Romina Falconi tinge di biondo Milano


Non era la prima volta che Romina Falconi si esibiva a Milano – e in passato ha avuto occasione di farlo anche in una location importante come quella dell’Alcatraz – ma il concerto del 16 maggio all’Apollo Club di via Borsi sembra aver segnato per la cantautrice romana un traguardo importante.
Un concerto arrivato dopo le tappe di Roma e Bologna, ma soprattutto dopo l’uscita del secondo disco, Biondologia: un concept-album sulle emozioni pubblicato a marzo, che ha messo ancora più in luce il talento di un’artista che fino ad alcuni anni fa il pop nostrano non aveva ancora conosciuto.
Quello all’Apollo è stato un live che senza troppi giri di parole si può definire un trionfo, con una calorosa partecipazione di pubblico a dimostrare una fiducia che Romina è riuscita a conquistarsi nel tempo, passo dopo passo, traguardo dopo traguardo, portando avanti un progetto discografico che pur muovendosi nel solco del pop più patinato si è sempre appoggiato sul circuito indipendente. Una scelta e una coerenza che finalmente sembrano portare risultati tangibili.

In un’ora e mezza di live, stretta in un corsetto nero e incorniciata da una chioma più platinata che mai, la Falconi ha messo sul palco tutta se stessa, proprio come si è sempre presentata nelle sue canzoni: si è mangiata la scena muovendosi con il passo esperto della diva, ha mostrato una femminilità sfacciata e passionale, ha rivelato le ferite e le cicatrici umane che ognuno di noi si porta dentro e tra un brano e l’altro ha dispensato le sue celebri e ficcanti pillole di filosofia verace: “Per me la dignità è come la sobrietà: non mi avranno mai!”; o ancora “Charlotte Brontë diceva che tra la dignità e la felicità preferiva essere felice. Io tra la dignità e la felicità preferisco bucare le ruote”, con buona pace del politically correct. Perché chi conosce Romina sa che dove c’è lei non possono esserci buonismi, retorica da cioccolatini e luoghi comuni.
Ironia tagliente, cinismo, rabbia, forse anche qualche “filo d’odio”, e poi dolore, fragilità dell’anima e nuda emozione, tutto questo ha preso vita durante la serata: bastava la citazione di un solo verso e la sala sapeva già quale sarebbe stato il prossimo brano, tra quelli più recenti ma anche tra quelli del passato, come Il mio prossimo amore – ormai diventato un vero manifesto “falconiano” – e Circe. Il pubblico è complice, solidale, e quella che si vede è una sincera dimostrazione di affetto reciproco tra un’artista che ha saputo trovare un linguaggio nuovo e personale per raccontare la vita e un pubblico che trova finalmente in Romina qualcuno in grado di dare voce anche ai pensieri più inconfessabili senza moralismi o censure e con la leggerezza dello “psico-pop”.

Questo è un concerto di Romina Falconi. Questa è una sana manifestazione di biondologia.

Il nuovo live di Marco Mengoni è un volo “essenziale” sopra l’Atlantico


Più passano gli anni e più diventa chiaro perché Marco Mengoni quel famoso “x factor” ce l’ha davvero addosso.
E non solo per una voce obbiettivamente notevole – e affinata nel tempo – e una padronanza della scena da vero animale da palco, ma anche perché album dopo album Marco ha saputo spostarsi dall’immagine pop da teen idol per delineare su di sé il profilo di un artista con una personalità vivace e scalpitante, che non teme di manifestarsi anche attraverso scelte non così ovvie.
La prova tangibile di questo percorso in ascesa è l’ultimo disco, Atlantico, pubblicato lo scorso novembre, in cui sono riassunti i suoni del mondo, dalla Spagna al Brasile all’Africa al fado portoghese. E da qui prende le mosse naturali il nuovo tour, Atlantico live, partito il 27 aprile dal Pala Alpitour di Torino e già ricco di appuntamenti sold out, dopo il “grande riscaldamento” delle anteprime europee.
Un concerto “in divenire”, due ore di show pensato dallo stesso artista e calibrato nei minimi dettagli in cui tutto ruota attorno a quello che succede sul palco. Nei tre grandi grandi blocchi dello spettacolo si assiste infatti a una progressiva composizione delle scenografia, che da scarna e minimale nei primi brani diventata man mano un’esplosione di luci ed effetti video grazie anche all’allestimento di uno speciale schermo progettato, appositamente per questo tour, in grado di annullarsi sullo sfondo per lasciar intravedere una grata industriale, unendo così il mondo analogico a quello digitale, come è da sempre nella natura di Mengoni: “Avevo la voglia di fare uno show in trasformazione. Sono un assiduo frequentatore di concerti e guardo molto quello che fanno gli altri artisti. Il progetto del palco è nato già tre anni fa – ha dichiarato Marco alla stampa al termine del concerto – e nel tempo è diventato qualcosa di molto diverso. Ci abbiamo lavorato molto, su Whattsapp c’era una chat di messaggi rovente…”.
A completare la scenografia anche due passerelle laterali che si alzano portando Marco letteralmente sopra al pubblico.

