BITS-REPORT: St. Vincent, Segrate, Circolo Magnolia. L’arte della seduzione di massa dal vivo

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Già all’uscita del suo primo album (Marry Me, 2007), i detrattori ne parlarono come di un fenomeno costruito a tavolino, ma se davvero così fosse stato St.Vincent ora avrebbe tranquillamente tutti i numeri per essere la popstar del nuovo millennio, una delle tante Katy Perry adatta a ogni palato.
In realta, la “costruzione” di Annie Clark è più complessa e stratificata: ci sono le influenze pop, certo, ma di alta qualità (su tutti ovviamente David Byrne, i cui echi si trovano in moltissima produzione dell’artista americana), c’è uno stile personale a metà strada fra la sperimentazione e il prodotto di massa, ma soprattutto c’è uno sguardo contemporaneo forse non per tutti facile da afferrare, ma che trasforma canzoni come Slow Disco, ballata presente nell’ultimo album Masseducation, in Fast Slow Disco, un nuovo inno alla (in)differenza sessuale.

E tutto questo, ai concerti del Fear The Future Tour, si sente.
Ridimensionata l’impostazione teatrale dello show – più presente nei tour precedenti e qui limitata all’inquietante presenza mascherata di Daniel Mintseris (tastiera) e Matt Johnson (batteria) -, la St. Vincent andata in scena il 27 giugno al Magnolia di Segrate lascia dominare la serata alle chitarre (fluo) e ai suoni distorti, spesso virando l’impostazione techno-elettronica degli originali verso il rock. E’ forse questo che lascia parte del pubblico piuttosto freddo a inizio concerto: Sugar Boy, Los Ageless, Masseduction e Savior, tutte dal nuovo album, sono già altro rispetto agli originali e l’effetto può essere spiazzante per un parterre troppo spesso abituato a una riproduzione live fedele nota per nota di quanto già messo su disco.
Ma è uno spaesamento che dura poco, una volta capito il “gioco”, e con la comparsa dei “classici” Marrow, Cruel o Cheerleader si entra tranquillamente nel mondo di St. Vincent. Un mondo fatto di distorsioni e riscritture (la già citata Fast Slow Disco, e New York, parafrasata per l’occasione in una improvvisata Milano, con tanto di citazioni “locali” al Plastic e al quartiere Ticinese), contrasti musicali e aggressioni visive. Annie, spesso coadiuvata dalla quarta musicista presente sul palco, la bassista/tastierista/corista Toko Yasuda, gioca il ruolo di rockstar vestita da modella pop (o viceversa?), inquieta con Huey Newton, distorce la già acida Rattlesnake, e cerca, trovando, la complicità del controcanto col pubblico su Digital Witness, riuscendo mettere in pratica quella “Mass Seduction”, titolo-manifesto dell’ultimo album.
Dopo la tempesta elettrica di Fear The Future a chiudere il main act, i bis “riportano tutto a casa” spogliando il palco di elettronica e distorsioni e lasciando St. Vincent sola di fronte al parterre.
E’ in questo contesto intimo, dove Hang On Me, la splendida e atroce Happy Birthday, Johnny e Severed Crossed Fingers risuonano nel silenzio, che ancor di più balza all’occhio la “reale” St.Vincent, in perenne equilibrio fra reali capacità autoriali e tentazioni, finora più o meno volutamente arginate, di musica di massa.

Godiamocela ora, fintanto che riesce a giocare così bene su questo filo teso.
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Setlist
Sugarboy
Los Ageless
Masseduction
Savior
Huey Newton
Year of the Tiger
Marrow
Pills
Hysterical Strength
Cruel
Cheerleader
Digital Witness
Rattlesneake
Young Lover
Fear the Future
Fast Slow Disco
New York
Hang on Me
Happy Birthday, Johnny
Severed Crossed Fingers

testo e immagini di Alessandro Bronzini

BITS-REPORT: Samuel, un folletto all'Alcatraz. Milano, 28 novembre 2017

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Samuel
la popstar, Samuel il piacione, Samuel il folletto col cappello, Samuel dei Subsonica, Samuel il cantante con la voce che non tradisce. Dieci, cento, mille volti di Samuel.

