Mahmood: Soldi è da record. L’uscita del primo album anticipata al 22 febbraio


A distanza di una settimana dalla vittoria al 69° Festival della Canzone Italiana, Mahmood infrange un altro primato!
Dopo essere diventato il primo artista in assoluto a vincere nella stessa edizione Sanremo Giovani, il premio della critica di Sanremo Giovani e il Festival di Sanremo, Mahmood batte tutti i record anche su Spotify: Soldi, la canzone con cui si è aggiudicato il primo posto al festival, è infatti il singolo italiano più suonato di sempre, sia nell’arco di 24 ore in ambito global (11 febbraio – 1.676.481 stream) che nell’arco di una settimana di rilevamento (8.223.614 stream da venerdì 8 febbraio a giovedì 14 febbraio).
Totalizzando ad oggi la cifra impressionante di oltre 9 milioni di streamSoldi vola nella classifica Top 50 Italia di Spotify e si conferma da giorni tra i brani più ascoltati al mondo nella Top100 Global di Spotify (entrata più alta di sempre di un artista italiano nella Top50 Global al n.40 in data 10 febbraio).

Soldi si piazza anche saldamente in testa alla classifica FIMI dei singoli, oltre a quella dell’airplay radiofonico.

Sull’onda di questo successo, arriva la notizia che la data di pubblicazione del primo album ufficiale di Mahmood, Gioventù bruciata, è stata anticipata al 22 febbraio: il disco conterrà anche Soldi nella versione realizzata con Gué Pequeno per la serata dei duetti di Sanremo e Anni 90 (featuring Fabri Fibra).

Questa la tracklist:
Soldi (prod. by Charlie Charles e Dardust)
Gioventù Bruciata (prod. by Ceri)
Uramaki (prod. by MUUT)
Il Nilo nel Naviglio (prod. by Katoo)
Anni 90, feat. Fabri Fibra (prod. by MUUT)
Asia Occidente (prod. by Katoo)
Remo (prod. by Katoo)
Milano Good Vibes (prod. by MUUT)
Sabbie Mobili (prod. by Ceri)
Mai Figlio Unico (prod. by Ceri)
Soldi, feat. Gué Pequeno (prod. by Charlie Charles e Dardust)

Mahmood incontrerà i fan per autografare l’album durante un instore tour che attraverserà l’Italia a partire dal 22 febbraio (date in aggiornamento):

22 febbraio ore 18.00 – ROMA, Discoteca Laziale
23 febbraio ore 18.00 – FIRENZE, Galleria del Disco
24 febbraio ore 17.00 – NAPOLI, Feltrinelli piazza dei Martiri
25 febbraio ore 18.00 – MARCIANISE, Mondadori CC Campania
26 febbraio ore 18.00 – BOLOGNA, Feltrinelli piazza di Porta Ravegnana
27 febbraio ore 18.00 – TORINO, Feltrinelli piazza CLN
28 febbraio ore 18.00 – MILANO, Mondadori Duomo

Lex Audrey, No Intention Of Changing The World. Una brillante fotografia di indie pop

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Tra le righe dei testi di No Intention Of Changing The World, nuovo lavoro dei viennesi Lex Audrey, si legge una critica all’edonismo e al culto delle immagini imperante nella società contemporanea. E già la copertina del disco – che ancora mi ostino a considerare parte integrante di un progetto – sembra una chiara presa di posizione, con quel selfie scattato in mezzo al mare.
Ma al di là delle parole, quello che più colpisce e affascina di questo album è la parte sonora.
No Intention Of Changing The World è infatti un disco del sound compatto, solido, che invece di arrivare dal territorio austriaco potrebbe tranquillamente essere stato partorito da qualche campione delle produzioni d’oltreoceano. E lo scrivo non perché pensi che avere un’anima internazionale sia sempre sinonimo di virtù, ma perché questo è un album che potrebbe viaggiare ovunque, discograficamente parlando. E questo invece sì, credo che sia un punto di valore.

Sopra un permanente sfondo di elettronica, le 12 tracce dell’album lasciano emergere ora influenze funky, ora indie pop, ora urban, e tutto suona coerente e dinamico: dal minimalismo di From Beginning all’apertura rock di Get Me Anywhere e poi ancora fino ai barocchismi sintetici di metaphor.
Vincente anche la scelta di chiudere tutto con The Key, con quell’aggiunta di sax e di fiati che dà un tocco di gustoso blues futuristico.

Il soul e l’hip-hop portano a Roma. Quattro chiacchiere con… Ainé


Si scrive Arnaldo Santoro, si legge Ainé, e il suo nome appartiene a buon diritto alla nuova generazione del soul italiano.
Nonostante non abbia ancora tagliato il traguardo dei 30 anni, tra le sue esperienze può vantare un periodo di studio alla Venice Voice Accademy di Los Angeles e una borsa di studio della Berklee College of Music di Boston.
La predisposizione all’eclettismo lo porta nel 2016 anche verso il jazz e alla collaborazione con Sergio Cammariere in Dopo la pioggia, poi è la volta del primo album, Generation One, a cui segue l’anno successivo l’EP UNI-VERSO.

