Leonesse: il 5 novembre esce il primo album live di Emanuele Dabbono

La Claque Live foto by Luigi Cerati
Si intitola Leonesse il primo album live di Emanuele Dabbono, registrato in occasione del concerto a La Claque di Genova (Teatro della Tosse) lo scorso 21 aprile e in uscita il 5 novembre.

Il disco, prodotto da Emanuele Dabbono e Raffaele Abbate, arriva a 10 anni dalla partecipazione di Emanuele a X Factor e dopo la fortuna collaborazione con Tiziano Ferro, per cui Emanuele ha scritto brani come Incanto e Il conforto, che Giorgia ha scelto di inserire nel nuovo album Pop Heart. Il disco contiene 14 brani brani live tra i più significativi della sua carriera, riarrangiati da sonorità acustiche al rock elettrico.

“Dopo 20 anni di concerti era venuto il momento di celebrare quello che per me è’ l’essenza del fare il musicista: l’incontro con gli altri. Ho sempre amato la possibilità di far entrare la gente attivamente nella dinamica e riuscita del concerto, tanto quanto i musicisti al mio fianco. E per parlare di musicisti, questa volta (a partire già dal precedente Totem), ho trovato umanità straordinarie, prima che virtuosi”.

Leonesse sarà presentato in anteprima il 3 novembre live a La Claque di Genova, proprio dove è stato registrato, con tutta la band al completo: Marco Cravero alla chitarra elettrica e classica, Fabrizio Barale alla lap steel e 12 corde, Michele Aloisi al basso, Fabio Biale al violino e ai cucchiai, Giuseppe Galgani alla chitarra elettrica, Gianka Gilardi alla batteria e percussioni e Matteo Garbarini alla chitarra elettrica.

Prevendita aperta sul sito ufficiale de Il Teatro della Tosse.

In attesa dell’uscita del disco, è già disponibile il video dell’esibizione live di Ci troveranno qui, il brano inedito che Emanuele Dabbono aveva presentato alla finale della prima edizione di X Factor.
Regia di Serena Merega.

Leonesse Copertina
Tracklist:
1. Piano
2. Le onde
3. E tu non ti ricordi
4. Capo di buona speranza
5. Siberia
6. Scritto sulla pelle
7. Treno per il sud
8. Pacifico
9. Le cose che sbaglio
10. Mio padre
11. Alla fine
12. Mostar
13. Corpi
14. Ci troveranno qui

This Is Maneskin: il docu-film della band anticipa l’uscita del primo album di inediti

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Uscirà il 26 ottobre Il ballo della vita, l’atteso album di debutto dei Måneskin.

Il nuovo disco, il primo di inediti, è fin da ora disponibile in pre-save e pre-order, ed era già stato anticipato dal singolo Morirò da Re, mentre il 29 settembre è uscito Torna a casa.

Il disco, scritto e prodotto dalla band, è un racconto autobiografico che riflette nelle 12 tracce le quattro anime dei componenti, unendo le influenze musicali di ciascuno, pur rispettandone la varietà tra rap, funk e pop. Un fil rouge lega tutti i brani: la figura di Marlena, la Venere del gruppo, la personificazione della creatività, della libertà, della vita, che si muove fra le righe e le note di tutto l’album. I testi, sia in italiano che in inglese,sono il frutto delle diverse ispirazioni, musicali e non, che hanno accompagnato la vita artistica del gruppo in quest’ultimo ricchissimo anno.
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Il titolo richiama l’elemento della danza, tratto caratteristico della maggior parte dei brani: il ballo viene inteso qui come metafora della vivacità della vita, della libertà di movimento e, soprattutto, di pensiero.

Questa la tracklist:
1. New Song
2. Torna a Casa
3. L’Altra Dimensione
4. Sh_t Blvd
5. Fear For Nobody
6. Le Parole Lontane
7. Immortale (Ft. Vegas Jones)
8. Lasciami Stare
9. Are You Ready
10. Close to the Top
11. Niente da Dire
12. Morirò Da Re


Ma per la band non finisce qui.

Il prossimo 24 ottobre, ed esclusivamente in quella giornata, sarà proiettato nei cinema This Is Måneskin, il docu-film scritto dalla band: i Maneskin presenteranno il docufilm, distribuito da Vision Distribution, con una performance live in apertura che sarà trasmessa in diretta in tutte le sale.

