Billie Eilish è il presente, non il futuro


Quella di Billie Eilish poteva essere una ordinaria storia adolescenziale fatta di odio contro il mondo, broncio d’ordinanza, outfit rigororamente nero ingioiellato di borchie, poesie deprimenti scarabocchiate su un quadernetto e ore passate nella solitudine della cameretta a tapparelle abbassate e qualche disco metal sparato ad lato volume.
Invece nel caso di questa diciasettenne californiana le cose sono andate un (bel) po’ diversamente, al punto che oggi al suo nome molti, anzi moltissimi, affidano il destino del pop.

Se Billie Eilish sta facendo parlare di sé la stampa e il pubblico di mezzo mondo già da alcuni anni non è evidentemente solo per un colpo di fortuna, ma qualche merito ci deve pur essere. E in effetti la nostra Billie è una che con la musica ha iniziato familiarizzarci presto, molto presto, anche perché una certa attitudine per l’arte in casa sua c’è sempre stata.
Ora succede che, dopo un primo assaggio con l’EP Don’t Smile At Me, la ragazza dà alle stampe il suo primo album, WHEN WE ALL FALL ASPLEEP, WHERE DO WE GO?, anticipato da un hype che non si sentiva nell’aria da non so quanto tempo. Certamente quell’aura darkeggiante e quell’immagine squisitamente inquietante con cui è solita presentarsi hanno contribuito a stuzzicare l’appetito, ma adesso che l’album è arrivato cosa si può davvero dire di questo nuovo fenomeno del pop?

All’epoca ero troppo piccolo per ricordarlo, ma più di una persona mi ha raccontato come sul finire degli anni ’80 fioccassero le giovani popstar lanciate come presunte “nuove Madonna”: bastava che una fosse un po’ più discinta o esuberante delle altre e puntuale arrivava il confronto con la Ciccone, che all’epoca rappresentava davvero la rivoluzione del pop. Tra le ultime a essere etichettate da stampa e pubblico come “nuove Madonna” non si può non ricordare Lady Gaga (stiamo quindi parlando degli anni 2000), ma prima di lei ne sono passate a decine, quasi tutte miseramente dimenticate dopo qualche singolo. E poi ci sono state le “nuove Whitney”, le “nuove “Mariah”, le “nuove Tina”, addirittura in qualche caso si è già parlato anche di “nuova Adele”.
Nel caso di Billie Eilish il paragone con qualcun’altra è (fortunatamente per lei) difficile da fare, perché in effetti il suo stile non assomiglia davvero a niente che si sia sentito in giro: sì, siamo nell’area del pop, ma il suo non è esattamente alt-pop, né elettropop, né dance pop, né indiepop. È piuttosto un ibrido di influenze che prendono prestiti anche dal cantautorato, dal rock, dalla trap e persino da qualche ascolto di jazz.
Ecco che allora per lei si parla di “futuro del pop”. Personalmente, e forse meno romanticamente, sono più propenso a contestualizzare il mondo sonoro di Billie Eilish ai giorni nostri, nel nostro presente, come una nuova, moderna e freschissima manifestazione di una generazione abituata a mescolare le carte sulla tavola e rompere i confini d’identità.

WHEN WE ALL FALL ASPLEEP, WHERE DO WE GO? è giustamente un disco di cui vale la pena di parlare, è spiazzante, affascinante, “obliquo” nel suo non prendere mai direzioni precise. Lo pervade un’inquietudine sincera e scomoda: è un disco figlio di questi tempi, frutto della creatività visionaria di una ragazza (e di suo fratello maggiore Finneas O’Connell) che – se non si perderà per strada – avrà seriamente la possibilità di scrivere il suo nome nella storia del pop e sarà davvero il “futuro”. Ma di questo ne parleremo quando ci arriveremo.

