BITS-RECE: faccianuvola, “le stelle il sole l’arcobaleno”. Come se a Narnia suonassero l’elettronica

BITS-RECE: faccianuvola, “le stelle il sole l’arcobaleno”. Come se a Narnia suonassero l’elettronica

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Se siete appassionati di fantasy, conoscerete probabilmente Il leone, la strega e l’armadio, il più famoso romanzo della saga de Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis.
L’armadio a cui fa riferimento il titolo è solo all’apparenza un semplice guardaroba: in realtà è una porta che mette in comunicazione il mondo reale con un mondo fantastico, quello di Narnia appunto.

Ecco, il paragone con il romanzo calza alla perfezione per descrivere l’album d’esordio di faccianuvola, giovane producer di Sondrio, che dopo la pubblicazione di alcuni singoli arriva ora al suo primo progetto esteso. E il paragone non regge solo per via del parallelismo del titolo del disco, le stelle il sole l’arcobaleno – stilizzato in le stelle* il sole; l’arcobaleno)) – ma anche, e soprattutto, perché, come nel romanzo l’armadio era un varco per un altro mondo, anche questo disco sembra essere una porta per un mondo di fantasia.

Un mondo fatto di giochi elettronici, tricks e triggers sintetici, solletichi sonori, pitch vocali; un universo coloratissimo che l’artista si è creato precisamente a sua misura, nel quale noia e grigiore sembrano essere banditi.
Varcata la soglia del suo territorio, come il fauno Tumnus di Narnia, faccianuvola ci accoglie e ci prende per mano saltellando da una traccia all’altra per farci esplorare un immaginario sonoro caleidoscopico e frizzante, alla ricerca della felicità. Qualunque sia lo stato d’animo con cui ci si approccia a questo disco, è praticamente impossibile non lasciarsi sfuggire un sorriso, anche se la tentazione più forte sarà quella di seguire con il corpo le raffiche di bpm.

le stelle il sole l’arcobaleno è il frutto di esperimenti in libertà sulla consolle: ascoltandolo non possono tornare alla memoria le colonne sonore dei videogiochi degli anni ’80 e ’90, ma non è difficile cogliere anche influenze pop, indie o urban. Su tutto, domina comunque l’elettronica, la vera protagonista di questa storia.

Sarebbe però un errore ridurre questo disco a un semplice divertissiment da cameretta.

Per quanto possa sembrare impossibile, l’album è nato da un periodo non particolarmente “luminoso”, che lo stesso faccianuvola definisce “di cambiamenti e perdizione, come il ricordo dei primi momenti vissuti a Milano, lontano dalla sua realtà e dagli affetti.
L’amore, la lontananza, la ricerca di sé: sono tanti i sentimenti presenti nel disco, non di rado velati di una certa malinconia. L’artista riesce però sempre ad accarezzarli tutti con delicatezza ed estrema sensibilità, trasportandoli in una dimensione onirica, lasciando comunque sempre posto alla ricerca della bellezza.

Inoltre, la scrittura non è priva di sorprese e “easter eggs”.
Non mancano infatti riferimenti letterari, classici, cinematografici: si inizia con un rimando a John Donne in uragani, per passare al poeta latino Lucrezio in di carta mille baci, fino al cortometraggio d’animazione Il riccio nella nebbia di Jurij Norstein che ha ispirato policromia/felicità.

E cercando bene tra le tracce, emerge quello che è forse il messaggio più importante del disco.
È racchiuso nella prima strofa di Giove: “Ho perso la parte migliore di me / L’avrò lasciata su Giove, su Venere / In un posacenere / Non ci vuoi credere / Mi va poi bene così / Sono partito per un’altra galassia / E non ti incontrerò più / E non ci penserò più a te / A quei tuoi lontani torrenti di montagna / E Cassiopea”.
Quante volte ci siamo persi, smarriti? Quante volte abbiamo perso la fiducia, il focus su chi siamo, e abbiamo addirittura pensato che sarebbe stato impossibile ritrovarci?

Ecco, molto spesso la risposta è là fuori, oltre la porta di un mondo immaginario: basta un breve viaggio nella fantasia per sentirsi di nuovo a casa.

