Sethu ci presenta “Marco”

Sethu ci presenta “Marco”

Si intitola semplicemente Marco e basta darci un ascolto per capire che per Sethu non è solo un nuovo singolo, ma l’inizio di una fase nuova.

Il titolo del brano riprende il nome di battesimo del cantautore ligure e raccoglie ne testo una fitta lista di consigli, pareri e critiche che Sethu si è sentito rivolgere in questi ultimi anni, dall’exploit sanremese ad oggi.

«Marco cantala un po’ meglio, dicono che avrai successo, Marco ma cos’è successo? Marco prendi la pastiglia, non scordare la famiglia» e «digli ancora la tua storia, Marco tu la sai a memoria, Marco ma mi stai ascoltando?».

Un brano fortemente autobiografico che è a tutti gli effetti un canto catartico per trasformare il giudizio altrui in un punto di (ri)partenza per un percorso di autoanalisi, sino ad approdare all’accettazione di sé stessi in tutte le proprie sfumature e contraddizioni.

«Se deve andare andrà, Marco sono ancora qua».


Dopo le difficoltà personali condivise nel primo album tutti i colori del buio (pubblicato nel 2024 da Carosello Records), Sethu ha ritrovato maggiore serenità e nuova spinta creativa.
Marco, insieme agli ultimi singoli Si balla e Fino all’osso, ne è la prima testimonianza.

BITS-CHAT: Canzoni, storytelling e uncinetto. Quattro chiacchiere con… Prim

BITS-CHAT: Canzoni, storytelling e uncinetto. Quattro chiacchiere con… Prim

All’anagrafe è registrata come Irene Pignatti, ma ha scelto di firmare le sue canzoni come Prim, portando nella musica tutto il mondo che le sta attorno.
Classe 1999, ha iniziato a scrivere canzoni in inglese all’età di 14 anni, prendendo come riferimento gli artisti internazionali, prima fra tutti i Beatles.
Con il tempo, partendo dai dintorni di Modena, sua città natale, il “pop triste” di Prim ha iniziato a farsi sentire sempre più in là, e pur giovanissima la cantautrice può tra le sue esperienze può vantare anche una partecipazione allo SXSW, importante festival musicale e cinematografico che dal 1987 si tiene ogni anno ad Austin, in Texas.

Per lei è arrivato ora il tempo di pubblicare un nuovo EP, DIY Crochet, anticipato negli scorsi mesi da alcuni singoli.
Il titolo nel nuovo progetto è piuttosto eloquente e suona come un manifesto: da una parte, il concetto del farcela da soli (“do it yourself”), dall’altra il riferimento all’uncinetto (in inglese crochet), sua grande passione, simbolo anche di artigianalità e creatività, anche nella musica.

Riprendendo la metafora dell’uncinetto e dei tessuti, che torna anche sulla cover del nuovo EP, se dovessi abbinare ogni traccia del disco a un tessuto colorato, quale tessuto e quale colore sceglieresti?
Ognuna delle tracce del mio EP è un lungo filo di cotone, che si intreccia con il resto diventando un prodotto finito. Ogni brano ha un colore e il colore è lo stesso usato per le rispettive copertine dei brani: “Dormire in macchina” giallo, “Mhh mmm” rosso, “Amore infedele” bianco, “Luglio” grigio.

Il titolo dell’EP, DIY Crochet, racchiude due concetti oggi centrali, quello del “farcela da soli” e quello della creatività handmade, che oggi sembra messo a dura prova dell’intelligenza artificiale. Da musicista, hai paura che l’AI possa uccidere la creatività e appiattire l’arte?
No, non ho questa paura. L’emotività non può essere sostituita dall’intelligenza artificiale, e senza l’emotività e l’empatia la musica non esisterebbe. Sicuramente l’AI è avanti nel creare brani da zero, dal punto di vista del sonoro e delle topline, ma non credo che sarà mai in grado di scrivere un brano in maniera unica e personale.

