“Che ansia cantare Whitney!”. Da Madonna a Mengoni, Giorgia rivela il suo ‘cuore pop’

Giorgia torna fan per Pop Heart.
Dopo averci pensato per anni, il 16 novembre l’artista romana pubblica infatti il suo primo album di cover, con una tracklist dettata dalle scelte dell’istinto e del cuore: “Non ho voluto seguire un genere particolare e non c’è un ordine di tempo. Per me essere pop significa prima di tutto essere parte di un universo condiviso, e queste canzoni sono ormai tutte nella memoria della gente. Sono canzoni conosciute da tutti e sono quelle con cui sono cresciuta io: le ho scelte da ascoltatrice, mettendo al primo posto la voce, l’interpretazione. Ne avevo proposte più di 100, poi man mano la lista si è sfoltita. Da tempo nei miei live inserisco anche qualche cover, ma per questo album ho voluto eseguire anche pezzi che magari il pubblico non si aspetta da me”.
E in effetti tra i 15 pezzi che vanno a comporre Pop Heart si spazia molto: da Jovanotti a Zucchero a Vasco Rossi, e poi Tiziano Ferro, Carmen Consoli, Mango, gli Eurythmics, Madonna e l’immancabile Whitney Houston: “Di tutto il suo repertorio ho scelto proprio I Will Always Love You perché è uno dei suoi pezzi più conosciuti. Forse non è il suo brano che amo di più, ma è il manifesto della sua carriera, tutti lo conoscono. Mi ricordo quando lo ascoltavo con il lettore CD portatile e l’ho amato così tanto che ancora oggi potrei riconoscere le diverse esibizioni live solo ascoltando le variazioni  che Whitney fa sulle note. E’ un brano molto difficile, che mi ha dato un po’ di problemi: sono andata in ansia, mi sudavano le mani, non riuscivo più a cantarlo, e intanto il mio produttore, Michele Canova, era lì che aspettava. Poi ho fatto pace con la responsabilità, e l’ho cantato. Ho cercato di rispettare il più possibile la melodia e alla fine prendo fiato in un punto in cui lei non lo prendeva, ma pazienza, lei è Whitney Houston”.

La tracklist dell’album comprende classici italiani e internazionali degli anni ’70 e ’80 e successi più recenti, saltando quasi del tutto gli anni ’90: “In quel periodo lavoravo molto, ero già passata ‘dall’altra parte’, il mio ascolto era contaminato dall’attenzione per gli arrangiamenti, mentre negli anni ’80 ero semplicemente un’ascoltatrice”.
Per ogni brano c’è un aneddoto o un ricordo: “Donna Summer è stata molto trasgressiva per l’epoca e so che quando è venuta in Italia ha avuto parole bellissime per me. La mia versione di I Feel Love è stata curata da Benny Benassi, che ho scoperto essere un mio ammiratore. Con Zucchero l’approccio è stato particolare, perché non ha neanche voluto sentire la cover, mi ha scritto solo un messaggio in cui mi ha detto ‘mi fido’. Per una come me, educata a scuola dalle suore, Dune mosse rappresentava un manifesto molto libertino con i suoi ‘grembi nudi lambi’, e poi ci ha suonato Miles Davis, non potevo non rifarla”.
Tra i successi degli ultimi anni, oltre al singolo Le tasche piene di sassi (“Lorenzo ha scritto un pezzo personale, ma quelle parole esprimono un dolore universale”), ci sono Il conforto, Gli ostacoli del cuore e L’essenziale: “Più di una volta io e Tiziano siamo andati vicini a fare un duetto, ma non ci siamo mai riusciti: quando l’ho contattato e gli ho proposto Il conforto, lui era dall’altra parte del mondo ma ha accettato subito. La versione con Carmen era già bellissima, noi l’abbiamo rivisitata in chiave black, con sonorità che piacciono a entrambi. Per Gli ostacoli del cuore è stato matematico coinvolgere Elisa, che ha fatto la parte di Ligabue: mi piace molto che le nostre due voci si confondano e non si capisca chi tra le due sta cantando. L’essenziale è una canzone che avrei voluto scrivere io, e fin dalla prima volta che l’ho sentita a Sanremo ho capito che avrebbe vinto. E’ una canzone che mi fa pensare che nella vita non c’è matematica, la vita non ti avvisa quando le cose stanno per succedere, e per questo è importante capire quali sono le cose davvero essenziali. Con Marco c’è poi un rapporto speciale, perché lui ha più volte dichiarato di essere cresciuto ascoltando me, ma la distanza tra il fan e l’artista si è completamente azzerata già da quando abbiamo collaborato insieme a Come neve. Abbiamo due voci simili, molto alte, e quando gli ho comunicato che avevo ricantato L’essenziale gli ho detto che il risultato era ‘io che sembro te, che sembri me, che sembro te’. Ci abbiamo scherzato su, e lui mi ha risposto ‘sì, io sembro te, ma con molto più collagene’. Che simpatico!”.

