Una canzone tra riscatto e coraggio: torna lo “switch pop” di wLOG


Un dedica al coraggio e la riscatto, Un colpo solo è il nuovo singolo di wLOG.

Un testo di sentimento e di leggerezza in equilibrio tra dramma e lieto fine: riscatto, avventura e cambiamento in una leggera melodia pop.
Nel brano è centrale la spinta del sentimento amoroso come stimolo e innesco dell’azione di coraggio.
Da una parte l’atto di abbandono dell’ambiente vicino, freno dei propri sogni, dall’altro l’attaccamento alle proprie sicurezze, la casa, la città, la famiglia, gli amici.

Una dicotomia resa anche dai suoni, tra atmosfere che richiamano i ricordi di un’infanzia dolce e gli archi del ritornello che creano una polifonia classica a richiamo della tradizione cantautorale per trasmettere pathos. La canzone inizia con un sound scanzonato e sollevato che si completa con un finale sospeso in cui i synth sono i protagonisti.

wLOG è un cantautore e poeta milanese. Ha percorso vari momenti musicali tra i quali il prog, il punk, l’elettronica, l’indie e il pop. Ha iniziato gli studi di chitarra a 8 anni unitamente a quelli di canto. Dopo anni di autorato e studio delle varie forme di arrangiamento sia in analogico che in digitale, esordisce come solista nel 2018. Nel marzo 2019 esce il primo e omonino album.
Il suo sound è stato definito “switch pop”, una fusione tra clubbing, edm, synth e spunti sperimentali.

Per la primavera è attesa il nuovo EP.

BITS-RECE: Inude, “Clara Tesla”. Quando l’elettronica si fa poesia

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

 

Metabolizzare l’elettronica per trasformarla in poesia. Sembra essere questo l’obiettivo di Clara Tesla, primo album degli Inude.
Dopo la pubblicazione dell’EP Love Is In the Eyes Of the Animals nel 2016, per il trio pugliese arriva ora il momento del grande esordio: il risultato è condensato in nove tracce sospese in un’atmosfera sintetica dai colori candidi e luminosi.
Un’elettronica che si muove lenta, a passo appena accennato, quasi senza voler fare troppo rumore, ma accarezzando le corde dell’anima a chi porge l’orecchio. Clara Tesla è il suono che hanno i bei sogni, il suono delle primi luci di un mattino d’inverno, è il suono di una visione così dolce da arrivare a sfiorare la malinconia,

La poesia di Clara Tesla trova il naturale completamento nei videoclip dei singoli, diretti da Acquasintetica. Una delicata delizia.

Nicola Lombardo, “Bosco”. Pop per la post-adolescenza

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

L’adolescenza, lo sappiamo, ha dei confini ben precisi: inizia intorno ai 12/13 anni e finisce in gloria con i 19, quando cioè si smette per definizione di essere teenager. E dell’adolescenza ce ne hanno parlato un po’ tutti: sociologi, antropologi, psicologi, insegnanti e tutti quelli che a torto o a diritto hanno una qualche qualifica di “esperto”. Quello di cui in pochi ci hanno sempre parlato è il periodo che arriva subito dopo la fine dell’adolescenza. Perché ok, sappiamo che nella fase teen si attraversano veri e propri traumi esistenziali (i brufoli, la scoperta della sessualità, gli tsunami ormonali, l’odio incondizionato verso le regole e verso il mondo, via così), ma non è che quando arriviamo ai 20 anni le cose cambino molto in meglio.
Della post-adolescenza infatti non ce ne parla nessuno, e nemmeno si sa con certezza quanti anni occupi nella vita di noi miseri esseri umani. Non siamo più “ragazzi”, ma – nonostante la carta d’identità – siamo anche ben lontani dall’essere veramente adulti, cioè ormai padroni di responsabilità, certezze, chiarezza sul futuro.
Un po’ di luce sulla post-adolescenza ha provato a farla con la musica Nicola Lombardo, cantautore milanese naturalmente post-adolescente, che ha provato a raccontarla negli 11 brani del suo nuovo album, Bosco.

Lo stampo stilistico è quello leggero dell’indie pop elettronico, figlio di certi ascolti degli ultimi anni, ma memore anche di certe produzioni anni ’80, mentre lo storytelling delle tracce è fatto di cesellature e di dettagli di ordinaria quotidianità, senza evitare però di provare a dare voce ai sentimenti: da una sciarpa, al cielo del mattino, passando per le insicurezze legate alla lontananza e a una precarietà che sembra ormai naturale, e poi gli ex che ricompaiono, la stramaledetta friendzone, le paure che restano le stesse…
Lontano dal cedere allo sconforto per una generazione che sembra aver perso la strada di casa, lo stato d’animo con cui Lombardo presenta il suo punto di vista oscilla tra un lieve cinismo e un’ironia più distaccata, e anche quando sembrerebbe non esserci possibilità di scampo non si può non fare un mezzo sorriso.