I Måneskin raccontano i Måneskin: un film a quattro voci e otto mani in cui i ragazzi, non ancora ventenni, si presentano, si rivelano, si mettono in scena per raccontare la propria personalità, tra esperienze, sogni, conflitti e la spasmodica voglia di esprimersi attraverso la musica per dimostrare chi sono. Hanno scelto di farlo in un periodo cruciale della loro ancora breve carriera, durante la genesi del primo disco d’inediti. Lontano dai riflettori ma al centro della pressione creativa delle aspettative che il mondo della musica riversa su di loro: dalle selezioni di X Factor al primo tour, il documentario segue i componenti della band nelle fasi più delicate del lavoro creativo e mentre stringono in modo insolubile i loro rapporti di amicizia e imparano a mantenere in equilibrio i ritmi professionali serrati e la vita da adolescenti, trovando il tempo anche per la famiglia e gli amici di sempre. Un collage mai realizzato prima d’ora, con un montato unico nel suo genere che ripercorre la vita artistica dei Måneskin, per comprenderne le emozioni, le tensioni e il talento in modo inedito e sorprendente

Come Cenerentola, ma non solo fino a mezzanotte. Il nuovo inizio di Enrico Nigiotti

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Ci sono già almeno tre inizi nella breve carriera di Enrico Nigiotti. O almeno, ci state almeno tre volte in cui il pubblico lo ha visto ripartire.
La prima volta è datata 2008, quando ha partecipato alla nona edizione di Amici, quella da cui è poi uscita vincitrice Emma.
La seconda risale al 2015, con la partecipazione a Sanremo tra le nuove proposte con Qualcosa da decidere.
La terza partenza è di meno di un anno fa, ed è avvenuta sotto al segno di X Factor: Nigiotti non ha vinto, ma la sua partecipazione non è affatto passata inosservata, grazie alla pubblicazione dell’inedito L’amore è, a cui è seguito Nel silenzio di mille parole. A chiudere in bellezza l’annata fortunata sono state la collaborazione con Gianna Nannini in Complici e ora l’uscita del terzo album, Cenerentola: “Non volevo dare al disco il titolo di una canzone, e ho pensato a Cenerentola perché mi fa pensare al riscatto e alla vendetta. La mia storia adesso la conoscono tutti. Cenerentola sono io: in copertina mi sono voluto mostrare sporco, con i vestiti logori, e questa è Cenerentola prima del ballo, senza il principe. L’altra Cenerentola è dentro al disco, e arriva quando si schiaccia play”.

Una trasformazione che il cantautore livornese si augura non abbia fine a mezzanotte, come nella celebre favola, ma che sia solo l’inizio, questa volta l’ultimo, quello definitivo.
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Cresciuto a pane e cantautori (gli americani su tutti, e con Clapton e Hendrix in testa), Nigiotti considera Fossati il più grande rappresentante della categoria nel panorama nostrano, mentre del concittadino Piero Ciampi parla come di “uno dei più grandi poeti italiani”. E poi lei, la Nannini, la Gianna, anche lei toscana, ma di Siena: “Sono cresciuto con la musica di Gianna, lei è il corrispettivo femminile di Vasco, e ha delle melodie che ne fanno il Puccini del rock. Con me è sempre stata molto carina, mi ha portato grande rispetto”.
E proprio con la Nannini è il fortunato duetto di Complici, attualmente in radio: “Tutto è nato in maniera spontanea, senza niente di troppo studiato. L’idea di fare qualcosa insieme è venuta quando le ho aperto la tournée alcuni anni fa: Gianna ha sentito la canzone e l’ha provinata a Londra. Cantandola, nel ritornello ha pronunciato ‘complici’, anziché dire ‘semplice’, ed è rimasta così”.

Tanti punti di riferimento quindi, ma nessun idolo: “Non ho mai idolatrato nessuno, forse perché non sono mai stato uno sportivo, e quindi non ho mai vissuto quel tipo di competizione. Da Gianna ho avuto inoltre un grande insegnamento: un giorno mi ha detto ‘Ricordati che gli artisti passano, le canzoni restano’. Ecco perché ero contento quando le persone mi fermano per strada riconoscendomi come ‘quello di L’amore è’, ma magari senza ricordarsi il mio nome. Quello che faccio lo faccio per la musica, è questo l’importante”.
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Al traguardo di questo nuovo album Nigiotti arriva conoscendo bene la paura di non essere ascoltato: “Ci ho messo dentro i brani che ho scritto in questi anni, è come una sorta di Greatest Hits di pezzi che finora conoscevo solo io. Gli ultimi 12 mesi sono stati pieni di luce, mentre prima vedevo solo buio intorno, senza neanche potermi illuminare con un accendino. Ecco perché adesso, per dirla come dalle mie parti, vivo ‘con la testa tra le nuvole e la merda sotto i piedi’. Quando sono arrivato ad Amici avevo 21 anni, e a quell’età sei istintivo: adesso so di cosa parlo, mi conosco di più, e quando vedo una buca ho imparato come schivarla oppure riesco a capire se cadendoci dentro saprò poi venirne fuori”. Tra i brani, anche Lettera da uno zio antipatico, dedicata alla nipotina Gaia.

