Orgoglio rap per amare se stessi. Quattro chiacchiere con… Mondo Marcio


Sul fronte del rap italiano, Mondo Marcio è uno dei rappresentanti della “vecchia scuola”, uno di quelli cioè che sono emersi prima che l’hip-hop diventasse un brand declinato in ogni forma possibile. Erano da poco passato il 2000 quando Gian Marco Marcello si è fatto conoscere al grande pubblico, e in quel periodo il rap respirava ancora l’aria della strada e si faceva ascoltare solo dai veri ammiratori, restando piuttosto lontano dalla patina stilosa del pop.
Se da allora molte cose sono evidentemente cambiate, il nuovo album di Mondo Marcio è invece una ferma e fiera rivendicazione di chi continua a fare rap con lo stesso spirito di un tempo, senza guardare alle convenienze, alle mode passeggere o al successo facile. Anticipato da alcuni brevi video-documentari, UOMO! – questo il titolo -, è un atto d’amore verso se stessi, un’orgogliosa presa di posizione di chi si è guadagnato tutto ciò che ha e una celebrazione dell’imperfetta natura dell’individuo.

Questo disco sembra segnare uno spartiacque, non solo nella tua carriera, ma anche nella tua vita. C’è stato un momento o un evento che ti ha fatto capire che per te si chiudeva una fase e se ne apriva una nuova?
Sì, lo status quo della musica e della cultura in generale in Italia nel 2019.

Cosa si nasconde dietro a quel punto esclamativo del titolo?
Un’ attitudine, quella di fare le cose credendoci davvero, e non per moda o convenienza.

In più punti, l’album sembra anche l’occasione per manifestare uno scatto d’orgoglio e di rivincita. È un’impressione corretta? I tuoi messaggi a chi sono rivolti oggi?
È stata una necessità. Di carattere non sono uno spocchioso, ma questi anni mi hanno insegnato che non ti viene riconosciuto quello che hai fatto, bensì quello che dici di avere fatto. Nessuno ti riconosce i tuoi meriti, e visto che ho i fatti dalla mia parte, non ho fatto altro che riportarli. A volte un po’ di ego serve!

Angeli e demoni si impreziosisce della partecipazione di Mina, artista alla quale avevi dedicato l’intero album Nella bocca della tigre e con cui sei tornato a lavorare in Se mi ami davvero: cosa apprezzi più di tutto in lei?
Mina è una persona incredibile, ancora prima di essere un’artista unica. Mi ha insegnato a mettere la libertà artistica, e la mia integrità, prima di qualsiasi altra cosa. Credo che alla base del rapporto con lei ci sia una forte intesa artistica.

Tra le presenze all’interno del disco c’è anche Milano: oggi che rapporto hai con la città?
È la città che nel bene e nel male mi ha cresciuto, sarà per sempre nel mio cuore.

Citando Neil Young, nella sua ultima lettera Kurt Cobain aveva scritto “È meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente”. All’opposto, tu invece dichiari che “non è la fiamma che brucia più alta, ma quella che brucia più a lungo”. Puoi dire che è questo il pensiero in cui ti ritrovi di più?
È un verso di DDR, e in La canzone che non ti ho mai scritto dico “una fiamma che brucia così forte era destinata a estinguersi”. In entrambi i casi sottolineo il rischio di bruciare troppo forte, anche in natura le stelle che muoiono prima sono quelle che brillano di più. Ho sempre visto la vita come una maratona più che uno sprint.

Nella scena rap odierna c’è qualcosa in particolare cui non ti senti rappresentato?
Alcuni artisti mettono i soldi prima della musica: io ho sempre ragionato al contrario.

Guardandoti indietro ai primi anni in cui facevi musica, in cosa pensi di essere cambiato soprattutto?
Sono più consapevole dell’ambiente nel quale lavoro, del mondo dell’intrattenimento in generale. Certe cose non te le possono insegnare, le devi vivere.

Il disco si apre e si chiude con la stessa domanda, “dopo di te chi ci sarà?”. Che risposta ti sentiresti di dare?
Non è una domanda che ha bisogno di una risposta, tutto il disco è un’intera forma di autoanalisi, e la domanda è una di quelle ricorrenti che ogni artista si pone.

