Miracolo (sonoro) a Milano: Elettro Acqua 3D Live


Non sempre i miracoli fanno rumore: qualche volta per realizzarsi cercano angoli di pace dove poter prendere forma.
E un miracolo musicale ha preso una forma “tridimensionale” a Milano la sera di venerdì 15 marzo, quando si è tenuto il live di Elettro Acqua 3D, il progetto iper-sperimentale di Marco di Noia e Stefano Cucchi: un app-album (gratuito) interamente incentrato sul tema dell’acqua e realizzato in 3D audio, una tecnica cioè che permette un’immersione totale nella musica e dà all’ascoltatore la sensazione di trovarsi realmente circondato dai suoni, come se si trovasse davanti a una sorta di realtà aumentata.
Un progetto del genere – idealmente pensato per i viaggiatori, ma ricco di enormi potenzialità su cui l’intero mercato discografico dovrebbe iniziare a riflettere – non poteva che avere la sua trasposizione dal vivo in un ambiente che fin dal nome richiamasse il mondo acquatico e “immersivo”: ecco allora la scelta del Mare Culturale Urbano di via Gabetti, una vecchia cascina recuperata e riconvertita in luogo di incontri e manifestazioni culturali.

Una serata all’insegna della sperimentazione per il pubblico e per gli artisti stessi, che con la partecipazione del tecnico del suono Alberto Cutolo si sono cimentati nella prima esperienza live in 3D audio mai realizzata.

Un concerto, dicevo, “immersivo”, sia per il tema trattato sia per l’esperienza vissuta da ogni singolo ascoltatore presente in sala.
L’audio del concerto è stato infatti trasmesso attraverso speciali cuffie wireless fornite da SilentSystem, prima azienda leader nel mercato italiano ed europeo nella fornitura e nel noleggio di sistemi audio senza fili, mentre sul palco Marco di Noia ha avuto a disposizione anche un prototipo di microfono binaurale che consentiva di dare ai suoni un effetto tridimensionale e di simulare la percezione dei suoni nella realtà.

Ripercorrendo il viaggio raccontato nelle tracce dell’album attraverso Italia, Africa, Bosnia, India, ma anche nella Terra di mezzo di tolkieniana memoria, Di Noia, Cucchi e Cutolo hanno dimostrato come restando anche nel solco dell’indipendenza si possano realizzare piccoli-grandi miracoli all’insegna della vera sperimentazione.
La grande discografia dovrebbe prendere appunti….

Neneh Cherry, Circolo Magnolia (Segrate), 27-02-2019


A chi si aspettava un concerto nostalgicamente legato al passato, Neneh Cherry ha dimostrato al pubblico presente al Magnolia di Segrate che continua ad essere – ora ancor di più, con la maturità dei suoi 54 anni portati benissimo – la miglior cattiva ragazza in circolazione. Già ne aveva dato prova a ottobre quando usci Broken Politics, grande album andato a contribuire ad una discografia che si attesta comunque ad alti livelli. Oggi, Neneh canta di diritti civili, di abusi (dalle armi alla violenza di ogni tipo) e di libertà, con grinta e soprattutto in coerenza con quanto espresso fino ad oggi nelle sue canzoni e sul palco, con buona pace di chi vorrebbe che i cantanti fossero solo “cantanti”, possibilmente senza opinioni politiche e/o sociali ostinate e contrarie.

Al Circolo Magnolia di Segrate, alle porte di Milano, nell’unica data italiana di questo tour, Neneh Cherry ha dimostrato che è ancora possibile – e mai come ora doveroso – fare un concerto politico nell’accezione migliore del termine, senza per questo cadere nella facile trappola di allettare il pubblico ad ogni costo.

