David Garrett: quattro date in Italia a ottobre

92a19907-6479-4ef4-b783-604320bb9a51
David Garrett
, il “violinista del diavolo”, colui che ha fatto convivere le note di Mozart con i Metallica, colui che ha con corde e archetto ha reinterpretato classici come Purple Rain, They Don’t Care About Us, Viva la vida, L’estate di Vivaldi o “la Quinta” di Beethoven, si prepara a tornare in Italia per quattro appuntamenti dal vivo a ottobre con l’Explosive – Live.

Queste le date:
17 ottobre 2018 – Roma, Palalottomatica
19 ottobre 2018 – Firenze, Nelson Mandela Forum
20 ottobre 2018 – Milano, Mediolanum Forum
21 ottobre 2018 – Bolzano, Palaonda

I biglietti sono disponibili, in prevendita sul circuito Ticketone e presso tutti i punti vendita abituali.
1efaf8bc-6483-41f4-94aa-31451ea470f2
David Garrett sarà accompagnato da una band di cinque elementi: Franck van der Heijden (direttore musicale e chitarrista principale), John Haywood (tastiera/piano, co-produttore.), Marcus Wolf (chitarrista ritmico e cantante), Jeff Allen (basso), Jeff Lipstein (batteria).

 

Post Traumatic: alla memoria di Chester, Mike Shinoda va oltre il dolore

photo-credit-frank-maddocks-extralarge_1522175537053-1
Compositore, performer, produttore musicale, regista. Ma soprattutto, Mike Shinoda era una metà portante dei Linkin Park insieme a Chester Bennington. Fino a quando, nel luglio dello scorso anno, la depressione ha portato il cantante della band a commettere il suicidio, lasciando un vuoto improvviso e incolmabile nel mondo della musica.

Nei mesi successivi la morte di Chester, Mike si è immerso nell’arte per cercare di superare il dolore: si è rintanato nella sua casa di Los Angeles, senza un’idea precisa di cosa fare, e ha incominciato a scrivere, a registrare, a dipingere. A gennaio ha pubblicato il Post Traumatic EP, contenente 3 nuovi brani, ognuno dei quali espressione potente e sincera di un dolore nudo e crudo, accompagnati da video registrati, dipinti ed editati in modo amatoriale. 
cover
Dopo la pubblicazione dell’EP, Shinoda ha continuato a comporre musica, fino ad arrivare a dar vita a Post Traumatic, l’album in uscita il 15 giugno.
Un disco che non poteva non essere estremamente personale e che, nonostante il titolo, non parla solo di dolore: “È un viaggio per allontanarsi dal dolore e dalle tenebre”, un album sulla guarigione.

“Chi ha subito un’esperienza simile, spero possa sentirsi un po’ meno solo. Gli altri, spero si possano sentire grati di non averla vissuta”.

BITS-RECE: Saber Système, Nuevo Mundo. Un melting pot di musica

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
unnamed
Ci sono album che smettono di essere semplicemente dei dischi e si rivelano veri e propri universi.
Nuevo Mundo è uno di questi. Si tratta del primo progetto del collettivo Saber Système, sette ragazzi dai 18 ai 20 anni che suonano gli strumenti della tradizione musicale occitana mischiando lingue, suoni e, ovviamente, culture.
Francese, spagnolo, italiano e dioulà (la lingua della Costa d’Avorio) confluiscono in un caleidoscopio di musica che unisce tradizione e innovazione, folklore ed elettronica, world music, dance e sintetizzatori, tanti sintetizzatori.
Percorrendo la starda di Nuevo Mundo ci si trova immersi in un mondo di note e suggestioni, un vero e proprio melting pot sonoro dove le bandiere culturali sventolano allo stesso ritmo, un ritmo che è ovviamente vivacissimo e pensato per la danza: i generi si avvolgono uno addosso all’altro, tra pop, dance, reggaeton, persino trap, fino al coupé decalé ivoriano. Non sono da meno i testi, che affrontano temi come l’amicizia, l’immigrazione e le sue difficoltà.
Lo spirito del progetto viene riassunto nel nome che il giovanissimo collettivo ha scelto di darsi, Saber Système, ovvero il “sistema sapere”, una consapevolezza della contaminazione delle proprie origini con il “sound-system”.
Tra i momenti più interessanti di questo “nuovo mondo”, Il canto dei venti, intenso pezzo corale dalle coloriture africane e con un testo di Gino Giordanengo, poeta di Peveragno, La Libertat, autentico sfogo elettronico di beat, e L’amitiè, quasi sconvolgente nell’unire strumenti tradizionali a una potente anima da dancefloor (ma gli episodi “da cubo” sono numerosi).
Ogni tanto ci sono dischi che riescono realmente a stupire e creare intorno a sé una magia: l’incantesimo di Nuevo Mundo è quello di farci credere che esiste un mondo in cui le differenze culturali non faranno più paura.
No, non è retorica, è bellezza.