In un momento storico e sociale dove l’umanità sembra più predisposta all’odio, alla chiusura e all’egoismo, che cosa ti fa sperare ancora nella natura umana?
La musica!

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
In una società che guadagna dalle nostre insicurezze, amare noi stessi è il vero atto di ribellione.

“Vengo in pace”: Nesli tra vecchie inquietudini e nuovi equilibri


Se è vero che in genere non si deve giudicare un libro – o un disco – dalla sua copertina, per il nuovo album di Nesli possiamo fare un’eccezione.
Vengo in pace, questo il titolo dell’album in uscita il 22 marzo, è infatti il disco con la copertina più colorata che Francesco Tarducci abbia mai realizzato, e quell’immagine con la mano tesa all’ascoltatore racconta più di mille parole lo spirito con cui il cantautore si ripresenta sulle scene.
Lo avevamo lasciato nel 2017 con la riedizione di Kill Karma, inizialmente pubblicato nel 2016 e rimesso in commercio dopo la partecipazione sanremese con Do retta a te: un disco che non nascondeva le inquietudini, tanto da aprirsi con un brano intitolato Anima nera. Era l’album con cui Francesco “uccideva” artisticamente Nesli, in attesa di mostrare qualcosa di nuovo.
Quella novità ha preso ora le forme di Vengo in pace, anche se – come Nesli tiene a specificare – questo nuovo lavoro è nato quasi per caso, in un arco di lavorazione di oltre due anni sotto la supervisione di Brando, e viene pubblicato senza seguire obblighi contrattuali e per la prima volta senza alcun tipo di pressione. La conclusione di un’ideale trilogia iniziata con le “montagne russe pop” di Buona fortuna amore e proseguita appunto con Kill Karma.

E’ il disco che segna il raggiungimento di un equilibrio, di una “presa bene“, come la definisce Nesli: “Non c’è stato nessun percorso terapeutico, nessun atteggiamento zen, nessun viaggio. Mi dà fastidio quando sento parlare di un valore terapeutico della musica, perché per me non è mai stato così. Semmai, il mio è stato un percorso terapeutico al contrario, che mi ha fatto entrare nel dolore. Oggi mi sento di dire che vengo in pace perché sono in pace: mi identifico completamente in questo stato d’animo, e vengo in pace in un momento in cui in giro c’è la guerra verbale, la guerra delle parole, che per un cantautore come me sono l’ingrediente principale. E’ successo semplicemente che un giorno mi sono svegliato, fuori era una bella giornata e ho pensato che tutto sommato la mia vita non andava poi così male. E lo stesso è successo il giorno dopo. Questo è lo spirito del disco, mi sento davvero ‘preso bene’, sono propositivo e per il futuro mi auguro di continuare a svegliarmi sempre con il sole”.
I nuovi brani sono arrivati tutti dopo l’esperienza di Kill Karma: “Kill Karma è stato uno spartiacque per me e quando è uscito c’erano già alcuni nuovi spunti, ma tutto ha preso forma dopo. Non ho avuto nessuna ansia di scrittura: prima se mi accorgevo di scrivere poco andavo nel panico, adesso so aspettare”.

Impossibile non notare in Vengo in pace una certa affinità con La fine, il brano che anni fa ha dato la vera svolta alla carriera di Nesli: “L’ho scritta una vita fa, e all’epoca nessuno ha capito la forza di quel pezzo, nemmeno io. E’ un brano che parla di quello che mi sta intorno, è una riflessione sulla vita, non è una dedicata a una persona e non è un brano d’amore. In questo si avvicina molto a Vengo in pace, perché nell’album non ci sono canzoni d’amore, non si parla di relazioni di nessun tipo, ma parlo soprattutto di sensazioni. L’analogia però non è stata volontaria, è capitata: ho recuperato quello spirito libero e selvaggio“.
E d’altronde, libero e un po’ selvaggio Nesli lo è sempre stato: ecco perché a chiudere l’album è un pezzo come Maldito, forse quello che incarna più di tutti la personalità del suo autore: “Le inquietudini di prima restano, ma adesso ne ho la consapevolezza. Maldito è il ritratto dell’inquieto, l’ho iscritto in un momento nero, in una mansarda, con la voglia di scappare via”. E se questa può apparire una contraddizione rispetto al clima di serenità che caratterizza l’album, la risposta Nesli la trova in un altro brano, Ma che ne so: “So che questa filosofia mi aiuterà spesso in futuro a uscire da situazioni difficili; “ma che ne so” è la risposta di chi viene in pace“.

