Thegiornalisti: New York è il nuovo singolo che anticipa LOVE

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Nella mia testa New York è una canzone che potrebbe piacere a tutti e per tutti intendo dai ragazzini di quattro anni a mia nonna. È un classico per me. Il testo l’ho scritto una mattina su un taxi mentre stavo andando in studio di registrazione per un altro lavoro. L’ho tirato via di getto. Avevo tutte queste immagini nitide davanti agli occhi che sono venute fuori da sole. Forse perché avevo dormito male o ero turbato per qualcosa o mi sono sentito molto solo quella mattina. Tutte e tre le cose probabilmente. Con Dario Faini, il produttore, abbiamo scritto la musica. Ed è uscita New York. Sicuramente sia a livello di testo sia a livello di musica ha lo special migliore che abbia mai scritto”.

Dopo Questa nostra stupida canzone d’amore e Felicità puttana, per anticipare l’uscita di LOVE, prevista per il 21 settembre, i Thegiornalisti rilasciano un nuovo singolo, New York, che Tommaso Paradiso ha descritto con questo parole.
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Questa la tracklist dell’album:
Overture
Zero stare sereno
New York
Una casa al mare
Controllo
Love
Milano Roma
L’ultimo giorno della terra
Questa nostra stupida canzone d’amore
Felicità puttana
Dr. House

L’artwork dell’album è stato realizzato da Alessandro Degli Angioli.
IslBG
Dal 21 ottobre i Thegiornalisti saranno live nei palazzetti con il LOVE Tour, che con quattro mesi di anticipo rispetto al suo inizio ha già registrato numerosissimi sold out, annunciando così ulteriori date per soddisfare l’altissima domanda del pubblico.

Queste le date annunciate:
19 ottobre 2018 – Vigevano, Arena (data zero)
21 ottobre 2018 – Torino, PalaAlpitour
23 ottobre 2018 – Casalecchio di Reno (BO), Unipol Arena
24 ottobre 2018 – Firenze, Nelson Mandela Forum SOLD OUT
27 ottobre 2018 – Roma, PalaLottomatica SOLD OUT
28 ottobre 2018 – Roma, PalaLottomatica SOLD OUT
31 ottobre 2018 – Bari, Palaflorio SOLD OUT
2 novembre 2018 – Bari, Palaflorio SOLD OUT
3 novembre 2018 – Napoli, Palapartenope
8 novembre 2018 – Genova, RDS Stadium
10 novembre 2018 – Padova, Kioene Arena SOLD OUT
11 novembre 2018 – Montichiari (BS), PalaGeorge
18 novembre 2018 – Milano, Mediolanum Forum SOLD OUT
19 novembre 2018 – Milano, Mediolanum Forum
21 novembre 2018 – Roma, PalaLottomatica SOLD OUT

La Battaglia navale di Lorenzo Fragola si gioca a New York

Ambientato a New York  nel parco divertimenti di Coney Island, il video di Battaglia navale rappresenta alla perfezione l’essenza del brano: un viaggio ricco di difficoltà, turbamenti ma anche di rinascite.
COVER DEF
Scritto da Lorenzo Fragola con la produzione di Mace, il singolo è la prima fotografia del viaggio di crescita interiore e artistica iniziato da Lorenzo oltre un anno e mezzo fa. Una vera e propria sfida affrontata attraverso scelte coraggiose, realizzate in totale autonomia, che hanno condotto Lorenzo a un progetto in cui il perno è sempre e solo lui, dalla stesura dei pezzi alla scelta dei collaboratori e alla supervisione totale del lavoro.

Il nuovo album. Bengala, uscirà il prossimo 27 aprile e sarà disponibile anche in vinile e nella versione CD Deluxe (con copertina rigida e libretto da 32 pagine con contenuti speciali). In esclusiva su Amazon, inoltre, un’edizione del vinile a tiratura limitata autografata, color red strawberry.

ASPETTANDOSANREMO: Dopo il ballo, il soul. Quattro chiacchiere con… Leonardo Monteiro

La musica l’ha avuta in casa fin da bambino, visto che è figlio di due ballerini brasiliani, e a lungo l’ha coltivata nel canto e nel ballo. A soli 28 anni, Leonardo Monteiro vanta infatti un curriculum di tutto rispetto, con esperienze Italia e all’estero: tra queste, la formazione alla Scala di Milano, il lavoro con Gheorghe Iancu allo Sferisterio di Macerata, e nel 2008 partecipazione ad Amici, il talent di Maria De Filippi, dove occupava uno dei banchi della classe di ballo.
Dopo essersi aggiudicato la finale di Area Sanremo, tra pochi giorni lo ritroveremo sul palco dell’Ariston, in gara tra le Nuove proposte con Bianca, un pezzo dalla influenze soul che parla della fine di una storia d’amore per un tradimento. Autore della musica è Vladi Tosetto, che nel ’95 aveva messo le mani anche su Come saprei di Giorgia. 
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Perché la scelta di andare a Sanremo con Bianca?

