BITS-RECE: Esma, Ending. E (non) vissero felici e contenti…

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.

Quattro brani.
Tanto basta a Enrico Esma per racchiudere nel suo ultimo lavoro un’identità cantautorale viva e personale, che dal blues passa al pop più danzereccio, fino a seguire la vena elettronica.
Ending, un EP di quattro tracce che, come lascia presagire il titolo del progetto, puntano lì, sul finale di ogni storia, sull’epilogo delle sceneggiature dei sentimenti, qualunque esso sia: malinconico, imprevisto, qualche volta anche felice.
E quello che Esma riesce a fare è tracciare i racconti ogni volta con mano diversa: c’è il tratto uggioso di Tempesta, o quello più sarcastico usato per descrivere il triste e imperante consumismo di Centro commerciale, delineato con tratti brillanti e un beat incalzante; c’è la tragica intimità di I registi sotto la pioggia, che mette al centro la storia di una distanza tremenda e incolmabile.
Si chiude infime con la solarità di Dejavu, dove forse si nasconde la risposta e la soluzione a tutte le domande che ci hanno da sempre tormentato quando un amore faceva un capitombolo: potrà succederci di tutto, potremo perderci, lasciare o essere lasciati, o restare soli. In fondo “basta spostarci a cercare un raggio di sole. E lui ci scalderà”.

Facile, no? E poi magari finirà così, tutti felici e contenti, come nel più bello degli happy ending…

BITS-RECE: Tamino, Amir. Malinconica e devastante bellezza

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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C’è qualcosa di affascinante e implacabile che percorre per intero Amir, album di debutto di Tamino. E’ qualcosa che non ha nome, se non quello dell’emozione, un’emozione dolcissima, consolatoria ed efferata nello stesso tempo.
Un dolce veleno che forse non è ancora mai stato battezzato, ma i cui effetti sono lì, concentrati in un disco.
Amir è un lavoro che avanza lento, si dilata portandosi dietro un’eredità che abbraccia il Medioriente e l’Occidente, perché è di questa eredità che si è nutrito anche lui, Tamino Amir Mohamar Foud, artista di madre belga e padre egiziano, e nipote di Mohamar Fouad, popolarissimo cantante e attore del cinema egiziano.

Un album impregnato di melodie che non hanno tempo, sembrano esistere da sempre, con la loro malinconia dorata e caldissima, coperte dalle sabbie di qualche deserto della memoria, e sopra, con stupefacente naturalezza, Tamino ci ha messo le chitarre e quel poco di elettronica preso dall’Europa. Non è un caso che nell’album suoni anche Colin Greenwood dei Radiohead, un gruppo che sulla carta non sarebbe esattamente in linea con certe sonorità e certe atmosfere. Eppure c’è, e questi pezzi non sarebbero la stessa cosa senza il suo contributo.
E poi c’è l’orchestra, la Firka, con i suoi archi sontuosi, imperiali, suonati da musicisti irakeni e siriani, alcuni dei quali nello status di rifugiati.
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Dall’inizio alla fine, il canto di Tamino stordisce con la sua grazia nomade e con la sua tristezza naturale, atavica: Habibi è uno di quei pezzi che riescono a regalare un incanto abbagliante, i cori di Chambers emanano una seduzione irresistibile, w.o.t.h è un mare in tempesta che porta via, lontano, in un vortice di disperazione.

Non c’è un momento privo di suggestione o un attimo in cui venga a mancare la tensione emotiva: Tamino lascia la sua poesia libera di volare toccando le corde dell’anima con l’amore o con il dolore, e regalandoci un disco che dovremmo tutti imparare a meritarci. Anche se potrebbe essere devastante.

BITS-RECE: Ella Mai, Ella Mai. E’ una nata una stella dell’r’n’b?