#MUSICANUOVA: Cortese, “SPID”

#MUSICANUOVA: Cortese, “SPID”

“La notte per me è sempre stata il tempo ideale per la poesia, un tempo sospeso, nascosto, aspettato per tutto il resto della giornata. D’altronde questa canzone parla di un amore che sboccia a notte inoltrata e fiorisce all’alba. Un ‘ti amo’ detto di notte è più magico perché più vicino alla dimensione del sogno, è come dirlo per la prima volta in una canzone che ti svegli il giorno dopo ancora stordito, poco consapevole delle conseguenze di ciò che hai detto ma fiero di averlo fatto”.

Tanto affascinante quanto impenetrabile è la mente della persona a cui è dedicato SPID, il nuovo singolo di Cortese. Una power ballad indie, romantica e ispirata, prodotta da Molla.

Una dichiarazione d’amore esplicita e ostinata alla ricerca di un qualche codice, una verifica a due fattori o un hacker per riuscire ad entrare in quel cervello come fosse una macchina digitale e decodificarne le informazioni per rivelarne le emozioni e i sentimenti.

La location in cui si svolge la storia è un posto della notte, un vecchio bar aperto 24 ore, a pochi chilometri dal mare.

Dimmi come si sta nella tua testa?
Forse serve lo spid
Come ci si entra?
Ha la verifica a due fattori il tuo cuore
Mi serve un hacker per il tuo cervello
E non ho armi per la guerra che hai dentro
Quindi mi fermo e ti parlo ti parlo

E t’amo ormai
Maledetto sto cuore!
è un profilo aperto
E dimmi che poi
un tuo sguardo soltanto
può fermare un po’ il tempo
e parlarmi di noi
Guarda come si sta nella mia testa
Ci sono stelle cadenti
e una spiaggia deserta
C’è un bar aperto 24 ore
A pochi km dalla tua pelle al mare
E non ho difese per il caos qui dentro
Quindi mi fermo e ti guardo soltanto
E t’amo ormai
Maledetto sto cuore!
è un profilo aperto
E dimmi che poi
un tuo sguardo soltanto
può fermare un po’ il tempo
e parlarmi di noi
Che poi se dovessi svegliarmi domani
E scoprire che un sogno
mi ha raccontato di noi
Io dormirei ancora e ancora un po’
Solo per ritrovarti
e salutarti l’ultima volta
sotto un’insegna a neon

#MUSICANUOVA: Leonardo Zaccaria, “non c’è speranza per un cuore andato a male”

#MUSICANUOVA: Leonardo Zaccaria, “non c’è speranza per un cuore andato a male”

“Penso che tutto ciò che succede nel mondo e nella società in cui viviamo influisca direttamente sul modo in cui ci rapportiamo alle persone. Mi sono reso conto che tutto ciò mi provoca paura e varie difficoltà ad aprirmi a nuove relazioni. È come se portassi con me un sentimento di disillusione. Ultimamente parlando di questo argomento a cena con un mio amico gli ho chiesto ‘Ma tu in cosa credi?’ e lui mi ha risposto ‘Nelle persone, se non credo più nelle persone cosa rimane?’. Così ho capito che, forse, questa canzone non deve essere soltanto una richiesta di essere lasciati da soli ma deve esprimere anche il bisogno di raccontarsi e condividere il proprio dolore con qualcun altro”.

non c’è speranza per un cuore andato a male racconta la difficoltà di essere ottimisti e aperti alle relazioni, in un mondo che ci invia segnali sempre meno incoraggianti.

Il nuovo singolo di Leonardo Zaccaria anticipa il nuovo progetto di canzoni inedite.

La produzione del brano, curata da Michele Canova gioca con le influenze shoegaze rock e post punk, solo alcune delle sfumature dell’EP in uscita a maggio.

#MUSICANUOVA: Paolo Santo, “L’età d’oro”

#MUSICANUOVA: Paolo Santo, “L’età d’oro”

Si intitola L’Età d’oro il primo singolo di Paolo Santo, all’anagrafe Paolo Antonacci.

Il singolo è un chiaro statement di personalità indie-pop, dove Paolo mostra tutte le sue sfumature artistiche attingendo anche dal sound anni ’90.

Negli ultimi anni, in veste di produttore, da dietro le quinte, Paolo ha contribuito alla scrittura di alcune delle canzoni più ascoltate in Italia, collezionando oltre 60 dischi di platino.

Tra gli ultimi successi su cui ha posto la firma ci sono Sinceramente di Annalisa, I P’ ME, TU P’ TE di Geolier e Apnea di Emma presentate sul palco dell’Ariston, ma sono legate al suo nome anche Viola di Salmo e Fedez, Bellissima e Mon Amour di Annalisa, Extasi di Fred de Palma e La Dolce vita di Tananai, Fedez e Mara Sattei.