Se mai vi fosse passato per la testa che il peggio era passato con la fine dell’adolescenza, la canzoni di Bosco vi sveleranno una più amara realtà, ma sapranno renderla anche più dolce.

Valeria Vaglio, “Mia”. Amore elettronico

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Nero, bianco, blu elettrico, rosso, giallo, oro. Valeria Vaglio descrive con questo particolare arcobaleno a sei colori le tracce dell’EP Mia. Sei colori accesi, vividi, qualche volta in contrasto, ma affiancati uno all’altro.
A cinque anni dall’ultimo album, l’artista barese torna con il racconto di una storia che si è sviluppata nell’arco di un anno, e lo fa con una decisa svolta stilistica, usando i suoni sintetici e grondanti di bpm di un pop elettronico.

Accompagnati da atmosfere che rimandano agli anni ’80 e ’90, i testi dei nuovi brani parlano di un amore viscerale, carico di passionalità carnale, come nella titletrack; un amore che quando si manifesta assale con voracità e con l’istinto, ma che sa anche nascondersi dietro al silenzio per farsi desiderare; un amore tenuto in vita con la pazienza dei piccoli passi, con i dettagli di una mattina di primavera; un amore di partenze disperate e di ritorni.
Fino a quando tutto torna a quadrare e ci si ritrova in due ad augurarsi il meglio, sulla poesia appena accompagnata al pianoforte di Le cose che dicono.

Gli anni ’80 secondo Trevor Horn


Rimettere mano agli anni ’80. Già, ma come? Più facile a dirsi che a farsi.
Un’operazione che se da un lato rischia di cadere in una sterile nostalgia dei bei tempi che furono (per chi c’era già), se giocata bene può rivelare risvolti molto interessanti. Come ha saputo fare Trevor Horn, che agli anni ’80 ha interamente dedicato il suo ultimo lavoro. Il titolo parla già da sé: Trevor Horn Reimagines The 80’s. E se uno come Trevor Horn, che negli anni ’80 ci è stato dentro fino al collo come artista e produttore, decide di spendersi in un progetto del genere significa che ha in testa una personale, lucida visione sonora da proporre.
Una dozzina di classiconi di quel decennio rivisitati e corretti con l’accompagnamento della Sarm Orchestra – filo conduttore dell’intero progetto – e la partecipazione di nomi del panorama internazionale degli anni ’90 e ’00, da Robbie Williams alle All Saints, e poi ancora Gabrielle, Seal e Tony Hadley, tanto per nominare solo alcuni degli ospiti che danno ancora più lustro a un album già di per sé notevole.

Ne è venuto fuori un disco sorprendente e di gran classe, che regala a ogni singolo brano una vera seconda vita: la celebrazione degli anni ’80 non passa infatti attraverso la riesumazione di fantasmi del passato, ma assume sontuosi toni orchestrali, talvolta piuttosto lontani dalla forma con cui quelle stesse canzoni hanno scritto la storia del synth-pop, del rock o della new wave.
Everybody Wants To Rule The World, Dancing In The Dark, Ashes To Ashes, The Power Of LoveSlave To The Rhythm, What’s Love Got To Do With It e Blue Monday sono tra le pietre miliari degli anni ’80 rielaborate nella visione di Horn, che tiene per sé la reinterpretazione di Owner Of A Lonely Heart e Take On Me.

Un lavoro epico, di impronta quasi cinematografica,e a tutti gli effetti inedito.

#MUSICANUOVA: lessness, Would You…?

Mentre si avvicina la data di uscita del suo primo album, Never Was But Grey, prevista per il prossimo 8 febbraio, lessness si riaffaccia sule scene con Would You…?.

Oscuro ed elettronico come ormai l’artista ci ha abituati, il nuovo singolo suona come un viaggio affannoso e senza uscita da un ipnotico labirinto.

In No Sense? Nonsense!: Ripubblicato il terzo album degli Art Of Noise

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E’ stato ripubblicato da Warner Music Italt In No Sense? Nonsense!, il terzo album degli Art Of Noise, ampiamente considerato il lavoro più avventuroso e più sperimentale della band inglese.

Il pacchetto deluxe doppio CD contiene l’audio rimasterizzato del disco più 22 registrazioni inedite estrapolate dai nastri originali, diverse versioni singole e una moltitudine di missaggi, alcuni disponibili su CD per la prima volta.
Le collaborazioni includono Paul McCartney in Spies Like Us e Duane Eddy in Lost Innocence e Spies che completano la trilogia del gruppo con il maestro del Twang, collaborazione che iniziò con la rielaborazione di Peter Gunn, vincitore di un Grammy Award nel 1987. I singoli includono inoltre “Legacy” e “Dragnet” con il campionamento di Dan Aykroyd e Tom Hanks.

