Il soul e l’hip-hop portano a Roma. Quattro chiacchiere con… Ainé


Si scrive Arnaldo Santoro, si legge Ainé, e il suo nome appartiene a buon diritto alla nuova generazione del soul italiano.
Nonostante non abbia ancora tagliato il traguardo dei 30 anni, tra le sue esperienze può vantare un periodo di studio alla Venice Voice Accademy di Los Angeles e una borsa di studio della Berklee College of Music di Boston.
La predisposizione all’eclettismo lo porta nel 2016 anche verso il jazz e alla collaborazione con Sergio Cammariere in Dopo la pioggia, poi è la volta del primo album, Generation One, a cui segue l’anno successivo l’EP UNI-VERSO.

Pop, soul, blues, hip-hop: sono queste le lingue del mondo sonoro di Ainé. Lingue che si incontrano, si scambiano e si fondono, fino a non distinguersi più, mantenendo ferma la lezione del passato, ma aprendo gli occhi sul presente e sul futuro.
Di questo talento si accorge anche Giorgia, una che con il soul ci ha giocato da sempre, e che nel 2018 coinvolge il ragazzo nel duetto di Stay, da inserire nel suo primo album di cover, Pop Heart.
Un riconoscimento importante, ma anche l’ultimo grande atto che ha anticipato l’uscita del nuovo album, Niente di me, pubblicato lo scorso 18 gennaio.
A sancire la nascita del nuovo astro del soul nostrano è anche la benedizione di Mecna, che nel disco collabora in Mostri, e Willie Peyote, ospite in Parlo piano.

Il tuo nuovo album si intitola Niente di me, anche se ascoltandolo sembrerebbe che tu ci sia dentro fino in fondo. Una contraddizione voluta?
E’ un po’ una provocazione, volevo lasciare al pubblico la possibilità di interpretare il titolo a seconda di come lo percepiva, vedendoci dentro tutto o niente di me stesso. La realtà è che in questo disco c’è molto di me.

Ti sei posto degli obiettivi prima di realizzarlo?
Crescendo si cambia sempre, umanamente e musicalmente. Anzi, più che in continuo cambiamento, preferisco vedermi in continua evoluzione: oggi non sono più quello che ero 6 mesi fa, e fra 6 mesi non sarò più quello che sono oggi. Con questo album ho voluto segnare il punto di partenza per un percorso nuovo del mio progetto. In tutti i miei lavori ho voluto sperimentare, perché è più divertente cimentarsi in cose nuove. Anche se i brani sono molto diversi tra loro, li accomuna il suono che ho voluto dare insieme alla mia band: volevo che ci fosse un suono “vecchio stile”, realizzato con una settimana in studio per stabilire gli arrangiamenti e poi registrato in presa diretta. La magia di questo disco sta proprio qui.

Rispetto al passato in cosa credi che sia davvero diverso questo album? Hai lavorato più in autonomia? 
No, c’è sempre stato un equilibrio tra il mio lavoro e quello delle persone che lavorano con me, e la mia firma nei brani c’è sempre stata. Prima però con la band era sempre un lavoro di ricerca, adesso credo che siamo riusciti ad arrivare a un punto fermo.

Con quali artisti ti sei formato?
Tra gli italiani soprattutto molti cantautori, Pino Daniele, Lucio Battisti, Lucio Dalla. Tra gli stranieri invece spazio veramente tanto tra Michael Jackson, Stevie Wonder, John Mayer, Justin Timberlake, Jamiroquai, Marvin Gaye, Chet Baker, Miles Davis, e poi l’hip-hop. Ascolto tantissima musica diversa.

Direi che dall’album questa varietà di influenze esce molto bene. Forse però in Italia la cultura soul e r’n’b non ha ancora un terreno molto solido, non pensi?

Secondo me ormai i confini geografici dei generi sono stati abbattuti, come era giusto che accadesse già tempo fa. Artisti come Kendrick Lamar, Anderson Paak, Marcus Miller, Tyler, the Creator possono avere successo in America come qui in Italia, è musica che si sente tutti i giorni, non suona più estranea. Credo anche che non sia corretto parlare di r’n’b, è un termine sbagliato: bisognerebbe parlare di hip-hop e soul. Prima esisteva il rhythm & blues, che però è una cosa completamente diversa, più old school. La definizione di r’n’b viene usata soprattutto quando si vuole dare un nome diverso all’hip-hop e al soul, ma le basi sono sempre quelle. Senza contare che oggi sono entrate anche contaminazioni dal rock, dal pop o dal jazz. Sono stato tra i primi a portare in Italia questo genere e a dargli credibilità quando non lo faceva ancora nessuno, mentre oggi vedo che ci sono altri giovani artisti italiani che hanno iniziato a proporlo.

A proposito di pop e di soul, ti abbiamo sentito duettare con Giorgia in Stay.
Ci eravamo già incontrati per il video di Non mi ami, a cui compaio mentre suono il piano, ma in questa occasione abbiamo lavorato davvero insieme. Tutto è nato con la massima naturalezza: lei mi ha scritto su Instagram proponendomi il brano e io sono subito andato a Milano per inciderlo.

Dopo le tue esperienze in America hai mai pensato di fermarti all’estero per fare musica o sei sempre stato convinto di voler tornare in Italia?
Ho sempre saputo di voler tornare: amo il mio Paese, la mia città, qui ho i parenti, gli amici, la fidanzata, e come si vive in Italia non si vive da nessuna parte. Sono stato tanto all’estero e sicuramente tornerò ancora in giro a suonare, ma la mia stabilità l’ho trovata qui. Ho da poco preso casa da solo vicino alla campagna di Roma.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Per me è sinonimo di libertà: libertà di espressione, di parola, di pensiero. Più che ribelli, dovremmo essere liberi. Sani e liberi.

Cross-pop per restare umani. Quattro chiacchiere con… Diego Conti

Che lo faccia con i suoni del pop, del rock o del folk, o che addirittura faccia ricorso all’elettronica, un cantautore non dovrebbe mai perdere di vista la sua missione, quella di raccontare il mondo che lo circonda. Un compito che Diego Conti sembra aver preso molto seriamente, declinandolo senza rifugiarsi in un genere preciso e attraverso una scrittura che non teme di spogliarsi delle censure e delle prese di posizione anche verso le grandi tematiche dell’attualità.
Ne sono prova chiarissima i brani di Evoluzione, il primo EP del cantautore di Frosinone, pubblicato lo scorso dicembre: dal racconto passionale di 3 gradi, la canzone proposta alle selezioni di Sanremo Giovani, alla trasgressione di L’inferno, fino a Clandestino, che punto lo sguardo sulla tragedia dei migranti in nome della condivisione e dell’incontro con l’altro.

Per descrivere il filo rosso di questo EP hai coniato un neologismo, “cross-pop”: di cosa si tratta esattamente?

Più che un genere musicale è una visione di vita, una presa di coscienza che parte dall’idea di condivisione, di contaminazione e di incontro con gli altri. Penso che il futuro si muoverà in questa direzione, e non parlo solo di musica, anche se poi questo concetto trova manifestazione nei suoni delle mie canzoni: prendo un po’ dal pop, dal rock, dalla trap, dalla musica classica. Un vero e proprio “melting-pop” che nasce ogni volta dal mio istinto e da quello di Mark Twayne, il producer con cui ho lavorato a tutti i brani dell’EP. Ma ci tengo a ripeterlo, prima che nei suoni, il cross-pop è un approccio alla vita.

Parlando invece dei tuoi riferimenti musicali, che nomi ti senti di fare?
C’è sicuramente il rock anni ’70, i Rolling Stones, Joe Cocker, Bob Dylan, e poi il miglior cantautorato italiano, da Lucio Dalla, Vasco Rossi, Jovanotti. Tra i riferimenti più recenti invece mi sento di citare la trap di Post Malone: lui è un vero genio.