Per dicembre sono in programma tre date live nei teatri (il 3 dicembre a Milano, Auditorium Fondazione Cariplo, il 5 a Livorno, Teatro Carlo Goldoni e il 10 a Roma, Auditorium Parco della Musica, Sala Petrassi): “Il teatro ha un’atmosfera sacra, richiede attenzione, tutto è puntato su di te. Voglio fare un tour emotivo, empatico, e mi voglio sfogare un po’ con la chitarra, più di quanto ho fatto nel disco”.

Enrico Nigiotti: il nuovo album è Cenerentola

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Da poco è arrivato in radio il suo ultimo singolo, Complici, che lo vede duettare con Gianna Nannini in un vero e proprio dialogo a suon di rock.

Per Enrico Nigiotti si tratta dell’ultimo passo prima della pubblicazione del nuovo album, Cenerentola, in arrivo il 14 settembre, a suggellare un’annata decisamente fortunata seguita alla partecipazione nell’ultima edizione di X Factor.
Il nuovo disco contiene anche i singoli L’Amore è, Nel silenzio di mille parole e altri 10 inediti, “scritti con il cuore e con la mia storia sulle spalle. Non ho scritto nulla con superficialità, nemmeno una virgola”, racconta il cantautore livornese.

Complici è una canzone che ho scritto in maniera molto libera. La strofa è discorsiva, quasi parlata e il ritornello diventa la “morale della storia” già al primo ascolto. Alcune intuizioni di Gianna sul testo e la sua voce unica hanno reso tutto veramente magico”.
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Questa la tracklist:
Complici feat. Gianna Nannini

Bomba Dopo Bomba
Campari Soda
Buonanotte
Un Altro Giorno
E Sarà
Chiedo Scusa
L’Amore è
Lettera
Tuo Per Sempre
Nel Silenzio Di Mille Parole
Devo Prendere Il Sole

Maneskin: a ottobre il primo album, da novembre in tour

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Il primo album dei Måneskin uscirà a ottobre.
Il progetto includerà anche il singolo Morirò da Re, il primo inedito in italiano della band rivelazione dell’ultima edizione di X Factor.

Intanto, in attesa dell’uscita del disco, dopo le date live di giugno all’Hurricane Festival di Scheeßel e al O Son Do Camiño a Santiago De Compostela, insieme a Jamiroquai, Lenny Kravitz, Martin Garrix e The Killers, il 6 settembre la band si unirà al cast di Milano Rocks all’Area Expo, insieme a Imagine Dragons, The National, Franz Ferdinand e 30 Seconds To Mars, mentre sabato 10 novembre partirà un tour di 15 date in tutta Italia, che si concluderà al Fabrique di Milano il 20 dicembre.

Questo il calendario:
10 novembre 2018 – SENIGALLIA (ANCONA) – MAMAMIA – DATA ZERO
14 novembre 2018 – FIRENZE – OBIHALL – NUOVA DATA
15 novembre 2018 – PADOVA – GRAN TEATRO GEOX
17 novembre 2018 – BOLOGNA – ESTRAGON – SOLD OUT
18 novembre 2018 – BOLOGNA – ESTRAGON
23 novembre 2018 – MILANO – FABRIQUE – SOLD OUT
24 novembre 2018 – MILANO – FABRIQUE – SOLD OUT
30 novembre 2018 – BARI – DEMODE’
1 dicembre 2018 – NAPOLI – CASA DELLA MUSICA
6 dicembre 2018 – BRESCIA – GRAN TEATRO MORATO
9 dicembre 2018 – VENARIA (TORINO) – TEATRO DELLA CONCORDIA
12 dicembre 2018 – FIRENZE – OBIHALL – SOLD OUT
14 dicembre 2018 – ROMA – ATLANTICO
15 dicembre 2018 – ROMA – ATLANTICO – SOLD OUT
20 dicembre 2018 – MILANO – FABRIQUE – NUOVA DATA

