una delle grandi promesse dell’urban italiano: lo abbiamo visto a Sanremo nel 2016 e lo abbiamo ascoltato l’anno scorso con Pesos. Quest’anno torna con un singolo tra elettropop e R&B con un testo introspettivo, ambientato nelle vie più esotiche di Milano, con una grande voglia di evasione.

Marianne Mirage, Copacabana Copacabana
Un’immersione nel carnevale di Rio, con la produzione sempre oculatissima di Big Fish e Rhade. Copacabana Copacabana è la sorpresa iper-carioca che non ti aspetti da Marianne Mirage, cantautrice raffinatissima di casa Sugar.

Eman, Milano
Con quel suo stile che è hip-hop senza essere hip-hop, rock senza essere rock ed elettronico senza essere elettronico, Eman traccia con contorni profondi un ritratto senza sbavature e indulgenze della metropoli lombarda.

DJ Besford featuring Eleonora Mazzotti, Todo Rainbow
Sonorità elettroniche e tropicali fanno da sfondo a un inno alla positività e alla leggerezza realizzato dal fashionissimo DJ Besford, qui in collaborazione con la romagnola Eleonora Mazzotti.

lemandorle, Gelato colorato
Si può descrivere il capolinea di una storia d’amore senza cedere ai toni avvilenti della tristezza? A giudicare da quello che ha fatto il due lemandorle in Gelato colorato, sì, decisamente si può. Elettropop dall’aura vagamente vintage e una metafora caleidoscopica per guardarsi negli occhi e dirsi che è finita.

Lele, Giungla
Un pezzo per Napoli e i napoletani, così Lele ha parlato del suo ritorno con Giungla. L’r’n’b incontra il pop, mentre le parole portano in altissimo l’orgoglio della città partenopea spogliandola di tutti i pregiudizi.

Luana Corino, Gita al mare
Non sempre l’abbandono fa rima con la solitudine. Nel suo ultimo singolo, per esempio, Luana Corino racconta una storia di libertà. Una rivendicazione femminile serena come una gita al mare promessa, non mantenuta e poi recuperata. Anche da soli.

Alessandro Casillo, Ancora qui
Del ragazzino che avevamo conosciuto in TV un po’ di anni fa c’è ben poco: dopo essersi preso una bella pausa, Alessandro Casillo è tornato con un singolo, Ancora qui, che ha l’aria di essere qualcosa di più di un semplice comeback discografico.

Arashi, Sud America
Punta dritto al di sotto dell’Equatore e all’ombra delle palme Riccardo Schiara, in arte Arashi. Urban, house e vividi colori tropicali sono la colonna sonora di un viaggio in Sud America, da un open bar di Bogotà all’ultimo piano in ascensore… ma attenzione agli alligatori!

Briga, Che cosa ci siamo fatti
Un pezzo così malinconico sembrerebbe non azzeccarci nulla con il clima leggero dell’estate, ma è pur vero che anche al mare ci sono i giorni grigi di temporale. Questa canzone è proprio per quei momenti di nuvoloni, in cielo o nella testa.