Cosa si nasconde dietro all’evoluzione evocata nel titolo dell’EP?

Faccio un po’ riferimento alla mia vita, che nell’ultimo periodo ha passato una fase di vera evoluzione per tutto quello che mi è successo. Ma ho voluto anche raccontare la società che vedo intorno, in cui riconosco profondi cambiamenti: ecco perché il brano dell’EP si intitola Evoluzione 3.0. Siamo andati addirittura oltre il 2.0: ci troviamo nella società smart, dove tutto è tecnologico e dove l’avere è più importante dell’essere e dove il senso del pudore sembra essersi perso. E un altro brano-manifesto di tutto il disco è Clandestino.

Un brano pienamente calato nell’attualità, e nel quale non sembri tirarti indietro nel prendere una posizione.
Poche settimane fa Claudio Baglioni si è esposto sull’argomento dei migranti ed è stato preso di mira anche da esponenti politici: io sono molto vicino alle sue parole, artisticamente e umanamente. Penso che abbia solo messo in luce un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. Nel brano non mi interessava trattare il reato della clandestinità, ma volevo che emergesse il lato umano dell’immenso dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi. Volevo mettere in primo piano i valori, l’importanza della condivisione, per tornare a ciò che dicevamo poco fa: in passato la condivisione con l’altro è stata una grande opportunità, e il futuro non può essere da meno. Le leggi non dovrebbero mai prevalere sull’elemento umano. Tutta l’umanità è clandestina, indipendentemente dal colore della pelle, dalla cultura e dalla religione. Eppure è notizia di questi giorni che altre 117 persone sono morte in mare.

La tua visione è pienamente condivisibile, eppure gli slogan dell'”aiutiamoli a casa loro” si sentono ancora e i porti restano chiusi…
In realtà non so se l’opinione pubblica sia compatta nell’appoggiare questa politica, però credo che spesso ci si ferma alla soluzione più immediata, che è anche quella sbagliata. Bisognerebbe riuscire a guardare un po’ più là per capire che questo non è solo un problema degli altri, ma di tutti. Senza contare che queste sono persone che scappano da una situazione disperata e dalla guerra.

E a chi dice che i cantanti devono pensare solo a cantare cosa rispondi?
Sono cresciuto ascoltando John Lennon, uno che ha scritto Imagine, una delle canzoni più belle della storia della musica. Penso che basti questa considerazione. Se a un artista manca la componente umana forse è il caso che cambi lavoro.

La tua scrittura è piuttosto passionale, a volte addirittura audace e sfacciata, se pensiamo a brani come 3 gradi o L’inferno, sei d’accordo?
Come vivo scrivo, tutto quello che racconto parte dalla mia esperienza: le due canzoni che hai citato sono pienamente autobiografiche, nate da esperienze che ho vissuto sulla pelle. Anzi, adesso posso anche dirlo, L’inferno rappresenta l’epilogo di quello che racconto in 3 gradi. Sono la narrazione di un amore un po’ difficile, e con queste due canzoni ho cercato di scardinare il senso del peccato, visto sempre sotto una luce negativa. Credo di aver comunicato una grande voglia di amare più che di trasgredire. Sia che si parli di tematiche sociali, sia che si parli di sentimenti, un artista dovrebbe sempre cercare di dare un suo contributo, altrimenti il nostro lavoro non ha senso.

Di sicuro proponi una lettura dell’amore meno patinata di quello che si sente di solito.
Ascoltando cantautori come Battisti o Vasco ho ammirato la loro capacità di essere sempre diretti, pur con la sintesi e la poesia. In qualche modo credo di aver assorbito quella scrittura, non mi piace fare tanti giri di parole, voglio andare subito al sodo, e soprattutto con L’inferno direi che si sente, già dai primi versi… (ride, ndr)

Rispetto al passato pensi che oggi si osa di meno nella musica?
Mi sembra di no. Anzi, stiamo vivendo un bel periodo, soprattutto nella nuova scena del cantautorato italiano. C’è tanta varietà, c’è la trap, si spazia molto con i generi.

Per il futuro hai già fatto programmi?
Tra non molto uscirà un nuovo inedito di cui non posso ancora svelare niente, e tra qualche giorno mi chiuderò in studio per finire l’album. Non manca molto alla fine del lavoro, ma essendo da poco uscito l’EP vogliamo aspettare ancora un po’. E poi spero di poter suonare dal vivo i nuovi brani.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Ribellione significa non essere indifferenti. Già questa è una bella presa di coscienza e un buon punto di partenza per la rivoluzione.

BITS-CHAT: Il mio Ego r&b. Quattro chiacchiere con… Biondo

Biondo
Il serale dell’edizione 2018 di Amici sarà ricordato anche per l’affaire autotune, che ha tenuto impegnati i professori del talent di Canale 5 in una discussione tra chi ne permetteva l’utilizzo durante le esibizioni e chi invece ne chiedeva il divieto. Al centro della polemica ci era finito suo malgrado Simone Baldasseroni, meglio conosciuto dal pubblico come Biondo. Romano, classe 1998, il ragazzo è stato a tutti i diritti uno dei protagonisti dello show, e seppure qualcuno lo ha scambiato per l’ennesimo rappresentante della trap, la sua musica si muove in ben altra direzione, quella dell’r’n’b.

Dopo la pubblicazione nei mesi scorsi dell’EP Deja vù, lo scorso 2 novembre è uscito Ego, il suo primo album. Dieci tracce che vanno al di là della patinata idea televisiva che il pubblico può essersi fatto di lui, per offrire una nuova prospettiva su un ragazzo che ha saputo guardarsi dentro e rivelare a se stesso anche nuove inquietudini.
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Perché Ego?

E’ un titolo che può avere una doppia lettura. Questo è il mio primo vero album ufficiale, ed è il lavoro più personale che ho realizzato, ci ho lavorato a lungo negli ultimi mesi. Ho scritto i primi brani a gennaio, quando ero ancora ad Amici, ma il lavoro si è svolto soprattutto quest’estate. Capitava spesso che durante il giorno fossi in mezzo a molte persone e alla sera mi ritrovavo da solo in hotel, e questa solitudine mi ha portato a guardarmi dentro. E’ stato un viaggio introspettivo che ho voluto riportare nel disco, invitando le persone a entrare nel mio mondo, nel ego appunto. Ma Ego rimanda anche all’esposizione pubblica degli artisti, a quella componente narcisistica che hanno un po’ tutti quelli che fanno questo lavoro.

Quella che si percepisce nel disco è un’atmosfera spesso cupa, inquieta: è corretto?
Sì, esattamente: anche questo fa parte di quel viaggio interiore che mi ha portato a scoprire nuovi lati di me, angoli della personalità che non sapevo di avere. E’ stata una scoperta che a volte mi ha anche fatto paura, ma credo che faccia parte della crescita, è la vita che va così. Ho imparato a conoscermi di più e ho chiuso rapporti che si sono rivelati falsi.

Non hai paura che mostrare questi nuovi lati della tua personalità possa allontanare chi ti ha conosciuto durante Amici?
Forse quelli che seguono la moda del momento e si fermano alle apparenze televisive, ma se parliamo di veri fan, non credo che possano allontanarsi, perché mi conoscono bene e sono davvero interessati a quello che faccio.

