Anche da un cuore spezzato può luccicare bellezza. Parola di Mark Ronson


Mark Ronson
è uno per cui la definizione di “re Mida” non suona esagerata. Un re Mida dell’industria discografica, ovviamente, uno che, diciamo negli ultimi 10-15 anni, ha visto la propria notorietà andare sempre e soltanto in ascesa, fino a diventare uno dei produttori più blasonati della scena. Anzi, delle scene, visto che se si parla di Mark Ronson non ci si può riferire a un solo ambito. E’ (soprattutto) grazie a Mark Ronson se Amy Winehouse ha fatto in tempo a diventare l’artista che ancora oggi rimpiangiamo – e mi sto riferendo in particolare all’album Back To Black -, ed è in gran parte merito di Mark Ronson il successone riscosso sul globo terracqueo da Bruno Mars con la bomba funkettona di Uptown Funk. Ma porta la firma di Mark Ronson anche la produzione tra pop, country e folk degli ultimi due lavori di Lady Gaga, Joanne e la colonna sonora di A Star Is Born, e se Shallow è diventata Shallow beh, in buona parte dobbiamo dire grazie a lui.
Mark Ronson, ovunque Mark Ronson, dal pop al soul, al funk al country. Pare non esserci genere musicale con cui l’inglese non sia in grado di entrare in sintonia.

Ebbene, a tutto questo va aggiunto anche che il buon Mark non sia solo un super-produttore, ma che qualche volta voglia metterci la faccia e pubblichi qualche album a proprio nome (Uptown Funk era per l’appunto il singolo di punta del suo penultimo lavoro, Uptown Special). E’ il caso di Late Night Feelings, quinto album uscito a nome Ronson.
Un disco che trova la sua sintesi perfetta già nella copertina: una strobosfera a forma di cuore, spezzata e inscatolata. Luccichio e dolore, questi sono i due comuni denominatori che non abbandonano mai l’album, ma che anzi ne caratterizzano l’identità, perché a dare forma e mood a Late Night Feelings ha contribuito in maniera decisiva la fine del matrimonio con l’attrice e modella Joséphine de La Baume.
Ed ecco che dalla devastazione che solo la fine di un amore può provocare è nata una raccolta di “sad bangers”, come li ha definiti il suo creatore: 13 tracce luccicanti di pop, ma dallo spirito tutt’altro che euforico. C’è l’elettronica, ci sono i rimpasti con il country (parla chiaro a questo proposito Nothing Breaks Like A Heart), ci sono le scintillanti influenze della disco, ma di fondo c’è anche un’affascinante malinconia che non permette ai battiti di accelerare più di tanto e tiene i pezzi proprio sul limitare del dancefloor.
Non per niente si chiamano “late night feelings”, emozioni della tarda notte, quelle che si fanno sentire quando le feste sono finite, le luci si sono spente e ci si ritrova nella solitaria intimità da cui non si può sfuggire. Dentro e fuori di metafora.
Per dare voce a questi sentimenti Mark Ronson si è rivolto a un folto gruppo di nomi esclusivamente femminili, coinvolgendo personalità di primo piano come Camila Cabello, Alicia Keys e Miley Cyrus, altre semi-note come Lykke Li, altre ancora quasi per nulla conosciute al grande pubblico come King Princess, YEBBA, interprete gospel qui presente addirittura in tre brani, la rapper The Last Artful, Dodgr, Angel Olsen, Diana Gordon e Ilsey. E per ognuna ha ritagliato uno spazio su misura, definito con precisione dall’occhio esperto del consumato produttore.

Late Night Feelings scivola così sull’arrangiamento disco della titletrack, si molleggia sulla linea di basso e sui falsetti di Knock Knock Konock, si scioglie sul soul di When U Went Away, entra in un ispirato meltin’ pot di funk e urban con Truth, si abbandona alle suggestioni country portate da Nothing Breaks Like A Heart (già che ci siete date una ripassata a Jolene di Dolly Parton) e all’indie pop di True Blue. E dopo questo saliscendi di curve emozionali e declinazioni sonore del dolore, il sipario cala lentamente e dolcemente sull’album tra le note struggenti di 2 AM e tra i sottili riverberi elettronici di Spinning. Mancano giusto gli applausi e il finale sarebbe perfetto.