Per ora concentriamoci sul presente e su questo dirompente album d’esordio.
Tutto ci si poteva aspettare, tranne che un disco così venisse aperto da una risata spontanea e solare come quella che risuona in !!!!!!!, giusto in tempo però per lasciare spazio a ben altre atmosfere in pezzi come bad guy e xanny, che ammaliano con i loro incantesimi di elettronica perversa e sinistra, e poi ancora in quello che è probabilmente il pezzo-sovrano del disco, you should see me in a crown. È in momenti come questi che l’animo nero di Billie ci si palesa in tutta la sua forza meravigliosa, tra spire oscure di sintetizzatori, beat ipnotici e giochi al vocoder. Ed è abbastanza evidente che sono questi gli elementi attorno a cui le Eilish preferisce far girare la sue storie di fantasmi e inquietudini: ce lo dicono, per esempio anche my strange addiction e bury a friend.
Ma sarebbe un errore credere di aver così inquadrato tutto il personaggio: basta ascoltare wish you were gay o l’accompagnamento all’ukulele di 8. Se poi ci portiamo verso la fine dell’album incontriamo un trittico di brani improntati al minimalismo degli arrangiamenti: listen before i go poggia su un accompagnamento dilatatissimo ed etereo, i love you viene imbastito con chitarra, pianoforte e pochissimo altro e la conclusiva goodbye è incentrata sui riverberi sintetici della voce.

Eccolo il mondo di Billie Eilish, eccolo qui il nuovo pop: oscuro, sotterraneo, contorto. Caderci dentro potrebbe essere bellissimo, e non serve aspettare il futuro. Billie Eilish è arrivata, ed è qui per stupirci adesso.

BITS-RECE: Shady, Shady EP. Musica di traverso

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
Cover ep
In un’edizione di Amici che resterà nella memoria (se ci resterà) come una delle più stanche e sbiadite, la presenza di Shady dava una nota di smalto e personalità.
Quando l’ho sentita per la prima volta al serale, davo per scontato che avesse già in tasca l’accesso alla finale, ma così, sorprendentemente, non è stato, ed è superfluo dire che ci siamo tutti persi la possibilità di ascoltare qualcosa che andasse al di là dell’usurato pop con il faccino pulito.
Per fortuna, fuori da Canale 5 la ragazza ha potuto contare sul supporto Boosta, che da insegnante all’interno del programma si è poi fatto carico anche della produzione di questo primo, omonimo EP.
Quelli presenti nel suo esordio discografico sono sei pezzi che lambiscono il territorio pop, ma si muovono meglio sui sentieri dell’elettronica e di un certo future bass, tutta roba che comunque non guarda all’Italia, ma punta gli occhi all’estero.
Shady è una di quelle artiste che possono benissimo non piacere (io neppure ho capito se mi piace davvero o no, ma di certo mi affascina), ma hanno un qualcosa addosso, negli occhi, nella voce, nell’aura o chissà dove, che te li fa osservare. Uno di quegli artisti che si capisce che hanno tutta la voglia di costruirsi una personale struttura comunicativa, anche a costo di allontanarsi dalla più ovvia delle formule radiofoniche.
La prova Shady ce le offe in pezzi come Come Next To Me, Loubutin o ancora più lampante nella rilettura di Rolling In The Deep, pezzo assai fragile da toccare data la sua elevata popolarità. La ragazza lo ha preso e lo ha spogliato di (quasi) tutto, facendone qualcosa di assai diverso dalla macchina da guerra magiaclassifiche sfornata da Adele.
Shady
Shady ha una di quelle personalità che non amano troppo i rettilinei, ma preferiscono mettersi di traverso, in obliquo, storte, con melodie sghembe e sequenze ritmiche intermittenti. Non segue binari, preferisce piegarli e tagliare per vie differenti, dritte a una meta che ha ben chiara in testa.
Lontana dall’essere un’artista “arrivata”, nel prossimo futuro Shady ha la grande possibilità di farci ascoltare qualcosa di diverso, offrirci il suo mondo.
È sicuramente tra i concorrenti più atipici che abbiano messo piede nello studio di Amici e, almeno per ora, sembra non essersene fatta plagiare troppo. Va protetta, accudita e sorvegliata a vista, anche per non farla sparire nell’oblio.
Io, in lei, un po’ ci confido.