Ma al di là del notevole dispiego tecnologico, il protagonista è lui, Marco Mengoni, che però preferisce mettersi al centro della scena insieme tutti quelli che hanno lavorato allo show. Lo dice sul palco alla fine del concerto e lo ribadisce nel backstage: “Questo è un concerto di tutti, compresi i backliner. Nelle prove arrivavano sul palco quasi di nascosto, piegati, invece ho detto di restare a schiena dritta e farsi vedere dal pubblico, perché questo è anche il loro show”.
Mentre racconta come è nato il progetto di questo tour, Mengoni parla di liberazione, di apertura verso altri mondi, di caratteri tribali, persino di psichedelia, tutti elementi che effettivamente si ritrovano nel corso del live, dove sono riassunte e concentrate tutte le sue passioni, compresa una notevole dose di soul: “Non ci posso fare niente, il soul è il richiamo dell’Africa, da dove arriviamo tutti”.

Dall’avvio potente con Muhammad Ali e Voglio, il concerto rincorre i diversi stati d’animo che Marco ha disseminato nei suoi dischi, passando per le discese introspettive di Ti ho voluto bene veramente e In un giorno qualunque, al singolo d’esordio Dove si vola, che si mescola a sorpresa con Someone like you di Adele; e poi Buona vita, in mashup cubano con Chan Chan di Company Segundo. Di grande effetto l’omaggio a Frida Khalo in La casa Azul, con il volto della celebre artista proiettato sullo sfondo con disegni psichedelici, mentre Amalia diventa un coinvolgente numero contaminato dal fado che vede impegnati tutti i musicisti sul palco.
La terza parte dello spettacolo è sicuramente quella più ricca, sotto tutti i punti di vista: si inizia dall’intesa Guerriero, eseguita sulle passerelle mobili sospese sopra il pubblico, per arrivare all’Essenziale, che vede Marco per la prima volta seduto al piano forte. Appena prima dell’unico medley in scalatta (20 sigarette – Le cose che non ho – Non passerai) Mengoni lancia una provocazione al pubblico e chiede di spegnare tutte le luci sul palco per far mettere da parte almeno per un attimo i cellulari.
Efficace e graffiante il mashup di Amazing di Kanye West e Pastime Paradise di Stevie Wonder sulle note di Credimi ancora, mentre Io ti aspetto ha il compito di regalare al pubblico un ultimo scatto di adrenalina che fa tremare l’intero Pala Alpitour.
Una versione inedita e all’insegna del minimalismo di L’essenziale e Hola chiudono definitivamente la serata.

Spazio anche per alcuni momenti di riflessione nei monologhi che dividono le sezioni del concerto: “Sei fatto per il 60% di acqua, per il 30% delle persone che ami e per il 10% di quello che ti manca” recita la voce di Marco nel primo monologo, improntato ad alcune considerazione sulla natura umana. E cosa manca più di tutto oggi a Marco Mengoni? “Sento che mi manca soprattutto il tempo di godermi le cose. Purtroppo il tempo non guarda in faccia a nessuno, non si può recuperare”.
I temi sociali dominano invece il secondo monologo, dove arriva l’occasione per sensibilizzare il pubblico al rispetto per l’ambiente e per ammonire sui rischi portati dai social network. Due argomenti apparentemente lontano e slegati: “Vedo che molti artisti coltivano e mostrano disinteresse verso il mondo che li circonda. Nel mio piccolo cerco di sconfiggere quel male dell’indifferenza che ci allontana da tutto e da tutti”. E “di indifferenza si muore” è proprio uno dei titoli che appaiono sugli schermi.

