“Arturo”, la rinascita di Side Baby tra istinto e coerenza


Nella vita di un artista ci possono essere momenti di grande luce e periodi di buio profondo. Side Baby lo sa bene, nonostante la giovane età e una carriera ancora relativamente breve. L’anno scorso la sua repentina e controversa uscita dalla Dark Polo Gang è stata sotto gli occhi di tutti, lasciando diversi interrogativi mai del tutto chiariti. Quello che si sa per certo era che il ragazzo non stava attraversando uno dei suoi periodi più luminosi: prima il singolo Medicine, pubblicato lo scorso agosto su Soundcloud (“era una lettera aperta, un regalo per i fan”), poi all’inizio del 2019 Non sei capace lasciavano intuire che Side, che nel frattempo aveva mutato il suo nome da Dark Side a Side Baby, stesse portando avanti una battaglia che non lo toccava solo sul fronte artistico, ma anche – e forse soprattutto – su quello personale.
Quella battaglia oggi sembra finalmente vinta. A dircelo è proprio lui, Arturo, come è registrato all’anagrafe (il cognome è Bruni), e come non a caso ha scelto di intitolare il suo nuovo lavoro da solista, il primo dopo aver chiuso l’esperienza con la DPG.
Per presentarlo ha preferito qualcosa di diverso dal classico instore, e per alcuni giorni si è stabilito a tutti gli effetti in uno spazio in zona Naviglio a Milano ribattezzato Side House: una vera e propria casa attrezzata con tutto il necessario, bar e area videogiochi compresi, ma anche uno spazio per incontrare la stampa, i fan, gli amici.

Sick Side era un lavoro più simile a un mixtape, preso alla leggera, Arturo è invece il frutto di una selezione più accurata, è un disco più pensato, anche se non ho rinunciato al mio solito stile, che è quello dell’istinto. In questo album niente è stato inserito solo per riempire uno spazio e c’è una grande ricerca stilistica. Arrivavo in studio e in base a come mi sentivo registravo un pezzo nuovo, non c’è stato proprio nulla di pianificato, non arrivavo mai con un’idea precisa in testa, ma iniziavo a lavorare su un suono che mi piaceva per tirarne fuori un pezzo”. Stesso discorso anche per i featuring con Luchè e Guè Pequeno, che forse alcuni troveranno inaspettati: ”L’idea di fare qualcosa con Luchè è arrivata durante una cena a base di arrosticini insieme a Night Skinny, che ha avuto anche l’idea di coinvolgere Guè quando ha ascoltato per la prima volta Frecciarossa”.
Selezione e istinto, due concetti che possono apparire in ossimoro, ma che trovano la giusta convivenza in questo album. A confermarlo sono anche i due produttori che hanno messo le mani sulle nuove tracce, Sick Luke, produttore anche della Dark Polo Gang, e Night Skinny. Proprio Skinny si lancia in una dichiarazione di grande ammirazione: “Con Side Baby siamo davanti forse al primo artista in Italia che scrive davvero di getto, arriva in studio e registra subito, come Jay Z”. Da qui la necessità di selezionare la grande quantità di materiale prodotto, fino ad arrivare alla tracklist del disco, definita nel segno della coerenza.
Se Skinny rappresenta la novità, Sick Luke è il filo ininterrotto con il passato, ed è proprio Arturo a spiegare: “Dentro di me ci sarà sempre una parte della Dark Polo Gang. Ho continuato a lavorare con Sick Luke: nell’album ci sono due produzioni realizzate da lui, ma insieme abbiamo realizzato molte altre tracce, alcune delle quali forse usciranno in futuro. Con Luke ormai siamo come fratelli, siamo stati in vacanza insieme, quando passa da Roma si ferma a casa mia”.

Inevitabile non soffermarsi sull’evocativa immagine in copertina del disco: “L’acqua rappresenta una sorta di battesimo, indica una rinascita, mentre l’orsetto si chiama Balosso ed è stato regalato a mia mamma il giorno in cui sono nato”.
A proposito di sua madre, l’attrice Raffaella Lebboroni, sua è la voce dell’ultima traccia, quella che dà il titolo al disco: una dichiarazione di orgoglio per un traguardo significativo raggiunto dal figlio, ma anche la consapevolezza che le nuove cadute sono sempre in agguato.
“Nei mesi difficili che ho attraversato ho avuto la fortuna di avere accanto persone che mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Le tracce del disco riflettono i diversi stati d’animo che ho attraversato: ci sono pezzi più leggeri come Jappone, altri più pesanti”. E che sia sincero lo si capisce anche quando parla dei suoi tatuaggi, uno dei suoi tratti distintivi: “Sono un ammiratore dei tatuaggi fatti bene, ma devo riconoscere che quelli che ho in faccia sono stati una scemenza. Li ho fatti in momenti in cui ero fuori fase e sono stati un modo per esorcizzare certi dolori che ho dovuto attraversare”.

