Il soul e l’hip-hop portano a Roma. Quattro chiacchiere con… Ainé


Si scrive Arnaldo Santoro, si legge Ainé, e il suo nome appartiene a buon diritto alla nuova generazione del soul italiano.
Nonostante non abbia ancora tagliato il traguardo dei 30 anni, tra le sue esperienze può vantare un periodo di studio alla Venice Voice Accademy di Los Angeles e una borsa di studio della Berklee College of Music di Boston.
La predisposizione all’eclettismo lo porta nel 2016 anche verso il jazz e alla collaborazione con Sergio Cammariere in Dopo la pioggia, poi è la volta del primo album, Generation One, a cui segue l’anno successivo l’EP UNI-VERSO.

Pop, soul, blues, hip-hop: sono queste le lingue del mondo sonoro di Ainé. Lingue che si incontrano, si scambiano e si fondono, fino a non distinguersi più, mantenendo ferma la lezione del passato, ma aprendo gli occhi sul presente e sul futuro.
Di questo talento si accorge anche Giorgia, una che con il soul ci ha giocato da sempre, e che nel 2018 coinvolge il ragazzo nel duetto di Stay, da inserire nel suo primo album di cover, Pop Heart.
Un riconoscimento importante, ma anche l’ultimo grande atto che ha anticipato l’uscita del nuovo album, Niente di me, pubblicato lo scorso 18 gennaio.
A sancire la nascita del nuovo astro del soul nostrano è anche la benedizione di Mecna, che nel disco collabora in Mostri, e Willie Peyote, ospite in Parlo piano.

Il tuo nuovo album si intitola Niente di me, anche se ascoltandolo sembrerebbe che tu ci sia dentro fino in fondo. Una contraddizione voluta?
E’ un po’ una provocazione, volevo lasciare al pubblico la possibilità di interpretare il titolo a seconda di come lo percepiva, vedendoci dentro tutto o niente di me stesso. La realtà è che in questo disco c’è molto di me.

Ti sei posto degli obiettivi prima di realizzarlo?
Crescendo si cambia sempre, umanamente e musicalmente. Anzi, più che in continuo cambiamento, preferisco vedermi in continua evoluzione: oggi non sono più quello che ero 6 mesi fa, e fra 6 mesi non sarò più quello che sono oggi. Con questo album ho voluto segnare il punto di partenza per un percorso nuovo del mio progetto. In tutti i miei lavori ho voluto sperimentare, perché è più divertente cimentarsi in cose nuove. Anche se i brani sono molto diversi tra loro, li accomuna il suono che ho voluto dare insieme alla mia band: volevo che ci fosse un suono “vecchio stile”, realizzato con una settimana in studio per stabilire gli arrangiamenti e poi registrato in presa diretta. La magia di questo disco sta proprio qui.

Rispetto al passato in cosa credi che sia davvero diverso questo album? Hai lavorato più in autonomia? 
No, c’è sempre stato un equilibrio tra il mio lavoro e quello delle persone che lavorano con me, e la mia firma nei brani c’è sempre stata. Prima però con la band era sempre un lavoro di ricerca, adesso credo che siamo riusciti ad arrivare a un punto fermo.

Con quali artisti ti sei formato?
Tra gli italiani soprattutto molti cantautori, Pino Daniele, Lucio Battisti, Lucio Dalla. Tra gli stranieri invece spazio veramente tanto tra Michael Jackson, Stevie Wonder, John Mayer, Justin Timberlake, Jamiroquai, Marvin Gaye, Chet Baker, Miles Davis, e poi l’hip-hop. Ascolto tantissima musica diversa.

Direi che dall’album questa varietà di influenze esce molto bene. Forse però in Italia la cultura soul e r’n’b non ha ancora un terreno molto solido, non pensi?

