BITS-CHAT: Guardare la vita da una panchina. Quattro chiacchiere con… i Ghost

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Dieci anni di musica e quattro album. I numeri dei fratelli Alex ed Enrico Magistri, meglio conosciuto come Ghost, iniziano a diventare importanti.
Per segnare in modo indelebile questo anniversario, la band ha scelto di farsi un gran bel regalo: dieci nuovi brani e fra questo due collaborazioni che definire illustri è decisamente poco.
Fra le canzoni di Il senso della vita, brillano infatti la titletrack e Hai una vita ancora, che vedono rispettivamente come ospiti Enrico Ruggeri e Ornella Vanoni.

Ma la ricchezza di questo disco si rispecchia anche nel messaggio presente nei testi, traboccanti di speranza, di amore e, sopra ogni cosa, di vita, osservata da una prospettiva molto particolare.
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Volevo partire dalla copertina: voi siete in due, ma nella foto c’è solo Alex, girato di spalle tra l’altro…

Alex: Quello in copertina potrei anche non essere io, potrei essere chiunque, non è importante. Non volevamo ritrarre noi due e quello che siamo,sono gli elementi presenti nell’immagine a essere importanti: la panchina, l’erba, la chitarra, l’acqua, il tramonto. La panchina per un bambino rappresenta il momento del gioco, con il genitore o il nonno che lo accompagna al parco, e infatti nella foto all’interno del CD c’è ancora la panchina con le nostre foto da piccoli. Abbiamo scelto quella panchina in particolare perché è artigianale, vissuta, non ne troverai un’altra identica, e richiama un po’ il rock. L’uomo della foto è semplicemente una persona che sta riflettendo con attorno gli elementi essenziali, la terra, l’acqua e la musica, sempre presente nella vita.
Enrico: Non sono i Ghost, ma solo una persona che sta riflettendo sulla vita e i suoi valori, per questo ci è sembrato giusto che ci fosse uno solo di noi, anche perché io in quel momento ero di fianco al fotografo e stavo tenendo fermo un cespuglio per non farlo entrare nell’immagine (ride, ndr). In generale, in questo album non abbiamo voluto dare importanza all’immagine, nel booklet non ci sono vere immagini, ma è piuttosto un percorso che va in parallelo con le canzoni, parte dalla terra, arriva al cuore fino alla pace finale.
Una parole chiave di questo disco e della vostra musica è vita: ma voi lo avete trovate il senso della vita?
A: No, non ci siamo arrivati. Questo album è un po’ una sorta di best of dei dieci anni precedenti, senza riprendere la musica del passato. Dieci canzoni che raccolgono le emozioni vissute in questi dieci anni in maniera semplice, nonostante un titolo così impegnativo. Probabilmente il senso dell’esistenza non lo si troverà neppure in punto di morte, ma ognuno ha la possibilità di costruirsi la propria esistenza vivendo al meglio.
E: Questo album chiude in un certo senso un percorso di dieci anni: siamo partiti con Ghost, un album giovanile, pieno di entusiasmo, forse anche un po’ improvvisato, poi c’è stato La vita è uno specchio, dove abbiamo iniziato a porci delle domande. Successivamente c’è stato un periodo difficile, nostro padre ha rischiato di morire, abbiamo perso un’amica e Alex ha subito un incidente che gli ha quasi compromesso la capacità di parlare e cantare.
A: Fortunatamente tutto è andato per il meglio, ma ho avuto la rotazione della laringe e un ematoma a una corda vocale, per cui non sapevo neppure se sarei riuscito più a parlare.
E: Siamo quindi ripartiti con Guardare lontano, in cui abbiamo voluto dare un messaggio positivo, un disco forse meno introspettivo dei precedenti, in cui ci portavamo dietro gli eventi vissuti.
A: Con Guardare lontano non avevamo ancora la leggerezza di oggi per affrontare un certo tipo di temi, invece in quest’ultimo album abbiamo messo una serenità e una consapevolezza nuova. Non a caso l’ultima frase del disco è “c’è un mondo di colori che non può finire”. Questo, forse, è il nostro senso della vita.