Pop, soul, blues, hip-hop: sono queste le lingue del mondo sonoro di Ainé. Lingue che si incontrano, si scambiano e si fondono, fino a non distinguersi più, mantenendo ferma la lezione del passato, ma aprendo gli occhi sul presente e sul futuro.
Di questo talento si accorge anche Giorgia, una che con il soul ci ha giocato da sempre, e che nel 2018 coinvolge il ragazzo nel duetto di Stay, da inserire nel suo primo album di cover, Pop Heart.
Un riconoscimento importante, ma anche l’ultimo grande atto che ha anticipato l’uscita del nuovo album, Niente di me, pubblicato lo scorso 18 gennaio.
A sancire la nascita del nuovo astro del soul nostrano è anche la benedizione di Mecna, che nel disco collabora in Mostri, e Willie Peyote, ospite in Parlo piano.

Il tuo nuovo album si intitola Niente di me, anche se ascoltandolo sembrerebbe che tu ci sia dentro fino in fondo. Una contraddizione voluta?
E’ un po’ una provocazione, volevo lasciare al pubblico la possibilità di interpretare il titolo a seconda di come lo percepiva, vedendoci dentro tutto o niente di me stesso. La realtà è che in questo disco c’è molto di me.

Ti sei posto degli obiettivi prima di realizzarlo?
Crescendo si cambia sempre, umanamente e musicalmente. Anzi, più che in continuo cambiamento, preferisco vedermi in continua evoluzione: oggi non sono più quello che ero 6 mesi fa, e fra 6 mesi non sarò più quello che sono oggi. Con questo album ho voluto segnare il punto di partenza per un percorso nuovo del mio progetto. In tutti i miei lavori ho voluto sperimentare, perché è più divertente cimentarsi in cose nuove. Anche se i brani sono molto diversi tra loro, li accomuna il suono che ho voluto dare insieme alla mia band: volevo che ci fosse un suono “vecchio stile”, realizzato con una settimana in studio per stabilire gli arrangiamenti e poi registrato in presa diretta. La magia di questo disco sta proprio qui.

Rispetto al passato in cosa credi che sia davvero diverso questo album? Hai lavorato più in autonomia? 
No, c’è sempre stato un equilibrio tra il mio lavoro e quello delle persone che lavorano con me, e la mia firma nei brani c’è sempre stata. Prima però con la band era sempre un lavoro di ricerca, adesso credo che siamo riusciti ad arrivare a un punto fermo.

Con quali artisti ti sei formato?
Tra gli italiani soprattutto molti cantautori, Pino Daniele, Lucio Battisti, Lucio Dalla. Tra gli stranieri invece spazio veramente tanto tra Michael Jackson, Stevie Wonder, John Mayer, Justin Timberlake, Jamiroquai, Marvin Gaye, Chet Baker, Miles Davis, e poi l’hip-hop. Ascolto tantissima musica diversa.

Direi che dall’album questa varietà di influenze esce molto bene. Forse però in Italia la cultura soul e r’n’b non ha ancora un terreno molto solido, non pensi?

Secondo me ormai i confini geografici dei generi sono stati abbattuti, come era giusto che accadesse già tempo fa. Artisti come Kendrick Lamar, Anderson Paak, Marcus Miller, Tyler, the Creator possono avere successo in America come qui in Italia, è musica che si sente tutti i giorni, non suona più estranea. Credo anche che non sia corretto parlare di r’n’b, è un termine sbagliato: bisognerebbe parlare di hip-hop e soul. Prima esisteva il rhythm & blues, che però è una cosa completamente diversa, più old school. La definizione di r’n’b viene usata soprattutto quando si vuole dare un nome diverso all’hip-hop e al soul, ma le basi sono sempre quelle. Senza contare che oggi sono entrate anche contaminazioni dal rock, dal pop o dal jazz. Sono stato tra i primi a portare in Italia questo genere e a dargli credibilità quando non lo faceva ancora nessuno, mentre oggi vedo che ci sono altri giovani artisti italiani che hanno iniziato a proporlo.

A proposito di pop e di soul, ti abbiamo sentito duettare con Giorgia in Stay.
Ci eravamo già incontrati per il video di Non mi ami, a cui compaio mentre suono il piano, ma in questa occasione abbiamo lavorato davvero insieme. Tutto è nato con la massima naturalezza: lei mi ha scritto su Instagram proponendomi il brano e io sono subito andato a Milano per inciderlo.

Dopo le tue esperienze in America hai mai pensato di fermarti all’estero per fare musica o sei sempre stato convinto di voler tornare in Italia?
Ho sempre saputo di voler tornare: amo il mio Paese, la mia città, qui ho i parenti, gli amici, la fidanzata, e come si vive in Italia non si vive da nessuna parte. Sono stato tanto all’estero e sicuramente tornerò ancora in giro a suonare, ma la mia stabilità l’ho trovata qui. Ho da poco preso casa da solo vicino alla campagna di Roma.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Per me è sinonimo di libertà: libertà di espressione, di parola, di pensiero. Più che ribelli, dovremmo essere liberi. Sani e liberi.