Secondo me ormai i confini geografici dei generi sono stati abbattuti, come era giusto che accadesse già tempo fa. Artisti come Kendrick Lamar, Anderson Paak, Marcus Miller, Tyler, the Creator possono avere successo in America come qui in Italia, è musica che si sente tutti i giorni, non suona più estranea. Credo anche che non sia corretto parlare di r’n’b, è un termine sbagliato: bisognerebbe parlare di hip-hop e soul. Prima esisteva il rhythm & blues, che però è una cosa completamente diversa, più old school. La definizione di r’n’b viene usata soprattutto quando si vuole dare un nome diverso all’hip-hop e al soul, ma le basi sono sempre quelle. Senza contare che oggi sono entrate anche contaminazioni dal rock, dal pop o dal jazz. Sono stato tra i primi a portare in Italia questo genere e a dargli credibilità quando non lo faceva ancora nessuno, mentre oggi vedo che ci sono altri giovani artisti italiani che hanno iniziato a proporlo.

A proposito di pop e di soul, ti abbiamo sentito duettare con Giorgia in Stay.
Ci eravamo già incontrati per il video di Non mi ami, a cui compaio mentre suono il piano, ma in questa occasione abbiamo lavorato davvero insieme. Tutto è nato con la massima naturalezza: lei mi ha scritto su Instagram proponendomi il brano e io sono subito andato a Milano per inciderlo.

Dopo le tue esperienze in America hai mai pensato di fermarti all’estero per fare musica o sei sempre stato convinto di voler tornare in Italia?
Ho sempre saputo di voler tornare: amo il mio Paese, la mia città, qui ho i parenti, gli amici, la fidanzata, e come si vive in Italia non si vive da nessuna parte. Sono stato tanto all’estero e sicuramente tornerò ancora in giro a suonare, ma la mia stabilità l’ho trovata qui. Ho da poco preso casa da solo vicino alla campagna di Roma.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Per me è sinonimo di libertà: libertà di espressione, di parola, di pensiero. Più che ribelli, dovremmo essere liberi. Sani e liberi.

Shakalab e Davide Shorty: il reggae incontra il soul in A prima vista

Si intitola A prima vista la nuova collaborazione tra gli Shakalab, nome storico del reggae siciliano aperto alle influenza del soul e dell’hip-hop, e Davide Shorty.

Una fresca esplosione di elementi diversi in cui sonorità rap e di dancehall s’intrecciano il reggae.

“A prima vista non è la classica canzone d’amore, è una storia d’amore senza tempo” – dichiara la band – “è l’amore raccontato dagli occhi di chi lo io incontra per la prima volta. Ci siamo involontariamente spostati dal binario della reggae music pur mantenendo le nostre peculiarità, lasciandoci trasportare dal suono senza alcun limite, vincoli di etichette e barriere”.

La scelta di un video di grande impatto, diretto da Matteo Montagna, mette in risalto la forza del testo, proiettando in una dimensione onirica e idilliaca coppie innamorate. I protagonisti del video sono due coppie di giovani, ma potrebbero essere una proiezione di chiunque almeno una volta abbia provato questa vibrazione dell’amore fulminate a prima vista.

A prima vista è contenuto in Non facciamo musica, l’ultimo album degli Shakalab che ha segnato il loro ritorno sulle scene musicali.

Tra r’n’b, nu-soul e jazz. Il viaggio di Ainé da Roma all’America, fino a Giorgia

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Ainé
 è nato nel 1991, ma quella che ha alle spalle è un’esperienza già molto variegata, che lo ha portato anche in giro per il mondo.

Animato da passione per la cultura della musica black in tutte le sue declinazioni, Arnaldo Santoro – questo è il nome con cui è registrato all’anagrafe – ha studiato prima al college di musica Saint Luiss e poi all’Accademia di Musica di Roma. Successivamente si è trasferito fino a Los Angeles per frequentare la Venice Voice Accademy, mentre nel 2015 si è aggiudicato una borsa di studio al Berklee College of Music di Boston messa in palio da Umbria Jazz.
Negli stessi anni è stato in tourneè teatrale con Gegè Telesforo, con cui ha anche scritto il singolo Last Goodbye, mentre per il singolo Dopo la pioggia si è guadagnato l’importante featuring di Sergio Cammariere.