Per l’estate si preannunciano intanto mesi di fuoco: “Non sono ancora state rivelate le date, ma saremo in giro dappertutto, vogliamo spaccare”.

Per amore della musica. Laioung inaugura il suo “Rinascimento”

“Per amore dell’arte e della musica”. Mentre parla del suo nuovo album, Laioung pronuncia questa frase più di una volta, e non si fa fatica a pensare che le sue non siano parole dettate dalla retorica. Che sia carico a mille per questo nuovo progetto solista è più che evidente, visto che è tutto un luccichio, dalla giacca tempestata di pietre agli occhi che emanano entusiasmo. Ma persino la sua voce brilla durante la conferenza stampa, tra parole pronunciate a raffica, barre piazzate all’improvviso e frammenti melodici intonati con precisione quasi chirurgica.
Il nuovo album si intitola Rinascimento, e il significato lo chiarisce subito direttamente lui: “Perché arriva dopo un periodo di Medioevo musicale, e porta qualcosa di nuovo dove tutto il resto era uguale. Con questo album ho voluto dare spazio all’arte e prendere ispirazione dalle sonorità internazionali”. Dopo Ave Cesare, primo lavoro solista uscito con il marchio di una major e dopo il potente progetto di Nuovo impero con il collettivo RRR Mob, questo disco sembra inaugurare a tutti gli effetti una nuova era, a cominciare dal cambio di etichetta, da Sony a Universal.

“Ho lasciato passare un po’ di tempo dall’ultimo album, ma d’ora in avanti vorrei pubblicare un disco all’anno: è giusto dare delle scadenze, abituare il pubblico ad avere un appuntamento”.
Pochi giorni prima di essere in Italia per presentare il disco, Laioung era in Brasile, a San Paolo, non solo per un periodo di vacanza: “Sono contento al 97% di essere tornato: in Brasile ho lavorato con altri artisti e ho potuto vedere che là non c’è razzismo, gli artisti si ritrovano in studio per amore della musica e non guardano alla visibilità o al numero di follower che hanno i colleghi. C’è una vera scena musicale, con la voglia di sperimentare influenze diverse. Oggi con Internet tutto il mondo è in contatto, tutti possono vedere quello che facciamo anche qui in Italia, e ci facciamo ridere dietro se copiamo quello gli americani. Invece gli artisti dovrebbero essere meno pigri e aprirsi a quante più influenze possibili, sperimentare, altrimenti si cade nel plagio. Ma se io ascolto cose diverse e cerco di prendere da tutte, creo qualcosa di nuovo: siamo tutti diversi uno dall’altro e dobbiamo prendere consapevolezza della nostra creatività. Potremmo prendere la tradizione musicale italiana e innovarla con la trap. Uno come Caparezza può essere messo su ogni stile, ha continuato a sperimentare, ed è per questo che lo apprezziamo tutti”.

Continua, e il discorso si allarga prendendo toni quasi filosofici: “Spesso mi rendo conto che manca la ‘fame’, ci si limita a copiare e chi sa di avere un talento non fa niente per migliorarsi, finendo così per essere superato da chi è mosso dalla passione. Non vince chi ha talento, vince chi lavora: l’unico modo per arrivare davvero a un obiettivo è quello di lavorare tanto e non mollare mai, svegliarsi, fare di tutto per raggiungere uno scopo, cercare sempre di migliorarsi. Prendiamo Justin Bieber: all’inizio nessuno avrebbe scommesso su di lui, era solo un ragazzino che non sapeva fare molto. Ma ha lavorato, si è impegnato, e guardate cosa è riuscito a fare”, e intona il ritornello What Do You Mean. “Tutti possiamo essere quello che vogliamo, ma dobbiamo sapere cosa vogliamo e come fare per diventarlo”.
E Laioung sembra aver avuto sempre molto chiare le idee: ”Troppo spesso gli artisti lavorano per entrare in un certo target, io ho sempre preferito seguire l’istinto. Non mi sono dovuto costruire un personaggio. Ho registrato il mio primo album in Canada, senza sapere cosa sarebbe successo, solo per amore della musica. Rinascimento arriva dopo aver già ricevuto diversi riscontri da parte del pubblico, è un disco frutto di una maggiore consapevolezza. Quello che voglio adesso, arrivato a questo umile punto di carriera, è continuare su questa strada, cercando di fare sempre cose diverse con grinta. Devo correre a prendermi quello che ancora mi aspetta”.

