Le alchimie noir degli Apocalypse Lounge


L’esordio del collettivo Apocalypse Lounge è avvenuto sotto l’effetto delle alchimie “doom” del funky. E proprio Funky Doom è il titolo del brano con cui il trio di producer ha scelto di farsi conoscere al pubblico.
Un testo essenziale e ripetitivo, una voce che dà il suo contributo restando in disparte, una base che ricorda il periodo d’oro della Ninja Tune anni ’90: tutto questo è Funky Doom.

Giovanni Succi, già attivo nei Madrigali Magri e nei Bachi Da Pietra e che a questo nuovo progetto presta la voce, così descriveva il brano: “Affacciarsi sul baratro dell’apocalisse con animo danzereccio, rilassati e ben disposti (giusto una vena d’inquietudine), magari con una strizzatina d’occhio. E poi relax, fine del mondo. Tema spinosetto, lo riconosco, soprattutto per un pezzo funky. Eppure, eccolo: dal ‘funky mood’ al ‘funky doom’… alla fin fine sono solo quattro lettere in reverse”.
Giochi di parole, giochi di suoni, alchimie eclettiche, azzardi stilistici.

Creazioni ibride che tornano ora a manifestarsi in forma diversa con Two Guys, il secondo singolo prodotto dal collettivo. E’ sempre Succi a darne la personale visione: “Noir in pillole. Spy Story o piccola paranoia di provincia. Dove ci si conosce tutti, almeno di vista, dove prima o poi ci si incrocia, ci si orecchiano discorsi di passaggio, di sfuggita al bar. Più o meno tutti sai chi sono, hai dato loro un nome o un ruolo. Com’è possibile aver condiviso l’esistenza intera con due individui del tutto sfuggiti a qualsiasi schema, in un buco di città, senza mai intercettarne almeno un indizio, un sintomo di vita? Alieni forse? Sotto copertura? Cyborg? Replicanti? Droni umani? Ci stanno spiando, prendono nota di tutto con quegli occhi fissi. Sanno chi siamo, ci schedano. Dove corrono, senza correre per non dare troppo nell’occhio, perché fanno come se niente fosse. Domande senza risposte. Non ho idea di chi siano quei tizi, così simili che puoi confonderli. Forse siamo solo io e il mio doppio. O forse i primi due cavalieri dell’apocalisse arrivarono a piedi, passeggiando in centro”.

Oltre alla voce di Succi, sulla produzione firmata Apocalypse Lounge ci sono il sax soprano di Antonio Gallucci e gli scratch di Dj Argento.

Solange, “When I Get Home”. Houston, ermetismo e cosmic jazz

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Ho ascoltato questo disco più per curiosità che per altro. Dopo A Seat At The Table la fama della più piccola delle sorelle Knowles è andata sempre più crescendo e anche questa nuova prova discografica testimonia la ferma volontà della ragazza di liberarsi dalla sempre incombente ombra di Beyoncé.
Per farlo – o almeno per provarci – Solange mette insieme un disco che più personale di così non poteva fare: un progetto interamente pensato e realizzato da lei, che ne ha curato anche la produzione pur avvalendosi del prezioso aiuto di collaboratori blasonati che portano i nomi di Tyler, the Creator, Gucci Maine e Pharrell, giusto per citarne alcuni.
Ma When I Get Home è un album personale anche perché parte da Houston, per la precisione dal Third Ward, il quartiere dove Solange è cresciuta, e la città ha influenzato ogni singolo brano del disco nelle liriche e nella musica. Una sorta di omaggio all’infanzia e a quello che ne è rimasto.

Da sempre artista con una spiccata attitudine visuale e visionaria, Solange compie mosse da giocatrice ambiziosa in direzione di sonorità urban ermetiche e ostiche al primo ascolto, combinando r’n’b, soul psichedelico, hip-hop e influenze di cosmic jazz. Ma anche la forma del prodotto non ha nulla di scontato: i 19 brani della tracklist occupano infatti solo 40 minuti scarsi di ascolto per la presenza di numerosi interlude e di una durata media delle tracce che non va oltre i 3 minuti.
Nessuna concessione viene fatta in favore di un sound radiofonico, con il risultato che solo chi avrà davvero la voglia di indagare questo album riuscirà ad andare oltre la patina stilosa che lo avvolge dall’inizio alla fine.
Per tutti gli altri c’è sempre Beyoncé.