Facetime si chiude con una domanda: “e tu mi vuoi per il mio nome o per Simone?”. Da quando è arrivata la notorietà è cambiato il tuo modo di relazionarti con le persone?
Sì, sia con le ragazze che con gli amici. Ho capito che ci sono persone che si avvicinano a me perché solo sono interessate al personaggio: spesso riesco a riconoscerle in tempo e a distinguerle da chi mi sta vicino per un vero sentimento di amicizia, ma non è sempre facile.
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Oggi le classifiche sono dominate dal rap e dalla trap, mentre il tuo percorso ti ha portato a seguire una via diversa quella dell’r’n’b. Pensi di essere in questo un precursore in Italia?
Io credo di sì, non mi sembra che in passato ci sia stato qualcuno qui da noi che abbia affrontato questo genere, almeno tra gli artisti affermati, mentre in America l’r’n’b ha una tradizione molto forte. E sto parlando dell’r’n’b moderno, perché se invece intendiamo il Rhythm And Blues il discorso è diverso. Non ho inventato nulla, ma sicuramente ho aperto le porte a qualcosa di nuovo, che in Italia non era mai arrivato al grande pubblico. Da una parte questo è stato difficile, perché non avevo modelli italiani a cui potermi ispirare e non ci sono altri artisti con cui posso collaborare, ma dall’altra ho avuto la possibilità di crearmi un linguaggio totalmente personale.

Sogniamo in grande: a livello internazionale con chi ti piacerebbe collaborare?
Drake e Post Malone.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
La ribellione è un senso di sfogo, che nella musica prende forma nell’r’n’b e nell’hip-hop. E’ da sempre nella natura di questi generi. Se penso alla mia generazione, lo sfogo della ribellione è molto attuale, perché siamo cresciuti sentendoci dire che siamo senza futuro, per cui lo stimolo a ribellarci ci viene istillato dall’alto.

BITS-CHAT: Indie pop made in Parma. Quattro chiacchiere con… I Segreti

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Angelo Zanoletti, Emanuele Santona e Filippo Arganini arrivano da Parma e sono rispettivamente voce e tastiere, basso e batteria dei I Segreti, un progetto musicale nato nel 2015 con un EP autoprodotto e approdato ora al primo album ufficiale, Qualunque cosa sia.
Suonano indie pop, e la loro musica rimanda agli echi del passato, come dimostrano anche i singoli L’estate sopra di noi e Torno a casa.
Dopo un lungo percorso, il loro disco vede la luce, portando un senso di libertà e soddisfazione, soprattutto perché di solito – dichiarano – aDa Parmagli artisti delle città di provincia manca la voglia di guardare fuori.

I Segreti_2_foto di Iacopo Barattieri_b (1)
Quali sono i “segreti” che custodite? 
Angelo: Se ci fai caso, nei nostri testi c’è sempre qualcosa di introspettivo, le nostre canzoni rappresentano la nostra parte più intima, ecco perché abbiamo scelto di chiamarci così.

Ascoltando i brani dell’album sembra di risentire echi del passato. Con quali riferimenti musicali siete cresciuti?
Filippo: Ognuno di noi ha i suoi riferimenti personali, ma in generale tutti amiamo molto la musica degli anni ’70 e ’80. Anche la copertina dell’album rimanda un po’ a quell’epoca.
Angelo: Tra gli italiani, a me piacciono molto i Baustelle. Credo siano una delle realtà più interessanti in circolazione, e anche nel loro sound ci sono riferimenti agli anni ’70.
Emanuele: Io ho da sempre un amore grandissimo per Lucio Dalla, un grandissimo.

Pensando a Dalla non può non venire in mente Bologna, una città importantissima per il cantautorato italiano. Parma com’è la situazione?
Emanuele: Io direi che tutta l’Emilia è una regione che ha dato molto alla musica italiana, più di tutte le altre regioni. Parma però è purtroppo una città di medie dimensioni, come lo sono Reggio o Modena: queste città tendono a chiudersi in se stesse, si fanno bastare, perché non sono abbastanza grandi da offrire le opportunità di Bologna o Milano e non hanno quella spinta verso l’esterno che invece anima chi viene dai piccoli paesi. Vasco e Ligabue, per esempio, arrivano da due paesini di provincia, Zocca e Correggio, e sono realtà come quelle che danno agli artisti la voglia di uscire verso le grandi città, di “spaccare tutto”. In città come Parma invece si tende a restare fermi, chiusi nei soliti circuiti.

In quanto tempo è nato il disco?
Filippo: E’ stato un lavoro piuttosto veloce: in 6 mesi era pronto. Ma tutto è partito ormai due anni fa, quando abbiamo conosciuto Simone Sproccati, il nostro produttore. Da allora sono successe un sacco di cose, ma in queste canzoni ci ritroviamo ancora perfettamente: è come se le avessimo chiuse qualche giorno fa.

Avete trovato qualche ostacolo in particolare?
Filippo: Direi di no, è stato un percorso lungo, ma armonico: grazie all’EP precedente abbiamo incontrato tante persone che hanno creduto in noi.
Emanuele: Forse il momento più difficile è stato dopo la chiusura del disco, quando davanti a noi si è aperta l’incognita del futuro: non sapevamo cosa sarebbe successo, e per mesi siamo rimasti fermi, quando invece ci aspettavamo di vedere subito dei movimenti.
Filippo: Questa però è anche forse la cosa che ci ha in qualche modo salvato, perché se avessimo fatto uscire subito il disco, oggi saremmo qui a preoccuparci di doverne far uscire un altro. Invece siamo stati fortunati ad aver avuto un percorso più lento, ma ci meritiamo tutto.

In un periodo come questo, difficile per la discografia, molti artisti vedono la realizzazione del disco come un passaggio verso il live, che è spesso considerato l’obiettivo finale. Anche per voi è così?
Angelo: Il live è sicuramente importante, ma mentirei se dicessi che è il momento che preferisco di questo lavoro. Per me è semplicemente un passaggio, una tappa: fa parte del gioco, forse è più importante per chi viene ad ascoltarti.
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Venite indicati come una delle nuove realtà dell’indie italiano. Ma per voi cosa significa essere “indie”?
Filippo: Noi scriviamo semplicemente delle canzoni, facciamo la nostra musica senza pensare a come potrebbe essere catalogata. Definirla indie serve per inserirla in un canale, che attualmente è quello più in voga in Italia.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
Emanuele: E’ un atteggiamento, essere quello che si vuole essere Non è facile, perché può turbare gli altri, e infatti sono in pochi a riuscirci davvero.
Filippo: Per me è più una liberazione dagli schemi che vengono imposti dall’esterno, dalla società, è qualcosa che ha a che fare con se stessi.
Angelo: E’ l’applicazione dei propri il principi e dei propri valori, il coraggio di seguire il proprio istinto.

Il 26 ottobre partirà da Parma il “Qualunque cosa sia un tour”, una serie di appuntamenti live nei club di tutta Italia.
Queste le date confermate
:

26 ottobre – Parma @PULP – Release Party
16 novembre – Trento @BOOKIQUE
17 novembre – Fucecchio (FI) @LA LIMONAIA CLUB
24 novembre – La Spezia @TBA
30 novembre – Milano | FUTURA DISCHI PARTY @LINOLEUM (ROCKET)
1 dicembre – Varese @CANTINE COOPUF
2 dicembre – Como @OSTELLO BELLO
14 dicembre – Treviso @HOME ROCK BAR
21 dicembre – Torino @OFF TOPIC
22 dicembre – Carpi (MO) @MATTATOIO
29 dicembre – Rimini @BRADIPOP CLUB
12 gennaio 2019 – Rosà’ (VI) | FUTURA DISCHI PARTY @VINILE
19 gennaio 2019 – Bologna | FUTURA DISCHI PARTY @COVO CLUB
25 gennaio 2019 – Santa Maria a Vico (CE) @SMAV
26 gennaio 2019 – Avellino @TILT
27 gennaio 2019 – Roma @SPAGHETTI UNPLUGGED
1 febbraio 2019 – Foggia @THE ALIBI
8 febbraio 2019 – Asti @DIAVOLO ROSSO
9 febbraio 2019 – Pistoia @H2O

BITS-CHAT: Da Pitagora al fujabocla. Quattro chiacchiere con… Renato Caruso

Un brano si intitola Aladin Samba, un altro Napoli caput mundi, un altro ancora Bossa de Sheila, poi c’è Passeggiando per New York, e più avanti Reggae lake. In Pitagora pensaci tu Renato Caruso fa giro del mondo in un giro di album.
Crotonese, chitarrista e compositore con una solida base classica ma le orecchie aperte al pop, Caruso ha fatto tesoro delle lezione del filosofo greco che proprio a Crotone diede vita alla sua scuola filosofica, e ha allargato i suoi interessi alla matematica e all’informatica musicale, mentre il suo nuovo lavoro raccoglie le esperienze fatte sul campo e mostra contaminazioni eclettiche e cosmopolite.
In una parola, fujabocla.