Quello dell’Atlantico tour è uno spettacolo grandioso, che ha il valore – non sempre rispettato in queste occasioni – di non far disperdere le energie: Marco balla e si mangia in scioltezza il palco, ma non si dimentica che è lì prima di tutto per cantare. Ecco che allora ambizione ed essenzialità trovano il giusto accordo, un compromesso – c’è da crederci – frutto di un lavoro lungo e paziente, che oggi porta in scena un artista ormai cresciuto e maturo, a cui forse, oltre al tempo, manca adesso solo una cosa, l’approdo negli stadi.

Atlantico live setlist:
Muhammad Ali
Voglio
Ti ho voluto bene veramente
In un giorno qualunque
Dove si vola
Sai che
Atlantico
Pronto a correre
Monologo: Sei tutto
La ragione del mondo
Buona vita
Parole in circolo
Proteggiti da me
Dialogo tra due pazzi
La casa Azul
Onde
Amalia

Monologo: Mondo_Loon
Guerriero
Mille lire

L’Essenziale/piano
20 sigarette / Le cose che non ho / Non passerai
Esseri umani
Credimi ancora
Io ti aspetto
L’Essenziale
Hola

      

All’Alcatraz la festa rock dei Tre allegri ragazzi morti

Lo hanno ricordato anche loro, i Tre allegri ragazzi morti mancavano da Milano da qualche anno. Eppure per il live del 16 aprile il loro pubblico meneghino non ha mancato di rispondere alla chiamata a raccolta all’Alcatraz. C’era chi li seguiva dal ’94, ed è cresciuto con loro, e chi invece li ha conosciuti in corso d’opera. Tutti però si sono subito calati nello perfetto spirito che contraddistingue i live della band di Pordenone, in uno show di due ore che pur soffermandosi molto sui pezzi dell’ultimo album, Sindacato dei sogni, non ha ovviamente tralasciato di guardare al passato.
Rock minimale, indie, reggae, punk, fino alla psichedelia, c’è stato spazio per tutto quello che la band ha offerto durante oltre 20 anni di carriera, compresi i riferimenti alla tanto cara cumbia.
Indossando la maschera d’ordinanza e con Davide Toffolo perfetto regista della serata, i tre hanno regalato un concerto potente ed euforico in pieno stile TARM.
La psichedelica C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno è stata accompagnata dal sax di Andrea Poltroneri, mentre Il mondo prima, classicone del repertorio, si è guadagnato il maggior boato del concerto. A chiudere, La tatuata bella, rigorosamemte intonata a cappella dall’intero parterre.

Menzione d’onore ai tre artisti che hanno avuto l’onore di aprire la serata, Deiby, Cristina Erhan e Fabrizio Lavoro, vincitori dello speciale Talent TARM lanciato dalla band per dar vita a una “cosmogonia” dei Tre alleri ragazzi morti.
Mica male per tre musicisti “quasi adatti”. E la storia continua.

Nesli, guerriero pacifico e solitario

Sale sul palco incappucciato quasi come fosse un pugile sul ring, con il microfono come il sacco contro cui riversare tutta la sua forza. Sale sul palco incappucciato quasi in assetto da battaglia, ma lo chiarisce subito, “Vengo in pace”. “Vengo in pace”, come un manifesto, come il titolo del suo ultimo album, ma ancora di più come una netta dichiarazione di intenti.
Nesli viene in pace in tempi di guerra sociale e verbale, di intolleranza, di indifferenza.
La sera di giovedì 11 aprile, sul palco dell’Alcatraz di Milano, Francesco Tarducci ha chiuso il tour di presentazione del suo ultimo album. Lo ha fatto nella sua città d’adozione, quella Milano che – senza mai essere nominata – è stata la protagonista e la causa silenziosa di molte sue canzoni.
Lo guardi sul palco mentre se ne sta immobile, e ti chiedi cosa starà passando nella sua testa; poi lo vedi muoversi, saltare, fremere, e il palco diventa quasi troppo piccolo per contenere quella sua affascinante follia. Ed è proprio in quei momenti che vedi la scintilla del guerriero: un guerriero solitario e pacifico che da anni si fa orgogliosamente portavoce della filosofia del “bene che genera bene”, ed è chiaro che lui non ha mai smesso di crederci, gli altri forse sì.