Gli anni ’80 secondo Trevor Horn


Rimettere mano agli anni ’80. Già, ma come? Più facile a dirsi che a farsi.
Un’operazione che se da un lato rischia di cadere in una sterile nostalgia dei bei tempi che furono (per chi c’era già), se giocata bene può rivelare risvolti molto interessanti. Come ha saputo fare Trevor Horn, che agli anni ’80 ha interamente dedicato il suo ultimo lavoro. Il titolo parla già da sé: Trevor Horn Reimagines The 80’s. E se uno come Trevor Horn, che negli anni ’80 ci è stato dentro fino al collo come artista e produttore, decide di spendersi in un progetto del genere significa che ha in testa una personale, lucida visione sonora da proporre.
Una dozzina di classiconi di quel decennio rivisitati e corretti con l’accompagnamento della Sarm Orchestra – filo conduttore dell’intero progetto – e la partecipazione di nomi del panorama internazionale degli anni ’90 e ’00, da Robbie Williams alle All Saints, e poi ancora Gabrielle, Seal e Tony Hadley, tanto per nominare solo alcuni degli ospiti che danno ancora più lustro a un album già di per sé notevole.

Ne è venuto fuori un disco sorprendente e di gran classe, che regala a ogni singolo brano una vera seconda vita: la celebrazione degli anni ’80 non passa infatti attraverso la riesumazione di fantasmi del passato, ma assume sontuosi toni orchestrali, talvolta piuttosto lontani dalla forma con cui quelle stesse canzoni hanno scritto la storia del synth-pop, del rock o della new wave.
Everybody Wants To Rule The World, Dancing In The Dark, Ashes To Ashes, The Power Of LoveSlave To The Rhythm, What’s Love Got To Do With It e Blue Monday sono tra le pietre miliari degli anni ’80 rielaborate nella visione di Horn, che tiene per sé la reinterpretazione di Owner Of A Lonely Heart e Take On Me.

Un lavoro epico, di impronta quasi cinematografica,e a tutti gli effetti inedito.

Andrea Tich, Parlerò dentro te. Psichedelica e poetica libertà

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Andrea Tich è uno che la sa lunga. Almeno del 1978, quando sotto l’ala di Claudio Rocchi ha fatto uscire un disco irriverente e disubbidiente come Masturbati, oggi diventato oggetto di culto, nonché ricercatissimo dai collezionisti. E forse Andrea Tich la sapeva lunga già allora, negli anni ruggenti del rock, del prog e soprattutto della psichedelia. D’altra parte, lui è sempre stato così, un disubbidiente, un amorevole anarchico dei suoni e delle poesia, uno che se n’è un po’ sempre fregato di essere incastonato in qualche comoda definizione di genere e ha lasciato che la sua vena creativa scorresse in libertà.
Era così allora ed è rimasto così oggi che pubblica Parlerò dentro te, un nuovo, smagliante lavoro realizzato insieme al fidato collaboratore Claudio Panarello.

Un nuovo viaggio fatto di tanti, piccoli, luminosi tasselli; un mosaico sonoro che dall’universo psichedelico spazia al rock, all’elettronica, al blues e arriva fino al jazz, mentre la parola del poeta fluttua leggerissima ed elegante, a volte romantica, a volte irriverente, a volte sussurrata.
Lo sperimentalismo – presente in dosi massicce – non si lascia mai andare a inutili e vanitosi giri a vuoto, ma trova sempre una precisa ragione di essere, e soprattutto riesce a venire a patti con le forme cantautorali più vicine alla tradizione.
Così succede che la frenesia elettronica di Otto comandamenti possa convivere, per esempio, con l’uscita dai binari di Psichedelicapire, o con i beat molleggiati di Parlerò dentro di te o con i malinconici echi “deandreani” di Dove vai senza me, o ancora con la tessitura in filigrana finissima e sintetica dei delay della conclusiva Eclisse.

Esce il primo album natalizio di Raffaella Carrà: “Sogno un Natale senza più litigi”

Non è stato facile convincerla, ma alla fine ha ceduto: adesso anche Raffaella Carrà ha il suo album di canzoni natalizie. Si intitola Ogni volta che è Natale ed esce il 30 novembre, nei tempi giusti per riempire di musica le feste. E quando si parla della Carrà la musica è sempre sinonimo di luccicante allegria.
Stefano Patara, che si occupa della sezione Legacy di Sony Music, parla con un certo orgoglio di questo album come di “un disco che mancava, e che ora c’è”. A convincere la Raffa nazionale a dire di sì al progetto è stata la totale libertà di scelte che aveva davanti, potendo spaziare tra un ampio repertorio e soprattutto la possibilità di mettere in ogni classico natalizio qualcosa di nuovo e di personale, come del resto ha sempre fatto.
Ecco che allora evergreen come White Christmas, Happy XMas (War Is Over) e Jingle Bell Rock non sono solo l’ennesima reinterpretazioni di canzoncine-strenna, ma vengono riarrangiate e trasformate, con l’intervento di Valeriano Chiaravalle: il brano di John Lennon diventa per esempio un valzer accompagnato dal Piccolo Coro dell’Antoniano.
Accanto ai classiconi ecco però che la personalità della Carrà si fa sentire con alcune chicche come la rumba di La Marimorena, suonata da una vera band di gitani, o Halleluja di Leonard Cohen, anche se nulla ha di natalizio, eseguita insieme a due cantanti liriche.