“Pubblicato originariamente nella tarda estate del 1987, In No Sense? Nonsense! è un album di giustapposizioni. In quel periodo gli Art of Noise non erano più un gruppo, ma erano diventati un duo: Gary Langan aveva lasciato il progetto dopo In Visible Silence lasciando Anne Dudley e JJ Jeczalik al timone. Essendo più che due semplici musicisti, con stili differenti sono riusciti ad affiancare due modi completamente diversi di fare musica. Una serie di collaboratori americani – da Arthur Baker ai Fat Boys passando per Duane Eddy – sono stati contrapposti alla quintessenza inglese, il coro della Ely Cathedral e il suono dell’Intercity 125. La tecnologia all’avanguardia – the Akai S900 e la Fairlight Series III- è stata invece opposta a pezzi classici e al piano. E da un album che originariamente includeva solo un singolo furono estrapolate una serie di tracce che furono utilizzate come soundtrack per i film di Hollywood: Dragnet (che fece guadagnare agli Art of Noise una seconda nomina ai Grammy), Spies Like Us (con Paul McCartney), Earth Girls Are Easy (per Julian Temple), Silence Like Glass e Disorderlies. Gli Art Of Noise sono riusciti in qualche modo a pubblicare il loro lavoro più connesso e fluido: 70 minuti di armonia ininterrotta e in progressione. Nonostante queste giustapposizioni o forse grazie a queste?” (Ian Peel, dalle note di copertina della deluxe edition)

Tracklist:
Disc One. The Original Album
Galleons of Stone
Dragnet
Fin du Temps
How Rapid?
Opus for Four
Debut
E.F.L.
Ode to Don Jose
A Day at the Races
Counterpoint
Roundabout 727
Ransom on the Sand
Roller 1
Nothing was going to stop them then, anyway
Crusoe
One Earth
The Singles
Legacy (7” Mix)
Dragnet (7” Mix)
Spies Like Us (Alternative Mix) – Paul McCartney
Spies – Duane Eddy
Ode to Don Jose (7” Edit) *
Opus III
Lost Innocence – Duane Eddy
Acton Art
Ransom on the Sand (7” Edit) *
Debut (7” Edit) *
Dragnet ’88 (7” Mix)

Disc Two. The Making Of…
Fin du Temps (Air) *
Domestic Disco *
Roller 1 (Out-take)*
Faberge 12 (Opus for Four) *
Theatrical (E.F.L.) *
Galleons of Crusoe *
Western (Ode Take 1) *
Moog and Baboon (Ode Take 2) *
More Moog and Baboon (Ode Take 3) *
Judo 3 (Ode Take 6) *
Sam (Demo for Duane Eddy) *
Nobody told me anything *
Racing *
Sweet Reason (Judo 2) *
Exercise and Pool Montage *
Last Chance to Dance (Edit) *
Ringing in the Ears *
The Mixes
Stop Here! — Legacy (12” Mix)
Dragnet (12” Mix)
Dragnet ’88 (12” Mix)
Spies (Espionoise Mix) – Duane Eddy
2 Many Thankyous *
One Earth (New Mexico Mix) *

Let Somebody Love You: nuovo singolo per Boy George e The Culture Club. A ottobre l’album

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Dopo aver segnato gli anni ’80 con la loro commistione di reggae, synthpop e new wave con singoli come Karma Chameleon, Do You Really Want To Hurt Me e Victims, e a 20 anni di distanza dall’ultima pubblicazione inedita, Boy George e i suoi The Culture Club pubblicano un nuovo singolo, Let Somebody Love You, prima anticipazione di un nuovo album, Life, in uscita il 26 ottobre per BMG.

Il nuovo singolo, che mantiene intatto il DNA della band, è stato scritto da Boy George con Roy Hay, Michael Craig, Jon Moss e Ritchie Stevens e vede la produzione di Future Cuts
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Band multirazziale, capitanata dall’iconico Boy George, leader carismatico dichiaratamente gay e dall’immagine androgina, i Culture Club sono stati uno dei gruppi simbolo degli anni ’80, arrivando a rompere le regole e i luoghi comuni del costume e del musicbiz, non senza destare scandalo.

Tra gli anni ’80 e oggi Boy George ha proseguito la carriera come solista, mentre la band si è più volte riunita per nuovi tour: l’arrivo di un nuovo disco era stato annunciato già alcuni anni fa, ma si faceva ancora attendere.

Oltre alla pubblicazione di Life, Boy George e Culture Club partiranno per un tour mondiale durante l’estate, prima di portare il The Life Tour nel Regno Unito dal 9 al 23 novembre, durante il quale ospiteranno Belinda Carlisle e Tom Bailey, membro fondatore dei Thompson Twins, band new wave inglese.