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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Se anche due star navigate hanno deciso di metterci la faccia per due featuring, qualcosa vorrà pur dire.
Ella Mai è l’omonima creatura discografica con cui debutta la nuova promettente stella dell’urban internazionale. Arriva dall’Inghilterra, ma la cultura sonora di cui dev’essersi nutrita in questi anni pare arrivare tutta da Oltreoceano, anche perché vive a New York da quando aveva 12 anni, e in una pletora di aspiranti “nuove reginette” dell’r’n’b, lei sembra proprio fare sul serio.
Certo, la strada per mettersi al fianco di un’Alicia Keys, di una Solange o addirittura di una Rihanna o di una Beyoncé, è ancora piuttosto lunga, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, e se i primi passi  li si fanno a lunghe falcate si può avere qualche possibilità di arrivare prima al traguardo.
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Ecco, dopo tre EP rilasciati tra il 2016 e il 2017, Ella Mai parte generosamente con un album di ben 16 pezzi di r’n’b purissimo, con assortimenti di ritmi affilati e arrangiamenti patinati, andando un po’ a riprendere quell’eredità che un tempo apparteneva ad artiste come Janet Jackson e Mariah, Carey, anche senza avere (purtroppo) la voce di quest’ultima.
Nel complesso il meccanismo è ben oliato e funziona bene, la ragazza ci sa fare, non c’è dubbio, ma è anche vero tra tutte quelle sincopi e quelle ballate non c’è nulla di davvero sorprendente, nulla insomma che faccia alzare il sopracciglio.
Fino a quando non si arriva a Easy, quasi in chiusura dell’album: lì, in quel cotonatissimo arrangiamento di soul fatto solo di pianoforte e archi, arriva il momento topico dell’intero album e Ella Mai fa vedere tutto quello di cui è capace.

Se al prossimo giro ci piazza una manciata di pezzi così, la gloria sarà davvero vicina.

BITS-RECE: You Me At Six, VI. Alt-pop ad alta tensione

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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Si intitola semplicemente VI perché per gli You Me At Six è, ça va sans dire, il sesto album, e in appena 10 tracce condensa la forza e l’energia di un pop fortemente alternative e di un rock elettronico che fatica a restare fermo.

A quattro anni dal precedente Cavalier Youth, la band inglese torna con l’adrenalina in corpo e un umore piuttosto cupo, che si manifestano già nella sferzata elettrica di Fast Forward, il rabbioso pezzo che apre il disco, ma anche con le tonalità cavernose che scorrono lungo Miracle In The Mourning, o ancora nell’imponenza quasi liturgica dei tornelli di Predictable, che potrebbe tranquillamente essere uscita da uno degli ultimi lavori degli Editors.
Poi certo, non mancano episodi diversi, come il tiro al limite del funky di Back Again o di Danger, oppure 3AM, che pur nel suo spirito rock sembra voler trascinare al centro del dancefloor. 
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Per trovare l’unico momento di relativa pace bisogna arrivare fino alla fine, con Losing You, dove ancora una volta il rock e l’elettronica si coalizzano e chiudono un disco che scalcia per farsi sentire.

BITS-RECE: Rose, Moving Spheres. Rotolando lungo il soul

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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Sulla pagina Facebook di Rosa Mussin, in arte Rose, alla voce “Influenze” si leggono, tra  gli altri, i nomi di Lauryn Hill, Erykah Badu, Amy Winehouse, Aretha Franklin e Ella Fitzgerald. E ad ascoltare le sei tracce del suo primo EP non si può che confermare che quelle influenze ci sono tutte: la lezione imprescindibile di Ella, la voglia di modernità meticcia di Erykah, la passione di Amy.

Moving Spheres, questo il titolo del disco, è infatti un agile concentrato di soul, r’n’b e jazz, con una pacifica corrente di elettronica e chill out che lo attraversa senza fretta. Le contaminazioni fluiscono una nell’altra, e nella sua varietà tutto riesce ad avere un suono omogeneo.

Veneta, classe 1994, Rose arriva alla pubblicazione di questo primo EP dopo diverse esperienze che l’hanno vista all’opera con Mr. T-Bone (Africaunite), Furio (PituraFreska) e Olly Riva (Shandon) e dopo aver calcato diversi palchi italiani e internazionali. Esperienze che le hanno fatto guadagnare quella confidenza con la musica che Moving Spheres mostra con indiscutibile chiarezza.

BITS-RECE: Loredana Bertè, LiBertè. Un inno alla follia e uno scacco alla vita

BITS-RECE: radiografia emozionale di un disco in una manciata di bit.
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Non si diventa Loredana Bertè. Ci si nasce e basta, perché essere Loredana Bertè vuol dire portarsi dietro e dentro un’identità di ruggine e spine, dolore, passione, rabbia, tragedia, e una capacità eccezionale nel riversare tutto in musica in maniera nuda e viscerale. Perché con Loredana la musica diventa una ragione di vita, un’ancora di salvataggio, l’unico buco aperto sul cielo attraverso il quale gridare e liberarsi dei torti che la vita riserva.