A differenza del precedente EP, incentrato sulla tua famiglia, in questo racconti le storie degli altri, il mondo che ti circonda. Da cantautrice, trovi più semplice raccontare te stessa o il mondo esterno?
Dipende. Il primo EP è nato in maniera spontanea e concreta. Avevo bisogno di esprimermi su quelle tematiche e ci sono riuscita facilmente. Se dovessi scrivere invece una canzone più introspettiva o legata all’amore e al rapporto di coppia, farei veramente tanta fatica, perché mi sembra di mettermi a confronto con tutti gli altri artisti che scrivono di questo tema. Non so se ha senso, ma mi sembra di perdere concretezza.
Per la scrittura del nuovo EP mi sono presa molto più tempo: parla di storie di altri, perché è tutto storytelling. Con lo storytelling si può andare ovunque e per questo ti si aprono migliaia di porte, ed è poi complicato decidere quale scegliere.


Vivere in macchina affronta alcuni temi cruciali per la tua generazione (il costo della vita in un grande grande città come Milano, la difficoltà nel trovare stabilità), intrecciandoli con la tua sensazione di essere sempre inadeguata. Qual è la tua personale soluzione per non vivere “una vita di plastica”?
Non credo ci sia una soluzione, in realtà il brano è scritto in chiave ironica seguendo le lamentele di un’amica che non ha alcun problema economico ma si lamenta della sua situazione, appunto, economica, essendo una fuorisede a Milano.

Luglio continua ancora essere per te un mese grigio e interminabile, come canti nel brano omonimo?
Sì luglio è sempre un mese grigio e interminabile, quasi paragonabile a febbraio, altro mese interminabile, anche se dura meno degli altri. Ho sempre passato le giornate di luglio a fare il conto alla rovescia, sperando che finisse il più presto possibile.


Chi sono i tuoi principali riferimenti musicali?
I The 1975 sicuramente, ma dal punto di vista del suono mi sto riferendo soprattutto ad artisti internazionali che fanno bedroom pop e dream pop come i Men I Trust, Clairo, Mac De Marco, Her’s.

Concludo con una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
La ribellione per me è prendersi il tempo di fare le cose con le proprie mani, in un mondo che va sempre più veloce. È scegliere il proprio processo creativo in maniera indipendente.

E se in questa estate povera di tormentoni la soluzione fosse Sandra Mondaini?

E se in questa estate povera di tormentoni la soluzione fosse Sandra Mondaini?

Ce lo ripetiamo ormi da anni, e anche l’estate 2025 sembra non fare eccezione: non ci sono più i tormentoni di una volta! Anzi, non ci sono proprio più i tormentoni!
Da un numero imprecisato di estati, anche quando un brano riesce a dominare le classifiche vacanziere, manca quel successo capace di entrare nelle sinapsi di tutti, anche di chi di solito la musica non la cerca ma la subisce, e di restarvici appiccicato per mesi.
Ma dell’estinzione del tormentone si sono già occupati in parecchi, e non è certo questa la sede per affrontare l’annosa questione. Il punto su cui vorrei soffermarmi ora è un altro.

Se infatti da una parte mancano i veri bangerz da ombrellone, non significa che tra le uscite discografiche non vi siano comunque delle piccole chicche da scoprire o riscoprire.
Una di queste riporta in auge un nome del tutto inaspettato: Sandra Mondaini.

Ebbene sì, la celebre e indimenticabile showgirl nella sua lunga carriera è stata anche cantante e tra i suoi successi ce n’è uno che proprio quest’anno ha rifatto un capolino. Anzi, un doppio capolino!

Stiamo parlando di Cerco un uomo, sigla di apertura dello spettacolo televisivo Noi… no! del 1977, condotto in coppia con Raimondo Vianello. Un brano che già all’epoca non mancò di suscitare stupore tra il pubblico, dato il suo testo sensuale.

Il singolo rivive ora in una versione house firmata da Paolo Martini & Stefano Ranieri, figure di spicco della scena house italiana, unite da una profonda passione, rispetto per la cultura pop e una visione artistica condivisa: “Questo remix è nato da un dialogo artistico spontaneo: un omaggio alla storia italiana che fonde le nostre esperienze e prospettive musicali”, hanno dichiarato i due producer.