Nel “Laioung-pensiero” si delineano chiaramente anche tre elementi fondamentali per ogni canzone: “La melodia, cioè l’emozione, la batteria, cioè il ritmo, e il basso, cioè la vibrazione, il primo suono che abbiamo sentito quando eravamo nel grembo di nostra madre. Ecco perché il suono del basso piace a tutti”.

Nell’album tutte le tracce portano la sua firma per musica, parole e produzione, mentre tra i featuring compare solo il nome di Diawel: “Credo molto in lui. Ha scritto un bridge perfetto per 6 km per Marte, a cui segue subito Dentro un sogno, in cui il suo bridge diventa il ritornello”. E se la trap ci ha abituati al triangolo tematico soldi-donne-droghe, il “rinascimento” di Laioung si sposta molto oltre, arrivando a trattare anche un tema doloroso come quello dello sfruttamento dei clandestini nei campi di pomodori nel sud Italia in 5 euro per morire, la traccia che chiude il disco: “Ho capito che le pietre che avevo nel cuore potevano essere trasformate in gemme. Ho voluto raccontare una storia che ho visto con i miei occhi: sembra assurdo, ma nella provincia pugliese ci sono uomini trattati come schiavi, costretti a lavorare sotto 40 gradi pagati come schiavi. E sono clandestini, trattati come uomini invisibili. Nessuno fa niente, la polizia non riesce a intervenire. Mi è sembrato giusto inserire quella traccia, è una presa di consapevolezza”.

Stupisce invece che nell’album non trovino posto Nero su nero e Hang With Us, i due singoli usciti nei mesi scorsi. Non è ancora detta però l’ultima parola: Rinascimento uscirà infatti il 26 aprile in digitale, mentre prossimamente è attesa anche la pubblicazione del formato fisico, ampliata di alcuni brani.

Tormento e J-Ax trovano “Acqua su Marte”


Tormento
 torna sulle scene a distanza di quattro anni dal suo ultimo lavoro. Il precursore del rap in Italia, che per primo ha portato il genere in tv negli anni 90 insieme ai Sottotono, presenta il suo nuovo brano, Acqua su Marte, per la prima voltaaccompagnato dall’amico J-Ax.

Il brano, che anticipa il nuovo album di Tormento previsto per l’autunno, è stato scritto da Tormento e J-Ax insieme a Raige, con la produzione degli SDJM.
Il videoclip del singolo sarà online sui canali ufficiali dell’artista venerdì 5 alle ore 15.00.

Tormento racconta così il suo rapporto con J-Ax: “Ero davvero piccolo quando ho conosciuto Ax. C’era una piccola saletta in un centro sociale chiamato Pergola dove facevano delle serate all’avanguardia. Correva l’anno 1992 e quella sera tra il pubblico c’erano gli Articolo 31. Li guardavo con ammirazione, erano tra i primi gruppi ad avere un vero e proprio contratto discografico e si sentiva nell’aria che avrebbero fatto il panico con il loro primo album “Strade di città”. Così è stato! A distanza di anni provo la stessa ammirazione per Ax, un artista che è stato in grado di prendere il linguaggio del rap e trasportarlo in un immaginario totalmente italiano. Anche le sue venature rock le sento vicine al mondo funk melodico losangelino che ho sempre adorato. Ad oggi è uno dei pochi artisti del panorama rap con cui so di poter realizzare una canzone senza che l’ego da rapper, di essere duro a tutti i costi, venga fuori. Le nostre voci portano il segno di una vita dedicata alla musica e la dura vita dei tour infiniti. Siamo dei “duri” a priori, che dalle esperienze hanno sempre cercato di cogliere gli insegnamenti positivi di questa cultura che ci ha rapito fin da giovanissimi.”