Caro Ed Sheeran, scusa, ma io non ti capisco

Faccio una grande premessa: non ce l’ho con Ed Sheeran. Non ne avrei davvero motivo. Anzi, il ragazzo mi sta anche simpatico, perché non ha mai fatto casino, non si è concesso alle lusinghe del gossip, non ha mai detto una parola fuori posto e si è sempre concentrato sulla musica. Anzi, se non fossero gli altri a parlare di lui, lui probabilmente si limiterebbe a far uscire i dischi senza neanche farsi vedere.
Non ce l’ho con Ed Sheeran dicevo, però tutto l’entusiasmo che sento intorno al suo nome io non lo capisco. Ora mi spiego.

Ogni tanto capita che la rete – cioè i siti, i blog, i giornali online, i social – per ragioni non ben chiare, inizi ad andare in visibilio per un artista, un album, anche solo una canzone. Senza andare troppo indietro, era successo due anni fa con 25 di Adele, è successo l’anno scorso con Lemonade di Beyoncé e sta succedendo ora con Divide (anzi, ÷) di Ed Sheeran. Record di streaming giornalieri, download alle stelle, visualizzazioni su YouTube da capogiro. Tutto succede, ripeto, per ragioni che non mi sono chiare. Perché potrei capirlo per una teen band o per un qualsiasi Justin Bieber, o semmai per il ritorno di una leggenda (chessò, i Rolling Stones, gli AC/DC, Madonna), ma quando capita per i suddetti lavori, a me viene da aggrottare la fronte, perché proprio non ne trovo la ragione.
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Prendiamo 25 di Adele: a distanza di quasi un anno e mezzo dall’uscita possiamo dirci serenamente che quel disco tutto quel successo non lo meritava? E possiamo dirci con altrettanta serenità che Adele è forse la più sopravvalutata artista del nostro secolo? Eppure ho paura ad andare a controllare il numero di copie che ha venduto quell’album o le visualizzazioni di Hello su Vevo. “Ha bellissima voce, è la ragazza della porta accanto in cui tutti ci possiamo ritrovare, bla bla bla bla” potrebbe dire qualcuno. Embè, avete mai fatto assistito a una qualsiasi esibizione gospel in America? Sapete quante ragazze con la voce bellissima – molto più di quella di Adele -, e della porta accanto ci sono là fuori? Non dico che Adele canti male o che le sue canzoni siano inascoltabili, ma certo provo del fastidio nel vedere tutta la fregola che vi si scatena attorno, come se mai nella storia del pop vi fosse stata una cantante che piagnucolava sulle sue storie d’amore condendole di acuti.
Per quanto riguarda Beyoncé, la sua operazione è stata talmente pompata ad arte da lei stessa e dalla sua casa discografica che non voglio neanche dilungarmi. Tutto quello che pensavo del suo album l’ho scritto qui, e non ho cambiato idea. Anche in quel caso infatti il mio entusiasmo verso l’opera maxima della signora Knowles Carter faticava a farsi vedere, tanto che mi pareva di essere un sordo in un mondo di orecchi sopraffini. Serenamente, sono ancora convinto che buona parte di quelli che hanno gridato al miracolo lo hanno fatto per seguire l’onda, e non per reale convinzione, ma tant’è.
Veniamo quindi a Ed Sheeran. Il rosso dalla faccia d’angelo. Da quando, alcune settimane fa, sono usciti i primi due inediti del nuovo album, è stato tutto un rincorrersi di record infranti su Spotify e iTunes, lodi sperticate dei due brani, attesa spasmodica dell’album e biglietti del tour polverizzati in pochi minuti – secondary ticketing permettendo.
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Devo dire la verità, non mi sono buttato all’ascolto delle due canzoni, ma la curiosità mi è venuta, e quindi l’album l’ho ascoltato. Che dire? Non malaccio: ci sono le ballate tristanzuole, una buona dose di folk di ispirazione irlandese, ricami acustici e spunti tra rap e r’n’b, che sono poi l’elemento che più mi stupisce di questo artista. Un album dignitoso, per usare un aggettivo caro a una mia professoressa di liceo, ma che almeno per il mio punto di vista non giustifica per niente l’esaltazione smodata di cui si è parlato. Sì, le canzoni si lasciano ascoltare, alcune sono anche molto piacevoli – Castle On The Hill e a Perfect, per esempio – ma nessuna tocca le vette dell’estasi, e neanche ci si avvicina. Ed è qui che ancora una volta ho iniziato a farmi qualche domanda.
Cavolo, se polverizzi i record di streaming dei campioni del pop, come minimo mi aspetto che tu lo faccia per aver composto il pezzo del millennio! Invece no, hai composto una canzone. Ok, una bella canzone, te lo concedo, ma nulla di più.