Anche verso nel rapporto con i social Nesli sente di aver trovato un equilibrio: “Mi trovo in un limbo tra la generazione abituata all’analogico e quella digitale, sono stato tra gli ultimi della mia generazione ad arrivare a Facebook e Instagram perché di solito ci metto un po’ a cogliere i cambiamenti. Riesco ancora a parlare ai giovani anche se non più un ragazzino, ma mi rendo conto che a differenza del passato oggi l’arte ha una scadenza, l’età è diventata più importante. Non mi sento invece molto rappresentato dalle classifiche, perché mescolano le copie fisiche allo streaming, che invece andrebbero tenuti separati: un disco comprato in negozio ha più valore di un disco ascoltato con un abbonamento online”.

Ancora prima dell’uscita dell’album, il 21 marzo Nesli darà il via al nuovo tour: “So di essere in controtendenza rispetto a quanto si fa di solito, perché farò un concerto quando il disco sarà ancora in buona parte inedito per i fan”.

Queste le date:
21 marzo – Roma, Largo Venue
26 marzo – Bolzano, Teatro Cristallo
28 marzo – Firenze, Flog
29 marzo – Bologna, Estragon
31 marzo – Torino, Hiroshima Mon Amour
4 aprile – Napoli, Casa della Musica
5 aprile – Bari, Demodè
6 aprile – Catania, Land
11 aprile – Milano, Alcatraz

Sempre il 21 marzo al via anche l’instore tour:
21 marzo – Roma, Instore al Largo Venue in occasione del concerto
22 marzo – Napoli, Mondadori Via Luca Giordano h. 18:00
24 marzo – Milano, Mondadori Duomo h. 17:30 –
25 marzo – Torino, Feltrinelli Stazione h. 18:00
27 marzo – Padova, Mondadori Piazza dell’insurrezione
28 marzo – Firenze, Instore all’Auditorium Flog in occasione del concerto
30 marzo – Stezzano (BG) ,CC Le Due Torri h. 17:00

Ligabue è ripartito dalle origini: live speciale all’Italghisa di Reggio Emilia


Nella carriera di ogni artista ci sono quei due o tre luoghi che per un motivo o per l’altro assumono un ruolo simbolico, a volte addirittura centrale, tanto da diventare altrettanto simbolici anche per i fan.
Per la quasi trentennale carriera di Ligabue questi “luoghi dell’anima”, artisticamente parlando, sono almeno due e, ironia della sorte, sono geograficamente vicinissimi. Uno è Campovolo, la pista dell’aeroporto di Reggio Emilia dove si sono tenuti i tre mastodontici live che proprio da quel luogo hanno preso il nome. Il secondo, a qualche centinaio di metri di distanza, è l’Italghisa, il locale dove “il liga” ha tenuto i suoi primi concerti. Proprio tra quelle pareti, nel lontano 1992, il bar Mario – fan club ufficiale di Ligabue – ha visto il suo primo raduno.

E visto che la storia è fatta di corsi e ricorsi, proprio all’interno dell’Italghisa Luciano ha scelto di presentare per la prima volta dal vivo il suo ultimo album, dal titolo quantomeno emblematico, Start. Un nuovo inizio, ma soprattutto un modo per dire che lui è sempre rimasto lì, a raccontare la vita che scorre tra il grande fiume e i campi che in estate si invadono di zanzare. E i nuovi brani non tradiscono le aspettative.
Il concerto si è svolto nella serata di domenica 17 marzo davanti una selezione di fortunati fan vincitori di un contest e ai rappresentanti della stampa e del web.
Un’ora e un quarto di live, 75 minuti durante i quali è stato suonato l’intero album e cinque classici pescati dal vasto repertorio del rocker di Correggio: Questa è la mia vita, Quella che non sei, Una vita da mediano, Balliamo sul mondo e Tra palco e realtà.