Il leader dei Subsonica ha voluto provare a fare da solo, e l’esperimento gli è riuscito piuttosto bene.
Non solo ha calcato il palco di Sanremo con buonissimi riscontri, non solo ha pubblicato un album – Il codice della bellezza – tra i migliori esempi di elettropop italiano d’autore attualmente in circolazione, ma è anche andato in tour e sul palco ha dimostrato di saperci stare benissimo.
L’occasione che ho avuto di vederlo è stata all’Alcatraz di Milano, il 28 novembre, una tappa inizialmente neanche prevista in calendario, ma aggiunta in seguito perché insomma, lasciar fuori Milano proprio no!
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Tenere in piedi un concerto con un solo album solista all’attivo era un po’ difficile, lui lo sapeva bene, e per questo tra un brano nuovo e l’altro ha riempito la serata con pezzi scritti per altri artisti (Costa poco), qualche cover (Ho difeso il mio amore) e poi beh, qualcosa dei suoi Subsonica ovviamente. Ma siccome era “volgare” rifare i pezzi celebri da solo, ecco che Samuel alterna pianoforte e chitarra e ripropone quattro brani davvero suoi, quelli che più gli appartengono della discografia del gruppo: Dentro i miei vuoti, Dormi, Lasciati, e poi Momenti di noia
La serata scivola via tra atmosfere pulsanti di beat, sintetizzatori addomesticati al pop e qualche momento di candore puro, come quando arriva il turno di La luna piena, una di quelle canzoni che si meriterebbero il posto di classicone. Alla fine, due ore piene di live saltano fuori.
Il folletto Samuel balla, saltella, gigioneggia con il suo pubblico e canta senza mai un momento di esitazione. Il palco pare il suo habitat naturale, probabilmente lo è, anche senza i suoi fidi compagni.
Ma la storia dei Subsonica non è finita qua: il gruppo sta lavorando al nuovo album. Lo ha detto proprio lui.
La gallery della serata è disponibile a questo link (foto di Luca Marenda).

BITS-REPORT: La musica di Ermal Meta vola sul Carroponte di Sesto San Giovanni

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di Mariella Lamonica

E’ indubbiamente una delle rivelazioni più rivelazioni dell’ultimo Festival di Sanremo, anche se la sua carriera, nata soprattutto come scrittore e compositore tanto d’aver collaborato con gente del calibro di Renga, Emma, Mengoni, Patty Pravo solo per citarne alcuni, parte più di qualche anno fa. Di chi stiamo parlando? Di Ermal Meta, terzo classificato all’ultimo Sanremo.
A confermare tutto ciò ci sono i numeri: un tour sold out che sta toccando tante città italiane, una pioggia di dischi di platino e d’oro, oltre che una presenza massiccia con i suoi brani in tutte le radio. Ma Ermal Meta, il cantante di origine albanesi, è tutto questo e molto altro.
Sabato 15 luglio, dopo la data dell’Alcatraz dello scorso 7 maggio, è tornato a Milano, precisamente al Carroponte di Sesto San Giovanni, dove ha regalato energia a go-go e momenti di pura magia.
Prima di lui ad allietare la folla ci hanno pensato Cardio e Carlo Polacchi, poi gli occhi, le mani, il cuore erano tutti per lui, che se li è presi brano dopo brano con leggerezza e sentimento, passione.
Odio le Favole per dare il via a più di due ore di concerto che ha poi snocciolato tutti i successi di Umano, l’album del 2016, e di Vietato Morire, l’ultimo lavoro.
Con lui anche la sua band: Dino Rubini (basso), Marco Montanari (chitarra), Emiliano Bassi (batteria), Roberto Pace (tastiera & pianoforte) e Andrea Vigentini (cori & chitarra acustica).
Tra i momenti più totalizzanti certamente Piccola Anima, canzone portata all’apice con il feat di Elisa, prima accennata in acustico e cantata da un pubblico che l’ha già eletta tra le preferite, e poi presa a pieno potere dal cantante, e Amara Terra Mia: il pezzo di Modugno, presentato anche a Sanremo, ha dimostrato un’estensione vocale da brividi del musicista tanto da vedere la maggior parte dei fans armati di fazzoletti e mentre la pelle d’oca faceva capolino sulle braccia di chi, come la sottoscritta, in quel momento ha chiuso gli occhi e si è lasciato trasportare dalla melodia più dolce. Non potevano mancare Lettera a mio padre, che racconta di un rapporto burrascoso con la figura paterna nonché di un passato difficile e lontano che non si è esentato nel lasciare cicatrici, e Vietato morire.
La chiusura della serata Ermal ha voluto riservarla ad A parte te, una chiusura prolungata in realtà perché “Questa serata è bellissima, vorrei non finisse mai, vorrei non scendere mai da questo palco”, da cui è emersa anche una promessa “Ci rivedremo presto”.