Pochi quindi i richiami agli anni ‘90, in un concerto dove l’urgenza espressiva è tutta incentrata sul “qui ed ora”: che si tratti di passato recente (Blank Project, dall’omonimo lavoro del 2014) o quello legato ai successi storici (Manchild e Buffalo Stance, piazzata nei bis), i classici hanno lasciato spazio alla denuncia dell’attualità. Forte di un album fra i migliori del 2018, quasi una sorta di biografia in musica, Neneh non ha paura di cantare di immigrazione (Every nation seeks its friends in France and Italy / And all across the seven seas canta in Kong, brano nato dopo una esperienza di volontariato in un centro di accoglienza migranti), e di richiamare le persone, come un esercito di pace, alla coscienza civile e alla collaborazione (Soldier). Oggi, come quando lo cantava Patti Smith quasi 30 anni fa, People have the power. Ora tutto sta ad indirizzare questo potere immenso nella giusta direzione.

Nonostante non sia protagonista, il passato fa comunque musicalmente capolino anche nei brani di nuova produzione, fra campionamenti vintage eccellenti (il padre adottivo Don Cherry “compare” con Ornette Coleman in Natural Skin Deep) e ritmi che sembrano arrivare direttamente da un rave, ma che non spiazzano un pubblico già entusiasticamente preparato a una pioggia di suoni oscuri e duri dall’azzeccato opening act di Charlotte Adigéry.

In un concerto breve (poco più di un’ora), ma davvero intenso, scorrono praticamente quasi tutti i brani di Broken Politics, dai ritmi tribali di Slow Release alla splendida e complessa versione di Deep Vein Thrombosis, così lontana e pure così vicina alla versione su album. Spiace un po’, a fronte di un live ben calibrato e rispetto alle date precedenti dove sono state quasi sempre presenti, che nella serata milanese siano saltate Cheap Breakfast Special e, ancor più inspiegabilmente, la hit 7 Seconds. Spiace sì per il valore delle canzoni stesse, ma soprattutto perché alla fine dell’unico bis, avremmo voluto rivedere Neneh Cherry risalire sul palco ancora, e ancora, e ancora.

Testo e immagini di Alessandro Bronzini

Shel Shapiro & Maurizio Vandelli, Milano, Teatro Ciak, 29 gennaio 2019. Nostalgia? No, grazie


Alla faccia dei tanti tour di addio alle scene annunciati in questi mesi, Shel Shapiro e Maurizio Vandelli, ex ragazzi terribili del beat italiano, vanno in controtendenza girando l’Italia con uno spettacolo che loro stessi hanno definito “del ritorno”. Un evento fino a pochi mesi fa non così scontato vista una presunta, storica, rivalità artistica che fin dagli anni ’60 aveva fatto viaggiare su binari paralleli – ma mai coincidenti -, la carriera di entrambi.

Ma questa rivalità (se poi mai veramente c’è stata) oggi è tutta al servizio dello spettacolo e del pubblico, accorso numerosissimo al teatro Ciak di Milano il 29 gennaio per una reunion che ha riservato molte gradite sorprese. Il concerto che i due artisti portano in scena, infatti, è interamente giocato sugli opposti: da una parte l’idealista rivoluzionario e pacifista Shapiro, dall’altra il (finto) cinico e “superficiale” Vandelli. Il tutto in una cornice che, più che la nostalgia fine a sé stessa, tende a richiamare il vero valore delle canzoni, ben vivo anche dopo “…anta” anni. In questo contesto, quindi, nessun imbarazzo nel sentire Losing My Religion dei R.E.M piazzata fra Piangi Con Me e Io Vivrò Senza Te, e nessuna sensazione di essere sotto ricatto emozionale durante la riproposizione di numerosi brani a firma Mogol-Battisti (Emozioni, Un’Avventura, 10 Ragazze Per Me).
Segno che le musiche e i testi, seppur spesso nella loro semplicità ai limiti dell’ingenuo, sono riusciti a reggere il segno del tempo. Ma che di operazione sulla memoria e non di vuoto richiamo alla nostalgia si trattasse si era già capito a settembre, quando venne pubblicato Love and Peace, album che sancì il “disgelo” artistico fra i due autori e che di fatto costituisce oggi “l’ossatura” del tour.