L’amore di Raffaella per il mondo latino emerge anche in Feliz Navidad, che la Carrà definisce però “una spina nel fianco”: “Volevo farla come un reggaeton, avevo anche trovato un rapper con cui realizzarla, ma il mio editore non ha voluto. Oggi tutti fanno il reggaeton, perché io no? Non avrei intaccato la spiritualità del Natale, perché il testo del brano non parla di Gesù. Non c’è stato niente da fare, mi è andata male. Per sfregio mi verrebbe voglia di proporla in versione reggaeton in televisione, ma poi la gente si aspetterebbe di trovarla così anche nel disco”.
Quello che lega Raffaella alla Spagna e a tutto il mondo latino è un rapporto di lunga data, nato ai tempi di Fiesta: “Per motivi di tempo quest’anno non potrò fare promozione nei Paesi latini, ma il disco uscirà anche lì, magari un po’ in sordina. Per il prossimo anno ci potrà essere l’occasione di andare a promuoverlo anche là, vedremo”.

A completare la scaletta dell’edizione standard del disco (in tutto le edizioni sono quattro) è un brano inedito, scritto da Daniele Magro, Chi l’ha detto, presente anche nella versione spagnola: “Il video mostra un Natale alla Carramba, pieno di sorprese e di incontri inaspettati. Lo ha realizzato Gianluca Montesano, facendo un lavoro delizioso, dolcissimo. Non volevo comparire, preferivo che al centro ci fossero le storie degli altri, ma me l’ha chiesto Sony, così abbiamo pensato di farmi comparire da un televisore. Ho voluto che venisse rappresentata anche la famiglia omosessuale, è stata una mia richiesta. So di essere di molto amata dalla comunità gay e so di essere un’icona per loro, anche se lo sono diventata senza volerlo, perché non ho fatto nulla. Ho iniziato a conoscere il mondo gay fin dalla prima Canzonissima, quando ricevevo lettere di ragazzi che mi parlavano delle difficoltà e della sofferenza che provavano cercando il dialogo in famiglia, e non sono mai riuscita a capire quel gap. Non ho mai avuto la sensazione di fare una rivoluzione, la libertà è sempre stata la parola chiave della mia carriera. Se c’è un segreto per durare nel tempo, forse è non tirarsela, non prendersi mai sul serio fino in fondo”.

Almeno per ora Raffaella esclude un ritorno live e un programma televisivo, mentre per questo Natale si augura che tutti riescano a “buttare nel cestino il verbo litigare, perché il litigio porta quasi sempre alla violenza, e le donne sono quelle che la subiscono di più. Ho avuto la fortuna di lavorare con uomini che mi hanno sempre sostenuta e hanno creduto in me. In tempi come questi, in cui si parla tanto di femminicidio, vorrei alle donne di stare attente, soprattutto quando vanno all’ultimo appuntamento con il loro ex compagno, perché l’ultimo appuntamento è il più pericoloso. Ma con gli uomini dobbiamo anche saper dialogare, perché non siamo da sole al mondo”.  
Ma come sarà il Natale in casa Carrà: “I regali preferisco sempre farli, perché mi piace regalare qualcosa pensando appositamente a quella persona, e chi mi conosce sa che anch’io non amo i regali inutili. Piuttosto, preferisco un cencio da cucina a un inutile soprammobile. La sera della vigilia mangerò gli spaghetti col tonno, un’abitudine che ho imparato da Mastroianni”.

Oltre alla versione standard, l’album uscirà anche in Deluxe Edition, (CD standard + disco bonus con 19 hit), LP in due “colorazioni”, silver limited edition e white e Super Deluxe (un 45 giri con un particolarissimo formato a stella, i 2 CD della deluxe version, + un prezioso portachiavi con gli auguri di buone Feste di Raffaella. Quest’ultima sarà un’edizione limitata e numerata in 2000 copie, 500 delle quali conterranno un regalo speciale dell’artista).

Raffaella Carrà presenterà il disco al pubblico in due eventi instore: sabato 1 dicembre a Milano (Mondadori Megastore, ore 17.30, piazza Duomo) e giovedì 6 dicembre a Roma (La Feltrinelli, ore 18, via Appia Nuova 427).

Sfera Ebbasta si fa in due: il 7 dicembre esce Rockstar – Postar Edition

I numeri parlano chiaro: Rockstar, ultimo album di Sfera Ebbasta, è stato il disco che ha trionfato nelle classifiche italian del 2018. Con oltre 150 mila copie vendute, il secondo lavoro del “trap king” di Cinisello è infatti l’album più venduto dell’anno, e anche sul fronte dei live Sfera può dirsi più che soddisfatto, dopo aver macinato sold out su sold out.
Per festeggiare un’annata così fortunata, venerdì 7 dicembre esce Sfera Ebbasta Rockstar – Popstar Edition, nuova versione del disco disponibile in doppio CD e LP.