Tra r’n’b, nu-soul e jazz. Il viaggio di Ainé da Roma all’America, fino a Giorgia

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Ainé
 è nato nel 1991, ma quella che ha alle spalle è un’esperienza già molto variegata, che lo ha portato anche in giro per il mondo.

Animato da passione per la cultura della musica black in tutte le sue declinazioni, Arnaldo Santoro – questo è il nome con cui è registrato all’anagrafe – ha studiato prima al college di musica Saint Luiss e poi all’Accademia di Musica di Roma. Successivamente si è trasferito fino a Los Angeles per frequentare la Venice Voice Accademy, mentre nel 2015 si è aggiudicato una borsa di studio al Berklee College of Music di Boston messa in palio da Umbria Jazz.
Negli stessi anni è stato in tourneè teatrale con Gegè Telesforo, con cui ha anche scritto il singolo Last Goodbye, mentre per il singolo Dopo la pioggia si è guadagnato l’importante featuring di Sergio Cammariere.


Nel 2016 è arrivato il suo album di debutto, Generation One, frutto di una grande ricerca musicale e che vede presenti di ospiti come Ghemon, Gemello e Davide Shorty.

Un curriculum notevole, che dall’agosto 2017 ha acquisito ancora più valore quando Universal Music ha deciso di metterlo sotto contratto: dopo il primo EP Uni-verso uscito lo scorso anno, prossimamente è previsto anche l’arrivo di un nuovo album, già anticipato dal singolo Ormai.
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Tra r’n’b, nu-soul e jazz, la voce di Ainé si sta facendo sempre più sentire nel panorama italiano, guadagnandosi anche la stima e la fiducia dei grandi interpreti: è proprio di questi ultimi giorni infatti la notizia che Giorgia lo ha voluto accanto a sé nella cover di Stay di Rihanna, che sarà contenuta nell’album Pop Heart in uscita il prossimo 16 novembre.
Questo non è però il primo incontro tra i due: nel video di Non mi ami lo ritroviamo infatti al pianoforte.

BITS-RECE: Rose, Moving Spheres. Rotolando lungo il soul

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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Sulla pagina Facebook di Rosa Mussin, in arte Rose, alla voce “Influenze” si leggono, tra  gli altri, i nomi di Lauryn Hill, Erykah Badu, Amy Winehouse, Aretha Franklin e Ella Fitzgerald. E ad ascoltare le sei tracce del suo primo EP non si può che confermare che quelle influenze ci sono tutte: la lezione imprescindibile di Ella, la voglia di modernità meticcia di Erykah, la passione di Amy.

Moving Spheres, questo il titolo del disco, è infatti un agile concentrato di soul, r’n’b e jazz, con una pacifica corrente di elettronica e chill out che lo attraversa senza fretta. Le contaminazioni fluiscono una nell’altra, e nella sua varietà tutto riesce ad avere un suono omogeneo.

Veneta, classe 1994, Rose arriva alla pubblicazione di questo primo EP dopo diverse esperienze che l’hanno vista all’opera con Mr. T-Bone (Africaunite), Furio (PituraFreska) e Olly Riva (Shandon) e dopo aver calcato diversi palchi italiani e internazionali. Esperienze che le hanno fatto guadagnare quella confidenza con la musica che Moving Spheres mostra con indiscutibile chiarezza.

Love Is Here To Stay: Tony Bennett e Diana Krall rendono omaggio ai fratelli Gershwin

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Tony Bennett
e Diana Krall celebrano il comune amore per la musica di George e Ira Gershwin collaborando nel nuovo album Love Is Here To Stay, in uscita il 14 settembre su etichetta Verve/Columbia Records.