Ai classici Che Colpa Abbiamo Noi, Tutta Mia La Città e Un Angelo Blu, durante la serata si sono aggiunti richiami e omaggi ad altri artisti. Tributi particolarmente sentiti che di fatto hanno aiutato a contestualizzare sia il periodo storico che ha visto protagonisti i due cantanti, sia le influenze musicali metabolizzate negli anni ’60 dall’Equipe 84 e dai Rokes. Beatles (Let It Be, Eleanor Rigby), Cat Stevens (Wild World), Bob Dylan (un’emozionantissima Blowin’ In The Wind inserita in un contesto scenico ancor più toccante) hanno fatto “compagnia” al Guccini di Auschwitz e all’”altro Lucio” (“Quello piccolo, quello di 4 Marzo 1943”), supportando riscoperte di valore (La Luce dell’Est, sempre di Battisti e Mogol) e classici di presa immediata (Bang Bang, 29 Settembre, Io ho in mente te).

In due ore e mezza di musica, interrotta solo dalle presentazioni e – spesso – dal riuscito “gioco” dei battibecchi, i due vecchi marpioni hanno messo insieme un corposo “bigino” delle loro carriere, includendo anche, in versione live, canzoni che sull’album non sono presenti (Lascia l’ultimo ballo per me). Paradossalmente, la “simbiosi” fra Shel e Maurizio è stata talmente perfetta che spesso si è giunti – e nemmeno forse importava più farlo – a non voler e poter distinguere a chi appartenesse l’una o l’altra canzone, tanto è risultata ben riuscita l’interazione musicale. E non importa se ogni tanto la voce ha tremato o non è riuscita a tenere i toni più alti: l’imperfezione ha reso ancora più sincero un concerto che, fatti i conti con la nostalgia canaglia, ha prodotto nel pubblico più entusiasmo che rassegnati sorrisi rivolti al passato.

Testo e immagini di Alessandro Bronzini

BITS-REPORT: Achille Lauro e la spettacolosa apocalisse della sambatrap. Milano, Alcatraz, 7 novembre 2018

foto backstage Angelo Blu - Lauro DSC01876
C’è stato anche l’imprevisto dello spray al peperoncino spruzzato in mezzo al pubblico da qualche buontempone, che ha causato uno stop di un quarto d’ora. Ma neanche questo è bastato a guastare la festa roboante di Achille Lauro e Boss Doms, che il 7 novembre hanno messo in scena all’Alcatraz di Milano la loro personalissima reinterpretazione de La morte del cigno

Una vera e propria celebrazione, anzi, un'”apocalisse” – come era stata annunciata – della sambatrap, quella nuova contaminazione sonora con cui il rapper e il producer romani si sono ripresentati sul mercato discografico lo scorso giugno pubblicando l’album Pour L’Amour. Un ciclo giunto ora alla sua conclusione, e che meritava di essere chiuso degnamente con due serate-evento (la seconda sarà il 10 novembre a Roma). 
Stelle filanti, getti di fumo, visual, trampolieri, costumi diavoleschi con ali illuminate da luci al led, ballerine in tutù: nel circo di Achille e Boss non è mancato davvero nulla.
Uno spettacolo per gli occhi, oltre che per le orecchie, soprattutto per il pubblico di adoranti discepoli che da sotto al palco seguivano ogni mossa dell’idolo più visionario e sfacciatamente barocco che la scena rap italiana possa vantare. Lui saltava, loro saltavano; lui ordinava di stare bassi, loro andavano giù; lui li invitava a spogliarsi restando solo in pantaloni, loro si toglievano le t-shirt senza batter ciglio.