La lista degli esclusivi è inevitabilmente lunga, e fra questi c’è James Taylor, che forse in molti si sarebbero aspettati di trovare (“Avevamo già cantato insieme a Sanremo l’anno scorso, e poi in questo disco ho voluto mettere cose che il pubblico non si aspettava”), ma anche Laura Pausini è rimasta fuori (“Avevo provato in Assenza di te, ma non mi veniva bene, non mi convinceva”).

Con le cover Giorgia ha imparato a familiarizzare fin dall’inizio della sua carriera, quando il padre le ha fatto conoscere i grandi interpreti della black music con le canzoni registrate sulle musicassette (è noto che il nome della cantante è stato ispirato da Georgia On My Mind di Ray Charles) e l’ha introdotta nel mondo del piano bar: “In casa potevo ascoltare solo artisti neri, vivevo un razzismo la contrario. Tra i bianchi ascoltavo solo Tom Jones, perché mio padre pensava che fosse nero”, scherza Giorgia.
Con il tempo il suo repertorio si è fatto via via sempre più eclettico e tra le sue interpretazioni sono entrati pezzi di Jimi Hendrix, Diane Reeves, Etta James, “e facevo anche una discutibile versione di Foxy Lady. Quando studiavo canto avrei voluto provare a cimentarmi nella lirica, ma il mio maestro mi ha detto che non avevo il ‘fisico’ adatto e una cassa toracica abbastanza grande (scherzando con le mani indica un seno prosperoso, ndr), così ci siamo concentrati sul pop. Per molti anni ho cantato mantenendo un’impostazione rigida, di cui a un certo punto mi sono liberata, arrivando forse all’eccesso opposto. Oggi riesco a mediare: ho capito che non è tanto importante l’intonazione, ma la respirazione, perché è attraverso il respiro che passano le emozioni. La mente incide molto sulla voce: se si canta pensando troppo si canta male. Quello che deve arrivare al pubblico non ha un nome. L’allenamento è comunque importante, soprattutto quando devi fare un concerto, e anche se sono allenata più di concerti a settimana non riesco a farli. Ormai c’ho ‘na certa…“.


Guardando attentamente la copertina di Pop Heart, con quel cuore realizzato dall’artista romano Marco Bettini in un gioco grafico-semantico tra “art” e “heart”, si nota l’indicazione di un promettente “Vol. 1”: “Se il disco andrà bene, nessuno mi impedisce di fare un Volume due. Magari un Black Heart o un Classic Heart, spaziando tra i generi”.

Mentre per il tour c’è ancora tempo, perché partirà ad aprile (ma le prevendite sono già aperte), il 23 novembre Giorgia sarà protagonista di un evento benefico a favore dei bambini con disabilità organizzato dall’Associazione “Per Milano” in collaborazione con la Caritas Ambrosiana e che si svolgerà all’interno del Duomo di Milano: “Penso sia la prima la volta che il pop entra in Duomo, e finchè non sarò davvero lì non ci credo davvero. Sarò accompagnata dalla Roma Sinfonietta e il maestro Valeriano Chiaravalle si sta occupando degli arrangiamenti dei brani, che per l’occasione avranno una veste più sinfonica. Ci saranno E poi, Di sole e d’azzurro, Come saprei, Gocce di memoria, Credo, ma anche brani dal nuovo album come Le tasche piene di sassi, Anima. Interpreterò anche l’Ave Maria di Schubert, che sto studiando nella versione di Andrea Bocelli, e penso che farò anche (You Make Me Feel Like) A Natural Woman“.

Baby K torna con Icona: urban pop ai tempi dei social

“Il titolo non è autoreferenziale”, tiene a specificare, “ma si riferisce al fatto che nell’epoca dei social tutti si sentono protagonisti, tutti si sentono costantemente su un palcoscenico per mostrare qualcosa al loro pubblico, anche se questo pubblico a volte non c’è. Raccogliere i like è diventato il metro per valutare la qualità e rischiamo di creare continuamente nuove icone, spesso false”.
Icona è il terzo album di Baby K, in uscita il 16 novembre a tre anni di distanza da Kiss Kiss Bang Bang, l’album che conteneva Roma-Bangkok, il pezzo dei record, quello che ha aperto le porte le reggaeton anche per gli artisti italiani.
“Penso di non esagerare se dico che sono stata un’innovatrice e ho portato in Italia la moda del reggaeton, unito all’elettronica: sono i fatti a dirlo, prima di quel brano non si era mai sentito niente del genere qui da noi, e se oggi molti artisti italiani seguono il filone latino è anche merito di Roma-Bangkok“.
Claudia Nahum, nata a Singapore e con un’adolescenza trascorsa nella periferia londinese, si porta dietro lo spirito cosmopolita con cui è cresciuta e negli anni è riuscita a crearsi uno stile personale, che dal rap si è spostato nel territorio dell’urban pop, di cui è oggi la più importante esponente in Italia. “In Italia fa ancora scalpore che una donna faccia rap, perché è un genere troppo legato all’universo maschile e le persone hanno bisogno di scindere l’ambito maschile da quello femminile, mentre la mia natura è quella di unire. Ho sempre cercato di portare elementi nuovi nella mia musica e credo che in questo album ogni brano abbia un pezzetto del mio percorso”. Basta pensare, per esempio, all’ultimo singolo, Come no,con le sue sonorità orientali unite all’urban, evidenziate anche nel video: “Non avevo mai sentito niente del genere, è una base veramente originale. Sono cresciuta in Occidente, a Singapore sono rimasta solo fino a quando ero bambina e non ricordo molto, ma credo di essere legata all’Oriente per una condizione mentale”. Confessa anche di aver pensato di coinvolgere qualche idolo del K-pop, genere nato in Oriente ma sempre più in auge anche in America e in Europa, ma l’idea non si è poi concretizzata.