Un live intimo solo nelle dimensioni, che ma che nulla ha risparmiato all’energia sanguigna a cui Ligabue ha abituato il suo pubblico di fedelissimi, alcuni presenti proprio fin dal 1992. L’adrenalina nell’aria era quella delle grandi occasioni, così come la carica sul palco e tra il pubblico accalcato in platea.
Una prova di riscaldamento prima del tour negli stadi che attende Luciano in estate.
A poco più di una settimana dall’uscita dell’album quasi tutto il pubblico sapeva già tutti i testi a memoria: “Vedo che alcuni di voi non conoscono ancora le parole”, ha scherzato Luciano, “non dovete vergognarvi, ma sappiate che io vi controllo”.
Ligabue è tornato.

Foto: Jarno Iotti

Miracolo (sonoro) a Milano: Elettro Acqua 3D Live


Non sempre i miracoli fanno rumore: qualche volta per realizzarsi cercano angoli di pace dove poter prendere forma.
E un miracolo musicale ha preso una forma “tridimensionale” a Milano la sera di venerdì 15 marzo, quando si è tenuto il live di Elettro Acqua 3D, il progetto iper-sperimentale di Marco di Noia e Stefano Cucchi: un app-album (gratuito) interamente incentrato sul tema dell’acqua e realizzato in 3D audio, una tecnica cioè che permette un’immersione totale nella musica e dà all’ascoltatore la sensazione di trovarsi realmente circondato dai suoni, come se si trovasse davanti a una sorta di realtà aumentata.
Un progetto del genere – idealmente pensato per i viaggiatori, ma ricco di enormi potenzialità su cui l’intero mercato discografico dovrebbe iniziare a riflettere – non poteva che avere la sua trasposizione dal vivo in un ambiente che fin dal nome richiamasse il mondo acquatico e “immersivo”: ecco allora la scelta del Mare Culturale Urbano di via Gabetti, una vecchia cascina recuperata e riconvertita in luogo di incontri e manifestazioni culturali.

Una serata all’insegna della sperimentazione per il pubblico e per gli artisti stessi, che con la partecipazione del tecnico del suono Alberto Cutolo si sono cimentati nella prima esperienza live in 3D audio mai realizzata.

Un concerto, dicevo, “immersivo”, sia per il tema trattato sia per l’esperienza vissuta da ogni singolo ascoltatore presente in sala.
L’audio del concerto è stato infatti trasmesso attraverso speciali cuffie wireless fornite da SilentSystem, prima azienda leader nel mercato italiano ed europeo nella fornitura e nel noleggio di sistemi audio senza fili, mentre sul palco Marco di Noia ha avuto a disposizione anche un prototipo di microfono binaurale che consentiva di dare ai suoni un effetto tridimensionale e di simulare la percezione dei suoni nella realtà.

Ripercorrendo il viaggio raccontato nelle tracce dell’album attraverso Italia, Africa, Bosnia, India, ma anche nella Terra di mezzo di tolkieniana memoria, Di Noia, Cucchi e Cutolo hanno dimostrato come restando anche nel solco dell’indipendenza si possano realizzare piccoli-grandi miracoli all’insegna della vera sperimentazione.
La grande discografia dovrebbe prendere appunti….

“Ehi tu”, il nuovo singolo di Alessandro Ragazzo tra musica e periferia


Una dichiarazione d’amore ispirata da Venezia da parte di un cantautore che Venezia a imparato a conoscerla bene, anche negli angoli dove gli occhi dei turisti non riescono e non possono arrivare.
Ehi tu è il nuovo singolo di Alessandro Ragazzo, cantautore veneziano che nel 2015 si è fatto conoscere con un EP dedicato proprio alla sua città, Venice.

Le parole del nuovo brano evocano situazioni tipiche della quotidianità di chi vive la periferia, mentre sullo sfondo appare Marghera, città industriale la cui storia è strettamente legata a Venezia e decaduta dopo i fasti degli anni ’70-’80: “Marghera è collegata molto a questo brano perché è periferia, perché è vita di strada perché persone sensibili che nascono in ambienti così e hanno situazioni molto difficili, si buttano via ma è solo un disperato bisogno di amore ed attenzioni”.