Dopo l’apertura affidata al celeberrimo tema del Lago dei cigni di Čajkovskij rivisitato con una rovente chitarra elettrica mentre l’ombra di una ballerina veniva proiettata sul telone bianco, in due ore di show i decibel e i beat dell’autotune hanno preso il volo senza più toccare terra, e una raffica di ospiti ha raggiunto sul palco i due padroni di casa: da Gemitaiz a Clementino, da Emis Killa a Cosmo. Ecco quindi, sparsi in scaletta, Ulalala, Thoiry Remix, Angelo blu, BVLGARI, Ammò. Ma il vero asso della serata è stato calato solo sul finale, quando è arrivata lei, l’outsider della trap e dell’hip-hop, l’artista italiana che forse meno di tutte ci si aspetterebbe di trovare in una situazione del genere, Anna Tatangelo, freschissima di collaborazione con Achille e Boss nel remix di Ragazza di periferia presentato in anteprima per l’occasione (il singolo è in uscita il 9 novembre). E poi ancora La bella e la bestia.
Foto Posata Achille Lauro e Boss Doms
Prima di chiudere la serata, Lauro e Doms concedono un’ultima, paiettatissima apparizione per Penelope: Achille nelle vesti di angelo nero, Boss in tutina superglam bicolore.
Un inchino per salutare il pubblico ed ecco compiuta l’apocalisse della sambatrap, ultimo atto prima di buttarsi – chissà – in qualche altra contaminazione o in qualche nuovo progetto da piazzare di traverso alle mode. D’altronde, Lauro lo aveva detto già presentando l’ultimo album: il materiale per i prossimi dischi c’è già, ed è tutto rivolto al futuro.

La morte del cigno replica il 10 novembre all’Atlantico di Roma.

BITS-REPORT: Supersonic Blues Machine, Carroponte, 16 luglio 2018. Polvere e sudore di una supersonica macchina blues

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E’ uno strano progetto quello dei Supersonic Blues Machine, super-gruppo U.S.A. dall’anima tutta italiana. A voler rischiare nel gioco, si potrebbe azzardare un paragone con la Rolling Thunder Revue del Bob Dylan in anno di grazia 1975, non tanto per il genere di musica che la band porta sui palchi di mezzo mondo, ma per il concetto stesso di “gruppo aperto”, pratica che in Italia non è mai stata del tutto presa in considerazione e men che meno messa in pratica.

E’ cosa nota infatti che ai concerti della band – così come nelle sessioni di registrazione in studio -, le porte siano aperte a ospiti e amici in un clima di passione musicale spontanea e genuina. Ed è questa l’aria che ha respirato il pubblico del Carroponte, accorso in buon numero lunedì 16 luglio per vivere una serata di blues fatto come Dio comanda.
Il programma d’altronde non lasciava scampo: sul palco, oltre a due dei titolari (Fabrizio Grossi e il leggendario batterista Kenny Aronoff) e al potente Kris Barras a sostituire il terzo fondatore Lance Lopez impegnato in sala di registrazione, due veri pilastri del blues: il “Puma di Lambrate” Fabio Treves e il leggendario Billy Gibbons, in licenza premio dagli ZZTop. A completare la line up, Serge Simic, le coriste, il tastierista Alessandro Alessandroni Jr. e, a quasi sorpresa, al posto dell’inizialmente annunciato Steve Lukater (Toto), lo storico chitarrista di Vasco Rossi Stef Burns. Ed è stato un concerto che ha messo al bando molti dei tecnicismi sterili e un po’ “fighetti” di tanto pseudo-blues odierno, per dare spazio a una musica fatta di sudore e polvere.

Kris Barras, voce e chitarra, traccia già da subito la linea della serata con I Am Done Missing You, accompagnato da Fabio Treves all’armonica (che tornerà poco dopo anche per L.O.V.E.): lunghi assoli e folgoranti jam session con i compagni di palco, per un blues che guarda sia alle proprie radici americane, sia alle riscritture inglesi anni ’60/’70. Soprattutto, fra una notevole Let It Be (no, non quella…) con Burns e Barras intenti a incrociare le chitarre, e una intensa Hard Times, fa piacere constatare che tutta la prima parte del concerto non è approntata in funzione della successiva presenza di Billy Gibbons. Il pubblico, sebbene in fremente attesa, lo capisce e partecipa con sempre maggior calore, soprattutto se la scaletta riserva dei blues torridi come Elevate o taglienti come Can’t Take It No More. Calore che ovviamente raggiunge l’apice quando il barbuto Billy sale sul palco e dà il via alle danze con La Grange, un classico degli ZZTop, subito seguito da Broken Heart e dal “classico” di Robert Johnson Dust My Broom.
Di fatto, la seconda parte del concerto diventa un mini-live apocrifo degli ZZTop, con i membri della Supersonic Blues Machine a fare da pards al mescalero Gibbons che piazza en passant una strepitosa Sharp Dressed Man prima di richiamare sul palco il “puma” Treves e Burns per l’infuocata jam finale a base di Muddy Waters (Got My Mojo Working) e Freddie King (Going Down).