Nesli solitario e indomabile lo è sempre stato, da quando ha lasciato il rap per il pop mentre la moda dettava tutt’altro comandamento; o quando si è drasticamente ricoperto il corpo di tatuaggi all’epoca di Kill Karma, il disco con cui Francesco uccideva metaforicamente Nesli.
Davanti al suo pubblico, su un palco ridotto all’essenziale senza led e scenografie e infilando una canzone dopo l’altra, Nesli porta in concerto tutto quello che è stato in questi anni: oltre a presentare quasi tutti i nuovi brani, ci sono alcuni passaggi obbligati come La fine, autentico manifesto di una vita e di una carriera, Buona fortuna amore, Davanti agli occhi, e poi Un bacio a te. Ma in scena arriva anche Alice Paba per la prima esibizione dal vivo in coppia di Do retta a te dai tempi di Sanremo 2017.

Per ora il tour di Nesli finisce qui, ma possiamo stare certi che il “maldito” proseguirà sulla sua strada a testa bassa e armato di follia. Sempre in pace.

A questo link è disponibile la gallery della serata (foto di Luca Marenda).

Miracolo (sonoro) a Milano: Elettro Acqua 3D Live


Non sempre i miracoli fanno rumore: qualche volta per realizzarsi cercano angoli di pace dove poter prendere forma.
E un miracolo musicale ha preso una forma “tridimensionale” a Milano la sera di venerdì 15 marzo, quando si è tenuto il live di Elettro Acqua 3D, il progetto iper-sperimentale di Marco di Noia e Stefano Cucchi: un app-album (gratuito) interamente incentrato sul tema dell’acqua e realizzato in 3D audio, una tecnica cioè che permette un’immersione totale nella musica e dà all’ascoltatore la sensazione di trovarsi realmente circondato dai suoni, come se si trovasse davanti a una sorta di realtà aumentata.
Un progetto del genere – idealmente pensato per i viaggiatori, ma ricco di enormi potenzialità su cui l’intero mercato discografico dovrebbe iniziare a riflettere – non poteva che avere la sua trasposizione dal vivo in un ambiente che fin dal nome richiamasse il mondo acquatico e “immersivo”: ecco allora la scelta del Mare Culturale Urbano di via Gabetti, una vecchia cascina recuperata e riconvertita in luogo di incontri e manifestazioni culturali.

Una serata all’insegna della sperimentazione per il pubblico e per gli artisti stessi, che con la partecipazione del tecnico del suono Alberto Cutolo si sono cimentati nella prima esperienza live in 3D audio mai realizzata.

Un concerto, dicevo, “immersivo”, sia per il tema trattato sia per l’esperienza vissuta da ogni singolo ascoltatore presente in sala.
L’audio del concerto è stato infatti trasmesso attraverso speciali cuffie wireless fornite da SilentSystem, prima azienda leader nel mercato italiano ed europeo nella fornitura e nel noleggio di sistemi audio senza fili, mentre sul palco Marco di Noia ha avuto a disposizione anche un prototipo di microfono binaurale che consentiva di dare ai suoni un effetto tridimensionale e di simulare la percezione dei suoni nella realtà.

Ripercorrendo il viaggio raccontato nelle tracce dell’album attraverso Italia, Africa, Bosnia, India, ma anche nella Terra di mezzo di tolkieniana memoria, Di Noia, Cucchi e Cutolo hanno dimostrato come restando anche nel solco dell’indipendenza si possano realizzare piccoli-grandi miracoli all’insegna della vera sperimentazione.
La grande discografia dovrebbe prendere appunti….

Neneh Cherry, Circolo Magnolia (Segrate), 27-02-2019


A chi si aspettava un concerto nostalgicamente legato al passato, Neneh Cherry ha dimostrato al pubblico presente al Magnolia di Segrate che continua ad essere – ora ancor di più, con la maturità dei suoi 54 anni portati benissimo – la miglior cattiva ragazza in circolazione. Già ne aveva dato prova a ottobre quando usci Broken Politics, grande album andato a contribuire ad una discografia che si attesta comunque ad alti livelli. Oggi, Neneh canta di diritti civili, di abusi (dalle armi alla violenza di ogni tipo) e di libertà, con grinta e soprattutto in coerenza con quanto espresso fino ad oggi nelle sue canzoni e sul palco, con buona pace di chi vorrebbe che i cantanti fossero solo “cantanti”, possibilmente senza opinioni politiche e/o sociali ostinate e contrarie.