#MUSICANUOVA: PUGNI, “Spigoli”

#MUSICANUOVA: PUGNI, “Spigoli”

Dopo la disarmante sincerità del brano d’esordio Orchestra di silenziPUGNI torna con Spigoli, una canzone che parla di amore, o perlomeno del tentativo di amarsi.

“Stavo attraversando un periodo difficile in una relazione molto importante” racconta Pugni, “un momento in cui le reciproche parti oscure stavano venendo a galla, fino a rendere impossibile l’incastro dei diversi pezzi. C’è sempre il rischio di farsi del male con le parti più spigolose delle nostra personalità: nessuno spigolo può essere veramente smussato a certi livelli di profondità. Non resta che ribaltarli, trasformare gli spigoli in angoli, in cantucci caldi dove nascondersi insieme.

La scrittura di Lorenzo Pagni, di giorno psicologo e di notte artista, non si ferma mai a una visione superficiale, ma scava in profondità e nella complessità dei legami umani, mettendosi a nudo con rara onestà e introspettività.

Nei suoni e nelle parole di Spigoli riecheggia il mare: i protagonisti del pezzo sono in balía dei loro sentimenti e, come naufraghi, affrontano le tempeste della relazione.

La canzone si muove come una marea: da una quiete e dolcezza iniziali, l’intensità e la tensione aumentano fino a esplodere in un finale tempestoso, sporco e liberatorio, una sorta di orgasmo emotivo in cui si fondono eros e thanatos per poi chiudersi in un abbraccio finale, una carezza che porta con sé la consapevolezza del distacco imminente.

BITS-RECE: Bartolini, “TILT”. Il tempo passa, la musica salva

BITS-RECE: Bartolini, “TILT”. Il tempo passa, la musica salva

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

C’è un momento cruciale che attraversa la vita di ognuno: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Una tappa inevitabile, che ogni essere umano vive a modo suo: per alcuni arriva prima, per altri più tardi; alcuni cercano e sospirano questo traguardo fin da quando sono bambini, altri non si rendono neppure conto di averlo già raggiunto, Altri ancora, semplicemente, lo subiscono e lo vivono come qualcosa a cui è impossibile sfuggire, anche se ne avrebbero volentieri fatto a meno.

Giuseppe Bartolini – in arte semplicemente Bartolini – sembra appartenere a quest’ultima categoria, per sua stessa ammissione: “Dopo Forever [il suo secondo album, ndr], ho scelto nuovamente il mio vissuto come punto di partenza del racconto, ma in una chiave differente e più profonda. Dove Forever descriveva il mio rifugio ideale attraverso le sensazioni della mia adolescenza e delle mie origini, TILT racconta il momento di inevitabile confronto con la vita adulta e con ciò che la definisce: la musica, una relazione e anche la stessa città di Roma. Un delicato equilibrio, una pila di bicchieri che a volte riesco a tenere in piedi e altre no”.

Ecco, TILT, scelto come titolo del suo nuovo lavoro, fa riferimento proprio a questo passaggio, questo cambiamento umano e personale.

Per raccontarlo, il cantautore calabrese si è rifatto alle sonorità indie e rock di chiara matrice anni ’90, dalla cui maglie sbucano qua e là anche rimandi alla vecchia scuola dell’r’n’b.

L’elemento interessante dell’album è la sua impostazione su un doppio livello, una caratteristica che accomuna ogni traccia.
Un primo livello, più immediato, è costituito dalla musica, dalle sonorità.
TILT è un disco musicalmente vivace, luminoso, arioso, leggero. I brani si rincorrono scorrevoli uno dopo l’altro senza inciampi e senza lasciare vuoti. Per farsene un’idea basta ascoltare pezzi come ADHD o Paris McDonald’s, oppure Chicco, in cui insieme a Tripolare Bartolini rende omaggio al tempo felice della fanciullezza.

Basta però soffermarsi un attimo sulle parole dei testi ed ecco emergere il secondo livello del disco, quello più profondo e personale. Dentro alle parole di TILT si nascono infatti i pensieri di un ragazzo che si affaccia per la prima volta alla vita con uno sguardo adulto e una maggiore consapevolezza. Ci sono le paure, le ansie, le delusioni, gli equilibri precari da tenere insieme. C’è persino spazio per alcune riflessioni sulla morte, come in Ultima volta e Cimitero.

Proprio questo doppio livello di lettura, se da una parte conferisce ai brani maggiore spessore, dall’altra permette di metabolizzare anche i racconti più difficili.