Ma la riflessione del cantautore va anche molto oltre: “Penso a chi si è avvicinato all’eroina perché non aveva nulla, una passione, una famiglia o qualcuno che potesse credere in loro. Penso ad una persona estremamente fragile ed intelligente che cresce in un ambiente senza sensibilità che è costretto a reprimere tutto perché deve adattarsi all’ambiente in cui è nato. Penso ai ragazzi di periferia, che fanno fatica a seguire un sogno ma hanno con una grande libertà nel cuore che probabilmente non sanno di avere. Penso a chi cerca fortuna in una slot machine. Penso a quanto avere degli “esempi negativi” sotto gli occhi in continuazione mi abbia spinto a cercare di fare qualcosa di bello, a studiare la musica ad avere una passione. Penso anche a quante personalità diverse e opposte potessero ritrovarsi in un parchetto e come ogni diversità si annullasse e fossimo tutti sullo stesso piano. A quanto pare partire da un luogo con meno possibilità mi ha aiutato a crearmi un mondo interiore in cui ripararmi e sognare”.

“Pick Me Up”: l’amore su Tinder nel nuovo inedito di Osvaldo Supino

L’amore ai tempi di Tinder: è questo il tema di Pick Me Up, il nuovo inedito di Osvaldo Supino.
La canzone, una midtempo con influenze elettroniche anni ’70, parla del rapporto del cantante con le dating apps, in particolare con la piattaforma Tinder. Un flirt online che tra scambi di foto e frasi ammiccanti si trasforma in un incontro a due.
Un regalo a sorpresa da parte di Osvaldo Supino, che ha affidato l’annuncio dell’uscita del nuovo brano proprio a Tinder, condividendo inoltre sui suoi social le svariate stories con i suoi flirts, foto del suo profilo, match scattati e alcuni pezzi delle sue conversazioni.
Dopo Wet Dream, Fire e Get sexy il sesso torna nei brani di Osvaldo Supino con provocazione ma senza scendere mai nel censurabile: E’ parte di un mio linguaggio. Ora, rispetto al passato me ne rendo sicuramente più conto ma è una parte di ciò che vivo e come tale la racconto nella mia musica. Tutte le cose che ho fatto e poi sono state viste come provocazione non erano mai fini a se stesse, avevano spesso lo scopo di raccontare qualcosa di più profondo. Nel caso di Pick me up non c’è nessuno scandalo, solo il racconto di quello che viviamo oggi, tutti almeno una volta abbiamo anche solo per scherzo utilizzato una dating app“.

Pick Me Up non è un singolo, ma solo uno dei brani che Supino, dopo il successo di How do We Know ha scelto di anticipare per iniziare a far conoscere al pubblico il suo quarto album di inediti, Sparks in uscita il 28 marzo, a due anni dopo dal precedente Resolution, e per la prima volta sarà rilasciato anche in versione spagnola Luces il prossimo 17 aprile.

GionnyScandal e Giulia Jean di nuovo insieme in “Dove sei”

La emo-trap di GionnyScandal torna in Dove seiil nuovo singolo uscito per Virgin/Universal che vede collaborare di nuovo Gionata Ruggieri e Giulia Jean.

Dove Sei è uno dei pezzi che ho sempre desiderato scrivere – dichiara GionnyScandal – una delle canzoni a mio parere più belle che io abbia mai composto. Come in Ti amo Ti odio le chitarre sono suonate direttamente da me. In questo pezzo si sente molto di più la sonorità Emo-core che ho deciso di mantenere da qui in avanti dato il mio passato in una band. Come in ogni trilogia che si rispetti, ho deciso per adesso di chiudere in bellezza il ciclo di collaborazioni con Giulia Jean, un’amica speciale con cui abbiamo condiviso grandi soddisfazioni”.

La canzone, scritta dallo stesso Gionata Ruggieri e prodotta da Sam Lover, è un mix di elementi diversi in cui sonorità Emo s’intrecciano con melodie pop e trap, senza dimenticare le emozioni e i sentimenti con cui GionnyScandal ha da sempre abituato la sua fan base.
Il videoclip del brano, diretto da GionnyScandal, sarà disponibile su YouTube da lunedì 18 marzo. Insieme a Gionny e Giulia Jean, protagonisti sono anche i teen idol Edoardo Esposito e Rosalba Andolfi.

