BITS-RECE: Fergie, Double Dutchess. Il gran bis della “duchessa”

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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11 anni. Tanto ci ha messo Fergie a tornare in pista. Cioè, a dir la verità non sono stati proprio 11 anni di silenzio questi, perché in mezzo ci sono stati due album con i Black Eyed Peas e qualche brano inedito snocciolato durante il percorso. Però insomma, il secondo capitolo della sua carriera solista si apre adesso, con Double Dutchess, un discone di 17 tracce a cui va ad aggiungersi anche il pacchetto di tutti i video (tranne You Already Know) nella Visual Experience, riuniti nel film Seeing Double. Un po’ insomma come aveva fatto Beyoncé con il Visual Album di qualche anno fa.
Ampiamente anticipato da L.A. Love, M.I.L.F. $ e Life Goes On, Double Dutchess restituisce una Fergie in pienissima forma, anche se forse un po’ appannata dal punto di vista mediatico, ma desiderosa di buttarsi ancora al centro della mischia con un album generosissimo di spunti e poderoso nei suoni.
Quello che colpisce da subito è l’atmosfera decisamente urban in cui è immerso Double Dutchess, capace di passare attraverso momenti molto diversi, con poco spazio riservato al puro pop: l’apertura, grandiosa e sorprendente, è affidata ad Hungry, con le sue note oscure e quasi goticheggianti di trap (dentro ci è finito addirittura il campionamento di Dawn Of The Iconoclaste, successo dei Dead Can Dance) e il featuring di Rick Ross, mentre le tracce successive sono una raffica di variazioni che dal più classico R&B toccano l’hip-hop, il reggae, l’elettronica, per arrivare a chiudere in bellezza con i fuochi d’artificio grazie il rock ardente e affilato di Love Is Pain, in cui si intravede – neanche troppo velata – l’anima di Purple Rain di Prince in un omaggio non ufficialmente dichiarato.
Assolutamente spassosissimi i toni tropicali di Enchanté (Carine), insieme ad Axl Jack, il figlio di Fergie, così come il potente giro di funk di Tension, che sembra – a dirla tutta – rubata dagli archivi di Kylie Minogue.

Insomma, un album sfaccettato e studiatissimo per il ritorno di una protagonista di prima linea degli anni Duemila, che si trova oggi circondata dall’affamata schiera della nuova generazione e che sapeva quindi di doversi giocare il tutto per tutto per dimostrare che oggi c’è ancora posto lei. Almeno sulla carta, il risultato non manca di ispirazione e parrebbe darle ragione: dopo tanti anni Fergie è tornata, c’è, e tiene perfettamente il passo con i tempi.
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Sul versante video invece c’è da segnalare qualche punto di domanda rimasto in sospeso, dal momento che in più di un episodio l'”esperienza visuale” si rivela essere non molto di più che un semplice contenuto bonus aggiunto alla versione audio. Portando il confronto sull’analoga operazione di Beyoncé, la signora Carter – tra l’altro citata tra le fonti d’ispirazione – si porta a casa la vittoria a mani basse.
Tra i momenti da salvare, sicuramente l’intensità immaginifica di Love Is Pain.

BITS-RECE: Arcade Fire, Everything Now. Come se gli ABBA facessero indie

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Se un compito di un artista è quello di sorprendere e cogliere in contropiede, gli Arcade Fire hanno fatto un ottimo lavoro. Parlando dell’ultimo album della band canadese, Everything Now, non c’è infatti recensione che non si soffermi – in maniera più o meno scomposta – sulla virata sonora dei nuovi brani.
Da eroi dell’indie-rock a nuove stelle del dancefloor, questo è il riassunto generale del giudizio della “critica”, dopodiché i pareri si dividono tra quanti inorridiscono come alla vista dell’Anticristo e quanti affermano che non è poi così malaccio. Nessuno o quasi però sembra fare salti di gioia, segno che forse la sterzata è stata un po’ troppo brusca e ardita oltre misura.
In effetti, ciò che colpisce di Everything Now sono le bordate elettroniche che riversa addosso, i tappeti di sintetizzatori, tutta quella valangata di memorie di anni ’70 e ’80 che saltano fuori da ogni accordo senza possibilità di controllo.
Un situazione che si spiega bene se si leggono i crediti del disco, dove alla voce produzione compare anche il nome di Thomas Bagaalter, cioè una delle due metà dei Daft Punk.
Ci sono echi fin troppi spudorati degli ABBA (il paragone lo hanno fatto tutti, ed è in effetti impossibile da ignorare), omaggi alla disco music, melodie ipnotiche di synthpop che sembrano prese in prestito direttamente dall’epoca di Moroder.
Si balla, si canta, e si trova anche il tempo di scherzare un po’ su questa bislacca società tutta concentrata sui social e sull’autopromozione.
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Se poi sia stata una scelta davvero così disgraziata non saprei dire: a me basta ascoltare la titletrack (prima e seconda parte) o Put Your Money On Me (il vero pezzone da salvare in playlist) per sapere che questo album è molto più onesto di tanta altra roba seriosamente indie.