Erano 13 anni che Loredana Bertè non usciva con un intero album di inediti (l’ultimo, Babybertè, è infatti arrivato tra tutti gli onori nel 2005), anche se in questi anni la sua presenza si è sempre fatta sentire, con i live e con la pubblicazione di alcuni inediti di abbagliante bellezza (L’araba fenice, Musica e Parole, fino al più recente E’ andata così).
Ora il nuovo album, LiBertè, ci riconsegna una Bertè al massimo della forma, forte di un affetto di pubblico mai scomparso e adesso se possibile rinnovato. E a proprio a questo pubblico lei si ripresenta con un autentico manifesto di vita, Libertè, gridato come sempre a suon di rock, con quella voce ruvida e affilata che sa diventare anche una potentissima arma consolatoria.
Se Non ti dico no è stata la mossa perfetta per tornare all’amato reggae e farsi conoscere dai più giovani, la vera essenza di Loredana la si ritrova annidata in pezzi come LiBertè, uno dei tanti testamenti di intenti che Loredana ha lasciato sul suo cammino, Maledetto luna-parkAnima carbone, una disperata sfida alla vita, e Davvero, abbagliante e commovente nella sua spietata verità e in quella forza disarmante che ti spacca il cuore (“l’unica cosa che so è che far luce bisogna bruciare”).

Tutti in paradiso rivela una vena più sferzante ed è un atto d’accusa a una società che  in nome del buonismo tende ad assolvere tutti i peccati e le colpe, mentre Messaggio dalla luna porta la firma di Ivano Fossati, forse uno degli autori che negli anni ha meglio conosciuto e inquadrato l’indole selvaggia di un’artista che tantissime volte ha puntato gli occhi alla luna (solo in questo disco i riferimenti “lunari” non si contano).

In chiusura del disco le parole di Loredana contro il bullismo sono un inno ali folli e ai diversi.
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LiBertè è un manifesto al diritto di essere folli, come ha dichiarato Loredana, ma ancora di più è un altro schiaffo al mondo da parte di una donna nella vita non ha mai imparato a fare i conti con i compromessi, e che forse proprio per questo non fa sconti quando alza il suo canto di rabbia e il suo bisogno d’amore.

BITS-RECE: Tano e l’ora d’aria, Tano e l’ora d’aria. Canzoni di evasione

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Per un detenuto, l’ora d’aria è quell’unico momento della giornata in cui può ritrovare per un po’ se stesso e assaporare sulla pelle una parvenza di libertà, alzando magari gli oggi verso quel rettangolo di cielo per sognare l’evasione. Un momento di solitudine e insieme di condivisione, vissuto con tutti gli altri detenuti, ognuno con la sua storia diversissima dall’altra, ma tutti lì, trattenuti in un non-luogo.

Questo disco è proprio come un’ora d’aria, come dice già il suo titolo e come ha scelto di chiamarsi il quartetto di musicisti che lo ha scritto e suonato, Tano e l’ora d’aria.
E’ un disco che inizia a prendere forma un po’ di anni fa, verso il 2010, e che solo oggi diventa realtà: in questi otto anni è cresciuto, ha aggiunto storie alle storie, che si ritrovano ora a convivere in un unico ambiente, come nel cortile di un’ora d’aria.
E come in un’ora d’aria anelano alla libertà. O meglio, cercano l’evasione, nei temi e nella forma: sono canzoni “licenziose, sfacciate e provocatorie ma anche languide, tragiche, grottesche”, qualcuna colpevole, qualcuna innocente, tutte accomunate da un’attenta scelta delle parole. Non sono ancorate a nessuno stile in particolare, perché sono figlie del teatro-canzone, di un cantautorato recitato, del blues, del rock’n,roll, del gospel, del cabaret, del burlesque; sono ironiche, dissacrati, commoventi.

Raccontano le debolezze della vanità umana, l’amore, il peccato, le falle della nostra società, i piccoli e grandi mali
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Ma più di ogni cosa, le dodici storie di questo album sono libere, e da quel cortile di ora d’aria cercano la via per uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni di una musica troppo spesso obbediente alle sole regole del mercato.

