BITS-RECE: Tamino, Amir. Malinconica e devastante bellezza

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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C’è qualcosa di affascinante e implacabile che percorre per intero Amir, album di debutto di Tamino. E’ qualcosa che non ha nome, se non quello dell’emozione, un’emozione dolcissima, consolatoria ed efferata nello stesso tempo.
Un dolce veleno che forse non è ancora mai stato battezzato, ma i cui effetti sono lì, concentrati in un disco.
Amir è un lavoro che avanza lento, si dilata portandosi dietro un’eredità che abbraccia il Medioriente e l’Occidente, perché è di questa eredità che si è nutrito anche lui, Tamino Amir Mohamar Foud, artista di madre belga e padre egiziano, e nipote di Mohamar Fouad, popolarissimo cantante e attore del cinema egiziano.

Un album impregnato di melodie che non hanno tempo, sembrano esistere da sempre, con la loro malinconia dorata e caldissima, coperte dalle sabbie di qualche deserto della memoria, e sopra, con stupefacente naturalezza, Tamino ci ha messo le chitarre e quel poco di elettronica preso dall’Europa. Non è un caso che nell’album suoni anche Colin Greenwood dei Radiohead, un gruppo che sulla carta non sarebbe esattamente in linea con certe sonorità e certe atmosfere. Eppure c’è, e questi pezzi non sarebbero la stessa cosa senza il suo contributo.
E poi c’è l’orchestra, la Firka, con i suoi archi sontuosi, imperiali, suonati da musicisti irakeni e siriani, alcuni dei quali nello status di rifugiati.
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Dall’inizio alla fine, il canto di Tamino stordisce con la sua grazia nomade e con la sua tristezza naturale, atavica: Habibi è uno di quei pezzi che riescono a regalare un incanto abbagliante, i cori di Chambers emanano una seduzione irresistibile, w.o.t.h è un mare in tempesta che porta via, lontano, in un vortice di disperazione.

Non c’è un momento privo di suggestione o un attimo in cui venga a mancare la tensione emotiva: Tamino lascia la sua poesia libera di volare toccando le corde dell’anima con l’amore o con il dolore, e regalandoci un disco che dovremmo tutti imparare a meritarci. Anche se potrebbe essere devastante.

Thom Yorke a Rolling Stone: “Se ti senti troppo a tuo agio allora sei nel posto sbagliato”

L1520106_Credit Greg Williams
In esclusiva per l’Italia, Thom Yorke racconta sul numero di ottobre di Rolling Stone (in edicola da venerdì 5) la creazione della colonna sonora del remake di Suspiria di Luca Guadagnino, che verrà pubblicata il 26 ottobre e che si è già aggiudicata il Soundtrack Stars Awards per il miglior brano originale (Suspirium) alla Mostra del Cinema di Venezia.

“Ti avevano già proposto di scrivere musica per film?
No, Luca è stato l’unico abbastanza pazzo da credere che io potessi farcela. Anni fa ho incontrato Edward Norton, che è un mio buon amico. C’era la possibilità di fare la musica per Fight Club, ma non era il momento giusto.

Hai ascoltato la colonna sonora originale, quella dei Goblin, prima di metterti al lavoro sulle musiche di Suspiria?
Certo. Mi piace molto la roba dei Goblin, e in realtà ho conosciuto prima loro del film. Non sono mai stato un grande cinephile, e non conoscevo l’opera di Dario. La cosa interessante è che all’inizio, prima di iniziare a scrivere, avrò guardato decine di volte il film di Dario Argento: mi ha colpitola velocità e la tensione con cui devono aver scritto tutto. È davvero estrema, fuori tempo, in qualche modo è la narrativa del film. É come se il film fosse un videoclip rock molto esteso, mentre questa è una cosa diversa. In un certo senso è stato un sollievo guardare la nuova versione, ho pensato: “Meno male, non c’entra nulla col primo Suspiria”. Luca ha creato un mondo completamente diverso.

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La cover del numero di ottobre di Rolling Stone

Hai chiesto qualche consiglio a Jonny Greenwood – chitarrista suo sodale nei Radiohead nonché autore delle musiche per i film di Paul Thomas Anderson da Il Petroliere a Il Filo Nascosto – per la tua prima colonna sonora?
Mi ha dato qualche dritta, tipo: “Scrivi in astratto, non scrivere per lo schermo perché non ci sei abituato. Fallo solo quando devi”. Un buon consiglio.

Hai visto gli altri film di Guadagnino?
Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome, perché pensavo che mi avrebbe confuso. Ho visto Io sono l’amore.

Ti è piaciuto?
È bellissimo.

Come hai incontrato Luca?
Mi ha cercato lui. Mi ha scritto una bella lettera, la mia compagna ci ha messi in contatto. C’era qualcosa nel modo in cui parlava, sembrava sicuro che io potessi fare quello che stava cercando.

Porti avanti solo progetti di altissimo livello, avrai una sorta di “segreto del tuo successo”…
Sono incapace di fare quello che la gente vuole che io faccia. Sembra una maledizione, ma è una benedizione. Il motivo per cui ho scelto questo film, in primo luogo, è stato proprio quello di uscire dalla mia comfort zone. Se ti senti troppo a tuo agio allora sei nel posto sbagliato. Devi sentirti un po’ fuori, come se non sapessi cosa sta succedendo. Questo è il mio segreto, inseguire quel posto e riuscire a tornarci. È così che getto fuori tutta la merda, così da ritrovarmi e dire “Ok, sono nel posto giusto per creare”.”

Intanto, dopo Suspirium, è stato rilasciato il secondo brano tratto dalla colonna sonora del film, Has Ended.

#MUSICANUOVA: Tamino, Indigo Night

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Indigo Night è il brano più narrativo che abbia mai scritto, nonostante ci siano ancora dei punti in comune tra me e il personaggio della canzone. L’ho scritto durante il mio periodo ad Amsterdam, quando avevo 18 anni. Sentivo di avere bisogno di una sorta di risveglio che probabilmente si riflette nella canzone.”

Dopo le stupende atmosfere malinconiche di Habibi, Tamino condivide il secondo singolo tratto dal suo primo  EP, in uscita il 4 maggio.

Suggestivo e intenso, Indigo Night si impreziosisce della presenza di Colin Greenwood dei Radiohead al basso: “Io e Colin abbiamo qualche amico in comune. Ci siamo incontrati un paio di volte per caso. La scorsa estate venne ad un concerto presso la mia città natale Antwerp ed era molto entusiasta della musica. Quando parlammo dopo il concerto, sentii che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Quando iniziammo a registrare, notammo che mancava qualche parte di basso. Colin era esattamente ciò che mancava per via del suo modo di suonare melodico, ma al tempo stesso ricco di groove. È un onore per me aver avuto la possibilità di lavorare con lui”.