BITS-RECE: Andrea Belfi, Ore. Al confine tra suono e battito

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
Andrea Belfi - Ore (Cover Art)
Si intitola Ore, dove il termine non è il plurale della parola italiana che usiamo per indicare l’unità di misura del tempo, bensì si tratta del termine inglese che indica un materiale grezzo ancora da rifinire e lavorare per trarne qualcosa di pregiato. Un po’ come il celebre marmo di Michelangelo, che possedeva già in sé il capolavoro.

Ore non è un disco di canzoni nel senso più comune, è più da intendere come un percorso individuale che ogni ascoltatore vi può trovare all’interno scavando con la mente, semplicemente lasciandosi andare alle suggestioni dei suoni.
Ecco, i suoni, concetto di fondamentale accezione in un progetto come questo, che vede al centro le percussioni. Niente voci, niente linee melodiche da farsi girare in testa, ma palpiti, rulli, fruscii, tuoni di percussioni e batteria, arricchiti solo dai sintetizzatori.
Cinque tracce di musica che si potrebbe definire avanguardistica, drone, progressiva, minimal, o forse in nessuno di questi modi, perché siam sempre lì, le definizioni contano fino a un certo punto. Se poi stiamo parlando di esperimenti, non contano proprio un cazzo.
1- Andrea Belfi - (Credit - Steve Glashier) landscape
Ore è l’ultimo – coraggioso – progetto di Andrea Belfi, percussionista italiano trapiantato da tempo Berlino, noto per le sue performance particolarmente energiche, ricche di improvvisazione e sempre alla ricerca dell’unione tra anima acustica ed elettronica. Un estro che non è sfuggito a Nils Frahm, che ha portato Belfi all’interno della sua band, i Nonkeen.
Quello che ha ricreato in Ore è uno scenario notturno, assolutamente ipnotico, a tratti forse claustrofobico, un lungo tunnel tra battito e suono dentro al quale passano le sensazioni di chi sta ascoltando. Una musica come la ambient, ma molto più caotica, o come la noise, ma molto più lineare.
Uno di quei dischi che riescono a lasciare completamente indifferenti molti e ammaliare ferocemente altri.

BITS-RECE: Lorde, Melodrama. Sofismi pop di una principessa triste

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Due elementi hanno segnato la nascita di questo disco: la fine di una storia d’amore e il fatto di essere il secondo album della carriera, che, si sa, si dice essere il più difficile per ogni artista.
In effetti Lorde arrivava da quella botta di successo mondiale che l’aveva fatto conoscere con Royals e l’album d’esordio Pure Heroine: un successo di una portata forse un po’ inaspettata, anche perché aveva appena 18 anni. Come ripartite quindi?
Ci è voluto un po’ di tempo perché la ragazza metabolizzasse tutto e sapesse far fruttare al meglio i due fattori: perché quanti artisti hanno scritto canzoni o interi album sulla fine di una storia? E quanti sono passati dallo scoglio secondo album? Nel primo caso, moltissimi, nel secondo, praticamente tutti.
E allora, come venirne fuori? Con un disco come Melodrama. Dentro, ci è finito di tutto, dal pop all’r’n’b, dall’elettronica ai lenti suonati al pianoforte, e nei contenuti si passa dalla gioia al dolore, come la stessa artista ha riconosciuto: un disco pulsante di luci al neon di caotiche feste in discoteca e i lumicini di momenti riservati solo a sé. I primi due due singoli, Green Light e Liability ne sono un esempio: tanto il primo è ipnotico e vorticoso nelle sue atmosfere quasi da house, tanto il secondo – anche nella reprise – è scarno e vulnerabile. È poi c’è Hard Feelings/Loveless, brano dalla doppia faccia, sunto eloquente degli stati d’animo condensati nel disco.