Al Circolo Magnolia di Segrate, alle porte di Milano, nell’unica data italiana di questo tour, Neneh Cherry ha dimostrato che è ancora possibile – e mai come ora doveroso – fare un concerto politico nell’accezione migliore del termine, senza per questo cadere nella facile trappola di allettare il pubblico ad ogni costo.

Pochi quindi i richiami agli anni ‘90, in un concerto dove l’urgenza espressiva è tutta incentrata sul “qui ed ora”: che si tratti di passato recente (Blank Project, dall’omonimo lavoro del 2014) o quello legato ai successi storici (Manchild e Buffalo Stance, piazzata nei bis), i classici hanno lasciato spazio alla denuncia dell’attualità. Forte di un album fra i migliori del 2018, quasi una sorta di biografia in musica, Neneh non ha paura di cantare di immigrazione (Every nation seeks its friends in France and Italy / And all across the seven seas canta in Kong, brano nato dopo una esperienza di volontariato in un centro di accoglienza migranti), e di richiamare le persone, come un esercito di pace, alla coscienza civile e alla collaborazione (Soldier). Oggi, come quando lo cantava Patti Smith quasi 30 anni fa, People have the power. Ora tutto sta ad indirizzare questo potere immenso nella giusta direzione.

Nonostante non sia protagonista, il passato fa comunque musicalmente capolino anche nei brani di nuova produzione, fra campionamenti vintage eccellenti (il padre adottivo Don Cherry “compare” con Ornette Coleman in Natural Skin Deep) e ritmi che sembrano arrivare direttamente da un rave, ma che non spiazzano un pubblico già entusiasticamente preparato a una pioggia di suoni oscuri e duri dall’azzeccato opening act di Charlotte Adigéry.

In un concerto breve (poco più di un’ora), ma davvero intenso, scorrono praticamente quasi tutti i brani di Broken Politics, dai ritmi tribali di Slow Release alla splendida e complessa versione di Deep Vein Thrombosis, così lontana e pure così vicina alla versione su album. Spiace un po’, a fronte di un live ben calibrato e rispetto alle date precedenti dove sono state quasi sempre presenti, che nella serata milanese siano saltate Cheap Breakfast Special e, ancor più inspiegabilmente, la hit 7 Seconds. Spiace sì per il valore delle canzoni stesse, ma soprattutto perché alla fine dell’unico bis, avremmo voluto rivedere Neneh Cherry risalire sul palco ancora, e ancora, e ancora.

Testo e immagini di Alessandro Bronzini

Shel Shapiro & Maurizio Vandelli, Milano, Teatro Ciak, 29 gennaio 2019. Nostalgia? No, grazie


Alla faccia dei tanti tour di addio alle scene annunciati in questi mesi, Shel Shapiro e Maurizio Vandelli, ex ragazzi terribili del beat italiano, vanno in controtendenza girando l’Italia con uno spettacolo che loro stessi hanno definito “del ritorno”. Un evento fino a pochi mesi fa non così scontato vista una presunta, storica, rivalità artistica che fin dagli anni ’60 aveva fatto viaggiare su binari paralleli – ma mai coincidenti -, la carriera di entrambi.

Ma questa rivalità (se poi mai veramente c’è stata) oggi è tutta al servizio dello spettacolo e del pubblico, accorso numerosissimo al teatro Ciak di Milano il 29 gennaio per una reunion che ha riservato molte gradite sorprese. Il concerto che i due artisti portano in scena, infatti, è interamente giocato sugli opposti: da una parte l’idealista rivoluzionario e pacifista Shapiro, dall’altra il (finto) cinico e “superficiale” Vandelli. Il tutto in una cornice che, più che la nostalgia fine a sé stessa, tende a richiamare il vero valore delle canzoni, ben vivo anche dopo “…anta” anni. In questo contesto, quindi, nessun imbarazzo nel sentire Losing My Religion dei R.E.M piazzata fra Piangi Con Me e Io Vivrò Senza Te, e nessuna sensazione di essere sotto ricatto emozionale durante la riproposizione di numerosi brani a firma Mogol-Battisti (Emozioni, Un’Avventura, 10 Ragazze Per Me).
Segno che le musiche e i testi, seppur spesso nella loro semplicità ai limiti dell’ingenuo, sono riusciti a reggere il segno del tempo. Ma che di operazione sulla memoria e non di vuoto richiamo alla nostalgia si trattasse si era già capito a settembre, quando venne pubblicato Love and Peace, album che sancì il “disgelo” artistico fra i due autori e che di fatto costituisce oggi “l’ossatura” del tour.