Quando ci raccontano che anche il dolore un giorno ci sarà utile, forse non hanno poi tutti i torti: Mark Ronson per esempio è riuscito a trarne un album come questo.
Il problema è che non siamo tutti come Mark Ronson, ma questa è un’altra storia.

Madame X ci riconsegna Madonna


Madonna
è tornata. Questa volta lo possiamo dire a gran voce, finalmente. E non è tornata solo perché ha pubblicato un nuovo album – il quattordicesimo di inediti -, ma perché consegna un lavoro degno di portare il suo nome in copertina.
Erano più di dieci anni che la Signora sembrava aver perso il vero interesse per la musica, la passione e la curiosità che l’avevano portata a diventare la più grande popstar della storia: se il pop oggi si muove in un certo modo è anche per le indicazioni dettate da lei, questo lo sappiamo. Sul palco è sempre rimasta inarrivabile, eppure da almeno un decennio i suoi lavori sembravano aver perso lo smalto autentico, quello che le aveva permesso di conquistare il mondo fino a Confessions On A Dancefloor, l’ultimo album davvero “da Madonna”. Almeno fino a oggi.
Perché con Madame X – questo il titolo della nuova opera – Madonna sembra essersi di nuovo ricordata chi era: l’artista capace di giocare con il pop e di metterselo in tasca, di piegarlo al suo piacere, anche a costo di azzardare un po’. Anzi, soprattutto con il gusto di azzardare.

Dopo gli ultimi anni in cui l’ostentazione della forma fisica e la voglia di scandalizzare a ogni costo avevano preso il sopravvento sulla musica, Madonna sembra essere tornata a divertirsi con i suoni, mescolando stili e influenze e offrendo una visione inedita del pop. E per questa ennesima reincarnazione la via seguita è stata quella dei suoni del mondo.
Per dirla tutta, molti dei brani che hanno anticipato l’arrivo dell’album non facevano ben sperare: Medellín, scelto addirittura per aprire le porte a tutto il nuovo progetto, altro non è che un reggaeton molto patinato e della collaborazione con la superstar latina Maluma nessuno sentiva francamente la mancanza; così come non si sentiva la mancanza del mood reggaeggiante di Future, soprattutto se messo a confronto con la produzione dei No Doubt, che sulle interpolazioni tra reggae, rock e pop ci hanno costruito la carriera. Ma anche la tanto decantata I Rise non ha il giusto mordente per lasciare il segno. Solo Dark Ballet offriva spunti interessanti: vera e propria suite pop in mid-tempo con inserti operistici che si aprono nel bridge alla contaminazione tra sintetizzatori e Čajkovskij, opera di quel geniaccio dell’elettronica di Mirwais, producer francese che aveva già fatto la fortuna dell’elettro-country di Music.


Superata la soglia delle anticipazioni, ecco però che Madame X rivela tutta la sua ricchezza: un tributo alla cultura latina in diverse declinazioni, senza tralasciare altre influenze etniche e gustosità elettroniche. Come quelle di God Control, altro pastiche sonoro firmato da Mirwais, nel quale convivono, in oltre 6 minuti, pop, gospel e disco music. O Batuka, vibrante di cori e di percussioni africane di Capo Verde, per passare subito dopo alle malinconiche seduzioni del fado portoghese in Killers Who Are Partying, in cui confluiscono anche segmenti urban di hip-hop.
Si cospargono invece di polveri orientali le corde pizzicate di Extreme Occident, mentre la cover di Faz Gostoso, realizzata insieme ad Anitta, torna in area latina per esplodere in festose tonalità carioca. Il reggaeton torna a farsi sentire più prepotentemente, sempre con Maluma, in Bitch I’m Loca (con tanto di autocitazione nel titolo rivisitata e corretta) e lo splendore dei primi anni ’90 si affaccia in I Don’t Search I’m Find, sempre grazie alla mano di Mirwais.
Appena prima della chiusura con I Rise, l’intensa e ispirata ballad Looking For Mercy è un altro momento di grazia.