Nayt: “Dare peso alle cose per rispettare l’arte”. Esce il terzo capitolo di “Raptus”


Per gli appassionati dell’hip-hop il nome di Nayt non è certo nuovo.
Classe 1994, William Mezzanotte da Roma si è avvicinato alle barre quando era ancora tra i banchi di scuola, e l’amore per la musica non ci ha messo molto a prendere il sopravvento su tutto il resto, compreso il teatro, altra grande passione del ragazzo: “Ho capito che avrei dovuto scegliere tra le due cose, altrimenti le avrei fatte male entrambe e avrei rovinato due mie passioni”.
L’incontro fortunato della sua vita è quello con il produttore 3D, con cui realizza il suo primo singolo, No Story, ma soprattutto è quello con cui nel 2015 lavora a Raptus, il primo capitolo di quella che negli anni successivi sarebbe diventata una trilogia. Nato come esperimento, il progetto ha avuto un buona accoglienza dal pubblico, tanto da dare vita a Raptus Vol. 2 e ora al terzo e conclusivo capitolo, Raptus Vol. 3, il primo a uscire con la distribuzione di un major, Sony Music.

Undici tracce racchiuse in soli 28 minuti di barre serratissime e nervose, pensate per arrivare dritte al punto centrale del messaggio e non rischiare di far perdere l’ascolto in distrazioni. Lo stile è difficilmente catalogabile con la sola definizione di rap: tra le influenze di Nayt si spazia infatti da Eminem, Kendrick Lamar, Drake, Rihanna, Rage Against The Machine, SZA. E poi Kanye West, forse l’artista che più di tutti Nayt ha preso come riferimento, e Childish Gambino, artista sfaccettato attivo tra musica e cinema. Tra gli italiani invece il nome che spunta è quello di Fabri Fibra (“ha scritto i pezzi di rap italiano tra i migliori”), ma grande apprezzamento viene riservato anche per Cesare Cremonini.
Contrariamente a quanto succede di solito nei dischi di rap, qui la collaborazioni sono centellinate e si limitano al solo featuring di Madman in Fame: “Forse sarebbe più figo dire che non ho voluto mettere featuring nel disco, la verità è che realizzare una collaborazione non è facile. Dopo Fame l’hype intorno a questo progetto è cresciuto molto e ho ricevuto diverse richieste di collaborazioni, ma poi ci si mettono difficoltà burocratiche e artistiche, perché se decidi di portare un artista nel tuo disco la scelta va motivata, c’è un’attitudine da rispettare. Avrei rischiato di allungare i tempi, invece io volevo far uscire il disco, per cui ho preferito non mettere altri featuring. Ne ho realizzati alcuni che usciranno più avanti, slegati dall’album”.

Ora che la musica ha destato anche l’interesse delle major, il suo obiettivo resta quello di “arrivare non mi immagino. Penso sempre a quello che potrei fare dopo. Faccio un po’ fatica a relazionarmi con il mondo dell’intrattenimento e delle radio, perché c’è la sensazione che i contenuti non possano passare: invece io vorrei rompere gli schemi. Con questo disco vorrei dire che non bisogna più essere innocui, spesso si vuole essere rivoluzionari senza dire niente, manca l’empatia, manca umanità. Nessuno si sbilancia, invece bisogna anche saper alzare la voce, litigare se serve. Voglio dare peso alle cose che faccio, e se dovessi andare a Sanremo lo farei con un pezzo di rottura e che faccia rumore, che dica le cose come nessuno le ha mai dette. L’arte va trattata con rispetto, non va stuprata: non conta solo quante persone influenzi, ma anche come le influenzi”.
A incarnare questa filosofia all’interno dell’album sono soprattutto brani come Exit o Animal, mentre Gli occhi della tigre non è a caso messo in chiusura: “E’ stato il primo brano a essere pubblicato e ho voluto metterlo per ultimo come per indicare un nuovo inizio, un ritorno alle origini. E’ la traccia che spiega meglio delle altre tutto il disco”.