Ai classici Che Colpa Abbiamo Noi, Tutta Mia La Città e Un Angelo Blu, durante la serata si sono aggiunti richiami e omaggi ad altri artisti. Tributi particolarmente sentiti che di fatto hanno aiutato a contestualizzare sia il periodo storico che ha visto protagonisti i due cantanti, sia le influenze musicali metabolizzate negli anni ’60 dall’Equipe 84 e dai Rokes. Beatles (Let It Be, Eleanor Rigby), Cat Stevens (Wild World), Bob Dylan (un’emozionantissima Blowin’ In The Wind inserita in un contesto scenico ancor più toccante) hanno fatto “compagnia” al Guccini di Auschwitz e all’”altro Lucio” (“Quello piccolo, quello di 4 Marzo 1943”), supportando riscoperte di valore (La Luce dell’Est, sempre di Battisti e Mogol) e classici di presa immediata (Bang Bang, 29 Settembre, Io ho in mente te).

In due ore e mezza di musica, interrotta solo dalle presentazioni e – spesso – dal riuscito “gioco” dei battibecchi, i due vecchi marpioni hanno messo insieme un corposo “bigino” delle loro carriere, includendo anche, in versione live, canzoni che sull’album non sono presenti (Lascia l’ultimo ballo per me). Paradossalmente, la “simbiosi” fra Shel e Maurizio è stata talmente perfetta che spesso si è giunti – e nemmeno forse importava più farlo – a non voler e poter distinguere a chi appartenesse l’una o l’altra canzone, tanto è risultata ben riuscita l’interazione musicale. E non importa se ogni tanto la voce ha tremato o non è riuscita a tenere i toni più alti: l’imperfezione ha reso ancora più sincero un concerto che, fatti i conti con la nostalgia canaglia, ha prodotto nel pubblico più entusiasmo che rassegnati sorrisi rivolti al passato.

Testo e immagini di Alessandro Bronzini

BITS-REPORT: Achille Lauro e la spettacolosa apocalisse della sambatrap. Milano, Alcatraz, 7 novembre 2018

foto backstage Angelo Blu - Lauro DSC01876
C’è stato anche l’imprevisto dello spray al peperoncino spruzzato in mezzo al pubblico da qualche buontempone, che ha causato uno stop di un quarto d’ora. Ma neanche questo è bastato a guastare la festa roboante di Achille Lauro e Boss Doms, che il 7 novembre hanno messo in scena all’Alcatraz di Milano la loro personalissima reinterpretazione de La morte del cigno

Una vera e propria celebrazione, anzi, un'”apocalisse” – come era stata annunciata – della sambatrap, quella nuova contaminazione sonora con cui il rapper e il producer romani si sono ripresentati sul mercato discografico lo scorso giugno pubblicando l’album Pour L’Amour. Un ciclo giunto ora alla sua conclusione, e che meritava di essere chiuso degnamente con due serate-evento (la seconda sarà il 10 novembre a Roma). 
Stelle filanti, getti di fumo, visual, trampolieri, costumi diavoleschi con ali illuminate da luci al led, ballerine in tutù: nel circo di Achille e Boss non è mancato davvero nulla.
Uno spettacolo per gli occhi, oltre che per le orecchie, soprattutto per il pubblico di adoranti discepoli che da sotto al palco seguivano ogni mossa dell’idolo più visionario e sfacciatamente barocco che la scena rap italiana possa vantare. Lui saltava, loro saltavano; lui ordinava di stare bassi, loro andavano giù; lui li invitava a spogliarsi restando solo in pantaloni, loro si toglievano le t-shirt senza batter ciglio.