E così con quelle “ali sulla schiena attaccate al posto delle cicatrici” il ragazz è volato via, lontano dal palco, ma non troppo dai cuori che sabato sera sono stati anche un po’ suoi e che ha saputo cullare senza esitazione alcuna ma non solo per due ore, almeno per un’intera e magica notte, e forse oltre.

BITS-REPORT: Marco Masini, Milano, Teatro Linear Ciak, 7 maggio 2017

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Ci sono concerti che servono come promemoria, come bigliettini da appiccicare alla parete o segnalibri da puntare tra le pagine per fermare una frase, un momento, un ricordo. Concerti che non sono importanti non solo in quanto eventi, ma perché si presentano come pietre miliari per segnare la strada fatta finora, misurare il peso e la lunghezza degli anni trascorsi.

Con la tournée di Spostato di un secondo, Marco Masini ha fatto incontrare bene tutti i passaggi della sua storia, partendo dagli stimoli elettropop dell’ultimo album per arrivare ai classici degli anni ’90, quelli forse più tormentati e duri, che hanno fatto di lui uno dei più efficaci interpreti della rabbia e della disperazione.
A febbraio, in partenza per Sanremo, aveva assicurato che questo tour sarebbe stato dedicato soprattutto ai fan più veraci, quelli della prima ora, e che un buono spazio sarebbe quindi stato lasciato a pezzi un po’ meno prevedibili.
Uno in fila all’altro sono così passati in rassegna Ti vorrei, Ci vorrebbe il mare, Malinconoia, Un piccolo Chopin, Cenerentola innamorata, fino ai più recenti Ma quale felicità, Tu non esisti, Spostato di un secondo, Una lettera a chi sarò e la sua rivisitazione di Signor tenente.
Spazio ovviamente anche alle immancabili colonne di una discografia di tutto rispetto, da Disperato (solo chitarra e voce, con tanto di video in diretta Facebook) a T’innamorerai, L’uomo volante, Bella stronza e Vaffanculo. Quasi trent’anni di musica ben riassunto in circa due ore.
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Sono dell’idea che un concerto ha funzionato davvero bene quando ti fa tornare a casa con la voglia matta di riascoltare le canzoni dell’artista: io il giorno dopo ho ascoltato solo Masini.

L’intera gallery della serata è disponibile a questo link (foto di Luca Marenda).

BITS-REPORT: Tinie Tempah, il ciclone rap venuto d'oltremanica. Milano, Magazzini Generali, 1 aprile 2017

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Fino a qualche giorno fa, quello di Tinie Tempah era per me poco più di un nome. Forse è una di quelle ose che non si dovrebbero dire, ma è inutile che stia qui a raccontare cose che non sono: sapevo dell’esistenza di questo rapper inglese, ma non avevo ascoltato mezza nota di quello che aveva fatto. Avevo intercettato solo il singolo radio killer Mamacita, uscito la scorsa estate.
Poi mi è capitata l’occasione di assistere al suo concerto ai Magazzini Generali di Milano lo scorso 1 aprile, e, caspita, che rivelazione!
Un live filatissimo, forse un po’ cortino, ma sicuramente ad altissimo tasso di decibel e di coinvolgimento, tra hip hop e urban nelle loro innumerevoli declinazioni. Sul palco il ragazzo si è dato un gran fare e ha tirato fuori una capacità scenica da vero mattatore, riempiendo per bene l’ambiente con la sua presenza.
Peccato per l’affluenza non proprio alle stelle, perché un concerto così avrebbe meritato molta più attenzione e sicuramente avrebbe fatto ancora più effetto in una location a più alta capienza, ma chi c’era ha assistito a una potente celebrazione rap.
E dopo aver passato in rassegna molti dei suoi singoli e parecchie anticipazioni del nuovo album, l’ultima parte della serata si è trasformata in una specie di mini rave e l’elettronica ha dato a tutti a tutti la buona notte.
Tinie Tempah, segnatevelo.
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L’intera gallery è disponibile a questo link (foto di Luca Marenda).