Una release che rappresenta un autentico ponte tra generazioni e stili. E che questo brano susciti un certo fascino ancora oggi lo testimonia anche il fatto che proprio Cerco un uomo sia stato scelto da Ditonellapiaga come lato A del 45 giri digitale in cui reinterpreta due brani del passato: “Ho deciso di fare uscire un 45 giri (digitale), come si faceva una volta. Cerco un uomo, il lato A, è una canzone che mi ossessiona da tempo e da anni avevo voglia di farne una mia versione. […] una chicca ingiustamente dimenticata che ho sempre trovato ultra moderna per l’epoca”.

La traccia scelta per “lato B” è invece Febbre d’amore, “una scoperta recente, un brano scritto da Rosario Bella e Cheope nel 1984 e cantato da Marcella Bella. Sensuale, estivo, fresco”.

Insomma, ormai lo sappiamo: il passato è sempre un luogo in cui andare a cercare le novità.

Ditonellapiaga

#MUSICANUOVA: Barriera, “Crevacuore”

#MUSICANUOVA: Barriera, “Crevacuore”

Crevacuore è l’ultimo atto di Barriera.

Il titolo è una citazione tratta da una lettera d’amore di Cesare Pavese, e così il brano è una riflessione sulla scrittura, sulle lettere, e sul valore del segno analogico nell’era contemporanea.

“Ma dove andremo a finire? C’è qualcosa di più assurdo dell’amore? Se lo godiamo fino all’ultimo, subito ce ne stanchiamo, disgustiamo; se lo teniamo alto per ricordarlo senza rimorsi, un giorno rimpiangeremo la nostra sciocchezza e viltà di non avere osato. […] Non so trovare parole di conforto per te che valgano, se non ricordarti quel giorno che eravamo stretti insieme, in piedi, e pareva che uno dei due dovesse condurlo a fucilare e invece era tutta gioia. […]. Ti bacio così, come vuoi tu, anche se sei stata cattiva a non venire sulla strada di Crevacuore”.

Crevacuore è il luogo misterioso e segreto dove vanno le storie che devono finire. Nascosta in un cluster di pixel, in bilico tra la traccia analogicadi una lettera d’amore e il radicalismo elettronico della produzione di mofw, è una canzone fatta di immagini enigmatiche e un ritornello aperto espressione di un vero e proprio “romanticismo digitale”.

Il videoclip che accompagna il brano mostra una ricerca ossessiva per le strade di una mappa digitale.
La persona dietro al computer (o dentro?) sta cercando qualcosa. O qualcuno? Quel viaggio nevrotico sembra destinato a non finire mai.


Barriera è il sogno lucido di Valerio Casanova, musicista, autore e filmmaker casertano, in esilio nel sud est di Roma. Canta di solitudini e di separazioni, muovendosi in un universo nostalgico e a tratti ironico.
Il suo è un mondo in conflitto, intrappolato nella ragnatela delle grandi città e stretto nella morsa dei dispositivi digitali.
Per sopravvivere, e per trovare qualcuno che gli assomigli, ha scelto di fare musica. Gli amori difficili e il disagio mentale, due argomenti che si trovano spesso nei suoi brani, prendono il volo grazie ai tanti synth rarefatti che guardano al cantautorato indie romano, all’elettronica glitch e all’alt pop internazionale.

Il suo primo EP Abbandonarsi, prodotto da Blindur, esce nel 2020 per l’etichetta Wires records. Nel 2022 viene selezionato per partecipare alle selezioni di Musicultura. A settembre dello stesso anno ritorna con Dovehomessomiopadre?, una graffiante distopia pop alla Black Mirror.
Nel Novembre 2022 esce Olodramma, il primo album seguito a giugno 2023 dall’edizione “bundle” del singolo Deserto Rosso, estratto dall’album.