Due standard a chiudere una perfetta serata dove il rock-blues, quello vero, quello fatto di sudore e polvere, l’ha fatta da padrone.

Alessandro Bronzini

BITS-REPORT: Simple Minds, Cremona, Festival Acquedotte, 2 luglio 2018. Dagli anni ’80 si può uscire vivi

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Non saranno più quel faro pop che ha illuminato le classifiche a cavallo tra gli ’80 e i ’90 ma, nonostante le alterne fortune musicali, i Simple Minds sono ancora dignitosamente fra noi e continuano a godere di un buon seguito, soprattutto in Italia. Dalle nostre parti erano già passati nemmeno due anni fa con un tour acustico teatrale di gran successo, doveroso quindi ripresentarsi ora che sul mercato è arrivata la loro ultima fatica discografica. Che il 2 luglio a Cremona, grazie al Festival Acquedotte, si stia per fare un tuffo negli anni ’80 lo si capisce chiaramente anche dai brani che scorrono appena prima del “calcio di inizio”: Blue Jean di Bowie, Depeche Mode, Once In A Lifetime dei Talking Heads. Quegli stessi anni che hanno visto i Simple Minds toccare il massimo della propria popolarità e che ora, in concerto, vengono guardati sì con affetto ma anche superati dal nuovo sound di Jim Kerr e soci.
Lasciatisi la new wave dietro alle spalle (poche tastiere e synth, saggiamente sostituiti dai potenti assoli del chitarrista “storico” Charlie Burchill), i nuovi Simple Minds versione live non fanno assolutamente rimpiangere i tempi d’oro. Kerr è vocalmente in forma e lo dimostra con l’assalto iniziale di The Signal And The Noise, dall’album appena uscito Walk Between Worlds. Ovviamente la canzone non è (ancora) nota, ma poco importa perchè traccia la linea di quel che sarà il resto della serata: sudore (non solo per Jim Kerr…), chitarre e rock. Con buona pace di Paolo Rossi e di un suo monologo che declamava: “Ci avete tolto il rock e ci avete dato i Simple Minds”. Probabilmente aveva senso ai tempi, nel 2018 a Cremona di rock se n’è sentito molto.
Chi temeva che il concerto fosse solo una vetrina per il nuovo lavoro di studio, ha potuto ricredersi. Nel corso della serata, infatti, tutte le hits dei Simple Minds hanno trovato il proprio posto sul palco: l’impegno di Mandela Day e la nostalgia di Someone, Somewhere In Summertime, i “classiconi” da concerto Waterfront e Let There Be Love, fino ad arrivare alla trascinante She’s A River.
Ma se le hits, per quanto piacevoli da risentire live, rimangono abbastanza risapute, sono i “ripescaggi” a sortire le migliori sorprese. Dolphins, dal poco valutato Black And White 050505 (2005) cantata a due voci dalla corista Sarah Brown e dalla polistrumentista Catherine A.D. (già protagonista strepitosa del “solo” River Of Ice) è uno dei punti più alti della serata, così come Let The Day Begin, cover dei The Call già ripresa in versione “ufficiale” da Kerr e Burchill in Big Music del 2014 e qui riproposta in versione soul, non lascia scampo.
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Il gran finale, trascinato dal manifesto eighties Don’t You (Forget About Me), è ovviamente in crescendo: See The Light, Alive And Kicking e Sanctify Yourself.
Quindi ogni dubbio è stato fugato e, alla fine, solo quattro sono state le canzoni dell’ultimo disco a far capolino nella scaletta della serata: l’iniziale The Signal And The Noise, Summer, Walk Between Worlds e Sense Of Discovery, il cui ritornello a ben sentire tira pericolosamente verso Alive And Kicking. Ma solo di peccato veniale si tratta, poca cosa per un concerto che è filato liscio e trascinante per due ore secche.
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Setlist
The Signal And The Noise
Waterfront
Let There Be Love
Love Song
Sense Of Discovery
Mandela Day
She’s A River
Someone, Somewhere In Summertime
Walk Between Worlds
Summer
Once Upon A Time
All The Things She Said
River Of Ice
Dolphins
Let The Day Begin
Don’ You (Forget About Me)

