BITS-RECE: Tamino, “Every Dawn’s a Mountain”. Dolcissimo, come la malinconia

BITS-RECE: Tamino, “Every Dawn’s a Mountain”. Dolcissimo, come la malinconia

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Qual è il confine tra la poesia e la canzone?
Cos’è quell’elemento che permette di dare agli infiniti orizzonti della parola poetica un’inedita tridimensionalità? Il segreto sta forse in una successione di accordi, o in una voce capace di strappare la mente dalla realtà e trasportarla in un universo parallelo.
Dall’alba dei tempi, musica e poesia sono due mitologiche sorelle che sono sempre andate molto d’accordo, ma nonostante tutto si resta ancora esterrefatti quando si vede cosa sono capaci di fare insieme. Quando, cioè, si realizza quella delicatissima congiunzione astrale che eleva al quadro la loro forza.

Ascoltare la musica di Tamino è un buon modo per rendersene conto. Con lui ogni volta è come se prendesse forma una magia, un incantesimo dolcissimo che solo quell’unione di musica e parole possono realizzare, ed è così fin dal meraviglioso esordio di Amir, che ci ha fatto conoscere la malinconia cantata da questo ragazzo belga (e di padre egiziano) dalla voce dorata.

Giunto ora al terzo album, Tamino mantiene quella che all’inizio poteva essere solo una promessa: è cresciuto, tanto, si è preso il suo spazio, ha arricchito il suo mondo imaginifico con spunti cantautorali che si sono innestati perfettamente nelle sue suggestioni esotiche, mai venute meno. Qui, per esempio, oltre alle densissime melodie fuori dal tempo, roventi come i tramonti mediorientali, c’è il suono dell’oud, tipico strumento di quelle terre, mentre le composizioni richiamano il cantautorato folk e indie (impossibile non cogliere in filigrana le influenze di Jeff Buckely, o di Thom Yorke, giusto per fare un nome).

Every Dawn’s a Mountain – questo il titolo del nuovo lavoro – è un disco incentrato sul distacco e sulla perdite, ma non è un disco senza speranza: anzi, come l’artista ha dichiarato a Rolling Stone, il titolo (“Ogni alba ha una montagna”, ma anche “Ogni alba è una montagna”) vuole proprio fare riferimento al fatto che ogni giorno offre una nuova sfida e una nuova opportunità.
A raccontarlo è anche un brano struggente come Willow, che parte dall’immagine del salice piangente per spiegare come a volte sia necessario morire per “vedere il sole”.

Più legate al tema del distacco e dell’alienazione sono invece Babylon, uno dei pilastri dell’album, e Dissolve: la moderna Babilonia a cui allude il titolo della prima è New York, città in cui Tamino si è trasferito e in cui ha potuto godere del privilegio dell’essere un anonimo cittadino immerso in quella giungla urbana. E poi c’è Sanctuary, in cui la voce del nostro si rincorre con quella dell’americana Mitski, unica presenza esterna nell’album.

I reside in the ruins
of the sanctuary
where a man praised a woman
and she loved him holy
it shakes me

Every Dawn’s a Mountain è album che avanza lento, cade morbido e denso come una goccia di miele, si prende tutto il tempo per spalancare il proprio orizzonte malinconico e dolcissimo.
Emana la sua luce intensa e vivida, fatta di parole e di suoni provenienti da un mondo bellissimo. Che sta proprio lì, dietro alla montagna.

#MUSICANUOVA: Tamino, “Willow”

#MUSICANUOVA: Tamino, “Willow”

In attesa del nuovo album Every Dawn’s a Mountain in arrivo il prossimo 21 marzoTamino condivide il singolo Willow.

“Il paradosso del salice è che quando muore e perde tutti i suoi rami pendenti, il tronco riesce a vedere il sole”, spiega Tamino. “In altre parole, il suo cuore prende una nuova vita. L’albero non piange più e trova finalmente conforto nel bagliore del sole”. 

Prodotto da Tamino e PJ Maertens, suo collaboratore di lunga data, con la co-produzione di Eric Heigle (Arcade Fire, Dawn Richard) e Alessandro Buccellati (Arlo Parks, SZA), e la produzione aggiuntiva di Chris Messina (Bon Iver, Big Red Machine), Zach Hanson (Bon Iver, Sylvan Esso) e Jo Francken, il nuovo disco si preannuncia incentrato sui temi della perdita, dello spostamento, della separazione e dell’abbandono, lasciando però spazio all’arrivo della luce di un nuovo giorno, e proprio in canzoni come Willow si può trovare il senso di liberazione, rinnovamento e ricostruzione.

