Settant’anni da spirito Pravo

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No, non chiamatela “la ragazza del Piper”, perché lei nel locale romano che le ha dato notorietà ci ha messo piede sì e no un paio di volte in tutta la carriera. E non chiamatela neppure “bambola”, epiteto troppo abusato e banale per contenere un’indole come la sua.
Patty Pravo non si può definire, perché ogni definizione finirebbe col circoscrivere, e quindi inevitabilmente ridurre, una tra le più imponenti personalità artistiche che la musica italiana abbia mai conosciuto. Il suo camaleontismo, la chioma sempre platinatissima, la sua r “annoiata”, quasi evanescente sono ormai patrimonio della storia dello spettacolo, così come quel nome d’arte rubato alle dannate di Dante. E poi la leggendaria notte in giro per Roma sulla 500 con Jimi Hendrix, l’amicizia con Sinatra, le frequentazioni con Fontana e Schifano, la passione solitaria per i deserti, i matrimoni.

Fuggita presto dall’ambiente borghesissimo di Venezia in cui era nata (pare che a casa sua fosse ospite abituale il patriarca Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII) e a cui sarebbe probabilmente stata destinata, ma non priva di una formazione musicale accademica, nel corso di una carriera di oltre mezzo secolo, Nicoletta Strambelli è stata diva intoccabile, volto e corpo anticonformista, interprete sofisticata e sorprendentemente ironica, angelo del rock, ovviamente supericona dell’immaginario gay.fb_img_1462552997903
Seriamente allergica alle convenzioni, ha vissuto senza risparmiarsi gli eccessi e la spensieratezza degli anni ’60 e ’70, mentre la sua voglia di sperimentazione l’ha portata – tra gli anni ’80 e i 2000 – a soddisfare gusti esotici e a compiere scelte inaspettate, rischiando anche di allontanarsi dal grande pubblico, che se qualche volta non l’ha compresa fino in fondo ha però sempre trovato l’occasione di riavvicinarsi: dalla canzone d’autore delle grandi firme (Fossati e Vasco su tutti) e dei nomi dell’ultima generazione (tra gli altri, Ermal Meta, Zibba, Rachele Bastreghi), passando per le potenzialità dell’elettronica, fino alla musica tradizionale cinese di un album come Ideogrammi. Patty Pravo ha azzardato in tutto, spesso cogliendo nel segno, qualche volta mancando il bersaglio, ma anche oggi che compie settant’anni resta circondata da un’aura di fascino inspiegabile e impossibile da replicare: difficilissimo cogliere la linea di demarcazione tra il personaggio e la persona, capire fin dove certi suoi atteggiamenti siano voluti o restino frutto del caso, distinguere la provocazione costruita ad arte dal carattere innato.
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L’esordio nel 1966 con Ragazzo Triste, cover di un pezzo di Sonny Bono e Cher, ha già del paradossale: mentre la Rai censura un verso della canzone, Radio Vaticana la trasmette come primo pezzo pop della sua programmazione. Negli anni seguenti arriveranno Se perdo te, La bambola (successo mondiale da milioni di copie), e poi Pazza idea, Pensiero stupendo (scandaloso manifesto degli anni ’70 firmato fa Fossati), E dimmi che non vuoi morire (diamante d’autore, opera di Vasco Rossi, Gaetano Curreri e Roberto Ferri), fino al successo di Cieli immensi, solo per segnare alcune tappe principali di una discografia sterminata ed eterogenea.
Ma per comprendere la portata di un personaggio così bisogna andare oltre i grandi successi, scendere tra le pieghe degli album meno conosciuti e meno fortunati, dove si nascondono sorprendenti perle di avanguardia stilistica.

Pur con il beneficio del gusto personale, ecco quindi cinque momenti delle carriera di Patty Pravo che forse non tutti ricordano, ma che spiegano meglio delle parole l’immensità del suo personaggio.

Per un bambola: look futuristico, vagamente alieno e orientale, con il vestito in maglia di metallo di Versace, Patty scende le scale di Sanremo nel 1984 con un brano atipico che le fa vincere il Premio della critica.

Contatto: singolo del 1987 non incluso in nessun album, nonostante le sue atmosfere ipnotiche, ha avuto un successo decisamente al di sotto delle aspettative.