Il doppio cofanetto sarà anticipato il 30 novembre dal nuovo singolo Happy Birthday e si compone di due dischi, Rockstar e Popstar.

Rockstar contiene tutte le 11 tracce dell’omonimo album uscito ad inizio anno e include per la prima volta in fisico quattro versioni remix con alcuni dei migliori protagonisti della scena rap mondiale: Uber Rmx feat Miami Yacine, Bancomat Rmx feat Tinie Tempah, 20 collane Rmx feat Rich The kid e Tran Tran Rmx feat Lary over.

Popstar contiene invece 7 tracce tra cui 3 nuovi inediti (Popstar, Happy Birthday e Uh Ah Hey) e 3 nuove versioni remix (Cupido feat Khea, Duki, Quavo, Elettra Lamborghini, Xnx feat Guè Pequeno e Serpenti a sonagli feat Lacrim).
Popstar include inoltre Pablo, hit che quest’estate è stato un vero e proprio tormentone.

Dal 7 dicembre Sfera sarà inoltre impegnato nel Popstar instore tour. Prima tappa Milano venerdì 7 dicembre, per proseguire domenica 9 a Torino, lunedì 10 a Firenze, martedì 11 a Roma, mercoledì 12 a Napoli e giovedì 13 a Lecce.

Il trap king sarà presto nuovamente protagonista dal vivo con il Sfera Ebbasta – Popstar tour 2019, tre eventi live che lo vedranno sul palco a partire dal 17 aprile 2019 al Palalottomatica di Roma il prossimo per arrivare al Palapartenope di Napoli il 19 aprile e chiudere in grande stile al Mediolanum Forum di Assago il 27 aprile.
Le prevendite per i nuovi concerti nei palazzetti sono disponibili su ticketone e acquistabili in tutti i punti vendita autorizzati.

Quando facevo la cantante: la nuova raccolta di Antonella Ruggiero tra libertà e ricerca della bellezza

“Prima di scrivere anche solo una riga, vi prego, ascoltate queste canzoni. Magari non tutte, ma qualcuna sì, quelle che vi potrebbero interessare di più, altrimenti non riuscite a farvi un’idea di questo lavoro”.
E’ con questa raccomandazione che Antonella Ruggiero congeda la stampa convocata alla presentazione di Quando facevo la cantante, in uscita il 20 novembre
Un’opera “di alto artigianato” a dir poco titanica, come poche altre se ne vedono di questi tempi di “magra”, discograficamente parlando: 6 CD per un totale di 115 brani tra registrazioni live e in studio, e un corposo booklet di 180 pagine ad accompagnare una confezione che è molto più di un cofanetto. 


Con l’aiuto di Roberto Colombo, che ha avuto l’idea del progetto e per giorni interi ha riascoltato tutte le registrazioni meticolosamente conservate per arrivare infine alle selezione, la Ruggiero ha raccolto 115 estratti del repertorio realizzato tra il 1996 e i giorni nostri, da quando cioè ha lasciato i Matia Bazar per dedicarsi alla carriera solista, allontanandosi dal sistema delle logiche discografiche e dagli “inutili doveri imposti agli artisti” per trovare una dimensione più adatta alle sue esigenze e soprattutto per guadagnarsi una libertà totale. L’opera è suddivisa in sei categorie: canzoni dialettali e popolari, i successi più conosciuti dal grande pubblico, i brani d’autore della tradizione italiana, le canzoni dal mondo, le registrazioni classiche e sacre e un ultimo CD intitolato “Stranezze”.
Si passa così da O mia bela Madunina a Ma se ghe penso, Crapa pelada, Amara terra mia, Vola colomba, ai successi di Di un amore, Vacanze romane, Amore lontanissimo, Ti sento. Tra le canzoni d’autore fanno la loro comparsa Impressioni di settembre della PFM, Mi sono innamorata di te di Tenco, ma anche Auschwitz e Parlami d’amore Mariù. Dal mondo arrivano Summertime, Tumbalalaika e Balada do sino, mentre appartengono al repertorio classico e sacro il Kyrie, Ombra mai fu dal Serse di Handel, Tre madri di De Andrè e anche un brano dalla Medea teatrale di Guarnieri. Infine, lo spazio per le “stranezze” è riservato a episodi come Crescono fagiolini del progetto elettronico Conciorto o ancora Niente di noi – il canto dei Catari.
Registrazioni lontanissime tra loro nel tempo e nella forma, ma che si ritrovano riunite in un’unica opera grazie alla versatilità, alla curiosità e alla coerenza di un’artista che non ha mai perso di vista il proprio obiettivo, quello di fare musica per cercare la bellezza: “Non ho mai avuto l’idea di riempire uno stadio, ma preferisco fare come i musicisti antichi, che viaggiavano portando la loro musica da un luogo all’altro, nelle strade. Si può fare musica anche restando scollegati dal sistema delle major e del businness. Io vivo di rapporti, è tutto più vero, sincero, dinamico, e anche per questo prediligo la dimensione live. La competizione la lascio agli sportivi, io preferisco lavorare a margine”.