Nel 2016 è arrivato il suo album di debutto, Generation One, frutto di una grande ricerca musicale e che vede presenti di ospiti come Ghemon, Gemello e Davide Shorty.

Un curriculum notevole, che dall’agosto 2017 ha acquisito ancora più valore quando Universal Music ha deciso di metterlo sotto contratto: dopo il primo EP Uni-verso uscito lo scorso anno, prossimamente è previsto anche l’arrivo di un nuovo album, già anticipato dal singolo Ormai.
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Tra r’n’b, nu-soul e jazz, la voce di Ainé si sta facendo sempre più sentire nel panorama italiano, guadagnandosi anche la stima e la fiducia dei grandi interpreti: è proprio di questi ultimi giorni infatti la notizia che Giorgia lo ha voluto accanto a sé nella cover di Stay di Rihanna, che sarà contenuta nell’album Pop Heart in uscita il prossimo 16 novembre.
Questo non è però il primo incontro tra i due: nel video di Non mi ami lo ritroviamo infatti al pianoforte.

BITS-RECE: Rose, Moving Spheres. Rotolando lungo il soul

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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Sulla pagina Facebook di Rosa Mussin, in arte Rose, alla voce “Influenze” si leggono, tra  gli altri, i nomi di Lauryn Hill, Erykah Badu, Amy Winehouse, Aretha Franklin e Ella Fitzgerald. E ad ascoltare le sei tracce del suo primo EP non si può che confermare che quelle influenze ci sono tutte: la lezione imprescindibile di Ella, la voglia di modernità meticcia di Erykah, la passione di Amy.

Moving Spheres, questo il titolo del disco, è infatti un agile concentrato di soul, r’n’b e jazz, con una pacifica corrente di elettronica e chill out che lo attraversa senza fretta. Le contaminazioni fluiscono una nell’altra, e nella sua varietà tutto riesce ad avere un suono omogeneo.

Veneta, classe 1994, Rose arriva alla pubblicazione di questo primo EP dopo diverse esperienze che l’hanno vista all’opera con Mr. T-Bone (Africaunite), Furio (PituraFreska) e Olly Riva (Shandon) e dopo aver calcato diversi palchi italiani e internazionali. Esperienze che le hanno fatto guadagnare quella confidenza con la musica che Moving Spheres mostra con indiscutibile chiarezza.

Morta Aretha Franklin: addio alla gigantessa del soul

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Aretha Franklin è morta
. Stavolta è vero.

Dopo giorni di informazioni errate, di coccodrilli frignanti con troppo anticipo, di De profundis intonati solo per fare rumore, la conferma ufficiale è arrivata: Aretha Franklin è morta davvero.
Il tumore che l’aveva colpita alcuni anni fa non le ha lasciato scampo,e dopo alcuni giorni di agonia la stella di una delle più grande interpreti soul di sempre si è spenta.
Quando muore un personaggio così, è difficile tirare fuori dalla penna qualcosa che non sia ovvio, scontato, retorico, prevedibile, qualcosa che vada oltre una carrellata di informazioni biografiche: perché se è facile elargire lodi ed elogi quando un artista ci lascia, nel caso di Aretha Franklin servirebbe almeno un discorso pubblico, un omelia, un epitaffio alto e sonante almeno quanto quello che lo storico greco Tucidide ha messo in bocca a Pericle al termine del primo anno della guerra del Peloponneso.
Perché di Aretha Franklin ne nasce una ogni secolo, non di più.
Se il soul aveva una regina, questa non poteva che essere lei, senza dubbio e senza ruffianeria: Aretha Franklin è stata grande, immensa, una gigantessa della musica, sotto la cui ombra sono nate con gli anni artiste come Whitney Houston, Mary J. Blige e Alicia Keys, solo per citare la grandissime.
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Una carriera di oltre sessant’anni iniziata a metà anni Cinquanta e interrotta ufficialmente nel 2017 a causa del tumore: in mezzo, ben 18 Grammy vinti tra soul e gospel, più tre premi speciali; una quantità sterminata di album (più di quaranta) e brani diventati memorabili come Respect, Think, ma anche Chain Of FoolsIt Isn’t, It Wasn’t, It Ain’t Never Gonna Be (realizzato con Whitney) e poi lui, (You Make Me Feel) A Natural Woman, scritto dalla cantautrice Carole King e diventato grazie ad Aretha in un classico irrinunciabile della black music.