Vanity Fair Italia ridà voce a Giuni Russo: esce il remix di “Mediterranea”

Vanity Fair Italia ridà voce a Giuni Russo: esce il remix di “Mediterranea”

Per la prima volta nella sua storia, Vanity Fair Italia si unisce a Warner Music Italy per dare vita a un’operazione musicale senza precedenti.

A 40 anni dalla prima uscita, Mediterranea, uno dei brani più emozionanti di Giuni Russo, torna in una nuova veste sonora.

Un progetto, unico nel suo genere, realizzato a quattro mani con l’obiettivo di valorizzare il repertorio di una delle più grandi artiste italiane e farlo arrivare alle nuove generazioni.

«Uno dei nostri desideri, per un numero estivo di Vanity Fair, era lanciare una summer hit, un tormentone che facesse ballare e sognare. Con Warner Music Italy abbiamo considerato svariati brani, molti artisti e diversi remix, per poi arrivare a Mediterranea: una nuova, stupenda versione del capolavoro di Giuni, a cui sono molto legato. Mi auguro vi accompagni dentro l’estate e verso il Mediterraneo, ovunque siate», dichiara Simone Marchettidirettore di Vanity Fair Italia.

La canzone, presente all’interno dell’omonimo album uscito nel marzo 1984, e scritta insieme a Maria Antonietta Sisini, è un inno all’estate e all’identità mediterranea.

«Questa nuova versione mi piace tanto. La voce suona modernissima e l’atmosfera è quella del pezzo originale, che mi incantava come una sirena. È come se Giù si prendesse una rivincita. Allora il brano non era stato capito. I discografici non lo reputarono abbastanza orecchiabile. Giuni ne soffrì molto, perché Mediterranea era lei, infatti ripeteva sempre: “Mediterranea sono io”», racconta Maria Antonietta Sisini.

A restituire nuove sonorità al brano è Mattia Del Moro, in arte Dumar, produttore e dj friulano, conosciuto per i suoi rework musicali in cui unisce passato e presente, rispettando gli interpreti originali ma restituendo alle loro opere un nuovo vigore: «Ho immaginato un incontro, in realtà mai avvenuto, tra Giuni Russo e Giorgio Moroder. Tra tutti i miei progetti questo è tra i più spericolati che ho fatto. Mi ha travolto l’entusiasmo di Maria Antonietta Sisini: ci unisce una visione delle canzoni non museale. L’eredità di certi artisti va portata avanti», afferma Dumar.

Per celebrare l’uscita di Mediterranea, Vanity Fair Italia dedica a Giuni Russo una cover digitale esclusiva con un ritratto inedito dell’artista, scelto anche come copertina del singolo.

Le interviste complete sono disponibili su vanityfair.it.

#MUSICANUOVA: Francamente, “Zagara”

#MUSICANUOVA: Francamente, “Zagara”

Sacra e dissacrante, intensa e delicata, ricercata e immediata. Straordinariamente pop. 

Fiorita sotto il sole di una calda estate siciliana, Zagara è il nuovo singolo di Francamente.

Un incontro tra Palermo, dove il pezzo è stato scritto ed è ambientato, e Berlino, città dove Francamente ha vissuto a lungo. Due luoghi che rappresentano mondi sonori diversi ma capaci di coesistere in modo armonioso e sorprendente, uniti dalla predilezione per la molteplicità e per le sfumature. 

“Palermo è la custode di chi amando si contamina”, afferma Francamente, “e Zagara è la preghiera laica che pronunciano le persone innamorate”.  

Nel brano si fondono la canzone italiana e l’elettronica, in un incontro arricchito da richiami alla tradizione popolare – grazie all’uso della fisarmonica e di cori gregoriani da festa religiosa di paese -, e sonorità anni ‘80 della cold wave tedesca.  Il risultato è un cantautorato raffinato, fatto di immagini e dettagli vividi e suoni ricchi di sperimentazioni. Il frutto di un lavoro quotidiano e profondamente artigianale portato avanti insieme a Goedi alias Diego Montinaro, produttore di Francamente che scava alla ricerca di un sound unico e personale, in grado di aderire perfettamente all’essenza creativa indipendente e anarchica – ma mai autarchica – del progetto. 