Un lavoro di ricerca portato avanti negli anni, aperto soprattutto a chi fosse davvero interessato alla scoperta, la cosiddetta “nicchia”, insomma: “La bellezza va ricercata. All’interno della nicchia accadono delle cose straordinarie e c’è lavoro per tutti. Ho conosciuto musicisti bravissimi, ma che non sono dentro al sistema della discografia e sono perciò poco conosciuti. Oggi scelgo di interpretare solo quello che mi piace davvero e che mi commuove, come è accaduto quando mi sono trovata a cantare con un gruppo mandolinisti. Ci deve essere verità in quello che canto, mi piace entrare nell’animo di chi non c’è più, raccontare le storie del passato per far capire per esempio cos’era la guerra attraverso le canzoni popolari dell’epoca. Mi arrivano tante proposte da autori diversi per brani inediti, ma se non provo emozione preferisco lasciar perdere e soprattutto non torno mai su quello che ho già fatto: fatta una cosa si passa ad altro, guardo sempre avanti”.
Le fa eco Colombo: “Molti dei brani contenuti in questa raccolta sono registrazioni realizzate una sola volta, perché Antonella è così, se qualcosa le piace davvero la memorizza subito, e anche a distanza di tempo riesce a ricordarla. Ci siamo fermati a 115 brani, ma già ripensandoci adesso ci sarebbero un paio di cose che mi sarebbe piaciuto aggiungere, perché il repertorio è davvero sterminato”.

Nessuna intenzione di sconfessare il passato pop comunque, ma la cantante ha un consiglio per i giovani musicisti: “Quelli che vogliono fare musica si dividono in due categorie, chi vuole la fama subito e chi è disposto e fare un percorso diverso, più lungo e più difficile. Se si vuole durare bisogna seguire la seconda strada”.
Infine, una rassicurazione riguardo la titolo della nuova raccolta: “Il verbo la passato vuole solo riassumere un periodo, ma non h intenzione di smettere di cantare: andrò avanti finché ne avrò la possibilità”. 

“Che ansia cantare Whitney!”. Da Madonna a Mengoni, Giorgia rivela il suo ‘cuore pop’

Giorgia torna fan per Pop Heart.
Dopo averci pensato per anni, il 16 novembre l’artista romana pubblica infatti il suo primo album di cover, con una tracklist dettata dalle scelte dell’istinto e del cuore: “Non ho voluto seguire un genere particolare e non c’è un ordine di tempo. Per me essere pop significa prima di tutto essere parte di un universo condiviso, e queste canzoni sono ormai tutte nella memoria della gente. Sono canzoni conosciute da tutti e sono quelle con cui sono cresciuta io: le ho scelte da ascoltatrice, mettendo al primo posto la voce, l’interpretazione. Ne avevo proposte più di 100, poi man mano la lista si è sfoltita. Da tempo nei miei live inserisco anche qualche cover, ma per questo album ho voluto eseguire anche pezzi che magari il pubblico non si aspetta da me”.
E in effetti tra i 15 pezzi che vanno a comporre Pop Heart si spazia molto: da Jovanotti a Zucchero a Vasco Rossi, e poi Tiziano Ferro, Carmen Consoli, Mango, gli Eurythmics, Madonna e l’immancabile Whitney Houston: “Di tutto il suo repertorio ho scelto proprio I Will Always Love You perché è uno dei suoi pezzi più conosciuti. Forse non è il suo brano che amo di più, ma è il manifesto della sua carriera, tutti lo conoscono. Mi ricordo quando lo ascoltavo con il lettore CD portatile e l’ho amato così tanto che ancora oggi potrei riconoscere le diverse esibizioni live solo ascoltando le variazioni  che Whitney fa sulle note. E’ un brano molto difficile, che mi ha dato un po’ di problemi: sono andata in ansia, mi sudavano le mani, non riuscivo più a cantarlo, e intanto il mio produttore, Michele Canova, era lì che aspettava. Poi ho fatto pace con la responsabilità, e l’ho cantato. Ho cercato di rispettare il più possibile la melodia e alla fine prendo fiato in un punto in cui lei non lo prendeva, ma pazienza, lei è Whitney Houston”.