Significativo che l’unico momento di completa malinconia venga riservato all’ultima traccia, Heath Ledger, una sorta di dichiarazione d’intenti posta però in finale d’opera:

“Volevo solo non farmi male
tornare a casa per respirare
Ormai non so più come respirare
Nel loro specchio solo vuoto
perché mi lasci solo
Fanculo questo gioco…”

#MUSICANUOVA: Caspio, “Cinico”

#MUSICANUOVA: Caspio, “Cinico”

Si intitola Cinico il nuovo singolo di Caspio, primo estratto dal prossimo album, in uscita alla fine del 2024.

Un brano di stampo rock anni ‘90 che riflette sulla nostra incapacità di dire di no a un mondo che sembra volersi prendere tutto di noi: il tempo, lo spazio, il futuro.
Crediamo di essere davvero liberi, ma non lo siamo mai fino in fondo se continuiamo a collezionare rimpianti.

Nonostante sia musicalmente diverso dalle passate pubblicazioni, il nuovo singolo rappresenta di fatto l’anello di congiunzione con il precedente EP fugit (pubblicato due anni fa).
Il disco si chiudeva infatti con il brano non è la fine, dove si ripete infatti lo stesso riff di Cinico.

“La mia storia musicale inizia con l’adolescenza, quando ormai gli anni ‘90 stavano volgendo al termine. Ma gli anni ‘90, a quel punto, c’erano stati, eccome se c’erano stati!
Così, legati un po’ al passato, io e la mia musica siamo perennemente fuori, non di tendenza. Proprio per tornare a quelle che considero le mie radici, oggi chiudo con l’elettronica e torno all’essenziale, al grunge, al rock, alla musica suonata davvero, talvolta distorta, talvolta pure imprecisa.
Lo faccio nel tentativo di raccontare la mia generazione e per rivolgermi a quelle successive, per raccontare a tutti di quel futuro tanto promesso ma che non arriva mai, per raccontare un mondo tutt’altro che perfetto che, però, ti chiede di esserlo.”

BITS-RECE: Comete, “Lividi”. Maledetto cuore, benedetta notte

BITS-RECE: Comete, “Lividi”. Maledetto cuore, benedetta notte

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

E siamo stati tante cose messe insieme male
Forse non siamo stati disegnati bene
Come un grande quadro in un museo un po’ vuoto
Dove non passa nessuno 

E siamo stati lampi e tuoni
In mezzo a temporali estivi
Che durano poco vanno via veloci
Ma fanno i peggio casini
(da “Lampi e tuoni”)

Quanto sarebbe più leggera, più lieve, la vita se il cuore non ci si mettesse sempre a complicare le cose? Quanto potremmo stare meglio? Ce lo diamo sempre…

Ma senza tutte quelle meravigliose complicazioni saremmo davvero più felici? Senza considerare che, senza le turbolenze del cuore, i cantautori sarebbero pressoché disoccupati e noi avremmo molte meno canzoni d’amore con cui farci compagnia.

E che dire della notte, quella fetta del giorno così magica e misteriosa, in cui tutto, oltre che più silenzioso, si fa più lento e più piccolo. È proprio quello il momento in cui noi siamo davvero “noi”, il momento in cui ci parliamo con più sincerità, e in cui molte delle cose che pensavamo di esserci lasciati alle spalle si ripresentano nitide davanti a noi.

Ecco, senza la tribolazioni del cuore e senza l’abbraccio paziente e consolatorio della notte probabilmente non ci sarebbero stati nove capitoli di Lividi, il nuovo album di Comete. Un disco in cui il cantautore ha raccolto nove istantanee di vita “scattate” nel corso degli ultimi due anni.

Come è facile intuire, si tratta perlopiù di immagini dipinte con toni in minore, elaborate tra ricordi nostalgici, riflessioni sugli errori commessi, storie che hanno preso destini insperati, qualche rimorso, qualche rimpianto. O anche solo una passeggiata in una sera di primavera, quando è maggio, ma la felpa ci sta ancora bene.

“Oggi è davvero un bel giorno è uscito pure il sole
Di quelle giornate che voglio soltanto cantare
E se ti penso lo so che poi ti voglio sentire
E se ti voglio sentire poi ti voglio abbracciare
E poi ti voglio mangiare
sì, come la cena di Natale”
(da “Peccato!”)