 Voci dai balconi 
Costeggiano i lampioni 
Palermo che si sveglia sfatta 
E io sopra di te 
Suoni dai cantoni 
Donne come tuoni 
Palermo che mi mangia l’anca 
E io sopra di te 
Strette sui vagoni 
Le mie mani sono suoni 
Aprono portoni, corrono ai tuoi piedi e si schiantano sui nomi 
Dei tuoi nonni e dei nipoti 
Con le ossa tutte in fuori 
Le mie cosce sono fiori, corrono sul mare mentre a riva ti riposi 
Prenditi un poco cura di me 
Spaventami come Santa Rosalia 
Prendimi un poco sopra di te 
Spaventami come tu fossi regina 
Distese sopra il sole con gli scogli a far rumore 
Onde di persone che ci guardano curiose 
Pioggia sui bastioni mentre vola un ombrellone 
Palermo che rimane calma e io sopra di te 
Ferme sulle scale 
Hai le labbra di tua madre 
Sorridono ai rioni, smontano la rabbia di chi grida dai motori 
Noi che siam donne e non visioni 
Con le gambe sui cannoni 
Le gonne stese fuori 
Giocano col mare mentre a Riva ti riposi 
Prenditi un poco cura di me 
Spaventami come Santa Rosalia 
Prendimi un poco sopra di te 
Spaventami come tu fossi regina 
Ancora ancora ancora le tue mani di sale 
Ancora ancora ancora tra le nostre risate 
Ancora ancora ancora le tue mani di sale 
Ancora ancora ancora tra le nostre risate 
Prenditi un poco cura di me 
Spaventami come Santa Rosalia 
Prendimi un poco sopra di te 
Spaventami come tu fossi regina 

#MUSICANUOVA: Dumbo Gets Mad, “Pariah”

#MUSICANUOVA: Dumbo Gets Mad, “Pariah”

Pariah è il nuovo singolo di Dumbo Gets Mad, che inaugura il nuovo capitolo discografico con Carosello Records. Un brano psychedelic pop, stratificato e visionario, che segna il ritorno di uno degli artisti italiani più apprezzati nel panorama internazionale. 

Cantautore, produttore e sound designer emiliano, nato artisticamente a Los Angeles, Dumbo Gets Mad da oltre quindici anni porta la sua estetica musicale unica sui palchi di festival e club in Europa, Americhe e Asia. La sua musica ha ricevuto lodi da testate come Pitchfork e NPR, conquistando una fanbase trasversale tra indie, elettronica e psichedelia.

Negli anni ha attirato l’attenzione di diversi colleghi, tra cui Marracash, con il quale ha collaborato alla produzione dell’album “NOI, LORO E GLI ALTRI” in cui compare anche lo skit omonimo “DUMBO GETS MAD SKIT”.

Pariah è un flusso mentale e sonoro inarrestabile, un esperanto musicale che attraversa voci, lingue e generi. Il titolo fa riferimento a una delle caste più emarginate nella società indiana, simbolo di esclusione e impossibilità di riscatto.

Dumbo Gets Mad rilegge questa condizione come metafora del disorientamento post-universitario, in cui giovani vite si trovano sospese mentre il futuro avanza e prende il sopravvento.

“Pariah” è scritto, composto e prodotto da Dumbo Gets Mad con la partecipazione vocale di Carlotta Menozzi.
Il singolo anticipa il quinto album dell’artista, di prossima uscita.

“Pariah è una stanza condivisa e una sera qualunque. Voci diverse, destini confusi. C’è chi non sa, chi sa ma non può, chi può ma non vuole. Un futuro sfocato, una quiete che resta lontana. Come i pariah, si è dentro qualcosa da cui non si esce davvero. La redenzione, se esiste, sembra altrove”.