La tracklist dell’album comprende classici italiani e internazionali degli anni ’70 e ’80 e successi più recenti, saltando quasi del tutto gli anni ’90: “In quel periodo lavoravo molto, ero già passata ‘dall’altra parte’, il mio ascolto era contaminato dall’attenzione per gli arrangiamenti, mentre negli anni ’80 ero semplicemente un’ascoltatrice”.
Per ogni brano c’è un aneddoto o un ricordo: “Donna Summer è stata molto trasgressiva per l’epoca e so che quando è venuta in Italia ha avuto parole bellissime per me. La mia versione di I Feel Love è stata curata da Benny Benassi, che ho scoperto essere un mio ammiratore. Con Zucchero l’approccio è stato particolare, perché non ha neanche voluto sentire la cover, mi ha scritto solo un messaggio in cui mi ha detto ‘mi fido’. Per una come me, educata a scuola dalle suore, Dune mosse rappresentava un manifesto molto libertino con i suoi ‘grembi nudi lambi’, e poi ci ha suonato Miles Davis, non potevo non rifarla”.
Tra i successi degli ultimi anni, oltre al singolo Le tasche piene di sassi (“Lorenzo ha scritto un pezzo personale, ma quelle parole esprimono un dolore universale”), ci sono Il conforto, Gli ostacoli del cuore e L’essenziale: “Più di una volta io e Tiziano siamo andati vicini a fare un duetto, ma non ci siamo mai riusciti: quando l’ho contattato e gli ho proposto Il conforto, lui era dall’altra parte del mondo ma ha accettato subito. La versione con Carmen era già bellissima, noi l’abbiamo rivisitata in chiave black, con sonorità che piacciono a entrambi. Per Gli ostacoli del cuore è stato matematico coinvolgere Elisa, che ha fatto la parte di Ligabue: mi piace molto che le nostre due voci si confondano e non si capisca chi tra le due sta cantando. L’essenziale è una canzone che avrei voluto scrivere io, e fin dalla prima volta che l’ho sentita a Sanremo ho capito che avrebbe vinto. E’ una canzone che mi fa pensare che nella vita non c’è matematica, la vita non ti avvisa quando le cose stanno per succedere, e per questo è importante capire quali sono le cose davvero essenziali. Con Marco c’è poi un rapporto speciale, perché lui ha più volte dichiarato di essere cresciuto ascoltando me, ma la distanza tra il fan e l’artista si è completamente azzerata già da quando abbiamo collaborato insieme a Come neve. Abbiamo due voci simili, molto alte, e quando gli ho comunicato che avevo ricantato L’essenziale gli ho detto che il risultato era ‘io che sembro te, che sembri me, che sembro te’. Ci abbiamo scherzato su, e lui mi ha risposto ‘sì, io sembro te, ma con molto più collagene’. Che simpatico!”.

La lista degli esclusivi è inevitabilmente lunga, e fra questi c’è James Taylor, che forse in molti si sarebbero aspettati di trovare (“Avevamo già cantato insieme a Sanremo l’anno scorso, e poi in questo disco ho voluto mettere cose che il pubblico non si aspettava”), ma anche Laura Pausini è rimasta fuori (“Avevo provato in Assenza di te, ma non mi veniva bene, non mi convinceva”).

Con le cover Giorgia ha imparato a familiarizzare fin dall’inizio della sua carriera, quando il padre le ha fatto conoscere i grandi interpreti della black music con le canzoni registrate sulle musicassette (è noto che il nome della cantante è stato ispirato da Georgia On My Mind di Ray Charles) e l’ha introdotta nel mondo del piano bar: “In casa potevo ascoltare solo artisti neri, vivevo un razzismo la contrario. Tra i bianchi ascoltavo solo Tom Jones, perché mio padre pensava che fosse nero”, scherza Giorgia.
Con il tempo il suo repertorio si è fatto via via sempre più eclettico e tra le sue interpretazioni sono entrati pezzi di Jimi Hendrix, Diane Reeves, Etta James, “e facevo anche una discutibile versione di Foxy Lady. Quando studiavo canto avrei voluto provare a cimentarmi nella lirica, ma il mio maestro mi ha detto che non avevo il ‘fisico’ adatto e una cassa toracica abbastanza grande (scherzando con le mani indica un seno prosperoso, ndr), così ci siamo concentrati sul pop. Per molti anni ho cantato mantenendo un’impostazione rigida, di cui a un certo punto mi sono liberata, arrivando forse all’eccesso opposto. Oggi riesco a mediare: ho capito che non è tanto importante l’intonazione, ma la respirazione, perché è attraverso il respiro che passano le emozioni. La mente incide molto sulla voce: se si canta pensando troppo si canta male. Quello che deve arrivare al pubblico non ha un nome. L’allenamento è comunque importante, soprattutto quando devi fare un concerto, e anche se sono allenata più di concerti a settimana non riesco a farli. Ormai c’ho ‘na certa…“.


Guardando attentamente la copertina di Pop Heart, con quel cuore realizzato dall’artista romano Marco Bettini in un gioco grafico-semantico tra “art” e “heart”, si nota l’indicazione di un promettente “Vol. 1”: “Se il disco andrà bene, nessuno mi impedisce di fare un Volume due. Magari un Black Heart o un Classic Heart, spaziando tra i generi”.