Di Icona parla come di un album positivo: “La femmina alpha di qualche anno fa non è scomparsa, ma si è evoluta, è meno agguerrita e più divertita di un tempo. Ma il rap non l’ho abbandonato, nel disco c’è, ed è molto quadrato”.
Sarebbe infatti un errore pensare che l’identità di Baby K sia solo quella rappresentata dai singoli estivi (che hanno comunque raccolto numeri di tutto rispetto): a dimostrarlo c’è un brano come Certe cose, in featuring con J-Ax, dove il rap è il grande protagonista e i versi diventano piccantini, o ancora Vibe, che vede la collaborazione di Vegas Jones e Gemitaiz, o ancora Sogni d’oro e di platino, quello a cui Baby K si sente più legata, “perché è un invito a sognare, e sognare è importante, soprattutto con tutte le difficoltà che la vita mette davanti ai giovani oggi”.
Dammi un buon motivo è invece dedicato alle donne: “Spesso la donna viene rappresentata come un vittima, ma è sbagliato, perché le donne di oggi sono molto forti. Lavorano, hanno una vita indipendente, spesso fanno anche molto di più degli uomini, ed era questo che volevo comunicare”.

Ma se i social creano falsi miti, quali sono le vere icone? E come si possono riconoscere? “Le icone sono quegli artisti che si sono sacrificati e hanno dimostrato completa dedizione all’arte. Hanno dovuto sudare e sacrificarsi per la loro causa, ma sono stati ricompensati da una fama eterna, che li rende riconoscibili anche solo da un dettaglio. Penso per esempio a Madonna o a Michael Jackson: basta vedere un guanto ricoperto di brillantini per capire che si tratta di lui”.

Per marzo sono inoltre stati annunciati due appuntamenti live, il 28 al Fabrique di Milano e il 29 a Largo Venue di Roma. Si tratta dei primi due concerti di Baby K: “In questi anni penso di essermi costruita un repertorio forte, e voglio che i concerti mi rappresentino totalmente. Mi viene riconosciuta una grande energia sul palco, che voglio alternare a momenti più intimi”. Prevendite aperte dalle ore 11 di venerdì 16 novembre su Ticketone.

Le tasche piene di sassi: Giorgia e l’arte della cover

GIORGIA - Credito fotografico Mauro Russo
Si fa presto a dire cover.
Ci sono artisti che riescono a prendere una canzone, magari molto celebre e già assunta al titolo di classico, e darle una nuova vita, rivestirla di una personalità rinnovata. Farla diventare, insomma, una canzone nuova.

Giorgia, per esempio, c’è riuscita con Le tasche piene di sassi, il singolo scelto per anticipare l’uscita di Pop Heart, il suo album “del cuore” in arrivo il 16 novembre: la canzone, del 2011, è una delle più intense tratte dal più recente repertorio di Lorenzo Jovanotti, ma grazie al nuovo arrangiamento inedito di Michele Canova va ad inserirsi perfettamente nelle corde della cantante romana, che riesce nell’impresa, per nulla scontata, di farla propria. Il brano diventa così l’ennesima gemma di un repertorio prezioso di pop e soul costruito negli anni da una delle artiste più talentuose su cui la musica italiana possa contare.

Ad accompagnare il singolo, un video diretto da Mauro Russo e che vede protagonisti Giorgia e Filippo Nigro, di nuovo insieme dai tempi di Gocce di memoria.

Nei 15 brani che compongono la tracklist di Pop Heart ci sono successi italiani e internazionali che spaziano nel tempo e negli stili, passando da Zucchero agli Eurythmics, da Madonna a Whitney Houston. Inoltre, sono presenti anche un featuring con Tiziano Ferro per Il conforto, e le partecipazioni di Eros Ramazzotti in Una storia importante e di Elisa in Gli ostacoli del cuore.