Il progetto Dumbo Gets Mad, alias Luca Bergomi, nasce nel 2011 con un immaginario che fonde spirito infantile e psichedelia pop. Il nome si ispira alla celebre sequenza “Pink Elephants on Parade” del classico Disney “Dumbo” (1941), simbolo di un’estetica colorata, surreale e fortemente personale. Le sue produzioni mescolano sonorità retrò, elementi elettronici, ritmi funky e arrangiamenti stratificati, in un equilibrio tra gioco e ricerca sonora. 

jazzopen sceglie Modena per l’edizione 2026

jazzopen sceglie Modena per l’edizione 2026

Dopo trent’anni di successi in Germania, jazzopen, uno dei festival musicali più importanti d’Europa, sceglie Modena per la sua prima attesissima edizione italiana.

Dal 13 al 18 luglio 2026, il cuore della città emiliana si trasformerà in un palcoscenico a cielo aperto, pronto ad accogliere grandi nomi della musica internazionale e migliaia di appassionati in arrivo da tutta Italia e dall’estero.

Nato a Stoccarda sotto la direzione artistica di Jürgen Schlensog, jazzopen è diventato nel tempo un punto di riferimento tra i grandi festival estivi europei, grazie alla sua formula vincente “Jazz and beyond” che abbraccia una vasta gamma di generi, dal jazz classico a quello più contaminato, fino ad arrivare al pop al soul e al rock. Ogni luglio, il cuore della città tedesca si trasforma in una grande arena musicale, con un pubblico che raggiunge le 60.000 presenze e un programma che spazia dal jazz alle sonorità mainstream.

Anno dopo anno artisti del calibro di Christina Aguilera, Bob Dylan, Lionel Richie, John Legend, Lenny Kravitz e Sting si sono mescolati a leggende del jazz come Herbie Hancock, Marcus Miller, Gregory Porter, Dianne Reeves e Dee Dee Bridgewater.

Nel 2026, per la prima volta, questo straordinario e consolidato modello culturale sbarcherà in Italia con jazzopen Modena, organizzato da jazzopen Italia, sempre sotto la direzione di Jürgen Schlensog, in collaborazione con premium sponsor come il Museo Enzo Ferrari, System Ceramics (Gruppo Coesia), Mastercard e SIXT, il sostegno di sponsor come STIHL, Dürr e il supporto del Comune di Modena e della Regione Emilia-Romagna. 

Due luoghi simbolici del centro storico diventeranno altrettanti palchi d’eccezione: l’affascinante Piazza Roma, di fronte al maestoso Palazzo Ducale, sarà il fulcro del festival, mentre il Giardino Ducale Estense ospiterà gli “Open Stages”, concerti gratuiti dedicati ai giovani talenti.

Siamo molto felici e orgogliosi che jazzopen abbia scelto Modena, tra altre città prese in esame, come sede in cui svolgere il festival gemello di quello di Stoccarda – afferma il Sindaco di Modena Massimo Mezzetti – e stiamo già lavorando intensamente per il primo appuntamento del 2026. Questa città, con un centro storico che accoglie i visitatori come un caldo abbraccio, saprà essere il luogo perfetto per un festival europeo di grande prestigio. Modena e l’Emilia-Romagna in questo modo si preparano a fare un netto salto di qualità nell’ambito dell’offerta culturale ed è per questo che possiamo contare con grande soddisfazione sul sostegno della Regione. Così come è importante che questo accada anche in dialogo con grandi aziende come Ferrari e il suo Museo, System Ceramics e altri autorevoli partner che interpretano in modo moderno il proprio sostegno al territorio”.

jazzopen è un festival indipendente che si finanzia attraverso la vendita dei biglietti e con sponsorship di rilievo. “Il nostro progetto è diventato, negli ultimi anni, così stabile e di successo che siamo pronti per il lancio europeo. L’ambiente a Modena è perfetto. La città ci accoglie a braccia aperte e abbiamo trovato partner importanti” – commenta Jürgen Schlensog.

Per la prima edizione modenese si attendono oltre 30.000 visitatori. La line-up ufficiale sarà svelata entro la fine dell’anno.