 

Doppio album per Ernia: il 5 aprile esce “68 (Till The End)”


Uscirà il 27 marzo, Certi giorni, il nuovo singolo di Ernia.
Il brano si avvale della collaborazione di Nitro e anticipa l’uscita di 68 (Till The End), una specialissima riedizione dell’album 68 in uscita venerdì 5 aprile in doppio CD, e dal 12 aprile anche in formato doppio LP in occasione del record store day.

Il primo disco conterrà le 12 tracce dell’omonimo album uscito lo scorso settembre, mentre nel secondo CD troveranno spazio 7 tracce inedite, di cui tre brani collaborazioni.
Da Certi Giorni featuring Nitro a Il Mondo chico in collaborazione con Lazza, all’interno del nuovo EP non manca l’inaspettata collaborazione con Chadia Rodriguez nel brano Mr Bamboo.

Con 68 (Till The End) Ernia chiude definitivamente il percorso della saga legata a 68, album che nell’ultimo anno, utilizzando una metafora, l’ha portato dalla periferia al centro.
La produzione dell’album è stata firmata da alcuni dei migliori producer della scena odierna, da Marz a Zef fino a Mr Monkey.

Da venerdì 5 Aprile Ernia sarà impegnato nel 68 (Till The End) instore tour:
5 aprile, Milano, Mondadori Megastore ore 18:00
6 aprile,  Torino, Feltrinelli Stazione ore 17:00
7 aprile, Firenze, Galleria del Disco ore 15:00
8 aprile, Roma, Discoteca Laziale ore 17:00
9 aprile, Napoli, Feltrinelli Stazione Garibaldi ore 18:00
10 aprile, Bari, Feltrinelli via Melo ore 17:00

Orgoglio rap per amare se stessi. Quattro chiacchiere con… Mondo Marcio


Sul fronte del rap italiano, Mondo Marcio è uno dei rappresentanti della “vecchia scuola”, uno di quelli cioè che sono emersi prima che l’hip-hop diventasse un brand declinato in ogni forma possibile. Erano da poco passato il 2000 quando Gian Marco Marcello si è fatto conoscere al grande pubblico, e in quel periodo il rap respirava ancora l’aria della strada e si faceva ascoltare solo dai veri ammiratori, restando piuttosto lontano dalla patina stilosa del pop.
Se da allora molte cose sono evidentemente cambiate, il nuovo album di Mondo Marcio è invece una ferma e fiera rivendicazione di chi continua a fare rap con lo stesso spirito di un tempo, senza guardare alle convenienze, alle mode passeggere o al successo facile. Anticipato da alcuni brevi video-documentari, UOMO! – questo il titolo -, è un atto d’amore verso se stessi, un’orgogliosa presa di posizione di chi si è guadagnato tutto ciò che ha e una celebrazione dell’imperfetta natura dell’individuo.

Questo disco sembra segnare uno spartiacque, non solo nella tua carriera, ma anche nella tua vita. C’è stato un momento o un evento che ti ha fatto capire che per te si chiudeva una fase e se ne apriva una nuova?
Sì, lo status quo della musica e della cultura in generale in Italia nel 2019.

Cosa si nasconde dietro a quel punto esclamativo del titolo?
Un’ attitudine, quella di fare le cose credendoci davvero, e non per moda o convenienza.

In più punti, l’album sembra anche l’occasione per manifestare uno scatto d’orgoglio e di rivincita. È un’impressione corretta? I tuoi messaggi a chi sono rivolti oggi?
È stata una necessità. Di carattere non sono uno spocchioso, ma questi anni mi hanno insegnato che non ti viene riconosciuto quello che hai fatto, bensì quello che dici di avere fatto. Nessuno ti riconosce i tuoi meriti, e visto che ho i fatti dalla mia parte, non ho fatto altro che riportarli. A volte un po’ di ego serve!

Angeli e demoni si impreziosisce della partecipazione di Mina, artista alla quale avevi dedicato l’intero album Nella bocca della tigre e con cui sei tornato a lavorare in Se mi ami davvero: cosa apprezzi più di tutto in lei?
Mina è una persona incredibile, ancora prima di essere un’artista unica. Mi ha insegnato a mettere la libertà artistica, e la mia integrità, prima di qualsiasi altra cosa. Credo che alla base del rapporto con lei ci sia una forte intesa artistica.