Un album che probabilmente in molti non si aspettavano così, nelle sue diverse anime umorali e sonore, pulsante e sofferente, con le parole sempre cantate da quella voce così trascinata di peso a cui Lorde ci ha abituati fin dall’inizio, e che in certi casi rischia di diventare proprio il suo limite, incatenandola al ruolo un po’ di principessa depressa e un po’ di maestrina del pop, tipo come Lana Del Rey, ma con più ritmo.
Tutto questo fa comunque di Melodrama un album intrigante, selvaggio ma non ostile, moderatamente aristocratico: un vero e proprio esempio di melodramma moderno diviso in tutte le sue “arie”, i suoi atti e le sue scene. I racconti di vita, amore e disperazione di una ragazza che si è trovata tra le mani un successo molto più grande di lei e ha dovuto trovare il modo di far confluire tutto nella sua musica con ordine, senza farsi travolgere dal fine della storia e dal fantasma del secondo disco, e soprattutto continuando a vivere.
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Piuttosto, ciò a cui Lorde deve prestare attenzione è non diventare un’artista-feticcio della nicchia dei “filosofi del pop”, vale a dire i presunti alternativi fighetti, fanatici di suoni cervellotici e per forza alternativi.
Per quello che ha fatto fino a oggi, Lorde sta esattamente sulla linea del crinale, tra il becero mainstream del vasto pubblico e l’attitudine indie: un equilibrio che probabilmente prima o poi perderà favore di uno o dell’altro, quale sarà il tempo a dirlo.
Per quel che mi riguarda, spero solo che non si trasformi nell’ennesima divinità osannata dalla nicchia hipster.

BITS-RECE: Roger Waters, Is This The Life We Really Want? La banalità della bellezza

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Quando ci si trova davanti a una leggenda, un colosso, un nome enormemente vasto anche solo nel pronunciarlo, si hanno due possibilità. O se ne parla avendo cognizione di causa e gli strumenti adatti, oppure ci si limita ad ascoltare e godere in silenzio della bellezza che sa regalare. La terza possibilità, tremenda, è quella di volerne per forza parlare tirando fuori solo banalità o, peggio, castronerie (o forse sono peggio le banalità?).

Di Roger Waters, così come dei Pink Floyd, non ho mai parlato, un po’ perché non fanno parte dei miei ascolti abituali e un po’ perché, lo dico senza paura, anche quando ce ne sarebbe stata la possibilità non me la sono sentita. Cosa posso dire io più di quanto non sia stato già detto (meglio) di una delle band più stratosferiche di ogni tempo? E ugualmente, cosa potrei dire io di realmente interessante della musica del suo bassista?
Però poi è capitato che l’ultimo album di Waters, Is This The Life We Really Want?, l’ho ascoltato e, porca miseria, come si fa non dire neanche una parola? Anche solo un “wow”? Quindi sì, mi prendo il rischio e due parole le scrivo.

Erano 25 anni che Roger Waters non pubblicava un lavoro di inediti e quando mi capitava di sentir parlare dei Pink Floyd una delle cose che sentivo dire più spesso era che la loro musica non ha nome e non ha tempo. Quella di Roger Waters altrettanto. Dopotutto, potrebbe non essere così?
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Is This The Life We Really Want? è uscito adesso, ma sarebbe tranquillamente potuto uscire quarant’anni fa o potrebbe uscire fra quarant’anni, e sarebbe stato esattamente così, perfettamente adeguato ai tempi e contemporaneamente al di sopra di essi, puro, innocente, di quella bellezza che c’è e basta, non ha bisogno di parole per farsi capire. Persino i Beatles, così rivoluzionari, sono in qualche modo passati di moda e hanno perso attualità, ma non i Pink Floyd, non Roger Waters.
È rock la musica di Roger Waters? (Erano rock i Pink Floyd?) È elettronica? Sperimentale? Avanguardistica? Classica? Acustica? Sono decenni che ce lo si domanda, senza che una risposta ci sia.
Al centro del suo nuovo album, c’è la critica alla società di oggi, c’è la rabbia, il disincanto. Il disco si apre con l’inquietante ticchettio di un orologio, su cui si sovrappone in stridente contrasto la musica, e in più punti affiorano voci di radio e televisioni, a richiamare il ruolo della stampa e della comunicazione nei giorni nostri. Waters – con una voce che spesso assomiglia a quella dell’ultimo Bowie – si chiede se è proprio questa la vita che avevamo sognato di vivere, se è questo il mondo che avevamo pensato di lasciare (il sottotesto rivolto a Trump è fin troppo evidente). Nella malinconicissima Déjà vu si mette addirittura nei panni di Dio, domandandosi cosa avrebbe fatto lui al suo posto.
Michela Monina, la voce più caustica e spietata della critica musicale italiana, ha definito il disco “di una bellezza abbacinante“, termine che gli prendo volentieri in prestito, aggiungendo solo che questa musica è come il sole all’alba: qualcosa di profondamente naturale eppure assolutamente straordinario, nudo, limpido e commovente.