PITAGORA PENSACI TU_COVER LOWIl primo elemento che colpisce all’ascolto del disco è il suo carattere cosmopolita: si va dall’oriente al Brasile, passando per Napoli.
Fa tutto parte di un bagaglio che mi sono formato con il tempo: da una parte ci sono i classici che ho studiato in conservatorio, dall’altra c’è stata la necessità di adattarmi alle diverse occasioni che mi sono capitate, e che mi hanno portato a cimentarmi con generi diversi: ad alcuni mi sono appassionato, come è successo con la bossanova. Nell’album ho riportato la contaminazione di esperienze che avevo in testa.

Quali sono stati gli artisti con cui ti sei formato?
Come chitarrista mi sono formato soprattutto con i classici, Gangi, Giuliani, Segovia, poi con chitarristi che mi hanno mostrato una veste più pop di quello che facevo, come Alex Britti, Eric Clapton, Pino Daniele, fino a Jimi Hendrix, Santana, Mark Knopler. Come musicista e compositore ho imparato molto anche da Sting, dai Beatles, dai Rolling Stones, Chopin, Schubert, Beethoven, Puccini. Ho una base classica che arriva al pop, l’unico ambito che non mi appartiene è quello dell’hard rock e del metal.

Hai citato Pino Daniele ed Eric Clapton, di cui nell’album riproni le cover rispettivamente di Quando e Tears In Heaven. La scelta di quei brani è dovuta a qualche motivo in particolare?
Sono due brani rappresentativi della loro carriera e sono due brani che ho sempre suonato. Inoltre, considero Pino Daniele un mio “maestro nascosto”: anche se non l’ho mai conosciuto ho imparato molto da lui, e Quando è una canzone perfetta per far incontrare melodia e armonia. La mia è una versione molto semplice riproposta con la chitarra classica, non ho voluto stravolgere niente. Lo stesso vale per la cover di Clapton: ho provato a farne una versione con la chitarra classica e visto che il risultato mi piaceva ho deciso di inserirlo nell’album.
RENATO CARUSO_PH. LORENZO TAGLIAFICO
Il titolo del disco richiama Pitagora, che ha vissuto proprio a Crotone, la tua città d’origine. Hai avuto modo di studiare un po’ anche la musica degli antichi greci?
Ho letto parecchi libri sull’argomento. Pitagora è stato il primo teorico della musica, il primo a parlare di frequenza, di ottava, consonanza, dissonanza, è stato il primo a usare la parola “armonia” e ha lui si deve il primo utilizzo del termine “filosofia”. Nell’antica Grecia i diversi generi musicali prendevano il nome dalla regione d’origine, e quindi si parlava di melodia eolica, lidia, misolidia, ionica. Poi con il passare del tempo alcuni di questi generi si sono persi, altri si sono evoluti, e quelle che oggi chiamiamo scala maggior e scala minore non sono altro che l’evoluzione di alcuni di quei sottogeneri.

La tua cultura variegata comprende anche studi di informatica musicale: come ci sei arrivato?
Mi interessa tutto quello che riguarda la scienza, la matematica. Sono partito con degli studi di informatica, e dopo diversi anni sono arrivato all’informatica musicale: nell’era digitale odierna credo sia interessante capire come il suono di una chitarra entra in un computer.

Cos’è il fujabocla?
Non ho ancora ben capito se è un genere, uno stile o qualcos’altro (ride, ndr). Il nome l’ho coniato io e non è altro che la fusione di quattro parole: funk, jazz, bossanova e classico, i quattro generi che rientrano nella mia musica. È la contaminazione di cui parlavo prima, ed è stato anche l’argomento della mia tesi di laurea. Lo considero un po’ come uno sguardo sul futuro, una contaminazione che guarda avanti e che riassume quella varietà musicale che si può trovare per esempio andando in giro una sera per i locali di Milano.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Credere fino in fondo in una cosa, fino a far capire agli altri che quello che stai dicendo è giusto. Penso per esempio a Steve Jobs e all’introduzione del palmare, o ad Einstein e alla teoria della relatività. Quella è stata ribellione.

BITS-CHAT: Riaccendete il Marshall! Quattro chiacchiere con… Mike Sponza

MIKE SPONZA_Foto di Matteo Prodan b
Ogni decennio lascia dei segni indelebili nella memoria: se gli anni Ottanta sono stati il periodo del synth-pop e di qualche esperimento di discutibile valore e gli anni Settanta hanno rappresentato il momento più luccicante della disco music, gli anni Sessanta sono giustamente ricordati come il decennio del rock e del blues.

Ma sono anche gli anni che hanno visto una grande rivoluzione della società e del pensiero, con gli ideali di libertà della Summer of Love del ’67, le proteste giovanili del ’68 e il grande festival di Woodstock del ’69.

Agli anni Sessanta ha dedicato il suo ultimo album Mike Sponza, uno che il blues e il rock li ha ormai nelle vene: Made In The Sixties, questo il titolo del disco, è stato registrato agli Abbey Road Studios di Londra e ripercorre gli eventi di quel decennio in 10 pezzi, uno per ogni anno.
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Cosa significa essere “Made In The Sixties”? In altre parole, come è stato vivere in prima persona gli anni Sessanta e come ti sei trovato a raccontare oggi in un disco quel decennio?

In realtà ho vissuto per poco quel decennio, ma sono cresciuto circondato da quel feeling per tutti gli anni della mia infanzia, e quindi l’imprinting è stato forte. Essere “Made In The Sixties” significa per me volere fare le cose bene e con calma, rispettando chi ti sta vicino, puntando ad un continuo miglioramento, dare spazio alla creatività ed alla umanità, in empatia con gli altri. Quando ho avuto l’idea del concept per questo album, mi sono messo a fare subito un lungo lavoro di ricerca, per poi lasciare spazio alla pura creatività sia per i testi che per la musica, uscendo dal mio passato di “osservante” dei canoni del blues.

L’album vede la partecipazione di numerosi ospiti, protagonisti degli anni Sessanta: come è nato il loro coinvolgimento nel progetto?
Mi è sempre piaciuto avere ospiti nei miei progetti discografici, è un modo per arricchire l’album con sonorità diverse da quelle che propongo dal vivo. In Made In The Sixties, la presenza più importante è sicuramente quella di Pete Brown in veste di coautore dei brani: è un’icona del rock blues, ed è la penna dietro successi come Sunshine of your love, White Room, I Feel Free: Eric Clapton lo definisce il quarto membro dei Cream. La possibilità di lavorare con lui ha dato una forte spinta creativa ai brani. Con Dana Gillespie, protagonista importante della scena musicale londinese dei secondi anni Sessanta, siamo amici e collaboratori da anni, ed è uno dei miei link diretti a quel mondo della “swinging London” che è un po’ la mia ossessione.

Negli anni Sessanat il rock, e forse la musica in generale, avevano anche una valenza sociale e politica: un valore che forse oggi la musica non ha più, sei d’accordo? Cosa secondo te ha portato a questo cambiamento?
Penso che tutte le forme artistiche degli anni Sessanta avessero una forte valenza sociale e politica: si dicevano cose importanti attraverso le canzoni, ma anche attraverso la pittura, il teatro e i libri. La musica era sicuramente un medium per trasmettere forti messaggi. Oggi quasi tutto quell’approccio si è perso, sono d’accordo: penso in gran parte a causa dello schiacciamento che gli artisti oggi subiscono dalle logiche commerciali imposte dalle major, dai mass media, e dalle nuove forme di consumo della musica. È un processo irreversibile? Forse no. Credo che prima o poi arriverà un momento in cui una generazione si romperà le palle di ascoltare la spazzatura che ci viene imposta. Ci sarà una ribellione verso la musica vuota, come c’è stata verso la metà degli anni Sessanta. Qualche giovane band prima o poi deciderà di spegnere il computer e di accendere il Marshall.