BITS-REPORT: Tra hip hop e Versace. Emis Killa live all'Alcatraz di Milano. 20 marzo 2017

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Dunque, facciamo un paio di conti: quando è iniziata la stagione d’oro dell’hip-hop in Italia? Quando, cioè, da genere di periferia e dei sobborghi, il rap è salito fino all’attico più esclusivo della musica italiana? Se non sbaglio, era circa il 2012, quindi cinque anni fa abbondanti. Da allora tanto è cambiato: la quantità di rapper che sono nati o emersi dall’underground è incalcolabile, tanti hanno fatto il botto, altrettanti sono durati il tempo di un paio di singoli, altri ancora sono rimasti a galla cambiando pelle e cedendo ai richiami delle radio e del mainstream.
Tra i primi nomi che si sono fatti strada nella nuova generazione dei rapper c’era anche quello di Emis Killa.
L’hip-hop, si sa, è il genere sporco per antonomasia, quello poi nudo e più crudo che ci sia, e i rapper sono i ragazzacci più tremendi che si possano incontrare. Almeno in teoria. E almeno nella scena indipendente. E almeno in America, dove si sparano e si scazzottano per davvero. Perché se guardiamo quello che succede qui da noi, spesso il confine tra il rapper e la popstar da giornaletto teen è davvero sottilissima.

Non però Emis Killa. Lui teen idol non lo è, e non lo è mai stato. Lo ha detto più volte, e lo dimostra adesso che sta portando in tour le canzoni del suo ultimo album, Terza stagione. In questi cinque anni, Killa avrebbe potuto concedersi ai duettoni pop, ai tormentoni balneari, ai testi gigioni, ma non lo ha fatto quasi mai, e quando è successo è stato il primo a riconoscerlo.

Quello andato in scena all’Alcatraz di Milano il 20 marzo, oltre a essere una delle due anteprime del tour vero e proprio (la seconda è fissata all’Atlantico di Roma per il 27 marzo), è stato un concerto hip-hop senza ruffianate, una raffica di brani sparati fuori uno dopo l’altro senza troppi giri di parole. Pur griffato da capo a piedi e con la collanona di Versace di ordinanza, Emis Killa ha dato in pasto al suo pubblico rime fredde e sanguigne, racconti di vita di un ragazzo cresciuto sulla strada e catapultato d’un tratto sotto i riflettori.
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In un allestimento scarno e ispirato al ring e con una band totalmente al femminile, il ragazzone di Vimercate ha guidato uno show che più che ad un concerto assomigliava a tratti a un rave organizzato tra amici. Tanti gli ospiti chiamati sul palco, da Maruego a Coez, da RRR fino a Jake La Furia, vera sorpresona.
In scaletta soprattutto i brani dell’ultima album, ma non potevano mancare i successi più spudorati, le parentesi melodiche, la quota pop, come Maracanà: avrebbe voluto evitarla, è stato un brano composto su commissione, lo dice senza problemi, ma al solo pensiero di non averla in scaletta il manager ha visto rosso. E quindi eccola, quasi in chiusura, a far sussultare tutta la sala, perché in fondo gli è stata subito perdonata. Subito dopo, il momento topico, con Non è facile, uno dei manifesti musicali di questo artista rimasto fedele a se stesso negli anni.

Per affondare bene i denti nella carne avrebbe forse potuto giocarsela fino in fondo con pezzi come 3 messaggi in segreteria o Su di lei, che invece non ci sono stati, ma quello che si è visto è il giusto compromesso di un rapper che senza perdere la faccia ha imparato a convivere tra la strada e i riflettori. Tra il cemento e Versace.
La gallery della serata è visibile a questo link (foto di Luca Marenda).