“Oggi sono qui”. Lorenzo Fragola lancia il suo Bengala

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Direzione artistica: Lorenzo Fragola

Supervisione artistica: Lorenzo Fragola

La pagina del booklet dedicata ai credits dell’album parla chiaro. Per il suo nuovo album, Lorenzo Fragola non ci ha messo solo la voce e la faccia, ma anche la testa.
Anzi, forse soprattutto la testa.
Bengala, questo il titolo del suo terzo lavoro, arriva a due anni da Zero Gravity, ma l’impressione è che in mezzo di vita ne sia passata molta di più.
A farlo capire è proprio Lorenzo, che parlando del nuovo album utilizza più volte parole come “crescita”, “espressione” e “crisi”.
Uscito vincitore da X factor nel 2014 appena diciannovenne, Fragola racconta di essersi presto ritrovato in una centrifuga mediatica, dentro la quale non riusciva più a godersi la realtà che stava vivendo, ma soprattutto il suo personaggio non si è più ritrovato in linea con la persona che stava diventando. Ecco allora crescere il bisogno di staccarsi da tutto, anche solo per un po’, per capire chi era diventato e dove voleva andare: il pubblico aveva conosciuto il ragazzino di Siamo uguali e #Fuori c’è il sole, ma in Lorenzo stava maturando la voglia di fare cose diverse, azzardare, andare dove gli era sempre stato impedito, dagli altri o da se stesso.
Un bisogno talmente forte da fargli trovare il coraggio di rinunciare a un tour (e quindi a un cachet) e a un periodo di lavoro a Los Angeles (non fa il nome, ma chi conosce un po’ l’ambiente discografico sa che il riferimento è a un preciso produttore, molto quotato negli ultimi anni): no, Lorenzo della sua musica voleva essere padrone dall’inizio alla fine, non voleva più affidarsi ad altri, cantare cose scritte da altri, scendere a compromessi e soprattutto voleva prendere in mano la penna e iniziare a scrivere in italiano.
“Quando sono andato a Sanremo con Siamo uguali, ho portato il primo brano in italiano che avevo scritto in vita mia: avevo 20 anni, ma è come se ne avessi avuti 15, non avevo nessuna esperienza e ho fatto tutto con istintività. Per questo album invece mi sono preso tutto il tempo che mi è servito: avevo bisogno di affrontare certe paure che mi portavo dietro da tempo, e volevo acquisire nuove competenze nella scrittura e nella musica”. Non è un caso che le chitarre del disco siano suonate da lui.
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Scritto tra Milano, Roma, la Sicilia e Amsterdam, Bengala vuole proprio tracciare il percorso fatto da Lorenzo in questi due anni: “La prima traccia, Battaglia navale, è la prima che ho scritto: è nata in un momento di crisi, quando non sapevo cosa sarebbe stato del mio futuro. Ho voluto lasciarla così come era all’origine: oggi è un pezzo in linea con le cose che si ascoltano in radio, ma due anni fa non lo era. Bengala invece chiude l’album quasi come a voler segnalare la posizione a cui sono arrivato adesso. Questo album non è un punto di arrivo, ma il racconto di un viaggio“.

Del Lorenzo del passato non rinnega niente, perché tutto è servito per arrivare a dove è oggi, ma è chiaro che in certe cose non si riconosce più: “Quando riascolto alcune canzoni di qualche anno fa provo quasi imbarazzo, ma voglio bene a quello che sono stato, anche se ci sono cose che non voglio più difendere. Mi sento di stringere tutto in un abbraccio e fare pace con quello che ero, mi voglio perdonare“.

Tra le tracce più rappresentative del nuovo Lorenzo c’è sicuramente Cemento, che vede il featuring di Mecna (che ha anche curato l’intero artwork del disco) e Mace: una maxitraccia di oltre sei minuti, composta da due canzoni diverse. “E’ la storia di un’amicizia finita: nella prima parte ho usato le parole che mi sono state rivolte da un amico con cui ho rotto i rapporti da oltre un anno, mentre nella seconda parte la prospettiva è la mia, con la rabbia che muta in orgoglio. Per la lunghezza è poco adatta alle radio, ma è nata già così e spezzarla avrebbe significato rompere il filo della storia”.