Lo abbiamo scelto durante i provini, dopo aver ascoltato un po’ di proposte, e Bianca è sembrata la canzone più adatta. Ci tenevo molto a presentarmi con un brano che rappresentasse bene il mio mondo, e le atmosfere soul e gospel di Bianca rispecchiano le mie influenze.
Ti abbiamo conosciuto qualche anno fa ad Amici come ballerino, oggi ti ritroviamo come cantante: cos’è successo in questo periodo?
Ho sempre amato il canto, fin da quando studiavo danza alla Scala: cantavo e facevo il ballerino. Poi sono andato a studiare a New York, e mi sono reso conto che con la danza ero arrivato al massimo di ciò che potevo desiderare e ho iniziato a studiare canto seriamente, avvicinandomi al gospel. Quando sono tornato in Italia ho proseguito con lo studio della musica.
E sei anche arrivato ad insegnare…
Sì, per qualche anno ho insegnato canto alla scuola Cluster di Milano, gestita da Vicky Schaetzinger, che per anni è stata la pianista di Milva. Mi ha dato tantissimo, sia come donna che come insegnante: sono stato prima suo allievo, poi abbiamo suonato insieme tre ani all’Armani Bamboo Bar, dove lei mi accompagnava al pianoforte, e in seguito sono diventato insegnante della scuola. Avevo già insegnato danza, ma insegnare canto è diverso, ed è una soddisfazione vedere che quello che fai arriva agli allievi.
Oggi come vedi il tuo futuro, più vicino al canto o al ballo?
Sicuramente più vicino alla musica. Come dicevo prima, con il ballo ho ottenuto il massimo di quelle che potevano essere le mie ambizioni e le mie soddisfazioni: ho fatto esperienze bellissime, ho lavorato con il Complexion Contemporary Ballet, il Collective Body Dance Lab, ho fatto degli stage a Broadway, ma a un certo punto ho sentito che mi mancava avere davanti un pubblico che mi conoscesse, mi mancavano gli affetti di casa, e ho deciso di tornare.
A un’esperienza nel musical non pensi?
Sono sincero, i musical non mi entusiasmano molto, preferisco vederli da spettatore. Piuttosto, per unire musica e danza, penso a qualche esperienza con i videoclip.
Cover Bianca Leonardo Monteiro
Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Quando ero più giovane ho ascoltato molto Stevie Wonder, Giorgia, che ha segnato a lungo la mia vita, Michael Jackson.
Hai già un album in preparazione?
Ho scelto alcuni pezzi e sto registrando: il disco uscirà dopo Sanremo. Abbiamo scelto di mantenere la stessa impronta stilistica di Bianca, anche se non mi tirerò assolutamente indietro se ci sarà la possibilità di spaziare.
Pensando a Sanremo, come ti auguri di viverlo e cosa invece vorresti evitare?
Semplicemente, visto che si parla di un palco così importante, vorrei lasciare un bel ricordo, al di là di come andrò la gara, e possibilmente vorrei evitare di steccare!
 

Mariah si prende la rivincita a Times Square, e ci insegna qualcosa

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Non avrei mai voluto trovarmi nei (succinti) panni di Mariah Carey la sera del 31 dicembre 2017…