Il disco racconta gli anni Sessanta in 10 pezzi, che sono anche 10 storie, una per ogni anno del decennio. Immaginando però di aggiungere un undicesimo tassello a questo quadro, cosa ti sarebbe ancora piaciuto raccontare degli anni Sessanta?
Avrei voluto avere lo spazio per parlare di tutto il movimento per i diritti civili, che ha attraversato tutta la decade: alcune cose le abbiamo raccontate in qualche verso, ma è un argomento troppo “corposo” per essere racchiuso in un’unica canzone.
MIKE SPONZA_Foto di Matteo Prodan 6 b
Quale credi che sia la più grande eredità o il più grande insegnamento che gli anni Sessanta hanno lasciato nella memoria e nella società? E cosa pensi invece che si sia perso soprattutto di quel decennio?
Vedo molto gli anni Sessanta come un’“età dell’oro”, che ha lasciato in tutti i campi dei grandi classici senza tempo, validi ancora oggi. Mi riferisco alla musica, ma anche al design, alla moda, alla cinematografia, alla letteratura. Credo che l’insegnamento principale sia quello di creare liberamente, osando di uscire dagli schemi, ma facendolo in modo da lasciare il segno con qualcosa di qualità indiscutibile. Penso che oggi sia perso questo: il gusto per la sperimentazione e la libera creatività, oggi è tutto soffocato dal marketing.

Pensi che oggi ci siano i presupposti per far risorgere lo spirito e gli ideali degli anni Sessanta?
Secondo me un crash down di internet aiuterebbe… Se parliamo di ideali di progresso e di pace, di uno stile di vita rispettoso delle scelte di chi ci sta accanto, di creatività e fuga dalla massificazione, secondo me parliamo di cose mai veramente scomparse anche a distanza di cinquant’anni. Penso che molti giovani le stiano ripescando, anche in modo inconsapevole, forse proprio perché se ne sente bisogno.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che definizione dai al concetto di ribellione?
Cercare di essere normali oggi è un forte atto di ribellione. Costruirsi uno stile di vita proprio e provare a vivere secondo i propri valori, è ribellione verso la lobotomia quotidiana. Tutti i gesti di ribellione classici, ormai sono stati anch’essi fagocitati dalle logiche di mercato. Vivere la propria vita è ribellione.

BITS-CHAT: “Solitudine? No, libertà”. Quattro chiacchiere con… Luana Corino

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Gli inizi come LaMiss, poi un periodo di pausa e l’anno scorso il ritorno con il suo nome, Luana Corino, e l’EP M.W.A vol. 1, anticipato da un brano agguerritissimo di riscatto femminile come Lucille.
Adesso per Luana è la volta di Gita al mare, un singolo dall’atmosfera serena e all’insegna dell’indipendenza: la storia è quella di un amore finito, un lui fuggito senza troppe spiegazioni e una lei rimasta sola, ma ancora abbastanza forte da trasformare la solitudine in orgogliosa manifestazione di amore per se stessa.
La storia di una donna libera, con le idee molto chiare anche quando si parla di un ambito maschilista come l’r’n’b italiano.
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Ascoltando il tuo ultimo singolo, Gita al mare, si ha subito l’impressione di percepire un mood diverso rispetto a quello che avevamo trovato lo scorso anno nell’EP M.W.A. vol. 1: è così? Si è aperta per te una nuova fase?

Diciamo che un progetto ufficiale rispetto a un mixtape parte già con altri presupposti. Nutro aspettative diverse verso me stessa e quello che voglio raccontare. Quando si tratta di lavorare a degli inediti diventa un vero e proprio lavoro di squadra, un insieme di energie che inevitabilmente danno alla luce qualcosa di molto più intenso. L’approccio a un mixtape è molto più easy e disinteressato… nell’EP, che uscirà dopo l’estate, e in Gita al mare, sto cercando di dare il massimo sotto ogni aspetto creativo.

Come hai sviluppato l’idea del pezzo e del video, dove sei l’assoluta protagonista?
Come spesso accade alle idee migliori, vengono e basta, come un fulmine a ciel sereno. Sentivo la necessità di parlare di questa storia, sotto alcuni punti di vista, autobiografica. Ce l’avevo sulla punta della lingua e della penna, e ho aspettato di stare abbastanza male per ricordarmene. L’ho scritta in un giorno e il video era già nella mia testa. Da quando lavoro nel campo dei videoclip, è difficile per me scrivere un pezzo e non visualizzarlo, ormai per me il video non è altro che il completamente di una canzone.

Che valore ha nella tua vita e nel tuo lavoro l’indipendenza?
È il fulcro della mia esistenza. Essere indipendenti per me significa essere liberi. Sarà brutto da dire ma non sopporto di affidare ad altri la responsabilità di decisioni per me importanti. Voglio avere il privilegio di poter scegliere cosa fare, come farlo e quando. La vita è una e i tempi della discografia sono molto lenti. Se decidono che non sei il loro progetto principale, un’etichetta, spesso una major, può parcheggiarti là anche per quattro o cinque anni, rubandoti gli anni migliori. Ho visto tantissimi artisti rinunciarci nonostante il talento e questa cosa mi ha portato a non provane nemmeno mai a proporre un mio progetto a un’etichetta che non fosse indipendente.

Quali sono gli artisti di riferimento e i modelli con cui sei cresciuta?
Michael Jackson in primis, da sempre: la disciplina, la dedizione e il perfezionismo a cui ci ha abituato durante tutta la sua carriera sono stati per me grande fonte di ispirazione. Janet Jackson, per la sua vocalità e gli arrangiamenti vocali, e sicuramente Beyoncè, che soprattutto negli ultimi anni ci sta dimostrando come una donna sta al comando.
Luana Corino
Cosa puoi già anticipare del nuovo EP? Si tratta del seguito di M.W.A. vol 1?
Si chiamerà Vertigini, parla di donne, del loro modo di affrontare l’amore , delle loro fragilità, della loro forza e complessità. Sarà molto intimo, anche molto sfacciato. Non mi sto trattenendo in nulla, sto cercando di scrivere nel miglior modo che conosco.

Nel panorama urban italiano è difficile trovare nomi femminili che si possano contendere la scena con gli uomini: le eccezioni ci sono (vedi Baby K), ma l’impressione è che le donne dell’hip-hop e dell’R&B italiano debbano accontentarsi dell’underground. Secondo te perché succede?
Ci sarebbe un discorso molto lungo da fare, che cercherò di semplificare il più possibile, dando solo degli spunti di riflessione. L’ambiente urban, in generale, e quello hip-hop, nello specifico, sono ancora a prevalenza maschile. Nonostante negli anni i mezzi per autoprodursi siano diventati sempre più accessibili, l’emisfero femminile non si è ancora abituato all’idea di poter creare dei prodotti indipendenti senza doversi avvalere per forza del supporto maschile. Sulla base di questi presupposti si somma anche la difficoltà di fare gioco di squadra. Ci hanno sempre abituato all’idea che ci sia posto per una sola donna alla volta, questo inevitabilmente mette tutte in estrema competizione. Cambiare la nostra mentalità e imparare a fare più gioco di squadra potrebbe migliorare le cose. Ma, per ora, ho l’impressione che siamo ancora molto lontane da fare questo passo. La carriera artistica di una donna è meno longeva: dopo i 25 anni subentrano le responsabilità di cui spesso una donna, per natura, se ne fa più carico rispetto a un uomo. In alcuni casi subentra la maternità e, nel caso di un artista indipendente, soprattutto se la musica non diventa anche il tuo lavoro entro i 30 anni, spesso è motivo di abbandono o rallentamento creativo. Poi, per quanto riguarda l’R&B nello specifico, beh, è un genere che va studiato e approfondito, senza contare che in Italia non ha ancora una rilevanza discografica, probabilmente proprio per la scarsità di artisti che lo fanno). Oltre a me e a Martina May non conosco altre ragazze con un background solido che hanno contribuito o stanno contribuendo a sfamare il pubblico con prodotti di un certo livello, ma posso permettermi di parlare per noi due e dire che vige stima, amicizia e supporto, proprio perché desideriamo un cambiamento e vediamo le cose sotto un altro punto di vista.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Non aver paura di essere coerenti con se stessi e i propri gusti, rispettarsi senza temere di andare contro corrente. A volte fare cose che vanno contro le necessità o le richieste popolari è molto difficile, la tendenza è quella di omologarsi facendo i “ribelli” per finta. Per me ribellione significa guardare in faccio i propri sentimenti e raccontarli apertamente senza aver paura di sembrare deboli.