Ambizioni cantautorali quindi? “Mi interessa di più che la gente capisca il percorso che ho fatto: di sicuro, oggi non voglio cantare parole di altri che non mi rappresentano”.
Quasi d’obbligo quindi chiedergli che cos’è per lui la ribellione: “La ribellione è vita, è dolorosa ed è circolare, perché quando ti ribelli a qualcosa arrivi a un nuovo obiettivo da superare, ed è sempre più difficile”.

Emanuele Dabbono: il 21 aprile dal vivo a Genova per il primo album live

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A distanza di 6 mesi dall’uscita dell’ultimo album Totem, Emanuele Dabbono sarà a La Claque di Genova prossimo il 21 aprile (ore 21:30) per un concerto in una speciale dimensione live, in occasione dei 10 anni dal suo primo EP Ci troveranno qui, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico grazie alla partecipazione alla prima edizione di X Factor.

Una festa, una data unica con una scaletta studiata per attraversare 10 anni in musica e una band di 7 elementi ad accompagnare Emanuele Dabbono sul palco de La Claque di Genova. Il concerto sarà interamente registrato al fine di realizzare un album in versione live, il primo per Emanuele, che ha scelto proprio la sua Genova per racchiudere in un disco dal vivo i brani più significativi che lo hanno accompagnato in questi anni.
L’idea nasce insieme a Raffaele Abbate di Orange Home Records, già sound engineer di Totem, con il desiderio di riportare le atmosfere ricercate ed acustiche in tutto il repertorio di Emanuele Dabbono.

“Se penso a quando ho iniziato, io volevo scrivere canzoni che significassero qualcosa per me. Tutt’ora è così. Qualcuna ha finito per significare per molte più persone. Ma è dal vivo che ho sempre pensato di esprimermi meglio. Tra l’improvvisazione e lo scambio con la gente, le vibrazioni e l’emozione. Perché è alla gente che appartengono i testi e le note che scriviamo. Volevo scattare una fotografia del momento in cui le idee si fanno vive nelle voci altrui”.

La location de La Claque, per l’occasione, si trasformerà in un vero e proprio racconto attraverso foto, video e contenuti esclusivi che il pubblico troverà al suo arrivo.

Sul palco con Emanuele. Michele Aloisi, Fabrizio Barale (Ivano Fossati), Fabio Biale, Marco Cravero (Francesco De Gregori), Giuseppe Galgani, Matteo Garbarini e Gianka Gilardi.

La prevendita dei biglietti è attiva su www.teatrodellatosse.it
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Noemi, cuore di luna

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E non ho bisogno di parole complicate, i passi dei poeti ormai consumano i tappeti.