Per cercare di capirci dentro, ho provato a chiedere a tre amici, di sicuro ammiratori di Sheeran più di quanto non lo sia io, che cosa esattamente ammirano nella sua musica: una ha risposto che fin lo ascolta da quando non era ancora famoso e che fin dall’inizio l’ha colpita il suo fraseggio e la sua capacità di restare sempre delicato; un altro, anche lui fan della prima ora, mi ha detto di apprezzarlo di più sul palco che non nei dischi, di ammirare molto la sua capacità di stare in scena da solo durante i concerti e il suo modo di suonare la chitarra, consigliandomi di ascoltare la versione acustica di Castle On The Hill; la terza ha detto invece che di amare quella canzone più nella versione “tamarra” in studio.
Tre ascoltatori, tre rispose differenti, ecco, “sono a posto”, ho pensato.
Va beh, allora ho provato a risentire il disco: tutto carino, limpido, liscio come l’olio,un po’ acustico, un po’ folk, un po’ rap, un po’ triste, un po’ romantico. Ma niente, dell’entusiasmo neanche un accenno.

Insomma, una risposta definitiva alla mia domanda forse non c’è, e forse è stupido anche solo porsi la domanda, perché alla fine stiamo parlando di canzoni, una dimensione in cui il gusto e lo sguardo personali sono gli unici padroni.
Con buona pace di tutti, il mondo continuerà a impazzire per Ed Sheeran e io, con pochi altri, continuerò serenamente a skippare i suoi brani quando YouTube o Spotify me li vorranno proporre. Fino a quando arriverà il prossimo fenomeno globale.
Scusa Ed, non ce l’ho con te, davvero, è solo che non ti capisco.
Mistero della rete? Mistero della musica? Mistero.

All I Want For Christmas Is…. James Corden!

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Che Dio benedica James Corden!
Quest’anno il suo Carpool Karaoke ha portato una deliziosa ventata d’aria fresca diventando un vero fenomeno del web, oltre che un successo in televisione: da Adele a Justin Bieber, Jennifer Lopez, Gwen Stefani, Chris Martin, Elton John, Lady Gaga, Madonna e Bruno Mars, tutti hanno voluto concedersi un quarto d’ora in macchina con lui, tra chiacchiere spassosissime ed episodi di karaoke più o meno sgangherati.
Per ringraziare il pubblico dell’affetto dimostrato in questi mesi, è stata realizzata una puntata speciale del Carpool Karaoke, che vede protagoniste molte delle star che quest’anno hanno preso parte al gioco alle prese con la celeberrima All I Want For Christmas Is You, ormai diventata l’inno assoluto delle feste.
E ad aprire le danze, o meglio i canti, non poteva che essere lei, Mariah Carey!
Babbo Natale, se ancora non sai cosa portarmi, fammi trovare sotto l’albero James Corden con la sua auto: sarà un Natale fantastico!!