Aretha Franklin è stata per il soul quello che Ella Fitzgerald e Billie Holiday sono state per il jazz: leggenda, storia vivente, presenza immortale già prima di morire. Aretha Franklin ha scritto non una pagina, ma almeno un intero capitolo di storia del soul, che senza il suo nome avrebbe oggi una fisionomia molto diversa.
Aretha Franklin era una presenza costante, sicura: poteva non cantare o non apparire sulle scene per lunghi periodi, ma c’era, tutti sapevamo che c’era, perché il soul sembrava non poter più esistere senza Aretha Franklin.
E invece la storia ha fatto il suo corso, come sempre, e oggi il soul piange la sua più regale signora.

La Giungla di Lele tra Napoli e r’n’b

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“Napoli e la musica black si sono sempre amate. Vuoi per le affinità storico-culturali tra mondo afro-americano e quello napoletano, vuoi per la lingua estremamente ritmica, in un modo o nell’altro il legame è sempre stato vivo. E io ho capito che il mio modo di fare musica doveva passare da lì. Dall’unione di queste due culture. Il viaggio di questo disco quindi partirà da Napoli ma farà subito tappa nella cultura afro-americana”.
Così Lele presenta Giungla, il suo nuovo singolo, primo assaggio di un album di prossima pubblicazione: un filo sottile che lega la città partenopea alle atmosfere dell’r’n’b e del soul, geograficamente lontanissimi, ma vicini per affinità.
Un singolo che segna un ritorno con un nuovo sound per Raffaele Esposito, mentre il testo abbonda di popolari citazioni e rende un verace e personale omaggio a Napoli.

“Questo pezzo è per Napoli ed i napoletani. Con l’auspicio che la nostra caparbietà e la nostra forza d’animo ci aiutino a non essere più vittima di noi stessi e che il sacrificio quotidiano, scritto nel nostro codice genetico, ci permetta di abbattere quel muro di pregiudizio che ancora oggi non dà cenni di cedimento”.

La Milano dei Lara Groove in chiave soul

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Milano è un percorso emotivo che racconta la vita, i luoghi, le sensazioni di tutti noi, dagli anni ’90 ad oggi. Si parla di storie: storie d’amore, che iniziano e finiscono, storie di crescita, quando capisci di non avere più scuse per “vivere adesso”, storie di lavoro ed esperienze, storie di cambiamento, quando molli tutto per cercare qualche cosa di diverso. Il luogo centrale è Milano, la nostra città, sempre presente anche quando siamo fisicamente lontani da essa”.

LaraGroove.WebAnticipato dal singolo Non ci sono scuse, Milano è il nuovo EP dei Lara Groove, già disponibile in formato fisico dal 27 aprile scorso.
Cinque brani attraverso i quali la band racconta la propria visione della vita in sonorità alternative soul, con la città lombarda come personale punto di vista.

 

Blue Karaoke: per Mecna, malinconia ben oltre il rap

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In un’epoca in cui la proliferazione del rap non accenna a diminuire, ma anzi riempie ancora di più le classifiche sotto la declinazione della trap, succede che i rapper stessi cerchino di svincolarsi dalle definizioni, un po’ per rinnovarsi e non rischiare l’oblio, un po’ per dimostrare la propria originale identità.