Tracklist:
My Heroine
Babylon
Every Dawn’s a Mountain
Sanpaku
Sanctuary
Raven
Willow
Elegy
Dissolve
Amsterdam

Tamino ha scritto Every Dawn’s a Mountain a New York, dove ora vive.
Per farlo, ha utilizzato uno strumento tipico medio-orientale, l’oud: “L’oud arabo, che suono ormai da diversi anni, è di nuovo uno strumento importante e un pilastro sonoro fondamentale per l’album. Appare in quasi tutte le canzoni, a volte come strumento principale, soprattutto in Sanpaku. I brani Raven, My Heroine e Dissolve sono stati tutti scritti su di esso e hanno lo strumento al centro, con il resto degli arrangiamenti costruiti intorno alla spina dorsale del mio suono di oud e della voce.”

BITS-RECE: Tamino, Amir. Malinconica e devastante bellezza

BITS-RECE: Tamino, Amir. Malinconica e devastante bellezza

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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C’è qualcosa di affascinante e implacabile che percorre per intero Amir, album di debutto di Tamino. E’ qualcosa che non ha nome, se non quello dell’emozione, un’emozione dolcissima, consolatoria ed efferata nello stesso tempo.
Un dolce veleno che forse non è ancora mai stato battezzato, ma i cui effetti sono lì, concentrati in un disco.
Amir è un lavoro che avanza lento, si dilata portandosi dietro un’eredità che abbraccia il Medioriente e l’Occidente, perché è di questa eredità che si è nutrito anche lui, Tamino Amir Mohamar Foud, artista di madre belga e padre egiziano, e nipote di Mohamar Fouad, popolarissimo cantante e attore del cinema egiziano.

Un album impregnato di melodie che non hanno tempo, sembrano esistere da sempre, con la loro malinconia dorata e caldissima, coperte dalle sabbie di qualche deserto della memoria, e sopra, con stupefacente naturalezza, Tamino ci ha messo le chitarre e quel poco di elettronica preso dall’Europa. Non è un caso che nell’album suoni anche Colin Greenwood dei Radiohead, un gruppo che sulla carta non sarebbe esattamente in linea con certe sonorità e certe atmosfere. Eppure c’è, e questi pezzi non sarebbero la stessa cosa senza il suo contributo.
E poi c’è l’orchestra, la Firka, con i suoi archi sontuosi, imperiali, suonati da musicisti irakeni e siriani, alcuni dei quali nello status di rifugiati.
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Dall’inizio alla fine, il canto di Tamino stordisce con la sua grazia nomade e con la sua tristezza naturale, atavica: Habibi è uno di quei pezzi che riescono a regalare un incanto abbagliante, i cori di Chambers emanano una seduzione irresistibile, w.o.t.h è un mare in tempesta che porta via, lontano, in un vortice di disperazione.

Non c’è un momento privo di suggestione o un attimo in cui venga a mancare la tensione emotiva: Tamino lascia la sua poesia libera di volare toccando le corde dell’anima con l’amore o con il dolore, e regalandoci un disco che dovremmo tutti imparare a meritarci. Anche se potrebbe essere devastante.

#MUSICANUOVA: Tamino, Sun May Shine

Terzo singolo estratto da Habibi, EP di debutto di Tamino, pubblicato lo scorso 4 maggio, Sun May Shine è una ballad malinconica ancora una volta sospesa tra le oniriche suggestioni orientali e le sonorità elettroniche internazionali.
Un quadro crepuscolare di spettacolare intensità, dove la grande protagonista è una delle voci più ammalianti e struggenti degli ultimi anni.

#MUSICANUOVA: Tamino, Indigo Night

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Indigo Night è il brano più narrativo che abbia mai scritto, nonostante ci siano ancora dei punti in comune tra me e il personaggio della canzone. L’ho scritto durante il mio periodo ad Amsterdam, quando avevo 18 anni. Sentivo di avere bisogno di una sorta di risveglio che probabilmente si riflette nella canzone.”

Dopo le stupende atmosfere malinconiche di Habibi, Tamino condivide il secondo singolo tratto dal suo primo  EP, in uscita il 4 maggio.

Suggestivo e intenso, Indigo Night si impreziosisce della presenza di Colin Greenwood dei Radiohead al basso: “Io e Colin abbiamo qualche amico in comune. Ci siamo incontrati un paio di volte per caso. La scorsa estate venne ad un concerto presso la mia città natale Antwerp ed era molto entusiasta della musica. Quando parlammo dopo il concerto, sentii che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Quando iniziammo a registrare, notammo che mancava qualche parte di basso. Colin era esattamente ciò che mancava per via del suo modo di suonare melodico, ma al tempo stesso ricco di groove. È un onore per me aver avuto la possibilità di lavorare con lui”.