Per tutti i fan che pre-salveranno o pre-ordineranno il disco, ci sarà la possibilità di ricevere in anteprima Stay, cover del successo di Rihanna, realizzata in featuring con Ainé.
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Questa la tracklist:
Le tasche piene di sassi
Una storia importante (cameo di Eros Ramazzotti)
Lei verrà

Gli ostacoli del cuore (cameo di Elisa)
Dune mosse

Il conforto (feat.Tiziano Ferro)
Sweet dreams

L’ultimo bacio
I will always love you
I feel love
Anima
Open your heart
L’essenziale
Vivere una favola
Stay (feat. Ainé)

Dancing Queen: Cher canta gli ABBA. Ma perché?

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Dunque, succede che Cher, presa dall’entusiasmo per la partecipazione al film Mamma mia! Here We Go Again (per l’Italia, Mamma mia! Ci risiamo) decide di fare un intero album di cover degli ABBA, intitolandolo (ma guarda un po’) Dancing Queen.

Sulla carta, un’operazione esaltante e discograficamente golosissima: una delle più iconiche popstar del globo rimette mano al repertorio di una delle più glitterate band che la storia ricordi. Un’idea forse non originalissima, ma con un potenziale enorme.

Poi succede che qualche giorno dopo l’annuncio dell’album esce il primo estratto, Gimme! Gimme! Gimme! (A Man After Midnight), e si inizia a presagire qualcosa di poco rassicurante nell’aria. Già la scelta del primo singolo è stata quantomeno azzardata, visto che tutti abbiamo ancora nella memoria quel capolavoro dance-pop che Madonna ci ha regalato con Hung Up, campionando proprio lo stesso brano degli ABBA: la scelta di Cher sembra quindi più una sfida alla collega che non un tributo al quartetto svedese (non si dimentichi che Madonna e Cher si contendono il trono dell’universo queer, e ogni loro mossa va quindi in una precisa direzione di pubblico). Ma la “colpa” ancora più grave è che il risultato non sembra quello del lancio di un nuovo album, ma una prova al karaoke portata a casa senza infamia e senza lode.

La fiducia nell’intramontabile Cher non può certo però svanire per un solo, primo assaggio di album, e quindi si attende l’uscita dell’intero pacchetto. Che arriva il 28 settembre, di poco preceduta da un secondo antipasto, SOS, e purtroppo ogni timore trova conferma.
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Dieci brani tra i più celebri degli ABBA raccolti e riproposti quasi pari pari agli originali, senza lo sforzo di pensare a qualche personalizzazione di stile o anche solo a qualche variante che giustifichi l’idea di mettere in piedi un progetto del genere: no, niente, un compitino pulito pulito, all’altezza forse di qualche dilettante, ma non certo di Cher. Fa eccezione forse One Of Us, alleggerita di cassa e resa in ballatona.

Sì, ovvio che poi il disco è bello e che appena pigiamo play il piedino e la testa fanno su e giù, ma possiamo accontentarci? Le canzoni che ci sono dentro hanno fatto la storia, e Cher è una che non ha certo bisogno di insegnamenti, ma da questo album non ci arriva niente che non conoscessimo già, compresi i pesanti strati di autotune che sono ormai un marchio di fabbrica della voce della arci-diva. 

La sensazione di aver perso una grandissima occasione mi arriva soprattutto se penso che, per esempio, già nel lontano 1999 gli A Teens, un quartetto di teen-idol svedesi, avevano realizzato un progetto praticamente identico a quello di Dancing Queen, con solo qualche differenza in tracklist. L’album si intitolava The ABBA Generation e trasformava i successi del gruppo in pezzoni dance, anche un po’ tamarri.
Ecco, persino un gruppetto pop di ragazzini, pur senza tirarne fuori un lavoro memorabile, è riuscito a rivisitare gli ABBA in chiave più originale di quanto non abbia fatto ora Cher.

Quindi arrivato alla fine di Dancing Queen, la domanda che mi viene subito in testa è: perché??

Gimme! Gimme! Gimme!: Cher, gli ABBA e il karaoke

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Ormai è un dato di fatto: dopo 10 anni dal primo film, la Mamma mia! mania è tornata, complice soprattutto l’uscita nelle sale
 di Mamma mia! Ci risiamo (il film arriverà in Italia il 7 settembre, con anteprima il 12 agosto), il nuovo capitolo cinematografico con Meryl Streep e Amanda Seyfried.

Tra i nuovi acquisti del cast, anche Cher, che da questa febbre musicale si è lasciata contagiare al punto da prendere ispirazione per il suo nuovo progetto discografico: come già ampiamente annunciato, il suo nuovo album si intitolerà infatti Dancing Queen, uscirà il 28 settembre e sarà una personale rivisitazione di alcuni dei successi degli ABBA. 
Oltre a Fernando, che fa parte anche della colonna sonora del film, ad anticipare l’album è Gimme! Gimme! Gimme! A Man After Midnight.