Poi c’è chi originale” e fuori dagli schemi lo è sempre stato, e in questo clima di continua rivoluzione urban rischia di trovarsi addosso definizioni approssimative.
Prendiamo il nuovo disco di Mecna, Blue Karaoke, per esempio, in uscita il 22 giugno: quarto capitolo discografico di una carriera e di un nome che dagli esordi del 2012 ha sempre conosciuto l’ascesa, ampliando sempre di più il proprio pubblico , ma soprattutto guadagnandosi una stima e una credibilità finora inattaccabili. Perché Corrado Grilli, questo il suo vero nome, è uno che ha sempre fatto il suo, dividendosi tra la musica e l’attività di grafico, che ha messo anche al servizio di diversi colleghi realizzando gli artwork dei loro album.

Lontano dalle faide – reali o mediatiche -, estraneo alla brama di visibilità che colpisce i nuovi “trappers”, dopo Lungomare paranoia del 2017 Mecna esce da Macro Beats e pubblica ora un disco che definire rap sarebbe limitante se non addirittura sbagliato.
Ci sono le rime, le barre, qualche intervento di autotune, ma soprattutto ci sono un mood e una scrittura che travalicano il rap è abbracciano l’r’n’b e il soul, l’elettronica, persino il pop in certi momenti. E c’è la melodia.
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“Questo è un disco che nasce da una rottura, come succede spesso”, esordisce Mecna nel presentare il nuovo lavoro, “perché si cresce, si cambia, si fanno delle scelte. Non è però un disco sentimentale”. La sua scrittura non ama i toni urlati, preferendo le atmosfere sommesse e intimiste, perché racconta tanto del suo autore, e l’introspezione è forse uno dei più resistenti fili che legano tutte le nuove tracce.
Lo si intuisce subito dalle confessioni di Senza di me, il brano che apre l’album, e poi si trova la conferma in Pratica o in Hotel, quest’ultima in duetto insieme a Fabri Fibra. Riflessioni in solitaria, notturne, meditazioni, flussi di coscienza, distacchi, amore.
Sì, amore.

Il titolo del disco, Blue Karaoke, Mecna lo spiega così: “Per quanto a volte sia una situazione trash, al karaoke si cantano canzoni rimaste nella memoria, i classici, ed è quello che mi auguro anche per la mia musica, al di là di questo album, che possa restare negli anni. Però nel mio caso è un karaoke triste, blue appunto, preso male“.
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Un po’ staccata da tutto il resto, e proprio per questo presenza lampante all’interno dell’album, è poi Ottobre rosso, una sorta di lettera aperta al mondo del rap: “Forse ascoltandola si potrebbe pensare che io volessi lanciare una critica al panorama hip-hop italiano. In realtà, questo momento di celebrità che il rap sta vivendo è positivo, perché permette a tutti di esprimersi, offre più spunti: più ce n’è, meglio è. Sarebbe bello se il rap in Italia riuscisse a sdoganarsi come in America o in Francia, dove il rapper non è più associato allo stereotipo del tizio con i pantaloni larghi e la bandana. Anche qui in Italia comunque si è creata una buona convivenza tra i rapper, più o meno pacifica”.
Ottobre rosso vede la partecipazione di Ghemon, che torna a collaborare con Mecna dopo diverso tempo: “Siamo cresciuti insieme, in un sodalizio, e l’ho sempre stimato, anche perché anche lui, come me, è sempre stato visto come un outsider, ma con la voglia di far parte di un movimento”.

Oltre a Ghemon e al già citato Fibra, completa l’elenco degli ospiti CoCo in Tu ed io, uno dei punti di maggiore sperimentalismo dell’album, insieme a Non sono come te. La chiusura è invece affidata a 31.09, terzo capitolo che segue le precedenti 31.07 e 31.08, e che va a formare una sorta di trittico sulla fine di una storia.

Tanti gli instore in programma a partire da venerdì 22 giugno, ma solo una data live, il 12 luglio al Circolo Magnolia di Milano: “Un tour estivo, all’aperto, non è adatto alle mie canzoni. Anche i fan lo hanno riconosciuto: c’è distrazione, invece per le mie canzoni serve un’atmosfera di raccoglimento”.
D’altronde, sarà anche un karaoke, ma pur sempre blue.