Encore
See The Lights
Alive And Kicking
Sanctify Yourself

Testo e immagini di Alessandro Bronzini

BITS-REPORT: St. Vincent, Segrate, Circolo Magnolia. L’arte della seduzione di massa dal vivo

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Già all’uscita del suo primo album (Marry Me, 2007), i detrattori ne parlarono come di un fenomeno costruito a tavolino, ma se davvero così fosse stato St.Vincent ora avrebbe tranquillamente tutti i numeri per essere la popstar del nuovo millennio, una delle tante Katy Perry adatta a ogni palato.
In realta, la “costruzione” di Annie Clark è più complessa e stratificata: ci sono le influenze pop, certo, ma di alta qualità (su tutti ovviamente David Byrne, i cui echi si trovano in moltissima produzione dell’artista americana), c’è uno stile personale a metà strada fra la sperimentazione e il prodotto di massa, ma soprattutto c’è uno sguardo contemporaneo forse non per tutti facile da afferrare, ma che trasforma canzoni come Slow Disco, ballata presente nell’ultimo album Masseducation, in Fast Slow Disco, un nuovo inno alla (in)differenza sessuale.

E tutto questo, ai concerti del Fear The Future Tour, si sente.
Ridimensionata l’impostazione teatrale dello show – più presente nei tour precedenti e qui limitata all’inquietante presenza mascherata di Daniel Mintseris (tastiera) e Matt Johnson (batteria) -, la St. Vincent andata in scena il 27 giugno al Magnolia di Segrate lascia dominare la serata alle chitarre (fluo) e ai suoni distorti, spesso virando l’impostazione techno-elettronica degli originali verso il rock. E’ forse questo che lascia parte del pubblico piuttosto freddo a inizio concerto: Sugar Boy, Los Ageless, Masseduction e Savior, tutte dal nuovo album, sono già altro rispetto agli originali e l’effetto può essere spiazzante per un parterre troppo spesso abituato a una riproduzione live fedele nota per nota di quanto già messo su disco.
Ma è uno spaesamento che dura poco, una volta capito il “gioco”, e con la comparsa dei “classici” Marrow, Cruel o Cheerleader si entra tranquillamente nel mondo di St. Vincent. Un mondo fatto di distorsioni e riscritture (la già citata Fast Slow Disco, e New York, parafrasata per l’occasione in una improvvisata Milano, con tanto di citazioni “locali” al Plastic e al quartiere Ticinese), contrasti musicali e aggressioni visive. Annie, spesso coadiuvata dalla quarta musicista presente sul palco, la bassista/tastierista/corista Toko Yasuda, gioca il ruolo di rockstar vestita da modella pop (o viceversa?), inquieta con Huey Newton, distorce la già acida Rattlesnake, e cerca, trovando, la complicità del controcanto col pubblico su Digital Witness, riuscendo mettere in pratica quella “Mass Seduction”, titolo-manifesto dell’ultimo album.
Dopo la tempesta elettrica di Fear The Future a chiudere il main act, i bis “riportano tutto a casa” spogliando il palco di elettronica e distorsioni e lasciando St. Vincent sola di fronte al parterre.
E’ in questo contesto intimo, dove Hang On Me, la splendida e atroce Happy Birthday, Johnny e Severed Crossed Fingers risuonano nel silenzio, che ancor di più balza all’occhio la “reale” St.Vincent, in perenne equilibrio fra reali capacità autoriali e tentazioni, finora più o meno volutamente arginate, di musica di massa.