BITS-RECE: Emeli Sandé, Long Live The Angels. Sopravvivere a se stessi

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Come si sopravvive al successo, quello inaspettato, sconvolgente, frastornante? Ne sa forse qualcosa Alanis Morissette, che dopo lo sconvolgimento portato da Jagged Little Pill ha dato ritrovare se stessa e rimettersi in moto, e più recentemente pare ne sappia qualcosina anche Adele, che non doveva proprio essere preparata alla valanga di 21. Ma ne può parlare, e anzi lo ha fatto, anche Emeli SandéL’artista inglese infatti si è ritrovata di punto in bianco nel 2012 al centro di un ciclone mediatico non previsto, dopo che il suo album d’esordio, Our Version Of Events, si è ritrovata a dover gestire un successo probabilmente neanche lontanamente previsto, con un album che è arrivato a vendere più di due milioni di copie nella sola Inghilterra.
Ecco, davanti a una prova del genere, reagire con nervi saldi è pressoché impossibile, tante sono le pressioni, le aspettative, le ansie. Per non parlare dei confronti con altri artisti (vedi alla voce Adele) che media e pubblico si sentono in dovere di mettere in pratica.
Nel corso di questi ultimi quattro anni, Emeli Sandé ha suonato un sacco in giro per il mondo, ma a un certo punto ha sentito il bisogno di fermarsi, quasi sparire, riannodare le fila sparpagliate del discorso e poi tornare. Un ritorno che ha visto la luce con Long Live The Angels, il secondo, generosissimo, album di inediti. Ben 15 tracce nell’edizione standard e 18 nella deluxe, tante erano le cose da raccontare.

Un disco in cui le influenze dance del primo album sono state messe da parte per lasciare spazio alle note più calde del soul: nessuna vampata sulla scia di Heaven quindi, ma una fiamma incandescente che si spande lenta, densissima, quasi in silenzio, mettendo al centro la voce e le parole. Gli interventi più carichi si riducono a una manciata  brani (Hurts, il primo singolo, Highs And Lows, Babe), ma nel resto dei brani si percepisce un calore raccolto, tra influenze di r’n’b e gospel.
Un nuovo viaggio che inizia tra i colori quasi misticheggianti di Selah (Try to hold my breath but it’s filling up my lungs/Try keep it quiet but it’s banging like a drum/And they’re shaking up my bones), prosegue con Breathing Underwater e poi Happen, tra cadute nel vuoto e sguardi rivolti verso l’alto, fino a Highs And Lows, manifesto di vittoria e rinascita personale.
Si fugge, ci si nasconde, ma sopravvivere si può, basta rifugiarsi in se stessi e guardarsi in faccia: la forza di riemergere è lì, davanti a noi. Anzi, siamo proprio noi.

Da JLO ad Adele: il folle karaoke di James Corden

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Si intitola Carpool Karaoke e se non l’avete ancora visto dovete assolutamente rimediare perché è una delle cose più assurde e irresistibili che ci siano in giro.

Di cosa si tratta? Molto semplice: il Carpool Karaoke è un segmento del The Late Late Show with James Corden, programma trasmesso dal 2015 sulla CBS e condotto dall’inglese James Corden.
In ogni episodio, Corden ospita a bordo della propria auto una star della musica e insieme iniziano a girare con la radio a palla facendo karaoke. Un po’ quello che almeno una volta abbiamo fatto tutti in auto, solo anziché avere di fianco l’amico dei tempi delle medie o la prozia ottantenne, James Corden si ritrova a cantare con Jennifer Lopez, Mariah Carey, Gwen Stefani, Chris Martin, Elton John, Sia, i Red Hot Chili Peppers, Stevie Wonder o Adele, e anziché girare per le strade di Rozzano o Tor Pignattara lo fa per le vie di Los Angeles.

Tra musica e chiacchiere, il risultato è qualcosa di semplicemente spassoso.
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Prendete per esempio l’episodio con Jennifer Lopez (il mio preferito…), quando Corden si cimenta nelle mosse sexy di Waiting For Tonight, o quando invia un messaggio “hot” a un contatto della rubrica telefonica di JLo.

Oppure l’episodio con Gwen Stefani, George Clooney e Julia Roberts, alle prese con We Are The Champions.

O la lotta nel prato di Corden con Anthony Kiedis dei RHCP e la loro sfida a colpi di addominali…

Prendi una star, portala in macchina, accendi la radio… e lo spettacolo è servito!

… e intanto io sogno già anche gli episodi con Madonna e Lady Gaga…

Dai James, portale a fare un giro!