Instore tour:
22 giugno – Varese ore 15.00 – Varese Dischi Galleria Manzoni 3
22 giugno – Torino ore 18.30 – Mondadori Via Monte di Pietà 2
23 giugno – Milano ore 18.00 – Mondadori Piazza Duomo
24 giugno – Verona ore 18.30 – Feltrinelli Via Quattro Spade 2
25 giugno – Padova ore 15.30 – Mondadori Piazza Insurrezione XXVIII Aprile 45
25 giugno – Mestre ore 18.30 – Feltrinelli P.za XXVII Ottobre
26 giugno – Bologna ore 18.30 – Mondadori Via M. D’Azeglio, 34
27 giugno – Lucca ore 15.30 – SkyStone&Songs Piazza Napoleone, 22
27 giugno – Firenze ore 18.30 – Galleria del Disco Piazza della Stazione, 14
28 giugno – Roma ore 17.30 – Discoteca Laziale Via Mamiani 62
29 giugno – Bari ore 15.30 – Feltrinelli Via Melo 119
29 giugno – Lecce ore 18.30 – Feltrinelli Via dei Templari 9
30 giugno – Foggia ore 18.30 – Mondadori Via Oberdan 9/11
2 giugno – Napoli ore 18.00 – Feltrinelli Piazza Garibaldi
3 luglio – Palermo ore 18.30 – Feltrinelli Via Cavour 133
4 luglio – Catania ore 18.30 – Feltrinelli Via Etnea 285

Brasil: il lungo viaggio di Mario Biondi tra samba, bossa nova e funk

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Brasile: samba e bossa nova. Sì, ma non solo. Perché il Brasile ha un cuore grande, e tra le sue latitudini tropicali nasconde molte facce, molti profumi e molti suoni. Mario Biondi doveva saperlo molto bene, e ha raccolto le diverse anime brasiliane in un album che si potrebbe quasi definire tematico: Brasil.

D’altronde l’artista catanese non ha mai nascosto il suo amore per questo Paese, patria di molti artisti che hanno dato l’imprinting alle sue ispirazioni, e negli ultimi anni si è messo al lavoro per dar forma a un progetto che raccontasse il Brasile oltre ai luoghi comuni e alla superficie.
Ciò che ne è venuto fuori è un album di inediti e grandi classici rivisitati, anzi, biondizzati: un lavoro rifinito direttamente in loco, a Rio de Janeiro, e nel quale Biondi è stato affiancato da due fuoriclasse come Mario Caldato e Kassin, che ne hanno curato la produzione.
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Rispetto al soul e al blues con cui eravamo abituati ad ascoltarlo, qui Mario Biondi non si è snaturato, ma ha portato il suo mondo nelle atmosfere della samba, della bossa nova e del funk. Anzi, è tornato indietro e recuperare i ricordi del passato.
In Brasil c’è, naturalmente, Rivederti, il brano presentato all’ultimo Sanremo e riproposto anche nella versione in duetto con Ana Carolina e Daniel Jobim; c’è la solare rivisitazione di Felicitade di Seu Jorge; ci sono gli incontri di elettronica e uptempo di Devotion; c’è il funk di On The Moon, ma anche la reinterpretazione di Jardin d’hiver di Henri Salvador o un superclassicone brasiliano come Luiza di Tom Jobim, registrata in presa diretta. E c’è poi una sorpresa, un brano che nella versione originale ben poco ha a che fare con il Brasile, ma che trova qui la giusta veste per prendervi posto: si tratta di Smooth Operator, uno dei più celebri successi di Sade, che fa mascolare bossa nova e spunti elettronici.
Per Mario Biondi, Brasil rappresenta un incontro con certe nostalgie del passato, un modo per riallacciarsi ad Al Jarreau o Djavan. Un viaggio non solo metaforico e sonoro, dal momento che il progetto dell’album è partito da Parma, per approdare a Rio.
Un disco coloratissimo, fatto soprattutto di uptempo e privo di saudade, cantato in inglese, francese, portoghese e italiano, e che nei prossimi mesi tornerà a viaggiare per il mondo: il 23 marzo infatti, uscirà anche all’estero in diversi paesi, tra cui Inghilterra, Francia, Giappone e, naturalmente, Brasile.