Tony Bennett, che festeggia il 3 agosto il suo 92° compleanno, è amico di Diana da un ventennio. I due sono stati insieme in tour nel 2000 e hanno già registrato alcuni duetti, ma questo è il primo album completamente realizzato insieme.
L’uscita dell’album arriva a ridosso del 120° anniversario della nascita di George Gershwin, che cade il 26 settembre.

Danny Bennett, Presidente e CEO del Verve Label Group comment, ha così commentato il progetto discografico: “Quando Tony Bennett e Diana Krall cantano i brani dei Gershwin, raggiungono il perfetto equilibrio tra la qualità del canto e la consumata maestria del comporre. È una di quelle registrazioni che all’ascolto ti fanno pensare che tutto questo dovesse accadere – si trattava solo di portare questi due straordinari interpreti in studio e metter loro di fronte il songbook dei Gershwin.”

Love Is Here To Stay è stato registrato con il trio di Bill Charlap e il risultato è una delicata e sentita lettera d’amore per la musica dei Gershwin, per il loro esser stati fra i primi creatori della canzone americana.
Tra i duetti, Love Is Here to Stay, S’Wonderful, They Can’t Take That Away from Me e Fascinating Rhythm. Quest’ultima era stata la prima registrazione discografica mai realizzata di Bennett, ai tempi sotto il nome di Joe Bari: ora il pezzo viene rivisitato sotto forma di duetto. Due dei brani affrontati in duo non erano mai stati incisi dai due cantanti, My One and Only e I’ve Got A Crush on You.

L’album sarà pubblicato in CD, vinile, digitale e su tutte le piattaforme di streaming.
The Bill Charlap Trio vede Bill Charlap al pianoforte, Peter Washington al contrabbasso e Kenny Washington alla batteria.

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ph. Mark Seliger

Questa la tracklist:
‘S Wonderful
My One and Only
But Not for Me (Diana Krall solo)
Nice Work If You Can Get It
Love Is Here to Stay
I Got Rhythm
Somebody Loves Me
Do It Again
I’ve Got A Crush on You
Fascinating Rhythm
They Can’t Take That Away from Me
12. Who Cares? (Tony Bennett solo)

#MUSICANUOVA: Simona Molinari, Maldamore

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L’amore spiegato a tempo di swing.
Si può riassumere così Maldamore, il nuovo singolo di Simona Molinari, brano che anticipa un nuovo album di inediti.
Uno spaccato ironico di tutte le infinite definizioni e dei molteplici significati che può assumere l’amore, raccontato tra jazz e swing, territorio in cui Simona si trova da sempre a suo agio, mentre nel testo si nascondono riferimenti a celebri canzoni italiane.

“Cos’è l’amore? In ogni momento della vita me lo sono chiesto e ogni volta avrei dato una definizione diversa. Nella canzone non c’è la mia definizione di oggi ma la presa di coscienza che molto spesso fino a ora ho chiamato amore ciò che in realtà era semplicemente: mal d’amore”.

A firmare il brano, Amara.

 

Evoluzioni: il minimalismo per basso e voce di La bocca

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Un progetto all’insegna del minimalismo. Anzi, sarebbe meglio dire dell’essenzialità, perché qualche volta il minimalismo viene confuso con la povertà.

Il progetto di La bocca è invece ricchissimo, di stimoli e di suggestioni.
A dargli forma dal 2013 sono il bassista e cantante Gian Franco Riva e la cantante Alessandra Lancini.
Basso e voce, questa è l’anima di La bocca, a cui vanno talvolta ad aggiungersi apporti diversi (piano Kawai, Wurlitzer, rhodes Mark, melodica Horner, glockenspiel, sintetizzatori, una tromba). Dopo l’esordio con l’album Due, il duo è recentemente tornato con il secondo Lavoro, Evoluzioni, “non da intendersi come trasformazioni o miglioramenti, ma come necessità di sperimentare traiettorie e percorsi differenti, cercando e creando nuove forme e figure. Le corde del basso diventano allora quelle di un’altalena (simbolo scelto per la copertina del disco) per lanciarsi lontano dalla routine quotidiana o per cullarsi sospesi tra sogno e realtà”.
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Otto tracce inedite e due personalissime rivisitazioni
di The killing Moon degli Echo & the Bunnymen e Never Let Me Down Again dei Depeche Mode, per un album che viaggia tra jazz, swing, pop e addirittura dance, senza mai snaturarsi e mantenendosi fedele alla sua natura essenziale. Alla produzione è arrivato Sergio Sgrilli, noto al pubblico per gli sketch comici a Zelig, ma anche musicista, rimasto colpito dal primo lavoro del duo. 