Tra le presenze all’interno del disco c’è anche Milano: oggi che rapporto hai con la città?
È la città che nel bene e nel male mi ha cresciuto, sarà per sempre nel mio cuore.

Citando Neil Young, nella sua ultima lettera Kurt Cobain aveva scritto “È meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente”. All’opposto, tu invece dichiari che “non è la fiamma che brucia più alta, ma quella che brucia più a lungo”. Puoi dire che è questo il pensiero in cui ti ritrovi di più?
È un verso di DDR, e in La canzone che non ti ho mai scritto dico “una fiamma che brucia così forte era destinata a estinguersi”. In entrambi i casi sottolineo il rischio di bruciare troppo forte, anche in natura le stelle che muoiono prima sono quelle che brillano di più. Ho sempre visto la vita come una maratona più che uno sprint.

Nella scena rap odierna c’è qualcosa in particolare cui non ti senti rappresentato?
Alcuni artisti mettono i soldi prima della musica: io ho sempre ragionato al contrario.

Guardandoti indietro ai primi anni in cui facevi musica, in cosa pensi di essere cambiato soprattutto?
Sono più consapevole dell’ambiente nel quale lavoro, del mondo dell’intrattenimento in generale. Certe cose non te le possono insegnare, le devi vivere.

Il disco si apre e si chiude con la stessa domanda, “dopo di te chi ci sarà?”. Che risposta ti sentiresti di dare?
Non è una domanda che ha bisogno di una risposta, tutto il disco è un’intera forma di autoanalisi, e la domanda è una di quelle ricorrenti che ogni artista si pone.

In un momento storico e sociale dove l’umanità sembra più predisposta all’odio, alla chiusura e all’egoismo, che cosa ti fa sperare ancora nella natura umana?
La musica!

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
In una società che guadagna dalle nostre insicurezze, amare noi stessi è il vero atto di ribellione.

Nayt: “Dare peso alle cose per rispettare l’arte”. Esce il terzo capitolo di “Raptus”


Per gli appassionati dell’hip-hop il nome di Nayt non è certo nuovo.
Classe 1994, William Mezzanotte da Roma si è avvicinato alle barre quando era ancora tra i banchi di scuola, e l’amore per la musica non ci ha messo molto a prendere il sopravvento su tutto il resto, compreso il teatro, altra grande passione del ragazzo: “Ho capito che avrei dovuto scegliere tra le due cose, altrimenti le avrei fatte male entrambe e avrei rovinato due mie passioni”.
L’incontro fortunato della sua vita è quello con il produttore 3D, con cui realizza il suo primo singolo, No Story, ma soprattutto è quello con cui nel 2015 lavora a Raptus, il primo capitolo di quella che negli anni successivi sarebbe diventata una trilogia. Nato come esperimento, il progetto ha avuto un buona accoglienza dal pubblico, tanto da dare vita a Raptus Vol. 2 e ora al terzo e conclusivo capitolo, Raptus Vol. 3, il primo a uscire con la distribuzione di un major, Sony Music.

Undici tracce racchiuse in soli 28 minuti di barre serratissime e nervose, pensate per arrivare dritte al punto centrale del messaggio e non rischiare di far perdere l’ascolto in distrazioni. Lo stile è difficilmente catalogabile con la sola definizione di rap: tra le influenze di Nayt si spazia infatti da Eminem, Kendrick Lamar, Drake, Rihanna, Rage Against The Machine, SZA. E poi Kanye West, forse l’artista che più di tutti Nayt ha preso come riferimento, e Childish Gambino, artista sfaccettato attivo tra musica e cinema. Tra gli italiani invece il nome che spunta è quello di Fabri Fibra (“ha scritto i pezzi di rap italiano tra i migliori”), ma grande apprezzamento viene riservato anche per Cesare Cremonini.
Contrariamente a quanto succede di solito nei dischi di rap, qui la collaborazioni sono centellinate e si limitano al solo featuring di Madman in Fame: “Forse sarebbe più figo dire che non ho voluto mettere featuring nel disco, la verità è che realizzare una collaborazione non è facile. Dopo Fame l’hype intorno a questo progetto è cresciuto molto e ho ricevuto diverse richieste di collaborazioni, ma poi ci si mettono difficoltà burocratiche e artistiche, perché se decidi di portare un artista nel tuo disco la scelta va motivata, c’è un’attitudine da rispettare. Avrei rischiato di allungare i tempi, invece io volevo far uscire il disco, per cui ho preferito non mettere altri featuring. Ne ho realizzati alcuni che usciranno più avanti, slegati dall’album”.