Curiosamente, resta confinata tra le bonus track della versione in doppio CD Ciao Bella, che avrebbe forse meritato un po’ di visibilità in più.

Se la cultura latina è entrata nella discografia di Madonna già dagli anni ’80 (impossibile non ricordare Who’s That Girl e ancora di più La Isla Bonita), mai come adesso la Signora ci aveva preso familiarità e se ne era impossessata, grazie soprattutto al lungo soggiorno a Lisbona per seguire il figlio nella squadra di calcio.
Come la misteriosa e inafferrabile Madame X del titolo, ispirato al nomignolo dato a Madonna da Martha Graham, per il quattordicesimo album della carriera la Ciccone ha trovato un altro modo per reinventarsi, e lo ha fatto percorrendo le strade musicali del mondo e riunendole sotto l’egida del pop. Canta in inglese, in spagnolo e in portoghese, allunga i brani ben oltre la durata consentita dalle radio e per la prima volta dopo anni sembra non avere più paura di sbagliare mira.

Madonna si è trasformata in Madame X, e Madame X ci ha riportato Madonna. Finalmente.

Nicola Lombardo, “Bosco”. Pop per la post-adolescenza

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

L’adolescenza, lo sappiamo, ha dei confini ben precisi: inizia intorno ai 12/13 anni e finisce in gloria con i 19, quando cioè si smette per definizione di essere teenager. E dell’adolescenza ce ne hanno parlato un po’ tutti: sociologi, antropologi, psicologi, insegnanti e tutti quelli che a torto o a diritto hanno una qualche qualifica di “esperto”. Quello di cui in pochi ci hanno sempre parlato è il periodo che arriva subito dopo la fine dell’adolescenza. Perché ok, sappiamo che nella fase teen si attraversano veri e propri traumi esistenziali (i brufoli, la scoperta della sessualità, gli tsunami ormonali, l’odio incondizionato verso le regole e verso il mondo, via così), ma non è che quando arriviamo ai 20 anni le cose cambino molto in meglio.
Della post-adolescenza infatti non ce ne parla nessuno, e nemmeno si sa con certezza quanti anni occupi nella vita di noi miseri esseri umani. Non siamo più “ragazzi”, ma – nonostante la carta d’identità – siamo anche ben lontani dall’essere veramente adulti, cioè ormai padroni di responsabilità, certezze, chiarezza sul futuro.
Un po’ di luce sulla post-adolescenza ha provato a farla con la musica Nicola Lombardo, cantautore milanese naturalmente post-adolescente, che ha provato a raccontarla negli 11 brani del suo nuovo album, Bosco.

Lo stampo stilistico è quello leggero dell’indie pop elettronico, figlio di certi ascolti degli ultimi anni, ma memore anche di certe produzioni anni ’80, mentre lo storytelling delle tracce è fatto di cesellature e di dettagli di ordinaria quotidianità, senza evitare però di provare a dare voce ai sentimenti: da una sciarpa, al cielo del mattino, passando per le insicurezze legate alla lontananza e a una precarietà che sembra ormai naturale, e poi gli ex che ricompaiono, la stramaledetta friendzone, le paure che restano le stesse…
Lontano dal cedere allo sconforto per una generazione che sembra aver perso la strada di casa, lo stato d’animo con cui Lombardo presenta il suo punto di vista oscilla tra un lieve cinismo e un’ironia più distaccata, e anche quando sembrerebbe non esserci possibilità di scampo non si può non fare un mezzo sorriso.