Ora, anche senza farlo apposta, è inevitabile che la mente torni al 2005, quando Madonna ebbe l’acuta intuizione di utilizzare il sample della canzone per farne un successone dance mondiale che prese il nome di Hung Up, apripista dell’album Confessions On A Dancefloor. Ed è altrettanto noto che Madonna, o almeno la Madonna di qualche anno fa, aveva la capacità di fare suo tutto quello che toccava, fagocitando mode e suoni presi altrove per restituirli come se ne fosse lei l’ideatrice. Nel caso di Gimme! Gimme! Gimme! il riferimento di partenza era troppo ingombrante per puntare a un risultato del genere, ma quello che è successo è che oggi il giro di tastiera di Gimme! Gimme! Gimme! appartiene, nella memoria comune, tanto agli ABBA quanto alla Ciccone.
Con un precedente del genere alle spalle, la scelta di Cher – icona pop grande tanto quanto Madonna, e quindi sua diretta concorrente – di presentare il nuovo disco proprio con questa cover appare un azzardo da kamikaze, e sembra strano che nessuno in casa discografica abbia avuto la lucidità farlo notare alla signora. Oppure si deve ipotizzare che lo scopo diabolico dell’operazione fosse proprio questo, far alzare il polverone scintillante delle chiacchiere, dei confronti, dei mash-up. Tanto per farne parlare un po’.

Ma al di là di queste ipotesi prive di qualunque fondamento, il vero problema della cover di Cher è la mancanza di ogni spessore: arrangiamento e base lasciati praticamente intatti e un’interpretazione che ha l’effetto di una prova di karaoke.
Non bastano certo il vocoder e l’autotune, spalmati come spessi strati di cerone, a rendere unica e originale una rilettura che ha tutto il suono della copia pedissequa.

Seriamente, gli ABBA meritano un trattamento migliore. E anche Cher.

Vogue Italia celebra i 60 anni di Madonna: i primi estratti dell’intervista

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“Mio figlio David, che il 24 settembre compirà 13 anni, vuole giocare a livello professionistico. Ho fatto di tutto per trovargli le migliori scuole di calcio con i migliori allenatori, ma l’America in questo campo è piuttosto arretrata rispetto al resto del mondo. Vedevo la sua frustrazione, e poi mi sembrava anche il momento giusto. Sentivo che avevamo bisogno di un cambiamento e volevo andare via per un po’ – come sa, questo non è il momento migliore per l’America –.”

Madonna, che compirà 60 anni il prossimo 16 agosto, vive da un anno a Lisbona con quattro dei suoi sei figli: David Banda e Mercy James, di 12 anni, e le gemelle Stella e Esther, 5 anni. La popstar, in esclusiva mondiale sul numero di agosto di Vogue Italia, rivela i motivi del trasferimento e racconta la sua vita di tutti i giorni nella capitale portoghese.

Madonna è infatti protagonista della storia di copertina del magazine con un eccezionale servizio fotografico realizzato da Mert&Marcus, che hanno potuto seguire la popstar a Lisbona nei suoi luoghi quotidiani, e ritrarla in compagnia dei suoi quattro figli.

“Mi sono detta: vediamo un po’ se per un anno riesco a vivere da un’altra parte e a portare i miei quattro figli in un ambiente diverso, perché penso sia importante farli crescere a contatto con culture differenti. La scelta era fra la Juventus Academy a Torino, il Barcellona e il Benfica o lo Sporting a Lisbona. Ci sono andata e ho cercato di immaginarmi come fosse abitare in queste città. Certo, Barcellona è una città fantastica, e anche Torino mi piace, ma non mi sembra adatta ai bambini. Va bene per gli intellettuali, con tutti quei bellissimi musei e quei palazzi imponenti, ma non credo che i ragazzi si sarebbero divertiti. Devo pensare a tutti, non posso tenere conto soltanto di David. Così sono andata a Lisbona e nel complesso mi è sembrata la scelta migliore. (…) Il Portogallo è imbevuto di storia: il suo impero ha lasciato un segno nel mondo, l’architettura è straordinaria. Ed essendo anche il luogo dove ha avuto origine lo schiavismo, risente delle influenze musicali di paesi come l’Angola e Capo Verde, oltre che della Spagna. E se questo non bastasse, una delle mie attività preferite in assoluto è andare a cavallo. (…) Per cavalcare vado a Comporta, o a casa di amici, o ad Alcácer. Sono molte le zone circostanti dove poter andare a cavallo, e ogni volta che mio figlio la domenica non ha la partita, la giornata diventa un’avventura in cui scegliamo un posto dove cavalcare.”

 


Nell’intervista a Vogue Italia, Madonna spiega come l’esperienza di Lisbona sia stata fonte d’ispirazione anche per il suo prossimo disco, in uscita entro la fine dell’anno.

“Dico sempre che il Portogallo è governato da tre f: fado, football e Fátima. È anche un paese molto cattolico, cosa che a me sta benissimo. Mi ricorda Cuba, perché le persone non hanno molto ma apri la porta di qualsiasi casa, vai in qualsiasi vicolo e sentirai sempre della musica. (…) Si ascolta sempre tanto fado e il kuduro, un genere musicale angolano. Anche molto jazz, e della vecchia scuola: una cosa bellissima. Ho incontrato tanti musicisti meravigliosi e molti di loro hanno finito per collaborare al mio nuovo disco, perciò Lisbona ha influenzato la mia musica e il mio lavoro. Come avrebbe potuto essere il contrario? Impossibile passarvi un anno senza essere condizionata da tutta la cultura che mi circondava.”