Ora che la musica ha destato anche l’interesse delle major, il suo obiettivo resta quello di “arrivare non mi immagino. Penso sempre a quello che potrei fare dopo. Faccio un po’ fatica a relazionarmi con il mondo dell’intrattenimento e delle radio, perché c’è la sensazione che i contenuti non possano passare: invece io vorrei rompere gli schemi. Con questo disco vorrei dire che non bisogna più essere innocui, spesso si vuole essere rivoluzionari senza dire niente, manca l’empatia, manca umanità. Nessuno si sbilancia, invece bisogna anche saper alzare la voce, litigare se serve. Voglio dare peso alle cose che faccio, e se dovessi andare a Sanremo lo farei con un pezzo di rottura e che faccia rumore, che dica le cose come nessuno le ha mai dette. L’arte va trattata con rispetto, non va stuprata: non conta solo quante persone influenzi, ma anche come le influenzi”.
A incarnare questa filosofia all’interno dell’album sono soprattutto brani come Exit o Animal, mentre Gli occhi della tigre non è a caso messo in chiusura: “E’ stato il primo brano a essere pubblicato e ho voluto metterlo per ultimo come per indicare un nuovo inizio, un ritorno alle origini. E’ la traccia che spiega meglio delle altre tutto il disco”.

Per il futuro, un auspicio: “Bisognerebbe riuscire a fare un salto di qualità e portare il cantautorato nel rap. Non smetterò di provarci”.

Quando l’ansia si fa dura, i Typo Clan iniziano a giocare. Esce il singolo “Suck My Oh”


Suck My Oh 
è un dialogo con la nostra parte più ansiosa, nel momento in cui questa prende il sopravvento: perdiamo il controllo del corpo, il caldo diventa insopportabile e, messi con le spalle al muro, l’unico modo per affrontarla è cantarle in faccia “Suck my oh”!
Prodotto da Bruno Bellissimo, Suck My Oh è il nuovo singolo del Typo Clan, progetto nato nel 2015 da un’idea di Daniel Pasotti e Manuel Bonetti.
A fare da contrasto al tema c’è la musica: sexy nelle strofe, corale e liberatoria nei ritornelli.

Sin dall’inizio della collaborazione, il duo di Pasotti e Bonetti si è focalizzato su una produzione che desse spazio a rap, hip-hop, funky, neo soul e world music. Con questo spirito è nato il primo album in studio, Standard Cream, pubblicato il 5 gennaio 2018.
Nell’estate 2018 il Clan è entrato in studio con Bruno Belissimo per lavorare su nuovi brani e a inizio del 2019 è entrato nella famiglia Vulcano Produzioni e ha presentato un nuovo live, passando dai cinque elementi dei live precedenti a tre elementi.
Bonetti e Pasotti continuano a lavorare da soli ai loro pezzi, ma senza mai abbandonare il clan.

“Raptus, Vol. 3”: il 15 marzo il terzo capitolo della trilogia di Nayt


Anticipato da Animal, Fame feat. Madman e Gli occhi della tigre, il 15 marzo esce Raptus 3, il nuovo album di Nayt, già disponibile in pre-save.
Il disco, prodotto da 3D per VNT1, è il completamento di una trilogia partita nel 2015 con Raptus, un viaggio introspettivo e riflessivo, tra barre precise, serrate e un flow impeccabile, che mantiene una cura e attenzione per la melodia. Nel 2017 è stata poi la volta del secondo capitolo della trilogia, Raptus, Vol. 2.

Al centro di questo terzo volume troviamo la verità, quella istintiva, “di pancia”, posta sotto i riflettori della propria coscienza senza alcuna censura.
“È ora che l’uomo si rimetta al centro prendendosi le proprie responsabilità e indagando le proprie colpe, lasciando da parte l’innocuità”, dichiara Nayt.