Brescia si prepara alla sua quinta Festa della Musica. La parola al direttore artistico Jean-Luc Stote

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Il prossimo 23 giugno, per il quinto anno consecutivo, Brescia sarà invasa da un’onda musicale che coinvolgerà tutta la città in occasione della Festa della Musica.
Dal pop al rock, dall’elettronica al folk, per una giornata la musica sarà l’assoluta protagonista in tutte le sue forme, coinvolgendo professionisti e dilettanti in una serie di eventi che animeranno le piazze e le vie della città: un successo già annunciato dai numeri, che per quest’anno fanno registrare oltre 480 iscritti per più di 3500 musicisti.
Anima della manifestazione è il direttore artistico Jean-Luc Stote, che proprio quest’anno festeggia i quarant’anni di attività musicale a Brescia.
Proprio da lui ci siamo fatti raccontare cosa ci aspetta dalla quinta edizione della Festa della Musica, con un appello finale alla SIAE.

Quali saranno le novità e gli eventi principali di questa quinta edizione della Festa della Musica?
La grande novità di questa edizione è stata la festa della musica delle scuole che si è svolta il 12 maggio perché nata da una necessita conseguente di una specificità italiana. Quando si fa la classica Festa della Musica le scuole sono già chiuse da almeno 2 settimane: se si vuole, come richiedono l’associazione per la promozione della festa della musica in italia e il MIBACT, favorire il più possibile la partecipazione delle scuole alla festa, si deve per forza di cosa trovare una data in un periodo in cui le scuole sono ancora operative. La Festa della Musica delle scuole di Brescia è stata quest’anno la prima e unica in Italia e speriamo che l’associazione nazionale e il MIBACT accoglieranno positivamente il nostro suggerimento di diffondere questa formula nell’intero paese perché secondo noi è l’unica formula che può garantire un effettiva partecipazione delle scuole.

L’elettronica e la dance saranno protagoniste di “Castello Elettronico”: come si svolgerà l’evento?
Sarà un evento ricco di proposte con l’esibizione di emergenti e personaggi che si sono confermati di recente, dunque l’espressione delle ultime tendenze in ambito dance e elettronica. Il Castello ospiterà 3 situazione diverse: più che novità sarà la forte presenza di palchi dance in questa edizione della festa con altri due importanti palchi al parco Castelli, e un altro palco piazza Arnaldo con radice in quella che è stata la scena dance anni ’80 e ’90 che aveva a Brescia due realtà, la Time Records e la Media Records di fama internazionale. Mettendo insieme queste tre situazioni, Brescia ospiterà in occasione della Festa della Musica, quello che si può già considerare come uno dei più importanti appuntamenti italiano in ambito dance e elettronica.

Attenzione verrà data anche ai buskers.
Numerosi musicisti bresciani si lamentavano che non ci fosse la possibilità di suonare per strada in città. Dopo i risultati della prima edizione della festa, si è lavorato con l’assessorato alla cultura per elaborare un regolamento per le Arte di Strada, fra cui la musica. Suonare per strada a Brescia è ora possibile ed è molto semplice ottenere il permesso con una semplice richiesta in rete. Mentre vigeva il divieto, la necessità di fare musica per strada sembra una necessità assoluta, ma da quando è divento possibile in realtà le richieste sono veramente poche e raramente da Bresciani. Le postazioni individuate in città sono una ventina e abbiamo deciso di farne vivere almeno 5 “intensamente” in questa edizione della festa con in ogni postazioni un piccolo banchetto con del materiale informativo.
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Che bilancio puoi fare di questi primi cinque anni? Come si è evoluta la manifestazione?
Il bilancio non può che essere positivo. La Festa della Musica ha sdoganata parecchie situazioni. Dopo la prima edizione, in assessorato alla cultura è arrivata una persona che si occupa soltanto di musica. Sono stati creati tavoli di lavoro con risultati positivi e concreti. Ad esempio, ora per chi decide di organizzare un evento musicale in città si deve rivolgere a un unico ufficio e certe procedure sono state semplificate.

La formula della manifestazione non è cambiata e non la vogliamo cambiare per quanto riguarda le sue regole base. Sotto questo aspetto siamo intransigenti, perché vogliamo mantenerne le caratteristiche fondamentale. E’ e deve rimanere una grande festa popolare. Non esistono palchi principali: suonano tutti quelli che si sono iscritti, dal professionista all’esordiente e tutti sono messi nelle stesse condizioni tecniche. Quello che si è evoluto è la qualità dell’organizzazione, accumulando ogni volta esperienza dall’edizione precedente.

Qual è stata in questi anni la risposta dei cittadini? 
La prima edizione è stata indubbiamente la più sconvolgente. La gente presente in città al mattino rimaneva a bocca aperta scoprendo musica ad ogni angolo di strada, in ogni piazza, musiche di tutti tipi dal rock alla classica via il jazz, l’etnico, ecc… In mattinata girava il solito flusso di gente che frequenta di sabato la città, ma da quel momento è partito un “tam tam” che ha fatto si che la città si è pian piano riempita per arrivare alla sera con un centro storico totalmente imballato. Tanti locali si erano attrezzati per l’occasione come per una classica notte bianca, ma già alle 21, in gran parte del centro storico non si trovava più neanche una birra o un panino. Nelle edizioni seguenti l’approccio del pubblico è cambiato, con tanti presenti sin dall’inizio, che si spostavano poi nei vari posti a secondo del programma che si erano costruito. Quello che rimane intatto è l’aria di festa che aleggia per tutta la giornata.

E come hanno risposto i ragazzi delle scuole che sono state coinvolte con l’iniziativa Scuole al Centro?
Questa prima edizione di “Scuole al Centro” è stata un’edizione in forma embrionale, un po’ perché siamo partiti tardi e anche perché muoversi in ambito scolastico è decisamente complesso, ma i tre palchi che sono stati allestiti sono stati un successo, e i ragazzi sono stati felici di essere protagonisti non più solo nell’ambito della loro scuola o istituto, ma in un ambito più ampio, di fronte ad una platea fatta non di solo genitori, nel cuore della loro città.

Da dove ti è venuta l’idea, cinque anni fa, di portate a Brescia questo evento? Ti aspettavi che sarebbe stato accolto in questo modo?
L’idea non mi è venuta 5 anni fa ma sin dal 1983, dopo avere vissuto in Francia la prima edizione della festa della musica. L’ho proposta regolarmente per 30 anni prima che finalmente, grazie all’intelligenza e la sensibilità dell’attuale assessore alla cultura (nonché vicesindaco), Laura Castelletti abbia accettato la mia proposta. Non ho inventato nulla. Ho solo ripreso pari pari la formula francese. Quando abbiamo organizzato la prima riunione ci siamo subito ritrovati una sala piena. Tanta curiosità da parte del mondo musicale cittadino e subito tanto entusiasmo. Finita la riunione, Laura mi disse: “Ma t’immagini se arriviamo ad un centinaio di partecipanti, che successo…” La mia risposta: “Io ne voglio almeno 200”. La sua perplessità mi vale un suo “Ma tu sei matto!” Fine delle corse, in occasione della prima edizione le esibizioni sono state circa 450.