Se mai vi fosse passato per la testa che il peggio era passato con la fine dell’adolescenza, la canzoni di Bosco vi sveleranno una più amara realtà, ma sapranno renderla anche più dolce.

Valeria Vaglio, “Mia”. Amore elettronico

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Nero, bianco, blu elettrico, rosso, giallo, oro. Valeria Vaglio descrive con questo particolare arcobaleno a sei colori le tracce dell’EP Mia. Sei colori accesi, vividi, qualche volta in contrasto, ma affiancati uno all’altro.
A cinque anni dall’ultimo album, l’artista barese torna con il racconto di una storia che si è sviluppata nell’arco di un anno, e lo fa con una decisa svolta stilistica, usando i suoni sintetici e grondanti di bpm di un pop elettronico.

Accompagnati da atmosfere che rimandano agli anni ’80 e ’90, i testi dei nuovi brani parlano di un amore viscerale, carico di passionalità carnale, come nella titletrack; un amore che quando si manifesta assale con voracità e con l’istinto, ma che sa anche nascondersi dietro al silenzio per farsi desiderare; un amore tenuto in vita con la pazienza dei piccoli passi, con i dettagli di una mattina di primavera; un amore di partenze disperate e di ritorni.
Fino a quando tutto torna a quadrare e ci si ritrova in due ad augurarsi il meglio, sulla poesia appena accompagnata al pianoforte di Le cose che dicono.

Billie Eilish è il presente, non il futuro


Quella di Billie Eilish poteva essere una ordinaria storia adolescenziale fatta di odio contro il mondo, broncio d’ordinanza, outfit rigororamente nero ingioiellato di borchie, poesie deprimenti scarabocchiate su un quadernetto e ore passate nella solitudine della cameretta a tapparelle abbassate e qualche disco metal sparato ad lato volume.
Invece nel caso di questa diciasettenne californiana le cose sono andate un (bel) po’ diversamente, al punto che oggi al suo nome molti, anzi moltissimi, affidano il destino del pop.

Se Billie Eilish sta facendo parlare di sé la stampa e il pubblico di mezzo mondo già da alcuni anni non è evidentemente solo per un colpo di fortuna, ma qualche merito ci deve pur essere. E in effetti la nostra Billie è una che con la musica ha iniziato familiarizzarci presto, molto presto, anche perché una certa attitudine per l’arte in casa sua c’è sempre stata.
Ora succede che, dopo un primo assaggio con l’EP Don’t Smile At Me, la ragazza dà alle stampe il suo primo album, WHEN WE ALL FALL ASPLEEP, WHERE DO WE GO?, anticipato da un hype che non si sentiva nell’aria da non so quanto tempo. Certamente quell’aura darkeggiante e quell’immagine squisitamente inquietante con cui è solita presentarsi hanno contribuito a stuzzicare l’appetito, ma adesso che l’album è arrivato cosa si può davvero dire di questo nuovo fenomeno del pop?

All’epoca ero troppo piccolo per ricordarlo, ma più di una persona mi ha raccontato come sul finire degli anni ’80 fioccassero le giovani popstar lanciate come presunte “nuove Madonna”: bastava che una fosse un po’ più discinta o esuberante delle altre e puntuale arrivava il confronto con la Ciccone, che all’epoca rappresentava davvero la rivoluzione del pop. Tra le ultime a essere etichettate da stampa e pubblico come “nuove Madonna” non si può non ricordare Lady Gaga (stiamo quindi parlando degli anni 2000), ma prima di lei ne sono passate a decine, quasi tutte miseramente dimenticate dopo qualche singolo. E poi ci sono state le “nuove Whitney”, le “nuove “Mariah”, le “nuove Tina”, addirittura in qualche caso si è già parlato anche di “nuova Adele”.
Nel caso di Billie Eilish il paragone con qualcun’altra è (fortunatamente per lei) difficile da fare, perché in effetti il suo stile non assomiglia davvero a niente che si sia sentito in giro: sì, siamo nell’area del pop, ma il suo non è esattamente alt-pop, né elettropop, né dance pop, né indiepop. È piuttosto un ibrido di influenze che prendono prestiti anche dal cantautorato, dal rock, dalla trap e persino da qualche ascolto di jazz.
Ecco che allora per lei si parla di “futuro del pop”. Personalmente, e forse meno romanticamente, sono più propenso a contestualizzare il mondo sonoro di Billie Eilish ai giorni nostri, nel nostro presente, come una nuova, moderna e freschissima manifestazione di una generazione abituata a mescolare le carte sulla tavola e rompere i confini d’identità.