Sempre venerdì 15 marzo partirà l’instore tour di Nayt per presentare l’album:
venerdì 15 marzo – ore 17:00 a Torino – La Feltrinelli (Stazione di Porta Nuova)
sabato 16 marzo – ore 14:30 Varese – Varese Dischi (Galleria Manzoni, 3)
sabato 16 marzo – ore 17:30 Milano – Mondadori Megastore (Piazza Duomo)
lunedì 18 marzo – ore 16:00 Firenze – Galleria del Disco (c/o Caffè Letterario Le Murate – Piazza Delle Murate)
martedì 19 marzo – ore 16:30 Roma – Discoteca Laziale (Via Mamiani, 62)
mercoledì 20 marzo – ore 16:30 Napoli – Mondadori Bookstore (Via Luca Giordano, 158)
giovedì 21 marzo – ore 15:00 Foggia – Mondadori Bookstore (Via Guglielmo Oberdan, 9-11)
giovedì 21 marzo – ore 18:00 Andria – Mondadori Bookstore (Corso Cavour, 132)
venerdì 22 marzo – ore 15:00 Taranto – Mondadori Bookstore (c/o CC Auchan Porte Dello Jonio)
venerdì 22 marzo – ore 18:00 Lecce – Mondadori Bookstore (Viale Felice Cavallotti, 7/A)

Solange, “When I Get Home”. Houston, ermetismo e cosmic jazz

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Ho ascoltato questo disco più per curiosità che per altro. Dopo A Seat At The Table la fama della più piccola delle sorelle Knowles è andata sempre più crescendo e anche questa nuova prova discografica testimonia la ferma volontà della ragazza di liberarsi dalla sempre incombente ombra di Beyoncé.
Per farlo – o almeno per provarci – Solange mette insieme un disco che più personale di così non poteva fare: un progetto interamente pensato e realizzato da lei, che ne ha curato anche la produzione pur avvalendosi del prezioso aiuto di collaboratori blasonati che portano i nomi di Tyler, the Creator, Gucci Maine e Pharrell, giusto per citarne alcuni.
Ma When I Get Home è un album personale anche perché parte da Houston, per la precisione dal Third Ward, il quartiere dove Solange è cresciuta, e la città ha influenzato ogni singolo brano del disco nelle liriche e nella musica. Una sorta di omaggio all’infanzia e a quello che ne è rimasto.

Da sempre artista con una spiccata attitudine visuale e visionaria, Solange compie mosse da giocatrice ambiziosa in direzione di sonorità urban ermetiche e ostiche al primo ascolto, combinando r’n’b, soul psichedelico, hip-hop e influenze di cosmic jazz. Ma anche la forma del prodotto non ha nulla di scontato: i 19 brani della tracklist occupano infatti solo 40 minuti scarsi di ascolto per la presenza di numerosi interlude e di una durata media delle tracce che non va oltre i 3 minuti.
Nessuna concessione viene fatta in favore di un sound radiofonico, con il risultato che solo chi avrà davvero la voglia di indagare questo album riuscirà ad andare oltre la patina stilosa che lo avvolge dall’inizio alla fine.
Per tutti gli altri c’è sempre Beyoncé.

Ernia: il 7 marzo il live all’Alcatraz di Milano


Dopo l’uscita del suo ultimo album d’inediti 68 che ha conquistato il primo posto della classifica ufficiale FIMI, giovedì 7 marzo Ernia arriverà all’Alcatraz di Milano per una tappa del “68 tour”, che lo ha visto protagonista per tutto l’inverno nei più importanti club italiani.

A distanza di un anno dal precedente progetto Come uccidere un usignolo/67 e dopo il successo del “Come uccidere un Usignolo/67 tour”, l’ultimo lavoro di Ernia evidenzia un particolare raggiungimento di maturità da parte del giovane rapper, che partendo dal suo vissuto analizza con semplicità lo scorrere della vita quotidiana con lo sguardo critico, attento e insoddisfatto comune a moltissimi giovani affranti dai comportamenti, dalle aspettative e dalle mille problematiche che affliggono la società contemporanea.
Il disco è ricco di suggestioni musicali fonde perfettamente sonorità rap, black, funk, trap, melodie vocali e metriche precise e dirette in un mix di elementi diversi che ben rispecchiano l’evoluzione in corsa e il singolare percorso di uno dei rapper più seguiti ed amati della scena hip hop contemporanea.

Le prevendite delle nuove date del “68 tour”, sono disponibili sui canali di Thaurus Music, Ticketone al seguente link https://www.ticketone.it/ernia-biglietti.html?affiliate=ITT&doc=artistPages/tickets&fun=artist&action=tickets&kuid=553128 e acquistabili direttamente in loco.

L’intero tour è ideato e organizzato da Thaurus Live.