Alcuni, più scettici, si chiedono dove stia il confine tra la musica dei Pink Floyd e quella di Waters come solista, come se fosse davvero necessario trovarlo questo confine, e non bastasse godere di questa bellezza.
E mi fermo qui, perché non serve dire davvero altro. Scusate la banalità.

BITS-RECE: Harry Styles, Harry Styles. C’è vita oltre la band

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Non ho mai scritto degli One Direction. Solo una volta, qualche anno fa: scrivevo per un altro portale web e la richiesta della recensione era arrivata dal caporedattore. Per il resto, la band inglese l’ho sempre evitata come la peste. Atteggiamento snob e poco professionale? Può darsi, ma tant’è.

HarryStyles_JamieJamesMedinaCon la medesima linea di pensiero, avrei anche evitato di parlare del debutto solista di Harry Styles, se non fosse che di questo album hanno parlato tutti bene, troppo bene. E quando dico tutti non mi riferisco a magazine e blog destinati al pubblico teen, ma parlo dei principali organi di informazione musicale. Possibile che il primo album di un ragazzino di una boy band venga accolto con tanto entusiasmo? Qualcosa decisamente non mi quadrava, e con pensiero sono andato ad ascoltarmi Sign Of The Times, il primo singolo.
Beh, gente, se anche voi eravate tra quelli che vedevano in Styles l’ennesimo bambolino pop insipido, sappiate che dovete fare almeno un paio di passi indietro e rivedere le vostre convinzioni.
Non solo Sign Of The Times è una ballata di stupefacente magnetismo, ma l’intero disco è una sorpresa continua. Roba che se queste canzoni le avesse cantate un Robbie Williams o un Sam Smith saremmo tutti qui a osannarle senza se e senza ma. Intendiamoci, tra questo disco e il capolavoro c’è un buon tratto di strada, ma vi sfido a restarne indifferenti durante l’ascolto.
Nei suoi primi dieci brani firmati con il suo nome, Styles lascia da parte il pop facilone da stadio per cimentarsi con il soft rock, il folk e il country, e anziché riempirli di friccicorii e coriandoli li cosparge di toni crepuscolari, spesso malinconici, e addirittura vicini all’universo indie, con un effetto destabilizzante non da poco per chi – come me – ha sempre visto in lui solo un faccino da poster.

Davanti a tutto ciò, le domande che mi ronzano in testa sono almeno due: dov’è stato fino a ieri il vero Harry Styles? E come reagiranno le migliaia di fan sparse nel mondo di fronte a un così repentino salto stilistico? Il punto è che se questa è la via che il ragazzo ha scelto di seguire, non gli sarà difficile scrollarsi da dosso i pregiudizi del pop e farsi amico anche il pubblico della più conveniente scena rock.
Insomma, pare esserci vita oltre la band. Una vita completamente nuova.

Non ci credete, vero?

BITS-RECE: Shakira, El Dorado. Scusi, permette un reggaeton?

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Ci sono state tre occasioni in cui mi sono davvero esaltato per una canzone di Shakira: la prima è stata per Whenever Wherever, che poi è stato quando l’hanno conosciuta più o meno tutti gli altri, la seconda è stata per Don’t Bother, l’altra è stata per She Wolf, che al momento rappresenta una delle sue più grandi delusioni discografiche. Per il resto, la (finta) biondona colombiana non mi ha mai entusiasmato più di tanto, nemmeno quando il mondo intero è andato in giuggiole per il tormentone di Waka Waka.
Ogni suo album è sempre stato una grande incognita, un dubbio diviso tra le sonorità latine (più o meno inevitabili, viste le sue origini) e quelle pop internazionali, e ammetto che alcuni capitoli della sua discografia me li sono proprio persi, eccezione fatta per i singoli passati in radio.