Oltre alla crisi della discografia, spesso si sente parlare anche di una crisi della musica dal vivo, con la conseguente chiusura dei locali e quindi di spazi in cui poter proporre la propria musica: perché secondo te succede? Mancano proposte interessanti o il pubblico ha perso interesse per le piccole realtà musicali?
La discografia non è in crisi: è morta, deceduta. E’ rimasta soltanto una piccola attività di tipo artigianale. Per la musica dal vivo le cose sono diverse. Mentre ad esempio in Francia per i locali che propongono gruppi emergenti con brani propri, gli introiti arrivano al 60% dalle istituzioni a vari livelli (locale, regionale e nazionale), in Italia quel sostegno è ufficialmente del 1% e sinceramente non si sa bene a chi e dove va a finire. In Francia per i musicisti emergenti esiste l’intermittenza dello spettacolo. Il problema fondamentalmente sta qui.
Il problema è che, al posto di unirsi per fronteggiare le istituzioni e ottenere un sostegno, musicisti e locali si rompono le scatole a vicenda. La classica guerra di barboni.
Un altro aspetto è che il classico concerto è diventato spesso una situazione banalizzata. Questo vale anche per grandi concerti. Credo molto attualmente in situazioni dove si mescolano musica, luogo e contaminazioni. In quel caso ogni componente ottiene un di più grazie all’apporto degli altri, e tutto diventa più suggestivo. L’Italia è piena di talenti e non ha nulla da invidiare ad altre nazioni, ma mancano le opportunità per mettersi realmente in evidenza. Ci sono situazioni occasionale che lo dimostrano. Non penso che un personaggio come PJ Harvey abbia difficoltà a trovarsi bravi musicisti. Ha sicuramente soltanto l’imbarazzo della scelta ma se alla fine decide di inserire nella sua band due musicisti italiani come Enrico Gabrielli o Alessandro “Asso” Stefana è perché è convinto che gli possono dare un di più. Questo accade perché casualmente il signor John Parrish, capo banda della signora passa molto tempo sul lago di Garda e ha avuto l’opportunità di scoprire questi talenti veri. Prima di “Asso” è anche stato chitarrista di PJ Harvey un altro bresciano doc: Giovanni Ferrario.

Hai un sogno in particolare che ti piacerebbe realizzare per un’edizione futura della manifestazione?
Più che un sogno, una rivendicazione: vorrei che come negli altri paesi della comunità europea che hanno aderito alla Festa della Musica europea, la SIAE rinunciasse a chiedere il pagamento del diritto d’autore in quel occasione.

BITS-CHAT: Musica per salvarsi. Quattro chiacchiere con… Simone Da Pra

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Ogni dolore non ha spiegazione, e per ogni dolore non siamo mai preparati. Anche per quelli inevitabili, quelli che sappiamo che la vita ci sbatterà in faccia prima o poi: quando arrivano, il colpo si fa sentire.
A noi resta la possibilità di elaborarli per trarne qualcosa di buono. Qualcosa che a volte ha il suono e le parole della musica.
Così ha fatto Simone Da Pra.
Nel 2001, la morte di sua madre, avvenuta per mano di un uomo che non accettava il rifiuto alle sue avances.
Una tragedia a cui Simone, all’epoca adolescente, ha saputo reagire con il rap.
Il suo esordio nella musica è datato 2002 sotto lo pseudonimo Oxi. Dopo alcun lavori e collaborazioni con Ensi, Raige e Mondo Marcio, nel 2015 pubblica l’EP Libero, il primo firmato con il suo vero nome: all’interno, anche Potrei essere proprio lei, brano contro la violenza nato dalla sua tragedia familiare e realizzato con il patrocinio di Amnesty International, e L’amore è amore, manifesto contro le discriminazioni.  

Oggi, dopo un periodo difficile e la morte del nonno, Simone torna a dar voce alla musica con Passerà.
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Vorrei partire dal titolo del tuo ultimo singolo, Passerà: va inteso come una presa di coscienza o come una speranza per te stesso?

Nasce come una speranza, in senso che se non credi possibile una cosa, quella non potrà accadere per puro caso o magia nera. Ma farei un passo indietro per capire meglio come sono andate le cose. Venivo da un brutto periodo, la perdita di mio nonno che per me è stato l’unica vera famiglia che abbia mai conosciuto. A quel momentaccio, come se non bastasse, si sono aggiunti ed amplificati i soliti problemi che mi portavo avanti da un’intera vita: a casa mia non si è mai parlato, non ho mai visto nessuno darsi un bacio, un abbraccio e purtroppo con qualcuno in particolare ho sempre avuto un pessimo rapporto; ed è proprio qui il punto, è una vita che mi sento deriso con battutine poco intelligenti a tavola e umiliato a parole, parole che oggi ho smesso di sopportare andandomene di casa perché purtroppo certe persone non cambieranno mai. Oggi vedo la cosa in maniera diversa, oggi ho la forza di guardare avanti ma in quel periodo non era così. In quel periodo quelle stupide parole sono state la ciliegina sulla torta, sono arrivato ad odiarmi. Avevo perso l’appetito, il sonno, le motivazioni e la speranza.

Nonostante questo non sia per te un vero e proprio esordio, possiamo considerare questo singolo come un nuovo inizio?
Questo singolo è a tutti gli effetti un nuovo inizio: Passerà è cadere 100 volte e rialzarsi 101. Guardare avanti, ricominciare a vivere e sognare. Artisticamente parlando poi c’è da dire che sono inattivo da tre anni, stare così tanto tempo nelle sabbie mobili decreta la morte di un artista, la gente si dimentica che esista e quindi anche sotto questo aspetto è un “ricominciare da meno di zero”, con più voglia e determinazione che mai.

E’ stato più difficile elaborare il dolore o scegliere di condividerlo con il pubblico mettendolo in musica? Non hai mai avuto paura di scoprirti troppo?
La paura mi ha sempre bloccato, in tutto. La paura uccide! In questa vita ho avuto paura di guardare in faccia la realtà dopo la perdita di mia madre, ho avuto paura di essere troppo diverso dagli altri, ho avuto paura di quella persona che non mi ha mai accettato e per anni mi ha soltanto sminuito ferendomi a parole. La paura stava ogni giorno dietro l’angolo e io lentamente soffocavo. La musica mi ha fatto scoprire così tanto che, al posto di questo singolo inizialmente, era previsto un mini album dal titolo Nudo, poi è nata questa canzone e ha cambiato un po’ le carte in tavola, musicalmente come nel privato.

Pensi di poter dire che la musica ti ha salvato la vita?
La musica mi ha salvato la vita più volte, per me scrivere è terapeutico, non importa se la gente vorrebbe più canzoni in cui si parla di patatine fritte, zucchero a velo, capelli colorati o erba pipa. Io non gli darò mai tutto questo, io scrivo per raccontare qualcosa, qualcosa che abbia senso di essere raccontato.
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Le sonorità del brano, che vedono anche il lavoro di Big Fish e Marco Zangirolami, sembrano ricondurre a uno stile ibrido, tra il rap e il nuovo cantautorato melodico. Ti trovi d’accordo? Chi sono i tuoi artisti di riferimento, quelli con cui sei cresciuto?
Sono cresciuto con una miriade di artisti a partire dai Sottotono e gli Articolo 31 fino ad arrivare a Fabri Fibra che in adolescenza mi ha sconvolto la vita, io volevo essere lui! (ride, ndr). Oggi non mi cambierei con nessuno al mondo, forse proprio perché per la prima volta non mi sento di assomigliare a nessuno e anche se la strada è ancora molto lunga trovo non ci sia niente di più bello dell’essere se stessi in un mondo di fotocopie. So benissimo comunque che dovrò lavorare molto su me stesso per migliorarmi.