Pensateci: state per esibirvi davanti a un numero imprecisato di milioni di persone in tutto il mondo per il più famoso Capodanno del globo, quello di Times Square a New York, e lo state facendo per la seconda volta consecutiva, dopo che l’anno precedente avevate combinato un disastro di cui per giorni tutti hanno parlato. Voi come vi sentireste? A dir poco terrorizzati, credo.
Beh, probabilmente lo era anche Mariah, anche se non ne ha dato il minimo indizio.
Con un vestitino color carne molto scoperto e solo un pelliccione bianco a proteggerla dal sottozero newyorkese, la superdiva si è presentata all’evento più atteso della New Year’s Eve da sola, senza il corredo di ballerini che l’aveva accompagnata l’anno scorso: sapeva che per lei quella era molto di più di un’esibizione, era la necessità di confermare di essere ancora capace di stare sul palco, di essere ancora la star che negli ultimi due cenni ha brillato tra le più luminose del firmamento musicale. Era l’occasione – forse l’ultima – del riscatto, artistico e personale, l’occasione di dimostrare che no, non si era sbagliato che aveva creduto in lei e le aveva dato un’altra possibilità per redimersi e chiedere scusa al pubblico e risanare gli screzi con la ABC, organizzatrice dell’evento, accusata di aver voluto sabotare lo show dell’ultimo Capodanno.
Stavolta Mariah ha scelto Vision Of Love e Hero, due cavalli di battaglia del suo repertorio, e ha voluto cantarli dal vivo, dopo il disastroso pastrocchio di lip-synch e i problemi tecnici che solo un anno fa l’avevano fatto capitolare come una principiante qualunque.
Certo, la voce – voglio pensare per il freddo – non ha squillato come al solito, in diversi passaggi la note sono state abbassate, i celeberrimi acuti sono stati conservati per l’essenziale, ma l’esibizione è stata accolta trionfalmente. L’imbarazzo e la fuga dal palco dell’anno scorso hanno lasciato posto a una pioggia di coriandoli e a un sorrisone compiaciuto. “Ecco perché è Mariah Carey” ha detto al termine dell’esibizione il presentatore della serata Ryan Seacrest.
Tra una canzone e l’altra, solo un riferimento a un mancato “tè caldo” che non è arrivato, ma sembrava più una gag che non un reale disappunto.

Al di là della buona riuscita dello spettacolo, penso che a Times Square Mariah Carey ci abbia anche dato una piccola lezione, quella cioè di lasciarci sempre spazio per una seconda possibilità, permettere a noi e agli altri di rimediare agli errori e ai fallimenti contro i quali tutti prima o poi andiamo a sbattere.
Senza l’esibizione di quest’anno, Times Square sarebbe rimasta una grossa macchia nera nella carriera di Mariah e lei sarebbe rimasta per tutti quella che a Times Square se l’era data a gambe levate per aver cannato clamorosamente un playback e non essere stata capace di seguire la base di una sua canzone.
Ma qui stiamo parlando di una diva, e la storia non poteva finire così: Mariah doveva tornare a luccicare a Times Square, e così è stato.
Buon anno.

BITS-RECE: Alessandro Ragazzo, New York. Solitudine e immensità

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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New York è molto più di una città, lo sappiamo, ce lo hanno insegnato i libri, i film, le canzoni. New York è l’incarnazione del caos, del ferro e del cemento, è il centro del potere, il punto in cui converge l’infinito. Un luogo dove l’ideale si fa realtà, il sogno acquista forma, la libertà sventola la sua bandiera più alta.

Tutti, anche chi non ci ha mai messo piede, si sono fatti un’idea di New York, e per quanto la sua skyline sia arcinota, ognuno ha della Grande Mela un’idea personale, perché New York è davvero così, parla milioni di lingue, palpita in milioni di ritmi, si fa guardare sotto milioni di angolazioni.

Non stupisce quindi trovarne un’ennesima – stupenda – interpretazione nel secondo EP di Alessandro Ragazzo, giovane cantautore veneto, che aveva già dato un’ottima prova d’esordio con Venice, EP dedicato a Venezia, ritratta nei suoi lembi notturni e malinconici.
È una mano gentile quella di Ragazzo, nella musica come nei testi, capace di dar forma a racconti intimi e riservati, svelando le emozioni più fragili e le sensazioni più personali. Ed infatti, quella che emerge nei quattro brani del disco è una New York forse inedita, che solo gli occhi più attenti riescono a vedere: Ragazzo ne raccoglie i respiri più leggeri e uggiosi, la racconta negli angoli silenziosi e lamentosi, che sono poi quelli dell’anima. Anzi, New York diventa un pretesto per far vibrare le corde interiori.
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In uno sfumato incontro tra pop, rock e indie, la partenza con Freckles è quasi commovente, mentre subito dopo The King Came incombe tra desolazione e austerità. In mezzo a increspature di synth e chitarre, New York si staglia immensa e immobile, fredda sotto a un cielo grigio. Ma anche minacciosa, paurosa.

Pochi, pochissimi luoghi al mondo sanno essere tanto crudeli e ospitali come New York, metafora grandissima della natura dell’uomo.
Quello che ne fa Alessandro Ragazzo è un ritratto nudo, vivissimo, solitario. E profondamente umano.