BITS-RECE: lemandorle, Per un album è ancora presto. Elettropop agrodolce

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Un po’ più di un singolo, molto meno di un album, quasi un EP.
Tre inediti.
D’altronde, le mani le hanno già messe bonariamente avanti nel titolo: Per un album è ancora presto, che è anche una risposta a chi probabilmente in questi anni chiedeva come mai non avessero ancora pubblicato un disco dopo l’uscita dei primi singoli.
Sfruttando i vantaggi della realtà digitale, che permette oggi a un artista – specie se emergente – di muoversi con molta più libertà che in passato, svincolandolo dall’obbligo dell’LP, lemandorle (per chi non lo sapesse, sì, si scrive proprio così, tuttoattaccato) hanno pensato di chiudere l’estate raccogliendo tre nuovi pezzi in un mini EP che prosegue sul percorso già tracciato a partire dal 2016, quando il brano d’esordio Le ragazze è apparso in rete e ha fatto conoscere questo interessante progetto elettropop.
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La matrice è sempre quella, ben definita: ritmi danzereccio perfetto per il club e un’attitudine un po’ ironica e un po’ malinconica per raccontare storie ordinarie su melodie elettroniche eredi dei gloriosi anni ’80.
Ecco allora Marta, Adesso e Se tu ti prendi, tre canzoni figlie della gioventù dei giorni nostri, quella a ridosso della consapevolezza adulta, in tutta la sua complessità, tra ricerca dell’identità, le contraddizioni, le relazioni sfuggenti, gli incastri difficili.

Per ora ci accontentiamo, ma la voglia di album cresce….

https://open.spotify.com/album/4YWpxwJAqS8SKNj9hpSUYY

BITS-RECE: Aphex Twin, Collapse. Riverberi di nevrosi elettronica

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Pochi nel panorama dell’elettronica possono vantare la stessa libertà d’azione e nello stesso tempo la stessa notorietà di Aphex Twin.
Il producer inglese ama da sempre sorprendere, prendere in contropiede, e (perché no?) anche provocare il suo pubblico, maldisposto com’è a restare su binari rettilinei.
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E non si smentisce nemmeno adesso con la pubblicazione di Collapse, nuovo EP di cinque tracce, fatto di elettronica anarchica, nevrotica, frenetica, cupa: frequenze che si perdono e poi si ritrovano come in un dedalo di sintetizatori, beat lanciati come schegge impazzite, riverberi caotici.
E’ un tour de force tanto breve quanto irrequieto, che sono in alcuni momenti dell’ultima traccia, pthex sembra trovare un sintetico sollievo.

BITS-RECE: Troye Sivan, Bloom. Scandalo immacolato

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit. 
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Il nome di Troye Sivan circola già da alcuni anni sul web e nelle radio, ma è solo negli ultimi tempi che – almeno al di fuori della sua Australia – la sua musica sta raggiungendo un bacino di pubblico significativo. Gli elementi per candidarlo a prossima superstar globale ci sono effettivamente tutti: un’età (23 anni) già abbastanza matura per concedergli credibilità artistica, ma ancora appetibile per l’ambito pubblico “teen” (quello che fa gola a tutti gli uffici marketing), un’immagine efebica e intrigante quanto basta e un elettropop adatto tanto ai canali radiofonici quanto alle piste dei club. 
Soprattutto però, quello che non sfugge quando si ha a che fare con lui è la sua personalità, definita benissimo nel suo incontro di candore e audacia.

Proprio appena sotto la superficie patinata si capisce che Troye Sivan non è l’ennesima matricola di pop idol intercambiabile con chissà quanti altri esemplari, ma un artista che nella musica mette davvero se stesso: dopo l’esordio con Blue Neighbourhood, il ragazzo cala infatti ora un carico pesante con il secondo album, Bloom.
Se dal punto di vista sonoro non siamo di fronte a una rivoluzione, il punto di forza di forza del disco è nei testi, in quei racconti (ma in certi casi sarebbe meglio dire rivelazioni) personali, sfacciati, sensuali che non è così facile ritrovare negli album dei suoi coetanei.
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Con il suo synth-pop onirico, la sua elettronica, i suoi ritmi tra downtempo, dance e r’n’b, le sue atmosfere oscure e rarefatte, Bloom è a tutti gli effetti lo spazio di un confessionale privato, l’occasione per svelare segreti, condividere emozioni: Troye non ha mai fatto mistero della sua omosessualità, ma nella titletrack utilizza l’ardita metafora del giardino per arrivare a descrivere la perdita della verginità, oppure sceglie di aprire l’album raccontando in Seventeen una chat erotica con un uomo più adulto, mentre con Animal mostra gli istinti più passionali. E poi c’è la passione quasi carnale di Lucky Strike, ma anche momenti più leggeri, come Dance To This, in duetto con Ariana Grande.

Sotto le sue sembianze immacolate, la nuova voce del pop internazionale svela spregiudicatezza, audacia, erotismo, bisogno di libertà, e lo fa senza scandalo, quasi sottovoce.