Per questo El Dorado un po’ di curiosità mi è venuta, vuoi per l’attesa che lo ha circondato, vuoi per il buon responso raccolto dai singoli usciti nei mesi scorsi. Il rischio di incappare in un tripudio di varie latinerie e stucchevoli ballate in spagnolo c’era, e lo sapevo, ma ho voluto rischiare almeno un ascolto.
Ecco, a giro di brani ultimato, posso dire che le cose sono andate meno peggio di come pensavo: il latin pop la fa da padrone alla grande (con un titolo come quello era ovvio…), ma senza portarsi dietro quelle atmosfere da spiaggia che di solito lo accompagnano come insopportabili cliché.
El Dorado è un disco che difficilmente ricorderò come tra i più entusiasmanti in cui mi sia imbattuto, ma alcuni episodi – anzi, forse anche più di alcuni – sono sicuramente da salvare, soprattutto quelli in cui Shakira concede spazio al ritmo, primo fra tutti il reggaeton, meglio ancora se lo irrobustisce con un po’ di elettronica (Me Enamoré, Chantaje, When A Woman), e poi l’r’n’b (Trap), che già tante volte ha fatto capolino nella sua produzione.

Un disco che in qualche modo cerca di far convivere anima latina e anima internazionale senza che una prenda a botte l’altra: come a dire, il mondo latino è il padrone di casa, ma i suoni internazionale sono ospiti più che graditi.
A conti fatti, non cambio idea, e continuo a preferire Shakira quando sceglie di uscire di casa e dedicarsi al pop di matrice statunitense, per cui resto in attesa di un nuovo album che ricordi i tempi in cui “c’era una lupa che ululava nell’armadio”, ma mi terrò El Dorado per quando, nelle sere d’estate, sentirò salire una voglia selvaggia di reggaeton.

BITS-RECE: DiMaio, Debut. Spettacoli crossover tra lirica barocca ed elettronica per controtenore

BITS-RECE: DiMaio, “Debut”. Spettacoli crossover tra lirica barocca ed elettronica per controtenore

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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La contaminazione è un elemento che nella musica ha sempre destato la mia curiosità. Parlo ovviamente della contaminazione realizzata per bene, con attenzione, con lucida consapevolezza e una chiara idea di cosa voler creare.
Un interessante caso di musica contaminata l’ho ritrovato recentemente in Debut, l’album che, come si può ben capire, apre le porte alla carriera di Maurizio Di Maio, in arte solo DiMaio.
Si tratta di una contaminazione che corre su doppio binario, quello stilistico e quello temporale: sul primo troviamo un incontro/scontro di lirica ed elettronica, sul secondo si fronteggiano invece il repertorio barocco e gli stimoli sintetici contemporanei provenienti dal Nord Europa.
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Ma andiamo con ordine. In quel mondo di cristallo che è la musica lirica esiste una figura forse non molto nota al grande pubblico, ma di assoluto fascino, il controtenore. Un uomo cioè in grado di eseguire partiture nelle tessiture del contralto, del mezzosoprano o addirittura del soprano, vale a dire i tre registri femminili, annullando di fatto in un solo corpo vocalità maschile e femminile.
Nulla a che vedere però con quello che succedeva con i poveri castrati di farinelliana memoria, sventurati giovinetti i cui attributi venivano sacrificati nel sacro nome del canto: il controtenore riesce nell’impresa grazie a doti che possiede per natura, e che naturalmente affina con lo studio.
Come nel caso del nostro DiMaio, sopranista, che dopo una lunga esperienza come corista, si lancia ora – pare su consiglio di Luis Bacalov – nell’arduo repertorio del XVII e XVIII secolo, quello in cui fiorì il gusto barocco, l’epoca di Handel. Repertorio complesso e sicuramente non tra i più conosciuti tra non melomani, se non per qualche singolo episodio.
Il suo progetto però, già molto coraggioso e ambizioso, non si ferma qui, ma va a cercare arrangiamenti inediti, sorprendenti, per un effetto ancora più scenografico: la soluzione è offerta dai sintetizzatori di Dario Faini, aka Dardust, che mette mano alle arie liriche e le immerge in un bagno di elettronica.