Dopo l’apertura affidata al celeberrimo tema del Lago dei cigni di Čajkovskij rivisitato con una rovente chitarra elettrica mentre l’ombra di una ballerina veniva proiettata sul telone bianco, in due ore di show i decibel e i beat dell’autotune hanno preso il volo senza più toccare terra, e una raffica di ospiti ha raggiunto sul palco i due padroni di casa: da Gemitaiz a Clementino, da Emis Killa a Cosmo. Ecco quindi, sparsi in scaletta, Ulalala, Thoiry Remix, Angelo blu, BVLGARI, Ammò. Ma il vero asso della serata è stato calato solo sul finale, quando è arrivata lei, l’outsider della trap e dell’hip-hop, l’artista italiana che forse meno di tutte ci si aspetterebbe di trovare in una situazione del genere, Anna Tatangelo, freschissima di collaborazione con Achille e Boss nel remix di Ragazza di periferia presentato in anteprima per l’occasione (il singolo è in uscita il 9 novembre). E poi ancora La bella e la bestia.
Foto Posata Achille Lauro e Boss Doms
Prima di chiudere la serata, Lauro e Doms concedono un’ultima, paiettatissima apparizione per Penelope: Achille nelle vesti di angelo nero, Boss in tutina superglam bicolore.
Un inchino per salutare il pubblico ed ecco compiuta l’apocalisse della sambatrap, ultimo atto prima di buttarsi – chissà – in qualche altra contaminazione o in qualche nuovo progetto da piazzare di traverso alle mode. D’altronde, Lauro lo aveva detto già presentando l’ultimo album: il materiale per i prossimi dischi c’è già, ed è tutto rivolto al futuro.

La morte del cigno replica il 10 novembre all’Atlantico di Roma.

BITS-REPORT: Supersonic Blues Machine, Carroponte, 16 luglio 2018. Polvere e sudore di una supersonica macchina blues

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E’ uno strano progetto quello dei Supersonic Blues Machine, super-gruppo U.S.A. dall’anima tutta italiana. A voler rischiare nel gioco, si potrebbe azzardare un paragone con la Rolling Thunder Revue del Bob Dylan in anno di grazia 1975, non tanto per il genere di musica che la band porta sui palchi di mezzo mondo, ma per il concetto stesso di “gruppo aperto”, pratica che in Italia non è mai stata del tutto presa in considerazione e men che meno messa in pratica.

E’ cosa nota infatti che ai concerti della band – così come nelle sessioni di registrazione in studio -, le porte siano aperte a ospiti e amici in un clima di passione musicale spontanea e genuina. Ed è questa l’aria che ha respirato il pubblico del Carroponte, accorso in buon numero lunedì 16 luglio per vivere una serata di blues fatto come Dio comanda.
Il programma d’altronde non lasciava scampo: sul palco, oltre a due dei titolari (Fabrizio Grossi e il leggendario batterista Kenny Aronoff) e al potente Kris Barras a sostituire il terzo fondatore Lance Lopez impegnato in sala di registrazione, due veri pilastri del blues: il “Puma di Lambrate” Fabio Treves e il leggendario Billy Gibbons, in licenza premio dagli ZZTop. A completare la line up, Serge Simic, le coriste, il tastierista Alessandro Alessandroni Jr. e, a quasi sorpresa, al posto dell’inizialmente annunciato Steve Lukater (Toto), lo storico chitarrista di Vasco Rossi Stef Burns. Ed è stato un concerto che ha messo al bando molti dei tecnicismi sterili e un po’ “fighetti” di tanto pseudo-blues odierno, per dare spazio a una musica fatta di sudore e polvere.

Kris Barras, voce e chitarra, traccia già da subito la linea della serata con I Am Done Missing You, accompagnato da Fabio Treves all’armonica (che tornerà poco dopo anche per L.O.V.E.): lunghi assoli e folgoranti jam session con i compagni di palco, per un blues che guarda sia alle proprie radici americane, sia alle riscritture inglesi anni ’60/’70. Soprattutto, fra una notevole Let It Be (no, non quella…) con Burns e Barras intenti a incrociare le chitarre, e una intensa Hard Times, fa piacere constatare che tutta la prima parte del concerto non è approntata in funzione della successiva presenza di Billy Gibbons. Il pubblico, sebbene in fremente attesa, lo capisce e partecipa con sempre maggior calore, soprattutto se la scaletta riserva dei blues torridi come Elevate o taglienti come Can’t Take It No More. Calore che ovviamente raggiunge l’apice quando il barbuto Billy sale sul palco e dà il via alle danze con La Grange, un classico degli ZZTop, subito seguito da Broken Heart e dal “classico” di Robert Johnson Dust My Broom.
Di fatto, la seconda parte del concerto diventa un mini-live apocrifo degli ZZTop, con i membri della Supersonic Blues Machine a fare da pards al mescalero Gibbons che piazza en passant una strepitosa Sharp Dressed Man prima di richiamare sul palco il “puma” Treves e Burns per l’infuocata jam finale a base di Muddy Waters (Got My Mojo Working) e Freddie King (Going Down).