Mentre per il tour c’è ancora tempo, perché partirà ad aprile (ma le prevendite sono già aperte), il 23 novembre Giorgia sarà protagonista di un evento benefico a favore dei bambini con disabilità organizzato dall’Associazione “Per Milano” in collaborazione con la Caritas Ambrosiana e che si svolgerà all’interno del Duomo di Milano: “Penso sia la prima la volta che il pop entra in Duomo, e finchè non sarò davvero lì non ci credo davvero. Sarò accompagnata dalla Roma Sinfonietta e il maestro Valeriano Chiaravalle si sta occupando degli arrangiamenti dei brani, che per l’occasione avranno una veste più sinfonica. Ci saranno E poi, Di sole e d’azzurro, Come saprei, Gocce di memoria, Credo, ma anche brani dal nuovo album come Le tasche piene di sassi, Anima. Interpreterò anche l’Ave Maria di Schubert, che sto studiando nella versione di Andrea Bocelli, e penso che farò anche (You Make Me Feel Like) A Natural Woman“.

Baby K torna con Icona: urban pop ai tempi dei social

“Il titolo non è autoreferenziale”, tiene a specificare, “ma si riferisce al fatto che nell’epoca dei social tutti si sentono protagonisti, tutti si sentono costantemente su un palcoscenico per mostrare qualcosa al loro pubblico, anche se questo pubblico a volte non c’è. Raccogliere i like è diventato il metro per valutare la qualità e rischiamo di creare continuamente nuove icone, spesso false”.
Icona è il terzo album di Baby K, in uscita il 16 novembre a tre anni di distanza da Kiss Kiss Bang Bang, l’album che conteneva Roma-Bangkok, il pezzo dei record, quello che ha aperto le porte le reggaeton anche per gli artisti italiani.
“Penso di non esagerare se dico che sono stata un’innovatrice e ho portato in Italia la moda del reggaeton, unito all’elettronica: sono i fatti a dirlo, prima di quel brano non si era mai sentito niente del genere qui da noi, e se oggi molti artisti italiani seguono il filone latino è anche merito di Roma-Bangkok“.
Claudia Nahum, nata a Singapore e con un’adolescenza trascorsa nella periferia londinese, si porta dietro lo spirito cosmopolita con cui è cresciuta e negli anni è riuscita a crearsi uno stile personale, che dal rap si è spostato nel territorio dell’urban pop, di cui è oggi la più importante esponente in Italia. “In Italia fa ancora scalpore che una donna faccia rap, perché è un genere troppo legato all’universo maschile e le persone hanno bisogno di scindere l’ambito maschile da quello femminile, mentre la mia natura è quella di unire. Ho sempre cercato di portare elementi nuovi nella mia musica e credo che in questo album ogni brano abbia un pezzetto del mio percorso”. Basta pensare, per esempio, all’ultimo singolo, Come no,con le sue sonorità orientali unite all’urban, evidenziate anche nel video: “Non avevo mai sentito niente del genere, è una base veramente originale. Sono cresciuta in Occidente, a Singapore sono rimasta solo fino a quando ero bambina e non ricordo molto, ma credo di essere legata all’Oriente per una condizione mentale”. Confessa anche di aver pensato di coinvolgere qualche idolo del K-pop, genere nato in Oriente ma sempre più in auge anche in America e in Europa, ma l’idea non si è poi concretizzata.

Di Icona parla come di un album positivo: “La femmina alpha di qualche anno fa non è scomparsa, ma si è evoluta, è meno agguerrita e più divertita di un tempo. Ma il rap non l’ho abbandonato, nel disco c’è, ed è molto quadrato”.
Sarebbe infatti un errore pensare che l’identità di Baby K sia solo quella rappresentata dai singoli estivi (che hanno comunque raccolto numeri di tutto rispetto): a dimostrarlo c’è un brano come Certe cose, in featuring con J-Ax, dove il rap è il grande protagonista e i versi diventano piccantini, o ancora Vibe, che vede la collaborazione di Vegas Jones e Gemitaiz, o ancora Sogni d’oro e di platino, quello a cui Baby K si sente più legata, “perché è un invito a sognare, e sognare è importante, soprattutto con tutte le difficoltà che la vita mette davanti ai giovani oggi”.
Dammi un buon motivo è invece dedicato alle donne: “Spesso la donna viene rappresentata come un vittima, ma è sbagliato, perché le donne di oggi sono molto forti. Lavorano, hanno una vita indipendente, spesso fanno anche molto di più degli uomini, ed era questo che volevo comunicare”.

Ma se i social creano falsi miti, quali sono le vere icone? E come si possono riconoscere? “Le icone sono quegli artisti che si sono sacrificati e hanno dimostrato completa dedizione all’arte. Hanno dovuto sudare e sacrificarsi per la loro causa, ma sono stati ricompensati da una fama eterna, che li rende riconoscibili anche solo da un dettaglio. Penso per esempio a Madonna o a Michael Jackson: basta vedere un guanto ricoperto di brillantini per capire che si tratta di lui”.

Per marzo sono inoltre stati annunciati due appuntamenti live, il 28 al Fabrique di Milano e il 29 a Largo Venue di Roma. Si tratta dei primi due concerti di Baby K: “In questi anni penso di essermi costruita un repertorio forte, e voglio che i concerti mi rappresentino totalmente. Mi viene riconosciuta una grande energia sul palco, che voglio alternare a momenti più intimi”. Prevendite aperte dalle ore 11 di venerdì 16 novembre su Ticketone.