#MUSICANUOVA: Protopapa, “Croccante” (ft. Hey Cabrera!, Bruno Belissimo & Hard Ton)

#MUSICANUOVA: Protopapa, “Croccante” (ft. Hey Cabrera!, Bruno Belissimo & Hard Ton)

© Arthur Buoso [@film.by.arthur]

Croccante è uno scioglilingua, una filastrocca, o meglio un incantesimo, che invita l’ascoltatore a lasciarsi andare, chiudere gli occhi e ballare senza troppi pensieri. È la mia prima “hit estiva.”

Dopo il viaggio kinky-western di Mini Pony, uscito il 16 maggio, Protopapa torna con Croccante, un nuovissimo singolo che vede la partecipazione di Hey Cabrera!, già producer per Protopapa di Ça Va? Je T’Aime!, del produttore e bassista Bruno Belissimo e del duo italiano Hard Ton.

Croccante è un incrocio energico di disco e house funk, una critica ironica ai poser da club ma anche un invito a lasciarsi andare e a ballare con autenticità. La voce profonda di Protopapa si intreccia al groove deciso di Hey Cabrera! e Bruno Belissimo, mentre il ritornello esplode con il falsetto di Hard Ton: un mix esplosivo di lucentezza e sensualità da ascoltare rigorosamente sotto una mirrorball.

© Arthur Buoso [@film.by.arthur]

Con questo brano Protopapa, l’Italian Disco Daddy, ci porta ancora una volta nel suo mondo, la sua HOUSE OF PROTOPAPA: un universo musicale libero e queer fatto di disco music, immaginari pop e divertimento.

BITS-RECE: Romina Falconi, “Rottincuore”. Un Louvre alla rovescia

BITS-RECE: Romina Falconi, “Rottincuore”. Un Louvre alla rovescia

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

“È stato bello anche schiantarsi
e pensare di volare,
e mi manca soprattutto

quello che non è successo”

La cover del CD di “Rottincuore”

In Il ritratto di Dorian Gray, romanzo capolavoro di Oscar Wilde, il protagonista, un giovane bellissimo la cui morale viene corrotta dalla frequentazione con la nobiltà della Londra vittoriana, rimane abbagliato dalla bellezza che vede in suo ritratto, e al solo pensiero di invecchiare e di vedersi sfiorire sceglie di vendere la propria anima pur di preservare il suo corpo dalla decadenza fisica.

Lui resterà bello e aitante per sempre, mentre il dipinto invecchierà al posto suo e diventerà lo specchio dell’abbruttimento della sua anima. Tanto Dorian rimarrà esteriormente meraviglioso per via del sortilegio, tanto il quadro – nascosto alla vista di tutti – diventerà sempre più orripilante. Credo di non fare uno spoiler se scrivo che la storia finisce abbastanza male: Dorian viene sopraffatto dal senso di colpa e, in un rimorso di coscienza, pugnala il ritratto e così facendo rompe l’incantesimo. Il quadro torna all’aspetto originario, mentre il protagonista si imbruttisce e muore con le sembianze di un vecchio.

Facendo un po’ di psicologia spicciola si può dire che una delle morali dell’opera sia che nascondere le proprie magagne, i propri lati oscuri e mostrare agli altri solo la facciata più levigata e accomodante può funzionare per un po’, ma alla lunga nuoce, a noi e agli altri. Senza contare che nessun segreto vive troppo a lungo e prima o poi le crepe dell’anima sono destinate a manifestarsi.

Ecco, se nella musica c’è qualcuno che questa cosa ce l’ha insegnata è Romina Falconi, la più nera e spietata delle popstar di casa nostra. Perché se tradizionalmente (e a torto) il pop è il genere rassicurante e accomodante per antonomasia, fin dal suo primo album (era il 2015 quando uscì Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, un manuale di cattivi pensieri confezionato in una carta di paiettes) Romina ha dimostrato che il pop può essere tagliente, crudele e sanguinario esattamente come l’hip-hop e il metal, affilato per affondare la lama nell’anima e scandagliare i suoi fondali senza perdere un grammo di glamour e luccichio. “Psicopop” lo avevo chiamato qualche anno fa.
Che il pop avesse anche questo potere all’estero forse lo sapevano già, qui in Italia invece eravamo più abituati a vederlo abbinato alle canzoni d’amore, tutt’alpiù ai tormentoni estivi.