Possiamo aspettarci presto un nuovo album?
Mi piacerebbe molto mettere insieme più pezzi ed avere un album tutto mio ma andiamo con calma, uno scalino alla volta, da qualche giorno a questa parte sento il richiamo alla scrittura, appena sarò un po’ più libero una di queste notti scriverò. Vediamo cosa ne uscirà. Mi piace pensare ad un nuovo singolo.

Qual è, oggi, il più grande augurio che fai a te stesso?
Stare bene, lasciare andare completamente le ansie, le paure e le persone negative. Non dimenticare mai più quanto valgo. Sorridere, vivere.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Ti ribelli quando qualcosa non va, quando sei messo alle strette o incatenato a qualcosa, ti ribelli quando ti vuoi bene, altrimenti te ne freghi e vivi passivamente, imbalsamato come questo nostro Paese che non cambia mai. Mi piace il termine “ribelle”, mi ci ritrovo molto. La ribellione è libertà.

BITS-CHAT: Non parlo (quasi) più d’amore. Quattro chiacchiere con… Giuseppe Anastasi

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Sincerità
, La notte, Meraviglioso amore mio, Controvento, Il diario degli errori
Sono tutte canzoni che almeno una volta ci siamo ritrovati ad ascoltare, senza sapere, forse, che avevano tutte qualcosa in comune: la firma. Per la precisione, quella di Giuseppe Anastasi.
Siciliano di Palermo, classe 1976, dopo una luna gavetta trascorsa a Roma, Anastasi è oggi uno degli autori di maggior successo della musica italiana, ma in tutti questi anni passati a scrivere per altri non aveva mai pensato che anche quello del cantante potesse essere un lavoro divertente.
Poi qualcosa è cambiato, e lo scorso 19 gennaio è uscito Canzoni ravvicinate del vecchio tipo, il suo primo album, in cui ha raccolto 11 brani old style. In cui ha messo pochissimo amore.

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Cosa sono queste canzoni ravvicinate del vecchio tipo?

Sono canzoni in cui c’è poca elettronica. Non perché la strumentazione acustica sia necessariamente old style, ma è innegabile che oggi la maggior parte delle canzoni sia piena di elettronica, io invece ne ho usata pochissima in tutto il disco. Sono canzoni del vecchio tipo anche perché sono attraversate da una logorrea di parole: i testi sono lunghissimi, come nella tradizione cantautorale italiana. Ecco perché si possono definire un po’ rétro.

I tuoi riferimenti artistici arrivano quindi da lì?
Sono nato con i cantautori e sono 19 anni che lavoro con Mogol: avendo 42 anni, sono old style anche in questo. Battisti, De Andrè, De Gregori, Fossati, Guccini, Vecchioni, Concato, Dalla… Tra gli artisti internazionali posso citare i Queen, i Beatles. Tutti ascolti molto standard.

Il disco è uscito quest’anno, nonostante tu sia attivo come autore già da anni. Come mai non hai pubblicato prima?
Non ci avevo mai pensato davvero, ma il motivo principale che mi ha spinto a pubblicare ora un disco è stata la paternità, che mi ha fatto trovare una nuova forza e una visione più attenta del futuro, con il pensiero proiettato su qualcun’altro al di fuori di me: anche per questo non ci sono canzoni d’amore, o comunque parlo di un amore diverso, anche se forse il pubblico mi conosce principalmente per La notte, Controvento o Il diario degli errori. Volevo a lasciare un messaggio diverso, concentrandomi di più sulla quotidianità. Se avessi saputo che diventare padre sarebbe stato così figo l’avrei fatto prima!

Sono quindi tutte canzoni nate nell’ultimo periodo?
Negli ultimi due anni, dopo la nascita di mio figlio. Soltanto due me le porto dietro da un po’, le altre sono frutto dell’esperienza di padre.

Quando scrivi pensi a un eventuale interprete a cui poi affiderai il brano?
Io scrivo quando ho qualcosa da dire, e lo faccio come una forma di auto-analisi per evitarmi lo psicologo. In fase di scrittura non penso mai a chi potrebbe andare un brano, quello è un passaggio che avviene dopo, insieme al mio editore. Ogni canzone ha una sua vita e una sua storia: La notte, per esempio, è rimasta nel cassetto per sei anni prima di essere proposta ad Arisa.

Ricominciare, uno dei singoli del disco, racconta la storia, vera, di un uomo che si ritrova a dover ripartire dopo i quarant’anni senza un lavoro. A te è mai capitato di dover ripartire da qualcosa?
La storia che racconto è quella di un mio amico, un mio coetaneo. Io sono ripartito tante volte: quando mi sono trasferito dalla Sicilia a Roma per fare il cantautore mi sono ritrovato a fare un sacco di lavori diversi: ho lavorato anche come commesso in un negozio di animali. Ho fatto una gavetta di 10 anni, e quando vedi che il tempo passa e i tuoi desideri non si realizzano, la forza per andare avanti la devi trovare ogni giorno. Ricominciare significa però anche volersi migliorare, e quindi rimettersi in gioco, e quello lo faccio ancora ogni volta che mi rimetto a scrivere.

Che rapporto hai con la Sicilia, la tua terra, a cui dedicato Trinacria?
Un rapporto splendido, viscerale: sarò magari campanilista, ma la Sicilia è una terra straordinaria, per l’ambiente e il patrimonio culturale. È l’isola più grande del Mediterraneo, è passata sotto tantissime dominazioni, e quando lasci una terra così è difficile trovarne un’altra uguale. Chi nasce in Sicilia resta isolano per sempre, e si ritrova quindi un po’ isolato quando si trasferisce: ora vivo in Umbria, una delle poche regioni italiane a non avere il mare, e devo dire che mi manca poter vedere l’orizzonte.
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Prima hai accennato alla tua lunga collaborazione con Mogol. Come vi siete incontrati?
È stato il mio maestro quando frequentavo come allievo il CET nel 1999: è stato il primo a notare la mia propensione alla scrittura e mi ha proposto prima di fare l’assistente e poi di diventare docente della scuola, ruolo che ricopro ancora oggi. Da allora non ci siamo più staccati.

Come ti trovi in veste di insegnante?
È l’attività più bella di tutte. Potrei rinunciare a scrivere o a cantare, ma non all’insegnamento: mi dà molte soddisfazioni, ho un bel rapporto con gli allievi e mi piace aiutare come posso chi secondo me lo merita. Quando mi fanno leggere o ascoltare le cose che scrivono sento che si fidano di me, perché nel mostrare agli altri una canzone devi superare il pudore. Mia madre è un’insegnante, forse questa vocazione l’ho ricevuta da lei.

In queste settimane stai presentando il disco dal vivo: che accoglienza hai trovato da parte del pubblico?
Essendo la prima volta che ci metto la faccia, sono molto contento: sia la data di Roma che quella di Milano hanno radunato molta gente. A Roma me l’aspettavo un po’ di più, mentre l’accoglienza di Milano mi ha stupito. Superati i quarant’anni sto imparando un mestiere nuovo, e sto imparando che cantare mi piace. 

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
È un concetto che associo molto a quello di saturazione: la ribellione arriva quando non ce la fai più, è una reazione umana, un istinto. Come l’amore o l’amicizia, è un elemento umano, e senza ribellione non ci sarebbe progresso umano. È una forma di democrazia.

Queste le prossime date dal vivo:
13 aprile – Isola (Slovenia), Palazzo Manzioli
22 maggio – Bologna, Bravo caffè
27 maggio – Roma, Auditorium Parco della Musica