Cara Noemi,
ho scelto di partire da questo frammento di un tuo brano di qualche anno fa per parlarti un po’. Mi sembrano parole molto adatte a descrivere il tuo mondo e il tuo modo di essere musicista. E guarda caso arrivavano proprio dalla canzone che ha dato il nome a un tuo disco, Cuore d’artista. Forse il tuo primo disco “da grande”, da donna, ma soprattutto da artista sempre più consapevole di sé.
Prima ci avevi provato anche con Made in London, però diciamoci la verità, il colpo non ti era venuto proprio al meglio, vero? Sembravi… non so, appannata direi, come qualcuno che stesse ancora cercando la famosa quadratura del cerchio e andasse un po’ a tentoni. Certo, in quell’album c’era Acciaio che – lasciatelo dire – era forse la più bella canzone tu avessi mai pubblicato fino a quel momento, ma il resto traballava ancora un po’. O almeno, a me sembrava così… Poi dopo Cuore d’artista, quest’anno eccoti di nuovo qui, questa volta con un album che hai voluto dedicare all’universo femminile, La luna. Hai detto di averlo chiamato così perché lunatica lo sei un po’ anche tu, perché la luna non è solo volubile, ma anche un po’ diva. Eh Noemi, con questo disco hai dato a tutti la conferma della brava artista che sei!
Sai, all’inizio, quando eri ancora a X Factor, non avevo grande simpatia per te, non mi piaceva la tua voce con quel fondo ruvido: anzi, ogni volta che superavi la puntata mi stupivo e mi chiedevo perché non ti avessero ancora eliminata… Fino a quando non sei davvero uscita, e hai iniziato a camminare da sola. Allora ho iniziato a guardarti in modo diverso, ascoltavo le tue prime canzoni e pensavo che in fondo non eri così male. Avevi davvero qualcosa dire, qualcosa che non fosse ancora stato raccontato nel tuo modo.
Quando poi, pochi anni dopo, hai fatto uscire Rosso Noemi beh, mi era ormai chiaro che non eri soltanto l’ennesima reduce da talent in cerca dei riflettori, ma che sotto c’era un’anima da vera artista, l’anima di una che la musica la tratta come una roba seria, come si tratta un amico.
Quest’anno a Sanremo ti guardavo e, anche quando hai osato con quell’abito così scollacciato, in te non c’era alcun vezzo da star: su quel palco mi ricordavi un po’ una sorella maggiore, oppure una di quelle cugine più grandi che si incontrano ogni tanto, e che hanno sempre qualche nuova storia da raccontarti. E tu infatti stavi raccontando la tua nuova storia, una storia grande come il mondo, parlava di un amore che finisce eppure dura in eterno.
Ma tu le storie sempre stata brava a raccontarle nei dettagli, fin da quando ci parlavi di quella cellulite in Vuoto a perdere: non è da tutti, sai Noemi? Ci sono molti tuoi colleghi che vogliono insegnarci a vivere e si inerpicano in discorsi più grandi di loro e poi non riescono a uscirne, quando invece i racconti migliori sono quelli delle cose piccole piccole, le storie che odorano di sigaretta, caffè, capelli ancora bagnati per la fretta di uscire, come quando, in un’altra partecipazione sanremese, cantavi il mondo che si nasconde nella borsa di una donna. Certo, bisogna che storie così le scrivano degli autori con l’animo abbastanza sveglio, ma poi bisogna anche saperle cantare, portarle dentro di sé per farle uscire rinnovate, e tu questo lo sai fare proprio bene. Credi che sia un caso che Vasco e Curreri abbiano deciso di scrivere per te? Mica regalano le canzoni alla prima squinzia che passa! E non dimentichiamoci di Fossati!
Tu sai dare peso alle parole. Con te una canzone è prima di tutto “testo”, messaggio, sensazione sulla pelle, tutto accompagnato dalla melodia: ma quello che arriva prima sono le frasi, le parole, le singole sillabe. E poi, importantissimo, si sente l’amore che ci metti, l’amore con cui tocchi le tue canzoni, senza presunzione.
RITRATTO J.HARGRAVES (1)
In questo nuovo album hai raccolto quello che hai imparato in questi anni e hai cercato di dargli forma: lo hai voluto intitolare La luna proprio perché è un disco sfuggente, umorale e lunatico, un po’ elettronico e un po’ acustico, un po’ blues e un po’ pop, come del resto sei tu. Se in Cuore d’artista ci avevi mostrato cosa significa per un artista avere un animo nudo e indifeso, ora con La luna di quell’animo attraversi tutti gli stati, da quando racconti lo straziante addio infinito di Non smettere mai di cercarmi, passando per la narrazione “pizzicata” dell’attacco di panico in Porcellana, e poi l’amore che ti leva il sonno di Autunno, le scalate sul groove di Love Goodbye o La luna storta, una canzone-manifesto che non poteva venir fuori se non dalla penna stralunata di Tricarico. Ma ti sei buttata addirittura anche sul country, interpretando My Good, Bad & Ugly, e anche lì la tua voce suona così vicina.
E poi, vogliamo parlare di Domani? Mentre tutti in questi anni sono andati alla rincorsa a riproporre le varie Futura, Anna e Marco, Com’è profondo il mare, Caruso, tu hai reso omaggio a Dalla con uno dei suoi brani forse meno conosciuti, ma ascoltandolo è fin troppo chiaro perché hai scelto proprio quello: quella canzone oggi è tua, davvero tua. L’hai graffiata, l’hai colorata (di rosso, ovviamente), ci hai messo dentro il tuo modo di raccontare l’intimità. Sarà forse solo una fortunata coincidenza, ma se ci pensi l’album si apre con un distacco di un amore che continua a girare in eterno nell’aria, e si chiude con un nuovo incontro, chissà dove, domani. Quella canzone doveva esserci.

Questo album sei davvero tu. O almeno, è un’immagine sincera di ciò che vuoi mostrare.
Sei cresciuta Noemi, caspita se sei cresciuta, sei diventata grande da quelle Briciole del 2009. Eppure continui a essere così familiare, così “normale”, se è chiaro quello che voglio dire. Sai trasmettere un tiepido senso di sicurezza nel tuo essere umana. La perfezione la si può solo osservare dall’esterno, la normalità invece la si può toccare e abbracciare, ci si può riconoscere.