Ora per la Falconi è arrivato il tempo di un nuovo lavoro, il terzo. Un progetto partito ormai alcuni anni fa e che non sarebbe giusto circoscrivere solo a un album, visto che i singoli che hanno anticipato l’uscita del disco sono stati accompagnati ciascuno da un magazine (il Rottocalco) e l’intero album è stato portato nelle sale cinematografiche sotto forma di mediometraggio.
Ma chi conosce Romina sa che rompere le regole del sistema è nel suo DNA.

Il titolo del disco è abbastanza eloquente, Rottincuore. Un progetto concepito per mettere in luce le ombre che ciascuno di noi inevitabilmente ha, svelare i lati più scomodi della nostra anima, dare la parola ai reietti, in un modo che celebra solo eroi e paladini positivi.

La cover del vinile di “Rottincuore”

E chi sono i rottincuore? Sono coloro che hanno fallito, che sono caduti nelle proprie debolezze, che hanno spento l’amor proprio per dare voce alle voragini della disperazione, coloro che almeno una volta si sono trovati “nudi davanti all’angelo che era il più bello”. I Rottincuore siamo, insomma, semplicemente noi, quando chiudiamo la porta di casa, ci disconnettiamo da Instagram e ci ritroviamo faccia a faccia davanti allo specchio.
O meglio, rottincuore lo siamo sempre, ma è in quei momenti che siamo disposti a dircelo.
Non c’è giudizio, ma solo voglia di prendere consapevolezza che fragili, oscuri e malefici lo siamo tutti, chi in un modo chi nell’altro. Ognuno afflitto dalla propria colpa, dal proprio peccato, schiacciato dalla propria croce e dalle proprie miserie.
E infatti Rottincuore è proprio questo, una galleria di peccatori, una sfilata di talenti neri, di campioni dell’errore.

Ascoltandolo attraversiamo una sorta di Grande Galerie di “un Louvre alla rovescia”, in cui al posto di una successione di capolavori di bellezza assistiamo a una sfilata di ritratti da censurare. Ma se nel romanzo di Wilde Dorian Gray nascondeva il suo per ingannare il prossimo, Romina Falconi sceglie di esporre le sue opere nella sala più luminosa del museo.
Dipendenza affettiva, sindrome dell’impostore, depressione, malinconia, atteggiamento passivo-aggressivo, affetto tossico, anaffettività, disturbo ossessivo, pensiero magico, il campionario dei casi umani rappresentati copre praticamente tutte le sfumature della psiche umana. Ogni canzone è come una sezione di un grande polittico dedicato alla natura umana. Ciascuno si vedrà riflesso in un brano, o forse ci si sorprenderà a riconoscersi in due, tre o anche quattro canzoni diverse.

Ma sarebbe un errore vedere in un Rottincuore una presa di coscienza del fallimento del genere umano, perché questo disco – musicalmente pop all’ennesima potenza – è in realtà una celebrazione della vita, un invito a vivere fino in fondo, a tenerci per mano e a guardare con più indulgenza le nostre mancanze e quelle altrui.

E credo che non sia un caso che il disco si apra e si chiuda con due brani che sono l’eco l’uno dell’altro: se Rottincuore Lacrimosa apre le danze inneggiando alla vita drammaticamente (“c’ho una voglia sfrenata di mangiare la vita”), Magari muori utilizza l’ironia e i ritmi leggeri del reggaeton per esorcizzare la morte e celebrare ogni istante dell’esistenza.

L’ignoranza genera paura, ma se prendiamo consapevolezza di chi siamo davvero e siamo disposti a raccontarlo agli altri i nodi dell’anima si scioglieranno più facilmente. Riprendendo le parole di Romina, se nella vita sbagliare è la cosa che ci è riuscita meglio, forse dovevamo peccare di più.

“… e piroetterò
trafitta dai peccati miei,
cosa hai campato a fare

se non sei rottincuore?”