La musica di La bocca vive nei suoi dettagli, nelle pause, nei sussurri e negli abbracci delle voci, nelle vibrazioni nude e ruvide di una corda di basso.

Il nomadismo psichedelico dei Mangaboo

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Il loro nome è anche il titolo del loro primo album, e lo hanno preso dall’immaginario del Mago di Oz: Mangaboo.

Nel libro Mangaboo era una città al centro della terra, su cui il sole brillava immobile accanto ad altre cinque stelle, tutte di colori diversi; qui invece Mangaboo è il nome del caleidoscopio progetto di Giulietta Passera e Francesco Pistoi, entrambi provenienti da precedenti esperienze musicali: lei è la voce di The Sweet Life Society, lui ha preso parte al collettivo Motel Connection. Insieme hanno dato vita a un disco che è in realtà un universo sonoro, in cui dall’acid si passa alla house, poi all’elettronica e poi al jazz, e in mezzo spuntano campionamenti di tacchi a spillo, addirittura rivisitazioni del Requiem di Mozart (in Giant Steps), profusioni di synth e ampi corredi di percussioni.
Non ci sono confini, non ci sono regole, se non quella di dar forma a uno spazio proprio, visionario, caleidoscopico e nomade, senza padroni.
“Il nostro primo disco mostra innanzitutto la comune intesa nel considerare la musica una ricerca del piacere, come in un affollato club il suono deve essere tanto marginale quanto degno di interesse. Questa dimensione ci ha reso liberi di esprimerci, con tutte le ingenuità con cui si affronta un nuovo spostamento. L’album è infatti un nomadismo continuo in una grande libreria di dischi, dove ad ogni scaffale ci siamo fermati ad ascoltare i suoni che più ci impressionavano. Costruendoci così una nuova entità, ci siamo fatti inondare dagli altri come a un chiaro di Luna sui campi.”
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Un occhio di riguardo è stato lasciato all’aspetto visivo, nei video così com’è finita dalla copertina, con quel grande albero a dare il benvenuto a chiunque si trovi a passare davanti al disco (metaforicamente e non): “Sin dal primo video ci siamo occupati dell’aspetto paesaggistico facendo collaborare Alessandro Gioiello e Alberto Cittone alla costruzione di nuovi paesaggi immaginari, attraverso cui far rinascere nuovi miti. È ciò che naturalmente facciamo da bambini quando disegniamo una casa con l’albero e accanto mettiamo una stilizzata figura. Da grandi si richiede solo di essere più responsabili.”

Snailspace, l’elogio della lentezza di Simone Graziano

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La lentezza come forma di ribellione.

E’ questa l’idea che anima Snailspace, il nuovo album del pianista Simone Graziano, in uscita il 22 settembre.
La sua quarta fatica discografica deve il titolo a un racconto di Luis Sepúlveda, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, in cui una lumaca di nome Ribelle, dopo essere stata cacciata dal suo gruppo, viaggia alla ricerca del significato della lentezza. In questo modo scopre che grazie al suo muoversi a un tempo diverso da tutti gli altri animali, riesce a vedere un mondo nascosto, più ricco e denso, solitario e silenzioso.
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“La lentezza – afferma Simone Graziano – non è riferita alla velocità dei brani, bensì al tempo necessario per crearli. La lumaca aderisce alla terra e, grazie alla lentezza dei suoi movimenti, ne scopre ogni dettaglio. Allo stesso modo, la lentezza creativa fa sì che la musica aderisca a noi stessi, svelandoci una parte che prima non conoscevamo”.
Le tracce di Snailspace godono di una struttura compositiva in continua evoluzione, e molteplici sono i rimandi alla letteratura: da Sepúlveda, all’universo immaginifico di Jorge Louis Borges, passando per Oliver Sacks.
Un racconto musicale racchiuso in uno spazio limitato o nell’attività onirica di una notte. Si parte dall’incipit evocativo di Tblisi, scritto nel conservatorio della capitale georgiana in una gelida notte di dicembre, su un pianoforte che aveva due note rotte (fa diesis e si) ripetute in modo insistente, per passare alla melodia elegiaca di Accident A e all’andamento ipnotico e a tratti isterico della successiva Accident R. Aleph 3, vero e proprio innesto di musica elettronica e jazz, sfocia in una lentissima ballad il cui elemento arcano e misterioso viene ripreso nella traccia successiva Vignastein, dedicata all’eccentrica e poliedrica figura del critico musicale Giuseppe Vigna. Il congedo si ha con Slowbye, concepito in un’afosa sera d’agosto, come un brano essenziale ed elettronico in cui Ribelle non trova sicuramente una sosta ma una nuova consapevolezza.