BITS-RECE: Opus 3000, Benevolence. Una fusione di suoni

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
OP3000_CD_FINAL_PRINT.indd
Che un libro non vada mai giudicato dalla sua copertina ce lo hanno sempre insegnato, ma a volte una copertina sa dare un’idea piuttosto precisa del suo contenuto.
Come in questo caso. Non stiamo parlando di un libro, ma di un disco, ma il concetto è quello. In particolare, stiamo parlando di Benevolence, primo lavoro del progetto Opus 3000.
Sulla copertina compare un’illustrazione astratta, qualcosa di simile a una distesa marina, deformata come uno stendardo steso al vento.
Ecco, la musica degli Opus 3000 è esattamente questo: astratta e fluida, profondamente fluida. Così fluida che permette a due generi di solito remoti come la classica e l’elettronica, di incontrarsi e fondersi in un’unica anima.
op3k esterna
Dietro al progetto Opus 3000 si nascondono le menti – e soprattutto l’arte – della pianista Gloria Campaner, del produttore e percussionista Francesco Leali e del violoncellista e bassista Alessandro Branca.
Quello che hanno fatto confluire nel loro primo lavoro è qualcosa di contaminato e puro nello stesso tempo: contaminato perché non si riconosce in nessun genere preciso che non sia il crossover, puro perché sembra essere stato generato con il solo scopo di far scaturire emozioni, che sono quanto di più puro si possa conoscere.
Benevolence è un album diafano e nebbioso, a tratti ruvido, che fa della fluidità la sua forza: i suoni degli strumenti classici sembrano sciogliersi in un mare indistinto di sintetizzatori e distorsioni, lasciando venire a galla di tanto in tanto rilievi di violoncello o di pianoforte, come lievi punte di scogli in una distesa infinita e senza tempo.
Dedicato a chi ama perdersi.

O Holy Night: il Natale di Dimaio tra lirica ed elettronica

Dopo l’album Debut, che questa primavera aveva segnato il suo esordio sulle scene, Dimaio prosegue il suo percorso di sperimentazione con uno dei più bei classici natalizi, O Holy Night.
Nuovamente supportato dagli arrangiamenti elettronici di Dardust, alias Dario Faini, il controtenore ha realizzato una personalissima versione del brano, interpretandolo con il suo registro lirico dai tratti barocchi.
Il risultato è una magica, originale contaminazione di generi.

BITS-RECE: DiMaio, Debut. Spettacoli crossover tra lirica barocca ed elettronica per controtenore

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
17799491_1767029870275005_7713240925946682238_n

La contaminazione è un elemento che nella musica ha sempre destato la mia curiosità. Parlo ovviamente della contaminazione realizzata per bene, con attenzione, con lucida consapevolezza e una chiara idea di cosa voler creare.
Un interessante caso di musica contaminata l’ho ritrovato recentemente in Debut, l’album che, come si può ben capire, apre le porte alla carriera di Maurizio Di Maio, in arte solo DiMaio.
Si tratta di una contaminazione che corre su doppio binario, quello stilistico e quello temporale: sul primo troviamo un incontro/scontro di lirica ed elettronica, sul secondo si fronteggiano invece il repertorio barocco e gli stimoli sintetici contemporanei provenienti dal Nord Europa.
MAURIZIO DI MAIO_1453
Ma andiamo con ordine. In quel mondo di cristallo che è la musica lirica esiste una figura forse non molto nota al grande pubblico, ma di assoluto fascino, il controtenore. Un uomo cioè in grado di eseguire partiture nelle tessiture del contralto, del mezzosoprano o addirittura del soprano, vale a dire i tre registri femminili, annullando di fatto in un solo corpo vocalità maschile e femminile.
Nulla a che vedere però con quello che succedeva con i poveri castrati di farinelliana memoria, sventurati giovinetti i cui attributi venivano sacrificati nel sacro nome del canto: il controtenore riesce nell’impresa grazie a doti che possiede per natura, e che naturalmente affina con lo studio.
Come nel caso del nostro DiMaio, sopranista, che dopo una lunga esperienza come corista, si lancia ora – pare su consiglio di Luis Bacalov – nell’arduo repertorio del XVII e XVIII secolo, quello in cui fiorì il gusto barocco, l’epoca di Handel. Repertorio complesso e sicuramente non tra i più conosciuti tra non melomani, se non per qualche singolo episodio.
Il suo progetto però, già molto coraggioso e ambizioso, non si ferma qui, ma va a cercare arrangiamenti inediti, sorprendenti, per un effetto ancora più scenografico: la soluzione è offerta dai sintetizzatori di Dario Faini, aka Dardust, che mette mano alle arie liriche e le immerge in un bagno di elettronica.

Il risultato è affascinante ed elettrizzante: la voce angelica di DiMaio svetta tra le ottave di un pezzo celebre come Lascia ch’io pianga e Ombra mai fù, ma esegue candidamente anche L’Ave Maria Caccini di Vavilov, fino a far visita a Vivaldi in Vedrò con mio diletto, mentre sotto Dardust tesse freddi tappeti di luci al neon.
Uno spettacolo barocco nel significato più vivo del termine. Magia del crossover.