Per il futuro, un auspicio: “Bisognerebbe riuscire a fare un salto di qualità e portare il cantautorato nel rap. Non smetterò di provarci”.

“I Love You”: Ghali presenta il nuovo singolo nel carcere di San Vittore


Ad un anno da Cara Italia, Ghali torna con I Love You, il nuovo singolo in uscita il 15 marzo.

Se Cara Italia era una dichiarazione d’amore di Ghali al suo Paese, nel nuovo singolo al centro dell’attenzione ci sono le persone: un racconto che va oltre il brano, il testo e il suono, un racconto che si fa reale e sociale, tramutando in azioni concrete le parole della canzone.

I Love You nasce dalla consapevolezza che per iniziare a cambiare le cose occorre (ri)partire dall’individuo e dalla sua realtà.
Partendo dal presupposto che “ci sia un essere umano sia sotto la divisa che sotto il passamontagna”, Ghali racconta, attingendo dalla sua storia personale, che si può e si deve imparare ad amare non solo famigliari e amici, ma anche coloro che ci appaiono come estranei.
L’amore e la speranza conferiscono autentiche occasioni per cambiare e migliore indipendentemente dai luoghi e dalle circostanze: un concetto espresso sia nella copertina del singolo, dove si intravede la figura dell’artista in prigione con una palla stroboscopica legata al piede, sia nelle attività social che Ghali sta mostrando in questi giorni esprimendo il suo desiderio di dare valore sociale alle parole del brano e di stare vicino al prossimo.
Ghali ha, infatti, scelto di associare questo progetto alla Casa Circondariale di San Vittore di Milano, dove ha scelto di presentare in anteprima il singolo, sia perché legata alle esperienze personali che lo hanno coinvolto e che hanno contribuito alla sua crescita personale e alla maturazione di un messaggio positivo, sia perché ha interagito con i detenuti più giovani cercando di dare voce e speranza a chi sta vivendo un periodo di riflessione profonda ma vuole una nuova opportunità.

Cara Italia è stata una lettera d’amore al mio paese. L’intento era quello di scuotere qualcosa nell’animo di chi spesso decide le nostre sorti, di fare arrivare a loro il nostro messaggio tramite una canzone d’amore, l’inno italiano della nuova generazione. A un anno dall’uscita nulla è cambiato e ho deciso di dedicare un’altra canzone d’amore a chi mi sta affianco, alla prima persona che potrebbe cambiare le cose, al primo futuro quindi a un amico, un fratello o una sorella. Perché forse bisogna guardarsi a fianco prima di cercare di cambiare la testa di chi tra di noi non vuole mai scendere a giocare. Non ho ancora perso le speranze”.

Quando l’ansia si fa dura, i Typo Clan iniziano a giocare. Esce il singolo “Suck My Oh”


Suck My Oh 
è un dialogo con la nostra parte più ansiosa, nel momento in cui questa prende il sopravvento: perdiamo il controllo del corpo, il caldo diventa insopportabile e, messi con le spalle al muro, l’unico modo per affrontarla è cantarle in faccia “Suck my oh”!
Prodotto da Bruno Bellissimo, Suck My Oh è il nuovo singolo del Typo Clan, progetto nato nel 2015 da un’idea di Daniel Pasotti e Manuel Bonetti.
A fare da contrasto al tema c’è la musica: sexy nelle strofe, corale e liberatoria nei ritornelli.

Sin dall’inizio della collaborazione, il duo di Pasotti e Bonetti si è focalizzato su una produzione che desse spazio a rap, hip-hop, funky, neo soul e world music. Con questo spirito è nato il primo album in studio, Standard Cream, pubblicato il 5 gennaio 2018.
Nell’estate 2018 il Clan è entrato in studio con Bruno Belissimo per lavorare su nuovi brani e a inizio del 2019 è entrato nella famiglia Vulcano Produzioni e ha presentato un nuovo live, passando dai cinque elementi dei live precedenti a tre elementi.
Bonetti e Pasotti continuano a lavorare da soli ai loro pezzi, ma senza mai abbandonare il clan.