Godiamocela ora, fintanto che riesce a giocare così bene su questo filo teso.
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Setlist
Sugarboy
Los Ageless
Masseduction
Savior
Huey Newton
Year of the Tiger
Marrow
Pills
Hysterical Strength
Cruel
Cheerleader
Digital Witness
Rattlesneake
Young Lover
Fear the Future
Fast Slow Disco
New York
Hang on Me
Happy Birthday, Johnny
Severed Crossed Fingers

testo e immagini di Alessandro Bronzini

BITS-REPORT: Samuel, un folletto all'Alcatraz. Milano, 28 novembre 2017

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Samuel
la popstar, Samuel il piacione, Samuel il folletto col cappello, Samuel dei Subsonica, Samuel il cantante con la voce che non tradisce. Dieci, cento, mille volti di Samuel.

Il leader dei Subsonica ha voluto provare a fare da solo, e l’esperimento gli è riuscito piuttosto bene.
Non solo ha calcato il palco di Sanremo con buonissimi riscontri, non solo ha pubblicato un album – Il codice della bellezza – tra i migliori esempi di elettropop italiano d’autore attualmente in circolazione, ma è anche andato in tour e sul palco ha dimostrato di saperci stare benissimo.
L’occasione che ho avuto di vederlo è stata all’Alcatraz di Milano, il 28 novembre, una tappa inizialmente neanche prevista in calendario, ma aggiunta in seguito perché insomma, lasciar fuori Milano proprio no!
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Tenere in piedi un concerto con un solo album solista all’attivo era un po’ difficile, lui lo sapeva bene, e per questo tra un brano nuovo e l’altro ha riempito la serata con pezzi scritti per altri artisti (Costa poco), qualche cover (Ho difeso il mio amore) e poi beh, qualcosa dei suoi Subsonica ovviamente. Ma siccome era “volgare” rifare i pezzi celebri da solo, ecco che Samuel alterna pianoforte e chitarra e ripropone quattro brani davvero suoi, quelli che più gli appartengono della discografia del gruppo: Dentro i miei vuoti, Dormi, Lasciati, e poi Momenti di noia
La serata scivola via tra atmosfere pulsanti di beat, sintetizzatori addomesticati al pop e qualche momento di candore puro, come quando arriva il turno di La luna piena, una di quelle canzoni che si meriterebbero il posto di classicone. Alla fine, due ore piene di live saltano fuori.
Il folletto Samuel balla, saltella, gigioneggia con il suo pubblico e canta senza mai un momento di esitazione. Il palco pare il suo habitat naturale, probabilmente lo è, anche senza i suoi fidi compagni.
Ma la storia dei Subsonica non è finita qua: il gruppo sta lavorando al nuovo album. Lo ha detto proprio lui.
La gallery della serata è disponibile a questo link (foto di Luca Marenda).