BITS-REPORT: Mario Biondi, il soul e la fighezza

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Lo dico subito, senza esitazioni: Mario Biondi non è bravo. Mario Biondi è un figo. Ma un figo vero, naturale, di quelli che non devono sforzarsi per esserlo, forse perché hanno la “fighezza” che gli scorre nelle vene al posto del sangue. Non ci può fare niente, lo è e basta.

Mario Biondi sale sul palco e lo fa suo, e tu che sei lì davanti non puoi che restare ipnotizzato a guardarlo, provando un entusiasmo che probabilmente è solo una parte infinitesima di quello che prova lui, perché a Mario Biondi stare sul palco di un concerto deve piacere proprio tanto. Ma tanto tanto!

Sono già passati dieci anni da quando il suo nome ha iniziato a circolare tra il grande pubblico con l’album Handful Of Soul, anche se lui cantava già da tempo.
Questo anniversario lo ha festeggiato a novembre con la raccolta Best Of Soul, e adesso con un a serie di concerti in cui ripercorre questo decennio dorato, partendo dalla fortunata This Is What You Are fino a oggi. Ho assistito al primo dei due live in programma al Teatro degli Arcimboldi di Milano, e dal momento che in precedenza non l’avevo mai visto dal vivo, la domanda che mi sono fatto è stata perché diavolo mi fosse sempre lasciato sfuggire l’occasione.
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Quando è al centro della scena, Biondi seduce, balla, ancheggia, gigioneggia, scherza, e poi ovviamente canta, uh se canta!, accarezzando con uguale naturalezza soul, pop, echi di bossanova, disco music.
Di solito quando si parla di lui, uno dei primi paragoni che vengono mossi – anche per il timbro molto simile – è quello con Barry White, che tutti chiamavano il leone del soul. Ecco, se dovessi associare un animale a Mario Biondi, più che al leone io pensieri a un gattone, al Maine Coon per l’esattezza, che ti guarda sornione, ti strizza gli occhi, ti allunga le sue zampe felpate, conquistandoti senza scomporsi. E ti fa le fusa con una voce nerissima e profondissima.
Due ore abbondanti di concerto volate via in uno schiocco di dita, senza cali di tensione o di stanchezza. Musica, musica, musica, ricordando anche maestri e mentori, come Al Jarreau e Burt Bacharach. Roba che quando ti alzi dalla poltroncina hai la frenesia in corpo e vorresti ricominciasse tutto daccapo.

Menzione speciale per Serena Brancale e Serena Carman, le due vocalist che affiancano Biondi sul palco: ragazzi, che voci!!

Non si diventa soulman, ci si nasce nasce. E Mario Biondi, modestamente e indiscutibilmente, lo nacque.

Mika illumina la notte di Cernobbio

Che Mika fosse bravo lo si poteva intuire. Che fosse cosi bravo no. Ho avuto il piacere di assistere all’ultima data del tour che è andata in scena nella splendida cornice di Villa Erba a Cernobbio e sono rimasto piacevolmente colpito da ciò che ho potuto ascoltare e vedere. Come tanti conoscevo l’artista grazie alla sua presenza come giudice ad X- Factor e conoscevo molti dei suoi cavalli di battaglia, ma vederlo live sul palco ha aumentato considerevolmente la mia stima nei suoi confronti perchè ha dimostrato di essere davvero un personaggio completo ed ormai maturo per restare in pianta stabile nei piani alti della musica internazionale.

Detto ciò, da segnalare che la cornice di pubblico era di tutto rispetto,  con un parterre comprendente dagli adolescenti alle persone diciamo decisamente più mature, ma comunque uniti da una vera adorazione per il cantante di origine libanese.

Ma passiamo a parlare del concerto vero e proprio: Mika entra in scena e da subito mette in chiaro che questa sarà una serata diversa da tutte le altre del tour. Dopo aver eseguito Step with me, Big girl e Talk about you,  arriva Grace Kelly e da qui la serata entra nel vivo con Mika che salta, balla e si muove con movenze decisamente sensuali che mandano in visibilio i fan. Tra un pezzo e l’altro il cantante mette in mostra anche la sua incredibile verve divertente raccontando esperienze personali in modo decisamente autoironico scatenando le risate di tutta la platea…un po’ meno quelle della nonna uscita un po’ massacrata dal racconto.