Ospiti d’eccezione del disco, Enrico Ruggeri e Ornella Vanoni: come hanno preso forma queste collaborazioni?
A: All’inizio dell’anno abbiamo deciso di farci un regalo: dopo dieci anni e arrivati al quarto album ci siamo sentiti pronti per un salto, perché non abbiamo mai fatto duetto all’interno dei nostri album, e abbiamo iniziato a parlarne con la nostra produzione. Cercavamo un artista maschile e un’artista femminile, ma mai avremmo pensato di poter attivare a nomi tanto illustri. Scegliendo i brani, volevamo far incontrare il nostro mondo con quello ben più grande di questi artisti, senza però fare una canzone “alla Vanoni” o “alla Ruggeri”, perché la musica si contamina da sola. Quando Ornella Vanoni ha cantato Hai una vita ancora è stata un’ulteriore prova di come la musica non abbia limiti, perché ha portato il suo mondo all’interno del nostro.
E: Con Ruggeri è andato tutto subito in porto, forse anche perché i nostri mondi sono più vicini, per noi lui è l’emblema del cantautore rock ed è una persona squisita, si è interessato al nostro percorso, gli è piaciuto molto il brano. Con Ornella inizialmente i rapporti sono stati un po’ distanti, ma poi abbiamo saputo che è rimasta molto contenta della canzone, ha voluto riscoprire la nostra storia e ha pubblicato anche un messaggio molto carino su di noi. È stato bellissimo vederla così partecipe, sentire con quanta enfasi ha interpretato il testo: il giorno in cui abbiamo ascoltato il brano in studio c’è stato un brivido generale.
A: Quello che tutti ci chiedevamo era come sarebbe uscito il duetto, come si sarebbero amalgamate le nostre due voci, proprio per la distanza di stili, e il risultato ci ha spiazzato completamente, si è completamente lasciata trasportare da quello che avevamo scritto, ed è stato bellissimo.
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A livello di testo, mi hanno colpito due brani: il primo è Le mie radici.
E: Nella sua profonda introspezione, è un brano speranzoso. Il testo recita “le mie radici sono stanche di lottare contro il nulla, contro l’aria e contro il tempo”, ma è da intendere come una lotta contro se stessi, contro chi non si dà la possibilità di sbagliare, chi sa solo aspettare un cambiamento senza mai cercarlo, chi si lascia chiudere in gabbie psicologiche o di mestiere. È un invito a ritrovare le proprie radici ed è forse il pezzo più autobiografico tra tutti quelli che abbiamo scritto fino ad oggi.
L’altro è Ho difeso il amore, cover di Nights In White Satin dei The Moody Blues.
A: Negli anni Sessanta questo brano è stato ripreso da numerosi artisti. Sono tanti i motivi per cui abbiamo scelto di inserirla nell’album: abbiamo rivisitato tante cover in questi anni, soprattutto live, cercando sempre di trovare una nostra via, senza ricalcare quello che hanno fatto gli altri artisti. In questo caso volevamo qualcosa di diverso, un brano che non avessimo mai fatto prima e visto che una versione famosa è quella dei Nomadi, è sembrata la scelta giusta: i Nomadi li sentiamo molto simili a noi, perché sono vicini alla gente, sono veri, semplici, senza sovrastrutture in quello che fanno. Inoltre, questa è una delle canzoni che nostro padre suonava in casa con una tastierina quando eravamo piccoli. Un ricordo delle nostre origini quindi. Infine, l’abbiamo scelta per il titolo: se c’è qualcosa per cui vale sempre la pena lottare, è l’amore, inteso nel suo significato più ampio. Questo brano è il cuore pulsante dell’album, messo proprio a metà.
Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
A: Sei ribelle quando riesci a trovare quel famoso “equilibrio sopra la follia”, perché essere folli non vuol dire essere ribelli, ma talvolta significa essere fragili, quasi malati. La ribellione invece è quella serenità interiore che trovi quando vai oltre al limite della follia.
E: Oggi ribellione è essere se stessi, non seguire l’imperante corrente che tutti seguono e che ci vorrebbe non pensanti.