WHEN WE ALL FALL ASPLEEP, WHERE DO WE GO? è giustamente un disco di cui vale la pena di parlare, è spiazzante, affascinante, “obliquo” nel suo non prendere mai direzioni precise. Lo pervade un’inquietudine sincera e scomoda: è un disco figlio di questi tempi, frutto della creatività visionaria di una ragazza (e di suo fratello maggiore Finneas O’Connell) che – se non si perderà per strada – avrà seriamente la possibilità di scrivere il suo nome nella storia del pop e sarà davvero il “futuro”. Ma di questo ne parleremo quando ci arriveremo.

Per ora concentriamoci sul presente e su questo dirompente album d’esordio.
Tutto ci si poteva aspettare, tranne che un disco così venisse aperto da una risata spontanea e solare come quella che risuona in !!!!!!!, giusto in tempo però per lasciare spazio a ben altre atmosfere in pezzi come bad guy e xanny, che ammaliano con i loro incantesimi di elettronica perversa e sinistra, e poi ancora in quello che è probabilmente il pezzo-sovrano del disco, you should see me in a crown. È in momenti come questi che l’animo nero di Billie ci si palesa in tutta la sua forza meravigliosa, tra spire oscure di sintetizzatori, beat ipnotici e giochi al vocoder. Ed è abbastanza evidente che sono questi gli elementi attorno a cui le Eilish preferisce far girare la sue storie di fantasmi e inquietudini: ce lo dicono, per esempio anche my strange addiction e bury a friend.
Ma sarebbe un errore credere di aver così inquadrato tutto il personaggio: basta ascoltare wish you were gay o l’accompagnamento all’ukulele di 8. Se poi ci portiamo verso la fine dell’album incontriamo un trittico di brani improntati al minimalismo degli arrangiamenti: listen before i go poggia su un accompagnamento dilatatissimo ed etereo, i love you viene imbastito con chitarra, pianoforte e pochissimo altro e la conclusiva goodbye è incentrata sui riverberi sintetici della voce.

Eccolo il mondo di Billie Eilish, eccolo qui il nuovo pop: oscuro, sotterraneo, contorto. Caderci dentro potrebbe essere bellissimo, e non serve aspettare il futuro. Billie Eilish è arrivata, ed è qui per stupirci adesso.

Gesaffelstein, “Hyperion”. Una scurissima notte elettronica

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Una copertina completamente nera, senza alcuna indicazione di titolo e autore. In questa veste Gesaffelstein propone al pubblico il suo ultimo lavoro, Hyperion, che arriva a ben 5 anni dal precedente Aleph. E facendo scorrere le tracce del disco forse è chiaro che veste più adatta non poteva esserci.
Hyperion è infatti un lavoro scurissimo, notturno, fatto di un elettronica di impronta decisamente dark: un album che a tratti assume quasi la forma di una tenebrosa epopea dove i protagonisti sono i  soli sintetizzatori, talvolta accompagnati dalle voci di featuring di primo livello: il funk di Pharrell Williams si nasconde tra le note di Blast Off, mentre The Weeknd dà il suo contributo in Lost in the Fire, l’episodio dell’album dove arriva qualche raggio di luce in più. Eteree le partecipazioni delle sorelle Haim in So Bad e di Electric Youth e The Hacker in Forever, dove ci si avvicina di più ai confini dell’elettropop.