Ma la vita della mamma del calciatore, ha rivelato Madonna a Vogue Italia, non è tutta rose e fiori.

“Qualsiasi donna che si dedichi a tempo pieno ai figli, che vada e venga dai campi di calcio, le risponderebbe che intanto una vita non ce l’ha perché le cose cambiano di settimana in settimana e le partite di fine settimana in fine settimana: a volte sono in città, a volte no, e fino al giovedì sera non si sa se saranno di sabato o domenica, se a mezzogiorno o magari più tardi. È impossibile organizzarsi e poi hai come la sensazione di essere ingiusta nei confronti degli altri figli, per non dire di te stessa!”

Ma la popstar afferma che tutti i suoi figli si sono adattati al cambiamento.

“La cosa più sorprendente è la loro capacità di superare ogni ostacolo, immergersi in qualsiasi cosa, nella musica, nel ballo, nel pallone e negli sport in generale, attività che li portano a stretto contatto con gli altri e rendono l’adattamento più facile. (…) I ragazzi hanno imparato a parlare portoghese stando in mezzo agli altri, non sedendosi in un banco di scuola con una lavagna davanti, per capirci. In questo modo imparare è divertente, è interattivo. Soprattutto per Stella ed Esther, che hanno passato quattro anni in orfanotrofio; sono così felici di stare con gli altri, di rendersi utili, di fare parte di un gruppo, piccolo o grande che sia, di essere delle leader. Sono estremamente forti e piene di vita e di gioia. (…) Sono due bambine molto aperte e a causa del mio lavoro e dei continui viaggi per il mondo, delle cose che faccio e dei posti in cui mi ritrovo. Tutti i miei figli hanno la mente molto aperta e io ne sono molto orgogliosa. C’è gente che mi dice: di certo vuoi che tuo figlio diventi un calciatore di successo, la maggiore (Lourdes, nda) una ballerina, Rocco un pittore. E io rispondo sempre di no, quello che voglio per i miei figli è che diventino esseri umani responsabili, capaci di amare e di provare compassione. Nient’altro. Non mi importa quale via seguano, voglio solo che siano dei bravi esseri umani che trattano tutti gli altri con dignità e rispetto a prescindere dal colore della pelle, dalla religione e dal genere sessuale. Questa è la cosa più importante, mi spiego? Se poi dovessero diventare il prossimo Picasso o Cristiano Ronaldo, benissimo, sarebbe solo la ciliegina sulla torta.”

Madonna ha anche parlato con Vogue Italia del Malawi, dove nel 2006 ha fondato l’organizzazione a scopo di beneficenza Raising Malawi, creata per assistere i bambini del luogo resi orfani dall’AIDS, e dove ha incontrato e adottato i figli David e Mercy James. Lo scorso anno ha aperto il primo ospedale pediatrico del Paese, che porta il nome della figlia Mercy James e che la popstar visiterà a breve per il primo anniversario dall’inaugurazione.

“L’idea non è di portare personale da fuori, bensì di istruire e preparare i malawiani che vogliono fare i dottori, i chirurghi, gli infermieri: è questo il modo in cui un Paese può diventare autosufficiente e orgoglioso di se stesso. (…) Nell’ospedale vengono realizzati interventi chirurgici che in altre parti del mondo non esegue nessuno. La settimana scorsa, in terapia intensiva, è stato eseguito un intervento su due gemelli siamesi nati con il fegato in comune. Le probabilità che sopravvivessero all’operazione – che vivessero – erano molto scarse. Alla fine, non soltanto l’intervento è riuscito bene, ma i bambini sono sopravvissuti e stanno recuperando. Non ha idea di quanto ciò possa rendere orgogliosi, di cosa significhi per la gente del luogo, per la comunità, poter dire: «Abbiamo fatto una cosa che non sa fare nessuno. Abbiamo salvato delle vite e le abbiamo cambiate». È questo a dare speranza alla gente.”

Foto di Mert Alas and Marcus Piggott, courtesy Vogue Italia.
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Se Madonna diventa Dio per Ariana Grande. Esce God Is A Woman

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Pubblicato un po’ a sorpresa (pare infatti che inizialmente fosse programmato per il 20 luglio), ma con parecchi indizi che lasciavano presagire che qualcosa si stava muovendo, God Is A Woman è il secondo estratto da Sweetener, il nuovo album di Ariana Grande, in uscita il prossimo 17 agosto.