Per il 17 e il 20 maggio sono già fissate le prime due date dal vivo, rispettivamente al PalaLottomatica di Roma e al Mediolanum Forum di Milano: sul palco troveranno spazio numerosi strumenti vintage, mentre anche i brani del passato saranno “rivestiti di Brasile” per adattarsi al nuovo spettacolo.
Il 5 luglio infine, Mario Biondi partirà per una serie di date all’estero, che lo vedranno impegnato a Londra, Manchester, Newcastle, Glasgow ed Edimburgo.

L’elettro-soul di Nakhane tra emancipazione e guerre spirituali

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“Una notte, sognai una voce  che mi diede una data, quella della mia morte. Non ho intenzione di rivelarla, ma all’improvviso, avendo sempre vissuto nella paura della punizione divina, ero certo che non sarei morto il giorno dopo, o anche dieci anni dopo. È stato incredibilmente liberatorio. Ho deciso di recuperare il tempo perduto, di vivere finalmente la mia vita.”
E’ partito così il lavoro del secondo secondo album di Nakhane, You Will Not Die, in uscita il prossimo 16 marzo.

Nonostante la sua giovane età, Nakhane ha alle spalle storia fatta di accettazione e autoaccettazione, lotta per l’emancipazione e lotte spirituali. Nato ad Alice da una famiglia  Xhosa (il secondo gruppo etnico per grandezza in Sud Africa, dopo lo Zulu) e cresciuto a Port Elizabeth, ha rinunciato alla fede cristiana per accettare se stesso e il giudizio degli altri: “Quando ero cristiano e pregavo Dio tutti i giorni, provavo solo odio per me stesso. Ogni giorno della mia vita, facevo tutto il possibile per essere come gli altri, per essere eterosessuale. Ero persino convinto che sarei stato in grado di “guarire” la mia omosessualità. Vivevo nella costante paura; controllavo me stesso in ogni momento.”
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Questo bisogno di autoaffermazione si è quindi riversato nel suo secondi disco, in cui Nakhane ha ricercato suoni più audaci, passando dalla chitarra acustica al pianoforte e scrivendo utilizzando computer e sintetizzatori senza perdersi però nelle infinite possibilità offerte dall’elettronica: “Sapevo di volere dei suoni elettronici. A Johannesburg, senti molti artisti suonare in acustico solo per sembrare più “autentici”, ma non funziona. I suoni dei gay club techno sono molto più veri per me.”
Ciò che ne è venuto fuori è un disco elettro-soul sperimentale e sensuale, in cui non mancano le influenze africane: c’è la bellezza quasi liturgica di Violent Measures, con le sue armonie fraterne e i vocals cristallini; c’è l’insistenza elettrizzante in levare di Clairvoyant; il languore sensuale e spirituale di Presbyteria, dove Nakhane descrive la prima chiesa in cui si è recato, ad Alice; o l’atmosfera magica e oppressiva di The Dead con le sue chitarre blues e le sue misteriose armonie, dove Nakhane menziona i suoi antenati Xhosa. In Star Red Nakhane rende anche omaggio a sua nonna (“una ribelle alla sua religione, fu una delle prime persone a dirmi di vivere la mia vita come mi pareva opportuno”).

Sembra quindi naturale che un artista così nomini influenze eclettiche che dai musical americani, spaziano a Marvin Gaye, Nina Simone, Ahnoni, David Bowie, ma anche Busi Mhlongo, Simphiwe Dana, Mbongwana Star, TkZee.