Grazie di essere arrivata, ormai un po’ di anni fa, e grazie per amare la musica in questo modo. Da ascoltatore,e ammiratore, il desiderio che posso esprimere è che tu continui ad amarla con la stessa cura e non tradirla, perché lei non ti tradirà: la musica è la tua casa, e lo sapete entrambe. Continua a far battere quel tuo cuore d’artista, che oggi è anche un cuore di luna. Prendilo in mano, mettilo in spalla nei momenti in cui sarà ferito e stanco, e non abbandonarlo mai.

È bello sapere che ci sei anche tu, che ci racconti la vita con semplicità e senza vergogna.
Con stima, affetto, e un sorriso.

Foto di pura gioia: trent'anni di Afterhours tra vecchie fotografie e una rivoluzione

Le ultime notizie che si avevano degli Afterhours risalivano alla primavera dell’anno scorso, con la pubblicazione di Folfiri o folfox, uno dei capitoli più oscuri e funerei della loro lunga carriera. Manuel Agnelli doveva ancora metabolizzare la scomparsa del padre e il disco trovava nella morte uno dei suoi cardini principali.
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A distanza di un anno, l’atmosfera è decisamente cambiata. Nel frattempo Agnelli è entrato nella cultura pop sedendo alla scrivania dei giudici di X Factor, ma soprattutto quest’anno la band festeggia il trentesimo anniversario di attività.
Era infatti l’87 quando il gruppo ha fatto il suo esordio sulle scene, in un’epoca che, musicalmente e storicamente parlando, aveva tutto il sapore della rivoluzione.
“Sembrava davvero che il mondo stesse cambiando: era l’epoca di mani pulite, il muro di Berlino stava per cadere, l’URSS si stava disgregando, e i Nirvana erano in cima alle classifiche, quasi impensabile oggi, era il periodo del grunge”, ricorda il leader del gruppo.
In questo clima di rivoluzione gli Afterhours ci si sono buttati a capofitto, ponendosi come gli esponenti di una nuova era del rock italiano: si parlava di scena indie, quella da cui sarebbero venuti fuori anche i Marlene Kuntz, c’era la scena alternativa, c’era un fermento potente, ed era italiano. Tra le pietre miliari della loro carriera, l’album Hai paura del buio?, targato 1997 e riconosciuto come uno dei capolavori della musica italiana: è lì dentro Sui giovani d’oggi ci scatarro su, divenuto un brano simbolo dello spirito di quegli anni.
In questi trent’anni gli Afterhours sono cambiati, nella musica e nella formazione, per esempio assoldando negli ultimi anni uno come Rodrigo D’Erasmo o passando a un certo punto – dall’album Germi, nel 1995 – dall’inglese all’italiano: “Non ho mai avuto la spinta a cantare in italiano per una ragione artistica, anche se tutti intorno a me insistevano. Però ci siamo accorti che c’era un pubblico che stava crescendo con noi e con il quale dovevamo iniziare a comunicare direttamente, e non potevamo continuare a farlo attraverso l’inglese. Per un periodo siamo andati a suonare anche negli Stati Uniti e potevamo avere la possibilità di sfondare, ma per avere successo negli USA devi stare là, non puoi viverli da lontano, e questo avrebbe comportato un trasferimento quasi definitivo. Il fatto di non aver aver avuto successo in America però ci ha permesso di crescere qui in Italia, diventando parte di un momento. Se fossimo cresciuti in America, lo avremmo fatto forse poi in fretta e con più mezzi a disposizione, ma non avremmo rappresentato nulla né qui né là”, afferma Agnelli.
 