Quella di Comete – al secolo Eugenio Campagna – è una poetica crepuscolare, illuminata da bagliori tenui e gentili.
Da una parte ci sono i racconti dei dolori del cuore e della mente, dei lividi che la vita senza volerlo ti lascia addosso, ma in fondo c’è uno spazio aperto alla speranza, alla voglia di tornare a sorridere.

Perché se la notte è fatta per guardarci dentro e per fare la conta di tutte le botte prese, è anche vero che la vita ci aspetta dopo, alla luce del sole.

“Oggi è stato un giorno senza senso
Di pioggia di rumori e con un nodo nella gola
Stretto, stretto, stretto, stretto, stretto
Pensavo di morire poi invece è tornato il sole”
(da “Lividi”)

 

#MUSICANUOVA: rovere, “Stupido classico”

#MUSICANUOVA: rovere, “Stupido classico”

“All’inizio di una relazione, anche le attività più semplici, se fatte insieme, diventano un momento importante. Un viaggio in auto, una canzone dall’autoradio, sono subito ricordi indelebili. Il tempo passa veloce ma ci si aggrappa a ogni istante nella speranza non passi mai. Ti ritrovi a ringraziare ogni semaforo rosso che ti allontani dalla fine di quella serata e ti faccia rimanere anche solo qualche momento in più con quella sensazione di perfezione addosso.”

A quasi un anno dall’ultimo brano, i rovere tornano con un nuovo singolo, Stupido classico.

Tra dubbi e insicurezze, tipiche delle prime fasi di una frequentazione – “tu con i tuoi sogni, io con mille dubbi”, “stanotte spaccami e giurami che non torni a casa e resti con me” – Stupido classico parla delle emozioni che si provano all’inizio di una relazione, quando ci si aggrappa a ogni piccolo momento e gesto sperando che il tempo non passi mai.

#MUSICANUOVA: ceneri, “Ritornerò”

#MUSICANUOVA: ceneri, “Ritornerò”

Dopo il brano Ultima Festaceneri, seconda anima della cantautrice friulana Irene Ciol, torna con il nuovo singolo Ritornerò.

Secondo tassello del suo nuovo percorso discografico, Ritornerò parla dell’importanza di saper lasciare andare via le persone, gli affetti. Nel brano ceneri si confronta con il cambiamento, l’amore e la paura di perderlo: “A volte c’è il bisogno di perdersi e spostarsi per potersi riconciliare con se stessi. Capita di non riconoscersi più nella persona che si è sempre stati ed è difficile ammetterlo perché si ha paura di perdere chi ci sta accanto”, racconta ceneri e continua: “Accettando il cambiamento come parte della natura delle cose si può diventare la versione migliore di sè senza più la paura di rimanere soli”.

Come per i precedenti brani, l’artista prosegue il sodalizio artistico con i B-CROMA, il duo formato dai producer Rocco Giovannoni e Marco Spaggiari, a cui si aggiunge per l’occasione nella parte compositiva il dj, produttore e polistrumentista italo-canadese Bruno Belissimo che arricchisce le sonorità del brano malinconico e sognante sostenuto dalla voce eterea e sussurrata di ceneri.

Scrivo il tuo nome sui petali di un fiore 

il tuo ricordo sbiadisce tra le mie dita 

se mi allontano è solo per restarti accanto 

ridarti lo spazio che hai perso ormai 

Mi lascerò trasportare 

Sempre più in profondità

e forse davvero 

non so niente di me 

ritornerò come un’alba 

ti sfiorerò 

e anche se svanirò 

io non me andrò non me ne andrò mai

La notte che si scioglie senza far alcun rumore 

in mezzo alle pieghe del buio mi perderò 

lo so 

Mentre secondi pesano quanto le ore 

Mi chiedo se domani mi riconoscerò 

Mi lascerò trasportare 

Sempre più in profondità

e forse davvero 

non so niente di me 

ritornerò come un’alba 

ti sfiorerò 

e anche se svanirò 

io non me andrò non me ne andrò mai

ritornerò non preoccuparti 

ti sfiorerò 

e non me ne andrò 

io non me andrò non me ne andrò mai

Sussurri di ombre lasciate in sospeso 

Seguendo la sera mi perderò 

Lascio che la notte mi porti altrove 

Per ritrovare quello che non ho 

ritornerò come un’ alba 

ti sfiorerò 

e anche se svanirò 

io non me andrò non me ne andrò mai

ritornerò non preoccuparti 

ti sfiorerò 

e non me ne andrò 

io non me andrò non me ne andrò mai