La coda dell’album è affidata a un fosco terzetto di tracce: si parte con la claustrofobica Vortex, sospesa tra cupe vertigini trance, per passare poi alle solfuree esalazioni sintetiche di Memora. A chiudere è Humanity Gone, più una traccia una vera e propria suite di elettronica di oltre 10 minuti, spalmata tra sacralità (l’incipit con il suono dell’organo suona come l’avvio di un altisonante commiato) ed epica desolante. Un “de profundis” senza parole di una tragedia ormai compiuta, o comunque inevitabile: quella umana.

Solange, “When I Get Home”. Houston, ermetismo e cosmic jazz

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Ho ascoltato questo disco più per curiosità che per altro. Dopo A Seat At The Table la fama della più piccola delle sorelle Knowles è andata sempre più crescendo e anche questa nuova prova discografica testimonia la ferma volontà della ragazza di liberarsi dalla sempre incombente ombra di Beyoncé.
Per farlo – o almeno per provarci – Solange mette insieme un disco che più personale di così non poteva fare: un progetto interamente pensato e realizzato da lei, che ne ha curato anche la produzione pur avvalendosi del prezioso aiuto di collaboratori blasonati che portano i nomi di Tyler, the Creator, Gucci Maine e Pharrell, giusto per citarne alcuni.
Ma When I Get Home è un album personale anche perché parte da Houston, per la precisione dal Third Ward, il quartiere dove Solange è cresciuta, e la città ha influenzato ogni singolo brano del disco nelle liriche e nella musica. Una sorta di omaggio all’infanzia e a quello che ne è rimasto.

Da sempre artista con una spiccata attitudine visuale e visionaria, Solange compie mosse da giocatrice ambiziosa in direzione di sonorità urban ermetiche e ostiche al primo ascolto, combinando r’n’b, soul psichedelico, hip-hop e influenze di cosmic jazz. Ma anche la forma del prodotto non ha nulla di scontato: i 19 brani della tracklist occupano infatti solo 40 minuti scarsi di ascolto per la presenza di numerosi interlude e di una durata media delle tracce che non va oltre i 3 minuti.
Nessuna concessione viene fatta in favore di un sound radiofonico, con il risultato che solo chi avrà davvero la voglia di indagare questo album riuscirà ad andare oltre la patina stilosa che lo avvolge dall’inizio alla fine.
Per tutti gli altri c’è sempre Beyoncé.

Lex Audrey, No Intention Of Changing The World. Una brillante fotografia di indie pop

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Tra le righe dei testi di No Intention Of Changing The World, nuovo lavoro dei viennesi Lex Audrey, si legge una critica all’edonismo e al culto delle immagini imperante nella società contemporanea. E già la copertina del disco – che ancora mi ostino a considerare parte integrante di un progetto – sembra una chiara presa di posizione, con quel selfie scattato in mezzo al mare.
Ma al di là delle parole, quello che più colpisce e affascina di questo album è la parte sonora.
No Intention Of Changing The World è infatti un disco del sound compatto, solido, che invece di arrivare dal territorio austriaco potrebbe tranquillamente essere stato partorito da qualche campione delle produzioni d’oltreoceano. E lo scrivo non perché pensi che avere un’anima internazionale sia sempre sinonimo di virtù, ma perché questo è un album che potrebbe viaggiare ovunque, discograficamente parlando. E questo invece sì, credo che sia un punto di valore.

Sopra un permanente sfondo di elettronica, le 12 tracce dell’album lasciano emergere ora influenze funky, ora indie pop, ora urban, e tutto suona coerente e dinamico: dal minimalismo di From Beginning all’apertura rock di Get Me Anywhere e poi ancora fino ai barocchismi sintetici di metaphor.
Vincente anche la scelta di chiudere tutto con The Key, con quell’aggiunta di sax e di fiati che dà un tocco di gustoso blues futuristico.