Due standard a chiudere una perfetta serata dove il rock-blues, quello vero, quello fatto di sudore e polvere, l’ha fatta da padrone.

Alessandro Bronzini

BITS-REPORT: Simple Minds, Cremona, Festival Acquedotte, 2 luglio 2018. Dagli anni ’80 si può uscire vivi

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Non saranno più quel faro pop che ha illuminato le classifiche a cavallo tra gli ’80 e i ’90 ma, nonostante le alterne fortune musicali, i Simple Minds sono ancora dignitosamente fra noi e continuano a godere di un buon seguito, soprattutto in Italia. Dalle nostre parti erano già passati nemmeno due anni fa con un tour acustico teatrale di gran successo, doveroso quindi ripresentarsi ora che sul mercato è arrivata la loro ultima fatica discografica. Che il 2 luglio a Cremona, grazie al Festival Acquedotte, si stia per fare un tuffo negli anni ’80 lo si capisce chiaramente anche dai brani che scorrono appena prima del “calcio di inizio”: Blue Jean di Bowie, Depeche Mode, Once In A Lifetime dei Talking Heads. Quegli stessi anni che hanno visto i Simple Minds toccare il massimo della propria popolarità e che ora, in concerto, vengono guardati sì con affetto ma anche superati dal nuovo sound di Jim Kerr e soci.
Lasciatisi la new wave dietro alle spalle (poche tastiere e synth, saggiamente sostituiti dai potenti assoli del chitarrista “storico” Charlie Burchill), i nuovi Simple Minds versione live non fanno assolutamente rimpiangere i tempi d’oro. Kerr è vocalmente in forma e lo dimostra con l’assalto iniziale di The Signal And The Noise, dall’album appena uscito Walk Between Worlds. Ovviamente la canzone non è (ancora) nota, ma poco importa perchè traccia la linea di quel che sarà il resto della serata: sudore (non solo per Jim Kerr…), chitarre e rock. Con buona pace di Paolo Rossi e di un suo monologo che declamava: “Ci avete tolto il rock e ci avete dato i Simple Minds”. Probabilmente aveva senso ai tempi, nel 2018 a Cremona di rock se n’è sentito molto.
Chi temeva che il concerto fosse solo una vetrina per il nuovo lavoro di studio, ha potuto ricredersi. Nel corso della serata, infatti, tutte le hits dei Simple Minds hanno trovato il proprio posto sul palco: l’impegno di Mandela Day e la nostalgia di Someone, Somewhere In Summertime, i “classiconi” da concerto Waterfront e Let There Be Love, fino ad arrivare alla trascinante She’s A River.
Ma se le hits, per quanto piacevoli da risentire live, rimangono abbastanza risapute, sono i “ripescaggi” a sortire le migliori sorprese. Dolphins, dal poco valutato Black And White 050505 (2005) cantata a due voci dalla corista Sarah Brown e dalla polistrumentista Catherine A.D. (già protagonista strepitosa del “solo” River Of Ice) è uno dei punti più alti della serata, così come Let The Day Begin, cover dei The Call già ripresa in versione “ufficiale” da Kerr e Burchill in Big Music del 2014 e qui riproposta in versione soul, non lascia scampo.
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Il gran finale, trascinato dal manifesto eighties Don’t You (Forget About Me), è ovviamente in crescendo: See The Light, Alive And Kicking e Sanctify Yourself.
Quindi ogni dubbio è stato fugato e, alla fine, solo quattro sono state le canzoni dell’ultimo disco a far capolino nella scaletta della serata: l’iniziale The Signal And The Noise, Summer, Walk Between Worlds e Sense Of Discovery, il cui ritornello a ben sentire tira pericolosamente verso Alive And Kicking. Ma solo di peccato veniale si tratta, poca cosa per un concerto che è filato liscio e trascinante per due ore secche.
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Setlist
The Signal And The Noise
Waterfront
Let There Be Love
Love Song
Sense Of Discovery
Mandela Day
She’s A River
Someone, Somewhere In Summertime
Walk Between Worlds
Summer
Once Upon A Time
All The Things She Said
River Of Ice
Dolphins
Let The Day Begin
Don’ You (Forget About Me)

Encore
See The Lights
Alive And Kicking
Sanctify Yourself

Testo e immagini di Alessandro Bronzini