Ad attirare l’attenzione dei fan sono stati in particolare i rumors che volevano un coinvolgimento di Madonna nel brano: Ariana non ha mai fatto mistero dell’ammirazione che nutre per la Ciccone, dimostrando tutto il suo entusiasmo quando finalmente ha avuto occasione di conoscerla durante la cerimonia dei Grammy del 2015.
A molti non è così parso casuale che proprio a ridosso dell’uscita del nuovo singolo Ariana avesse pubblicato sui social una foto di quel momento commentando con un sibillino “grazie Madonna… tu sai perché”. Ecco allora partire il toto scommesse: duetto? partecipazione nel video? collaborazione autoriale?
Per dare una risposta certa a questi interrogativi si è dovuto attendere fino all’uscita del video: in un universo dominato da una sexissima Ariana, tra citazioni artistiche e immagini che forse necessiterebbero di qualche delucidazione (le marmotte, per esempio) ecco levarsi la voce di Madonna che – nei panni di vero e proprio “Dio al femminile” – recita versi biblici dal libro di Ezechiele, reinterpretati ovviamente in un’ottica prettamente femminile: “I will strike down upon thee with great vengeance and furious anger those who attempt to poison and destroy my sisters. And You will know my name is the Lord when I lay my vengeance upon thee!”

Se le Spice Girls si erano limitate alla filosofia del girl power, Ariana Grande fa molto di più, rivisitando addirittura la teologia in nome dell’orgoglio femminile.

Quando Madonna sfiorò il cielo: vent’anni di Ray Of Light

13043512_f520Sono passati ben vent’anni dalla pubblicazione di Ray Of Light, settimo album della gloriosa discografia di Madonna.
Vent’anni che però vengono completamente annullati dall’ascolto di un disco che risulta ancora attuale e innovativo oggi come nel febbraio del 1998.
Ray Of Light rappresenta infatti per la Ciccone la vetta massima di sperimentalismo e ricerca sonora, il punto più alto di maturità artistica di una star arrivata ormai al punto di non ritorno di iconicità globale.
Madonna lo sapeva bene, e per aprire una nuova era discografica doveva mettere in atto un’ennesima trasformazione: dopo aver fatto sanguinare gli occhi agli ambienti ecclesiastici con Like A Prayer, aver sconvolto la morale puritana d’America con le vertigini peccaminose di Erotica e aver messo in pratica le seduzioni di Bedtime Stories, serviva un colpo di scena altrettanto potente.

La nuova metamorfosi la portò sulla scia di un misticismo e di una spiritualità tanto evidenti quanto plastificati, a uso e consumo del pubblico.
La grande seduttrice lasciò il posto a un’asceta profana, una dea orientale, una presenza evanescente circondata da aura sacrale, una gheiscia emancipata, un vergine dal volto angelico con boccoli degni di Botticelli, una vestale a lutto.
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Demiurgo chiamato a dare un suono alla nuova pelle di Madonna, il produttore britannico William Orbit, che si rese artefice di una vera e propria magia.
In pochissimi altri casi, se non addirittura mai fino a quel momento, la musica di Madonna si era presentata così cesellata e dettagliata come in Ray Of Light: senza mai uscire davvero dalla grande bolla del pop, il disco ha mescolato elettronica, ambient, new age e techno, passando dagli spettrali arrangiamenti di archi di Frozen al delirio dance della titletrack, fino all’ossatura essenziale di Little Star e Mer Girl. E ancora le suggestioni ipnotiche di Skin e Sky Fits Heaven, o i contorni rarefatti di Drowned World/Substitute For love.
Preziosissimi poi i campionamenti, tra elementi orchestrali e inserti di folklore al confine della world music, mentre i testi svelavano messaggi di spiritualità e si aprivano in preghiere laiche.

MV5BNjQ1ZGY3NjMtZmFjMC00YmE5LWJmZmItOTY5YTFlMTVlNjJhXkEyXkFqcGdeQXVyMjQ0NzE0MQ@@._V1_SY1000_CR0,0,679,1000_AL_Un’unione sapientissima di tradizione e innovazione, oriente (dall’India all’Asia estrema) e occidente, in un progetto che – come sempre quando si parla di Madonna – rendeva inseparabili musica e immagine.
Non c’è da stupirsi che all’indomani dell’uscita del video di Frozen, scelta come prima e potentissima anticipazione dell’album, teenager di mezzo mondo corsero a farsi decorare le mani con l’hennè, anche se probabilmente inconsapevoli dell’origine e del significato di quei simboli: si trattava dell’ennesima moda portata nella cultura popolare da Madonna.
A quarant’anni, ormai saldamente seduta nel più alto cielo dell’Olimpo pop, Madonna compiva un nuovo, efficace e azzardato atto di trasformismo, lavando i peccati i del passato con un misticismo che si sarebbe rivelato come una geniale e silenziosa provocazione. Per capirlo sarebbe bastato aspettare poco più di un anno, quando Veronica Ciccone si ripresentò al pubblico musicalmente ancora supportata da Orbit, ma armata di ben altre intenzioni nel video di Beautiful Stranger, archiviando definitivamente uno dei suoi più riusciti e fortunati capitoli discografici.
Ma a distanza di vent’anni Ray Of Light è ancora circondato dal suo alone intatto di inviolabilità.
Per dischi così esiste solo una definizione: capolavoro.