Andrea Tich, Parlerò dentro te. Psichedelica e poetica libertà

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Andrea Tich è uno che la sa lunga. Almeno del 1978, quando sotto l’ala di Claudio Rocchi ha fatto uscire un disco irriverente e disubbidiente come Masturbati, oggi diventato oggetto di culto, nonché ricercatissimo dai collezionisti. E forse Andrea Tich la sapeva lunga già allora, negli anni ruggenti del rock, del prog e soprattutto della psichedelia. D’altra parte, lui è sempre stato così, un disubbidiente, un amorevole anarchico dei suoni e delle poesia, uno che se n’è un po’ sempre fregato di essere incastonato in qualche comoda definizione di genere e ha lasciato che la sua vena creativa scorresse in libertà.
Era così allora ed è rimasto così oggi che pubblica Parlerò dentro te, un nuovo, smagliante lavoro realizzato insieme al fidato collaboratore Claudio Panarello.

Un nuovo viaggio fatto di tanti, piccoli, luminosi tasselli; un mosaico sonoro che dall’universo psichedelico spazia al rock, all’elettronica, al blues e arriva fino al jazz, mentre la parola del poeta fluttua leggerissima ed elegante, a volte romantica, a volte irriverente, a volte sussurrata.
Lo sperimentalismo – presente in dosi massicce – non si lascia mai andare a inutili e vanitosi giri a vuoto, ma trova sempre una precisa ragione di essere, e soprattutto riesce a venire a patti con le forme cantautorali più vicine alla tradizione.
Così succede che la frenesia elettronica di Otto comandamenti possa convivere, per esempio, con l’uscita dai binari di Psichedelicapire, o con i beat molleggiati di Parlerò dentro di te o con i malinconici echi “deandreani” di Dove vai senza me, o ancora con la tessitura in filigrana finissima e sintetica dei delay della conclusiva Eclisse.

BITS-RECE: Tamino, Amir. Malinconica e devastante bellezza

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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C’è qualcosa di affascinante e implacabile che percorre per intero Amir, album di debutto di Tamino. E’ qualcosa che non ha nome, se non quello dell’emozione, un’emozione dolcissima, consolatoria ed efferata nello stesso tempo.
Un dolce veleno che forse non è ancora mai stato battezzato, ma i cui effetti sono lì, concentrati in un disco.
Amir è un lavoro che avanza lento, si dilata portandosi dietro un’eredità che abbraccia il Medioriente e l’Occidente, perché è di questa eredità che si è nutrito anche lui, Tamino Amir Mohamar Foud, artista di madre belga e padre egiziano, e nipote di Mohamar Fouad, popolarissimo cantante e attore del cinema egiziano.

Un album impregnato di melodie che non hanno tempo, sembrano esistere da sempre, con la loro malinconia dorata e caldissima, coperte dalle sabbie di qualche deserto della memoria, e sopra, con stupefacente naturalezza, Tamino ci ha messo le chitarre e quel poco di elettronica preso dall’Europa. Non è un caso che nell’album suoni anche Colin Greenwood dei Radiohead, un gruppo che sulla carta non sarebbe esattamente in linea con certe sonorità e certe atmosfere. Eppure c’è, e questi pezzi non sarebbero la stessa cosa senza il suo contributo.
E poi c’è l’orchestra, la Firka, con i suoi archi sontuosi, imperiali, suonati da musicisti irakeni e siriani, alcuni dei quali nello status di rifugiati.
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Dall’inizio alla fine, il canto di Tamino stordisce con la sua grazia nomade e con la sua tristezza naturale, atavica: Habibi è uno di quei pezzi che riescono a regalare un incanto abbagliante, i cori di Chambers emanano una seduzione irresistibile, w.o.t.h è un mare in tempesta che porta via, lontano, in un vortice di disperazione.

Non c’è un momento privo di suggestione o un attimo in cui venga a mancare la tensione emotiva: Tamino lascia la sua poesia libera di volare toccando le corde dell’anima con l’amore o con il dolore, e regalandoci un disco che dovremmo tutti imparare a meritarci. Anche se potrebbe essere devastante.