La viaggiatrice – Bisanzio: con il suo impianto imponente e orchestrale, per ammissione della stessa Patty è uno dei brani che non hanno raggiunto la visibilità che avrebbero meritato.



Treno di panna: autentico capolavoro nascosto nell’album Notti, guai e libertà e firmato anche da Loredana Bertè, rappresenta una superba prova di interpretazione.


L’immenso
: è il 2002 e Patty Pravo torna a Sanremo con una canzone oscura, magnetica e decisamente lontana dagli stereotipi del festival, dove infatti non raccoglie particolari consensi. L’entrata in scena delle esibizioni è un’epifania divina, ma lei stupisce tutti appiccicando il chewingum sul microfono appena prima di iniziare a cantare.

BITS-REPORT: Tra hip hop e Versace. Emis Killa live all'Alcatraz di Milano. 20 marzo 2017

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Dunque, facciamo un paio di conti: quando è iniziata la stagione d’oro dell’hip-hop in Italia? Quando, cioè, da genere di periferia e dei sobborghi, il rap è salito fino all’attico più esclusivo della musica italiana? Se non sbaglio, era circa il 2012, quindi cinque anni fa abbondanti. Da allora tanto è cambiato: la quantità di rapper che sono nati o emersi dall’underground è incalcolabile, tanti hanno fatto il botto, altrettanti sono durati il tempo di un paio di singoli, altri ancora sono rimasti a galla cambiando pelle e cedendo ai richiami delle radio e del mainstream.
Tra i primi nomi che si sono fatti strada nella nuova generazione dei rapper c’era anche quello di Emis Killa.
L’hip-hop, si sa, è il genere sporco per antonomasia, quello poi nudo e più crudo che ci sia, e i rapper sono i ragazzacci più tremendi che si possano incontrare. Almeno in teoria. E almeno nella scena indipendente. E almeno in America, dove si sparano e si scazzottano per davvero. Perché se guardiamo quello che succede qui da noi, spesso il confine tra il rapper e la popstar da giornaletto teen è davvero sottilissima.

Non però Emis Killa. Lui teen idol non lo è, e non lo è mai stato. Lo ha detto più volte, e lo dimostra adesso che sta portando in tour le canzoni del suo ultimo album, Terza stagione. In questi cinque anni, Killa avrebbe potuto concedersi ai duettoni pop, ai tormentoni balneari, ai testi gigioni, ma non lo ha fatto quasi mai, e quando è successo è stato il primo a riconoscerlo.

Quello andato in scena all’Alcatraz di Milano il 20 marzo, oltre a essere una delle due anteprime del tour vero e proprio (la seconda è fissata all’Atlantico di Roma per il 27 marzo), è stato un concerto hip-hop senza ruffianate, una raffica di brani sparati fuori uno dopo l’altro senza troppi giri di parole. Pur griffato da capo a piedi e con la collanona di Versace di ordinanza, Emis Killa ha dato in pasto al suo pubblico rime fredde e sanguigne, racconti di vita di un ragazzo cresciuto sulla strada e catapultato d’un tratto sotto i riflettori.
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In un allestimento scarno e ispirato al ring e con una band totalmente al femminile, il ragazzone di Vimercate ha guidato uno show che più che ad un concerto assomigliava a tratti a un rave organizzato tra amici. Tanti gli ospiti chiamati sul palco, da Maruego a Coez, da RRR fino a Jake La Furia, vera sorpresona.
In scaletta soprattutto i brani dell’ultima album, ma non potevano mancare i successi più spudorati, le parentesi melodiche, la quota pop, come Maracanà: avrebbe voluto evitarla, è stato un brano composto su commissione, lo dice senza problemi, ma al solo pensiero di non averla in scaletta il manager ha visto rosso. E quindi eccola, quasi in chiusura, a far sussultare tutta la sala, perché in fondo gli è stata subito perdonata. Subito dopo, il momento topico, con Non è facile, uno dei manifesti musicali di questo artista rimasto fedele a se stesso negli anni.

Per affondare bene i denti nella carne avrebbe forse potuto giocarsela fino in fondo con pezzi come 3 messaggi in segreteria o Su di lei, che invece non ci sono stati, ma quello che si è visto è il giusto compromesso di un rapper che senza perdere la faccia ha imparato a convivere tra la strada e i riflettori. Tra il cemento e Versace.
La gallery della serata è visibile a questo link (foto di Luca Marenda).