Il risultato è affascinante ed elettrizzante: la voce angelica di DiMaio svetta tra le ottave di un pezzo celebre come Lascia ch’io pianga e Ombra mai fù, ma esegue candidamente anche L’Ave Maria Caccini di Vavilov, fino a far visita a Vivaldi in Vedrò con mio diletto, mentre sotto Dardust tesse freddi tappeti di luci al neon.
Uno spettacolo barocco nel significato più vivo del termine. Magia del crossover.

BITS-RECE: Shady, Shady EP. Musica di traverso

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In un’edizione di Amici che resterà nella memoria (se ci resterà) come una delle più stanche e sbiadite, la presenza di Shady dava una nota di smalto e personalità.
Quando l’ho sentita per la prima volta al serale, davo per scontato che avesse già in tasca l’accesso alla finale, ma così, sorprendentemente, non è stato, ed è superfluo dire che ci siamo tutti persi la possibilità di ascoltare qualcosa che andasse al di là dell’usurato pop con il faccino pulito.
Per fortuna, fuori da Canale 5 la ragazza ha potuto contare sul supporto Boosta, che da insegnante all’interno del programma si è poi fatto carico anche della produzione di questo primo, omonimo EP.
Quelli presenti nel suo esordio discografico sono sei pezzi che lambiscono il territorio pop, ma si muovono meglio sui sentieri dell’elettronica e di un certo future bass, tutta roba che comunque non guarda all’Italia, ma punta gli occhi all’estero.
Shady è una di quelle artiste che possono benissimo non piacere (io neppure ho capito se mi piace davvero o no, ma di certo mi affascina), ma hanno un qualcosa addosso, negli occhi, nella voce, nell’aura o chissà dove, che te li fa osservare. Uno di quegli artisti che si capisce che hanno tutta la voglia di costruirsi una personale struttura comunicativa, anche a costo di allontanarsi dalla più ovvia delle formule radiofoniche.
La prova Shady ce le offe in pezzi come Come Next To Me, Loubutin o ancora più lampante nella rilettura di Rolling In The Deep, pezzo assai fragile da toccare data la sua elevata popolarità. La ragazza lo ha preso e lo ha spogliato di (quasi) tutto, facendone qualcosa di assai diverso dalla macchina da guerra magiaclassifiche sfornata da Adele.
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Shady ha una di quelle personalità che non amano troppo i rettilinei, ma preferiscono mettersi di traverso, in obliquo, storte, con melodie sghembe e sequenze ritmiche intermittenti. Non segue binari, preferisce piegarli e tagliare per vie differenti, dritte a una meta che ha ben chiara in testa.
Lontana dall’essere un’artista “arrivata”, nel prossimo futuro Shady ha la grande possibilità di farci ascoltare qualcosa di diverso, offrirci il suo mondo.
È sicuramente tra i concorrenti più atipici che abbiano messo piede nello studio di Amici e, almeno per ora, sembra non essersene fatta plagiare troppo. Va protetta, accudita e sorvegliata a vista, anche per non farla sparire nell’oblio.
Io, in lei, un po’ ci confido.

BITS-RECE: Christaux, Ecstasy. Tra inferno e paradiso

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Magniloquenza, dramma, desolazione, liturgia. Termini che possono forse suonare un po’ in contrasto e dissociati, ma che sono tutti necessari per descrivere Ecstasy, il primo lavoro di Christaux, ovvero Clod, ovvero una delle due metà degli Iori’s Eyes.
Tra il pop e un’elettronica memore degli anni ’80, il ragazzo propone un lavoro barocco, a tratti allucinato, che descrive con le melodie paesaggi tragici, malinconici, disperati.
Si respira un clima di riflessione solitaria, quasi una meditazione ascetica, una celebrazione profana e solenne.
Non è forse un caso la scelta del nome, così come quell’immagine di copertina in odore di santità e martirio.
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Il percorso interiore e sonoro delineato da Christaux parte da un capitolo maestoso come An Ode To The Beast, per poi sviscerarsi tra inni notturni e solitari, esalazioni musicali al benzoino e immersioni in acque torbide. Se Surreal tocca l’apice emozionale del disco, all’ipnotica e sulfurea Spazio HD spettano le uniche, visionarie liriche in lingua madre.
È l’estasi secondo Christaux, la sua via di liberazione.