Ma tornando alla musica, da segnalare la fantastica l’esecuzione di Boum Boum dove la band supporta Mika in un inizio a cappella , dopodichè il pubblico viene chiamato a partecipare in maniera attiva rispondendo in maniera egregia almeno da parte femminile…i maschietti vengono accusati di essere un po’ scarsi dallo stesso cantante…

Da questo momento in poi si susseguono pezzi da novanta, come Relax, Staring at the sun, Stardust, una intensissima esecuzione di Underwater, Lollipop, Happy Ending, Golden, Last Party e dopo una breve pausa, il rientro per il saluto finale prima di ripartire destinazione Beirut , con Love Today.

Ecco la scaletta completa del concerto:

INTRO
STEP WITH ME
BIG GIRL
TALK ABOUT YOU
GRACE KELLY
BLAME IT ON THE GIRLS
GOOD GUYS
ORIGIN OF LOVE
BOUM BOUM
RELAX
STARING AT THE SUN (English)
STARDUST
UNDERWATER
LOLLIPOP
HAPPY ENDING
GOLDEN
LAST PARTY
LOVE TODAY

 

 

BITS-REPORT: Rihanna, Anti World Tour, Milano. Il diluvio, il freddo e la delusione

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di Manuel Cicuzza 

Il tornado Rihanna è passato sull’Italia portandosi via l’entusiasmo dei fan più accaniti e un mucchio di perplessità e dubbi.
La diva delle Barbados è arrivata allo Stadio San Siro di Milano mercoledì 13 luglio per la seconda data del suo Anti World Tour nel nostro paese: un tour molto chiacchierato sin dall’inizio, complici stadi semivuoti in giro per il mondo e le lamentele dei più.

Sono arrivato a San Siro molto sfiduciato, complice anche un acquazzone che si è abbattuto nel pomeriggio sulla città e che si è protratto fino a sera, contribuendo a smorzare ulteriormente gli animi. A scaldare il pubblico infreddolito ci pensa prima il dj Mustard e poi Big Sean.

Rihanna si presenta sul palco con un’ora di ritardo, intonando Stay singolo tratto dall’album Unapologetic del 2012. Il concerto prosegue con numerosi successi e una buona parte dei brani di Anti, l’ultimo album, pubblicato pochi mesi fa.
Le perplessità non tardano ad arrivare: canzoni tagliate in mini mashup, cambi d’abito con il palco lasciato vuoto e quattro ballerini venuti fuori per così poco tempo da non essermi neanche accorto di loro.
Lo show continua ma non si accende, non parte come dovrebbe e Rihanna passa la metà del tempo con il microfono diretto verso il pubblico nei punti alti delle canzoni. L’amara sorpresa arriva alla fine quando si gira verso i musicisti indicando il numero due con le dita e un’occhiata che non lascia spazio all’immaginazione: dalla scaletta vengono eliminate le ultime canzoni FourFiveSeconds e Kiss It Better e Rihanna saluta tutti sulle note di Love On The Brain, sparendo via.

Il pubblico è sconcertato, così tanto da aspettarsi un ritorno della diva per un’ulteriore canzone, ma niente.
Tutte le mie peggiori previsioni si sono realizzate dopo un’ora e un quarto del concerto pop più scarso che abbia mai visto in vita mia.

Raramente mi sono trovato a bocciare completamente uno spettacolo di un’artista che seguo con costanza e che aspetto da anni, ma qui c’è davvero poco da salvare.
Lei bellissima, a tratti incerta e a tratti coinvolta, persino spaventata.

Rihanna ha provato a fare il salto di qualità con questo album e questo tour, ma è difficile grattarsi via l’immagine da ragazzaccia del pop, trasformandosi improvvisamente in un prodotto minimal e di nicchia.
Il pubblico non ha gradito e forse lei se ne è un po’ accorta.

Alla prossima volta Riri. Forse.

I VECCHI CONTENUTI SARANNO PRESTO RICARICATI ON LINE