L’occasione di celebrare degnamente questi primi trent’anni è arrivata dopo un incendio che ha distrutto l’edificio in cui la band aveva lo studio di registrazione, dal quale sono stati miracolosamente recuperati tutti i materiali accumulati negli anni: “Le fiamme sono arrivare fino alle pareti esterne, ma non sono entrate e neppure il calore ha rovinato i nastri dei vecchi materiali. Nel recuperarli abbiamo trovato tantissime registrazioni di cui non ci ricordavamo, molte demo, e anche qualche inedito. I trent’anni del gruppo sono stati il momento giusto per pubblicare una parte di queste rarità, insieme ai successi che il pubblico ha conosciuto: una raccolta per chi non conosce gli Afterhours, ma destinata anche a chi li conosce già ma non ha mai ascoltato le prime versioni di alcuni brani, molto più pazze di quelle finite sugli album.”
La raccolta, mastodontica, si intitola Foto di pura gioia, e prende nome dalle prime parole di Quello che non c’è: si compone di quattro dischi, di cui tre di Best of e uno di rarità, e a parte le demo, tra i 76 brani non ha al suo interno inediti. Nella versione deluxe anche un libro con foto e interviste.
“Questi trent’anni sono stati un po’ un mattone, come questo cofanetto – scherza Agnelli -, ma realizzarlo serviva prima di tutto a noi per razionalizzare, per capire che quelle cose le abbiamo davvero fatte. Avevamo pronto del materiale inedito, ma non aveva senso buttarlo qui dentro, sarebbe andato perso. Per promuovere il progetto serviva un brano rappresentativo, e Bianca è sembrata la scelta giusta. Dopo averla suonata in studio nella nuova versione abbiamo pensato che per completarla servisse una donna, una come Carmen Consoli. È una personalità forte, un’artista dotata di una voce antica, di quelle cioè che riconosci subito; anche lei ha esordito negli anni ’90 e ha una matrice rock in comune con noi. Abbiamo fatto percorsi paralleli, ma non ci eravamo mai incontrati”.
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Ispirata a quegli stessi versi di Quello che non c’è è anche la foto in copertina, che ritrae Manuel bambino: “È stata scattata ad Abbiategrasso, davanti alla casa dove abitavo. La pistola che ho in mano è un regalo che mio padre mi ha portato da uno dei suoi viaggi in Africa, penso l’abbia presa in aeroporto ricordandosi del mio amore per i western. È una foto che mi fa pensare alle mie radici, e per questo è molto importante. Ho letto che Springsteen quando aveva un momento di crisi prendeva la macchina e guidava fino a casa di suo padre, faceva qualche giro intorno e poi tornava indietro. È una cosa che facevo anch’io, perché mi aiutava a ricordare che la mia storia era anche altro rispetto a quei momenti, era iniziata altrove”.

Il 10 aprile 2018 gli Afterhours approderanno al Forum di Assago per una data live celebrativa del trentennale: “Sarà un concerto più che uno spettacolo, e di sicuro durerà almeno tre ore, perché vogliamo riproporre il più possibile. Recentemente ho assistito al concerto di Nick Cave, proprio al Forum, ed è stato forse uno dei più belli che abbia visto: scenografia ridotta al minimo, luci sul pubblico e gli spettatori in un silenzio quasi liturgico. Si è creato un contatto vero tra l’artista e gli spettatori, cosa che oggi capita raramente”. Continua Agnelli: “Oggi se non riempi gli stadi, se non suoni a Wembley non sei nessuno, tutto ruota sui numeri e sulla visibilità: ecco, anche noi ad aprile potremo vantarci di aver suonato in un palazzetto e non soffriremo più di inferiorità verso gli altri gruppi”, dice con un tono ironico.
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Ma oggi, dopo trent’anni, dopo essere usciti vivi (“ma un po’ malconci”) dagli anni ’90, quel profumo di rivoluzione si sente ancora nell’aria? “No, non c’è più, ma semplicemente perché oggi alla musica non viene più chiesto di essere rivoluzionaria, ma solo intrattenimento”, dichiara Rodrigo D’Erasmo. “La colpa però è anche un po’ nostra, perché non abbiamo saputo trasmettere niente alla nuova generazione: noi abbiamo imparato l’arte dell’autoproduzione, dell’autodeterminazione, della controcultura, del concepire la musica come una professione, ma cosa abbiamo insegnato a chi è venuto dopo? Non nascondo di essere rimasto un po’ male quando mi sono accorto che per il pubblico di X Factor io non ero nessuno, se non un cinquantenne con i capelli lunghi, ma mi ha fatto bene, perché mi ha costretto a rimettermi in gioco. Per una nuova rivoluzione ci vorrebbe qualcosa come il punk, qualcosa che dia una scossa e che abbia una forza propulsiva, ma oggi c’è in giro qualcosa di simile? L’unico genere che potrebbe rappresentare una rivoluzione è la trap, ma non ha la stessa spinta del punk, è molto più passiva. Oggi si preferisce aspettare che la rivoluzione venga fatta da altri, non c’è la rabbia di volerla scatenare. E sì, è un po’ anche colpa nostra”.