 

Norma Miller: 97 anni di swing, entusiasmo e smalto rosso

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Dire che la musica – e l’arte in generale – non ha età e non ha razza è troppo semplice, quasi un luogo comune. Un concetto che si dà talmente per scontato che si rischia di dimenticarne il vero significato. 
Poi però succede che un giorno ti trovi davanti una come Norma Miller, e allora capisci cosa vuol dire.

Per i non cultori dello swing e del lindy hop, forse il suo nome non dice molto, ma la signora in questione non solo oggi ne è considerata la regina, ma è una delle pochissime testimoni ancora viventi dell’epoca in cui quello stile trionfò nei club di New York per poi esplodere in tutto il mondo. Stiamo parlando degli anni ’30, un’epoca lontana ormai anni luce sul piano sociale e culturale, e ad Harlem era in fortissimo fermento il Savoy Club, il primo ad aver abbattuto le barriere razziali e a permettere anche le esibizioni di ballerini neri.
Da qui, proprio dalla sala da ballo del Savoy, è partita la storia straordinaria della giovane Norma Miller. Rimasta abbagliata dallo swing e dalle movenze acrobatiche del lindy hop, questa ragazza americana una domenica di Pasqua, mentre era in pista a provare le mosse che aveva visto fare dai ballerini del locale, è stata notata da Twistmouth George, uno dei precursori del lindy hop, che l’ha portata in sala prove e le ha aperto le porte della danza.

Una carriera che da quel momento non si sarebbe più fermata: Norma ha vissuto tutto il fulgore di quegli anni meravigliosi e difficili, ha visto lo swing trionfare in tutto il mondo, ma lo ha visto anche passare di moda a favore del mambo e del bee bop, ha diviso la scena con Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Chick Webb, Bill Cosby, e ha girato il mondo.
Quando si è accorta che il suo corpo non le consentiva più di eseguire le acrobazie del lindy hop ha lasciato la pista e si è messa dietro al microfono per cantare, dedicandosi allo swing e al jazz.
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Oggi Norma Miller ha novantasette anni, gira ancora il mondo, calca il palcoscenico e con piglio d’acciaio e lucidissimo rilascia interviste in cui infila volentieri frasi cantate e “swingate”, muovendo a tempo le sue lunghissime dita smaltate di bianco e rosso.
I ricordi della sua vita sono stati ora raccolti in Swing, Baby Swing, una biografia scritta con l’amico e musicista Maurizio Meterangelo, pubblicata nel giorno del 103esimo compleanno di Frankie Manning, il padre del lindy hop, scomparso otto anni fa.

Pare che il suo medico le abbia detto “Norma, non so cosa prendi per essere così in forma, ma qualunque cosa sia continua a prenderla”. 
L’età, così come la bellezza, non è certo un merito, ma uno spirito così deve nascondere un segreto. Forse, sta nell’ism, quello specie di flusso magico che si espande da una persona all’altra durante il ballo, oltre ogni età e ogni razza.

Erano gli anni ’30, erano gli anni di Harlem e del Savoy, erano gli anni dello swing. Erano gli anni di Norma Miller.
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