BITS-REPORT: La musica di Ermal Meta vola sul Carroponte di Sesto San Giovanni

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di Mariella Lamonica

E’ indubbiamente una delle rivelazioni più rivelazioni dell’ultimo Festival di Sanremo, anche se la sua carriera, nata soprattutto come scrittore e compositore tanto d’aver collaborato con gente del calibro di Renga, Emma, Mengoni, Patty Pravo solo per citarne alcuni, parte più di qualche anno fa. Di chi stiamo parlando? Di Ermal Meta, terzo classificato all’ultimo Sanremo.
A confermare tutto ciò ci sono i numeri: un tour sold out che sta toccando tante città italiane, una pioggia di dischi di platino e d’oro, oltre che una presenza massiccia con i suoi brani in tutte le radio. Ma Ermal Meta, il cantante di origine albanesi, è tutto questo e molto altro.
Sabato 15 luglio, dopo la data dell’Alcatraz dello scorso 7 maggio, è tornato a Milano, precisamente al Carroponte di Sesto San Giovanni, dove ha regalato energia a go-go e momenti di pura magia.
Prima di lui ad allietare la folla ci hanno pensato Cardio e Carlo Polacchi, poi gli occhi, le mani, il cuore erano tutti per lui, che se li è presi brano dopo brano con leggerezza e sentimento, passione.
Odio le Favole per dare il via a più di due ore di concerto che ha poi snocciolato tutti i successi di Umano, l’album del 2016, e di Vietato Morire, l’ultimo lavoro.
Con lui anche la sua band: Dino Rubini (basso), Marco Montanari (chitarra), Emiliano Bassi (batteria), Roberto Pace (tastiera & pianoforte) e Andrea Vigentini (cori & chitarra acustica).
Tra i momenti più totalizzanti certamente Piccola Anima, canzone portata all’apice con il feat di Elisa, prima accennata in acustico e cantata da un pubblico che l’ha già eletta tra le preferite, e poi presa a pieno potere dal cantante, e Amara Terra Mia: il pezzo di Modugno, presentato anche a Sanremo, ha dimostrato un’estensione vocale da brividi del musicista tanto da vedere la maggior parte dei fans armati di fazzoletti e mentre la pelle d’oca faceva capolino sulle braccia di chi, come la sottoscritta, in quel momento ha chiuso gli occhi e si è lasciato trasportare dalla melodia più dolce. Non potevano mancare Lettera a mio padre, che racconta di un rapporto burrascoso con la figura paterna nonché di un passato difficile e lontano che non si è esentato nel lasciare cicatrici, e Vietato morire.
La chiusura della serata Ermal ha voluto riservarla ad A parte te, una chiusura prolungata in realtà perché “Questa serata è bellissima, vorrei non finisse mai, vorrei non scendere mai da questo palco”, da cui è emersa anche una promessa “Ci rivedremo presto”.

E così con quelle “ali sulla schiena attaccate al posto delle cicatrici” il ragazz è volato via, lontano dal palco, ma non troppo dai cuori che sabato sera sono stati anche un po’ suoi e che ha saputo cullare senza esitazione alcuna ma non solo per due ore, almeno per un’intera e magica notte, e forse oltre.

BITS-REPORT: Marco Masini, Milano, Teatro Linear Ciak, 7 maggio 2017

MASINI MILANO 2017 16
Ci sono concerti che servono come promemoria, come bigliettini da appiccicare alla parete o segnalibri da puntare tra le pagine per fermare una frase, un momento, un ricordo. Concerti che non sono importanti non solo in quanto eventi, ma perché si presentano come pietre miliari per segnare la strada fatta finora, misurare il peso e la lunghezza degli anni trascorsi.

Con la tournée di Spostato di un secondo, Marco Masini ha fatto incontrare bene tutti i passaggi della sua storia, partendo dagli stimoli elettropop dell’ultimo album per arrivare ai classici degli anni ’90, quelli forse più tormentati e duri, che hanno fatto di lui uno dei più efficaci interpreti della rabbia e della disperazione.
A febbraio, in partenza per Sanremo, aveva assicurato che questo tour sarebbe stato dedicato soprattutto ai fan più veraci, quelli della prima ora, e che un buono spazio sarebbe quindi stato lasciato a pezzi un po’ meno prevedibili.
Uno in fila all’altro sono così passati in rassegna Ti vorrei, Ci vorrebbe il mare, Malinconoia, Un piccolo Chopin, Cenerentola innamorata, fino ai più recenti Ma quale felicità, Tu non esisti, Spostato di un secondo, Una lettera a chi sarò e la sua rivisitazione di Signor tenente.
Spazio ovviamente anche alle immancabili colonne di una discografia di tutto rispetto, da Disperato (solo chitarra e voce, con tanto di video in diretta Facebook) a T’innamorerai, L’uomo volante, Bella stronza e Vaffanculo. Quasi trent’anni di musica ben riassunto in circa due ore.
MASINI MILANO 2017 11
Sono dell’idea che un concerto ha funzionato davvero bene quando ti fa tornare a casa con la voglia matta di riascoltare le canzoni dell’artista: io il giorno dopo ho ascoltato solo Masini.

L’intera gallery della serata è disponibile a questo link (foto di Luca Marenda).