Look What You Made Me Do: Taylor Swift, Katy Perry e la noia

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Fino a qualche anno fa Taylor Swift era solo una cantante biondina e col faccino pulito che vendeva vagonate di milioni di dischi (in America soprattutto) facendo country, senza per giunta eccellerne.

Andava tutto liscio, nessuno rompeva le scatole a nessuno, fino a quando Kanye West – eravamo ai VMA del 2009 – non ha fatto l’imperdonabile errore di salire sul palco per interrompere il discorso di ringraziamento di Taylor: lei si era appena aggiudicata il premio per il miglior video femminile con You Belong With Me battendo tra gli altri Beyoncé candidata con Single Lady, che secondo il rapper sarebbe stata la legittima vincitrice.
Ovviamente, la figura dell’imbecille in quell’occasione l’ha fatta West e la Swift è passata agli occhi di tutti come la poverina che si è vista violare la scena dal collega sbruffone. Il momento è rimasto naturalmente negli annali di MTV come uno dei più trash e iconici di sempre.

Non sono passati molti anni ed ecco che ha insediare il regno di marzapane di Taylor ci ha pensato un’altra collega, questa volta proveniente dalle schiere del pop: Katy Perry. Nessuno scontro diretto tra le due, ma tante allusioni lanciate e distanza su Twitter, infilate nelle interviste o messe di traverso in mezzo ai versi delle canzoni. Il tutto pare essere partito da un “prestito” di tre ballerini chiesto da Taylor a Katy in vista della tournée, salvo poi accusare la collega di voler sabotare i suoi concerti quando quest’ultima ha richiamato i collaboratori tra le sue schiere. Da lì si sarebbe generata una serie infinita di malignità, cattiverie e pettegolezzi reciproci.
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Ed è stato così che l’immagine fino a quel momento immacolata di Taylor (la “regina George”, come l’avrebbe apostrofata la Perry in un tweet, riprendendo il nome di un personaggio di Mean Girls) ha iniziato a macchiarsi di ombre e la cantante si è fatta la reputazione di una viperetta mordace. Per tutta risposta – ed eravamo nel 2014 -, nell’album 1989 lei si è difesa con Bad Blood, in cui prendeva di mira un misterioso avversario. Ad accompagnare il brano, un video corale per il quale Taylor ha chiamato a raccolta uno squadrone di celebri amiche, come a sottolineare che dalla parte della ragione c’era lei, con tutte le sue compagne pronte a difenderla.
Il tutto si è trascinato fino ad oggi, con l’uscita di Look What You Made Me Do, singolo anticipatore dell’album Reputation. Non solo il titolo del disco, il testo del brano e le ultime mosse promozionali, ma anche il nuovo video, tutto pare ruotare attorno agli attacchi degli avversari (mai apertamente nominati) e quindi al bisogno di Taylor di difendersi o almeno contraccambiare. E visto che passare da vittima rischia a volte di rivelarsi un boomerang, ecco che la Swift vira all’elettropop, si sfila la chitarra (già comunque appesa al chiodo da qualche anno), e nel video si mette addosso un po’ di latex, marca i colori del makeup e si circonda di serpenti. “Dite che sono una vipera? Sì, avete ragione, e mo so’ cazzi vostri”, sembra essere il sottotesto dell’operazione.
Una strategia che – lungi dal brillare per originalità – almeno per ora sembra pagare molto bene: lo dicono i 28 milioni di visualizzazioni del video nel primo giorno e i numeri di debutto in classifica del singolo, roba che non si vedeva da anni.
E non importa se dell’artista country degli esordi non resta niente (“La vecchia Taylor è morta”, lo dice lei) e quella di oggi preferisce fare il verso sexy a Madonna, Gaga, Christina e Miley: quello che conta è prendersi la scena e tenersela stretta con le unghie e con i denti, possibilmente buttando polvere addosso agli altri.

È il solito gioco del pop, dopotutto, con la differenza che mentre le altre lo fanno con le loro forze, la Swift calca la mano sulla presunta guerra che le sta muovendo contro il mondo intero.
Non sappiamo ancora cosa ci sarà nel nuovo album, ma mi chiedo esattamente dove voglia andare a parare questo teatrino e quanto potrà durare ancora. Forse sarebbe il caso di ricordare a Taylor che l’universo non è un gigantesco occhio di bue puntato su di lei e non vorrei che a lungo la ragazza si ritrovasse a combattere una battaglia contro un avversario che nel frattempo si è girato dall’altra parte.
Le vere faide tra primedonne sono un’altra cosa, e la storia dello spettacolo, con i suoi esempi celebri, lo testimonia.

Dai Taylor, neanche Madonna e Lady Gaga hanno fatto tanta caciara, perché devi farlo tu? Lo sbadiglio è dietro l’angolo, io te lo dico.