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Questa la tracklist di Life:
God & Love

Bad Blood
Human Zoo
Let Somebody Love You
What Does Sorry Mean
Runaway Train
Resting Bitch Face
Different Man
Oil & Water
More Than Silence
Life

#MUSICANUOVA: Sacramento, Love

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C’è una patina neanche troppo latente di psichedelia e parecchia malinconia in Love, singolo d’esordio di Sacramento, nuovo progetto lo-fi interamente made in Italy e formato da Stefano Fileti (voce, chitarre e synth), Stefano Palumbo (basso) e Alessandro Franchi (batteria).
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“Prendi una sdraio e mettiti comodo a bordo piscina. Ordina un margarita, prenota la tua pista da bowling per la serata e ascolta Sacramento”.
Recita così il manifesto di Sacramento, e ascoltando le atmosfere elettroniche e rarefatte di Love non si può che appoggiarlo completamente.

Tra stridente contrasto e ironia è il video che accompagna il brano, in cui le protagoniste sono immagini non esattamente d’amore….  

BITS-RECE: Hesanobody, The Night We Stole The Moonshine. Viaggio al termine della notte

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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L’anno scorso ho scoperto per la prima volta cosa significa amare davvero un’altra persona, ma ho anche scoperto per la prima volta cosa vuol dire quando la morte bussa alla porta di una persona cara. Ho visto e toccato i due estremi dello spettro e nel frattempo ho compiuto 25 anni. 
È la vita, immagino, ma forse non ero pronto. Sto ancora cercando di fare i conti con tutte queste cose e non ho ancora ben chiaro il quadro generale, ma lo farò, so che lo farò. Da nuovi sentimenti, derivano grandi responsabilità dopotutto.

Devi migliorare te stesso per restare al passo con ogni cambiamento nella tua vita, devi compiere delle scelte. Quindi, dopo aver trovato la mia appartenenza, sono uscito da un posto dove troppo a lungo sono rimasto intrappolato e ho preso treni, superato posti di blocco con la mia macchina per poi parcheggiarla a ridosso del mare per godermi la vista e finalmente godermi il momento. Dopo di che ho raccolto tutto e ho scritto questo disco. Credevo fosse per me, ma giorno dopo giorno mi sono reso conto di averlo scritto per le mie donne. È un bacio e una preghiera a mia Nonna. È una confessione ed un grazie a mia Mamma. È una dichiarazione e un’esortazione alla mia Ragazza.
Please don’t scare away your dreams, ‘cause you’ll miss ‘em too much. Now I know.

Con questo post pubblicato su Facebook – di cui no ho riportato solo il commiato i e ringraziamenti finali – Gaetano Chirico, nome che si cela dietro allo pseudonimo di Hesanobody, presentava l’uscita del suo secondo EP, The Night We Stole The Moonshine.
Molto di più, mi pare, di una semplice presentazione: in queste righe si intrecciano vita e morte, amore e disperazione, e soprattutto emerge l’istinto di un ragazzo di 25 anni a mettere in musica tutta la vita che gli si è buttata addosso. Un istinto e uno slancio quasi viscerali che hanno preso forma in cinque pezzi di synthpop e tratti oscurissimo e a tratti folgorante.
Se di notte si parla, quella di Hesanobody è certamente buia, ma percorsa da sciami di stelle cadenti e scie di meteoriti, tutti rigorosamente sintetici.

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Si parte con 4 Wishes, estatica e immersa nei suoi sintetizzatori vibranti, al limite del dark ambient, per passare subito dopo allo sfogo di beat di Clichè, dove la voce tonda di Chirico fa sentire di essere stata allevata e cresciuta dall’ascolto di parecchia wave anni ’80, per arrivare a un tripudio di elettronica con Roadblock, un episodio che inizia con un semplice pianoforte per poi spingersi sempre più in là, al punto da far intravedere i bagliori della techno e della trance. Resta il fatto che portato sotto ai neon di un club, la sua la figurona la farebbe alla grande.
Toni un po’ più smorzati accompagnano invece le riflessioni di Mourning The Ghost, tutta arrampicata sui giochi di vocoder e gingilli elettronici, mentre la chiusura di Night 23 si affida a un’esplosione che oserei definire festante, ricordando un po’ gli ultimi lavori dei Coldplay.

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Citando – fuori contesto – il titolo di un romanzone del ‘900, The Night We Stole The Moonshine è un viaggio al termine della notte: un disco che corre spedito nel buio, in perfetta solitudine, toglie i freni e si lancia tra crinali e bordi di altissime scogliere. Sussulta tra sbalzi umorali, sprofonda e risale, e tutta la sua essenza sembra riassumersi nella notte infinita e a ridosso del Natale raccontata proprio in Night 23: “We stole, we stole / We stole the moonshine / (The night before this Christmas Eve / We celebrated our belief)”. E riecco l’alba.