#MUSICANUOVA: St. Vincent, New York

Nuovo singolo per “Annie” Clark, meglio conosciuta come St. Vincent.
Il brano si intitola New York ed è un uggioso omaggio alla Grande Mela accompagnato dal tocco di un pianoforte ed echi orchestrali.
Una svolta di stile che molto probabilmente caratterizzerà il nuovo album, di cui però ancora non si sa nulla.

Norma Miller: 97 anni di swing, entusiasmo e smalto rosso

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Dire che la musica – e l’arte in generale – non ha età e non ha razza è troppo semplice, quasi un luogo comune. Un concetto che si dà talmente per scontato che si rischia di dimenticarne il vero significato. 
Poi però succede che un giorno ti trovi davanti una come Norma Miller, e allora capisci cosa vuol dire.

Per i non cultori dello swing e del lindy hop, forse il suo nome non dice molto, ma la signora in questione non solo oggi ne è considerata la regina, ma è una delle pochissime testimoni ancora viventi dell’epoca in cui quello stile trionfò nei club di New York per poi esplodere in tutto il mondo. Stiamo parlando degli anni ’30, un’epoca lontana ormai anni luce sul piano sociale e culturale, e ad Harlem era in fortissimo fermento il Savoy Club, il primo ad aver abbattuto le barriere razziali e a permettere anche le esibizioni di ballerini neri.
Da qui, proprio dalla sala da ballo del Savoy, è partita la storia straordinaria della giovane Norma Miller. Rimasta abbagliata dallo swing e dalle movenze acrobatiche del lindy hop, questa ragazza americana una domenica di Pasqua, mentre era in pista a provare le mosse che aveva visto fare dai ballerini del locale, è stata notata da Twistmouth George, uno dei precursori del lindy hop, che l’ha portata in sala prove e le ha aperto le porte della danza.

Una carriera che da quel momento non si sarebbe più fermata: Norma ha vissuto tutto il fulgore di quegli anni meravigliosi e difficili, ha visto lo swing trionfare in tutto il mondo, ma lo ha visto anche passare di moda a favore del mambo e del bee bop, ha diviso la scena con Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Chick Webb, Bill Cosby, e ha girato il mondo.
Quando si è accorta che il suo corpo non le consentiva più di eseguire le acrobazie del lindy hop ha lasciato la pista e si è messa dietro al microfono per cantare, dedicandosi allo swing e al jazz.
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Oggi Norma Miller ha novantasette anni, gira ancora il mondo, calca il palcoscenico e con piglio d’acciaio e lucidissimo rilascia interviste in cui infila volentieri frasi cantate e “swingate”, muovendo a tempo le sue lunghissime dita smaltate di bianco e rosso.
I ricordi della sua vita sono stati ora raccolti in Swing, Baby Swing, una biografia scritta con l’amico e musicista Maurizio Meterangelo, pubblicata nel giorno del 103esimo compleanno di Frankie Manning, il padre del lindy hop, scomparso otto anni fa.

Pare che il suo medico le abbia detto “Norma, non so cosa prendi per essere così in forma, ma qualunque cosa sia continua a prenderla”. 
L’età, così come la bellezza, non è certo un merito, ma uno spirito così deve nascondere un segreto. Forse, sta nell’ism, quello specie di flusso magico che si espande da una persona all’altra durante il ballo, oltre ogni età e ogni razza.

Erano gli anni ’30, erano gli anni di Harlem e del Savoy, erano gli anni dello swing. Erano gli anni di Norma Miller.
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#MUSICANUOVA: Andrew McMahon in the Wilderness, Fire Escape

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Fire Escape
 anticipa l’uscita del nuovo album di Andrew McMahon in the Wilderness Zombies On Broadway, un album vulcanico, dedicato a New York, la “città che non dorme mai”, dove anni fa aveva lottato contro la leucemia.

Scacciare quei demoni (gli “zombies” del titolo) era il suo obiettivo: ed è proprio il vivacissimo ed estroso video di Fire Escape ad essere la migliore prova del raggiungimento dell’obiettivo, con una imprevedibile “love story gonfiabile” su sfondo newyorchese.

Perché dovremmo tutti vedere Florence

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Da alcune settimane è arrivato anche nelle sale italiane Florence, deliziosa commedia diretta da Stephen Frears incentrata sulla figura di Florence Foster Jenkins, improbabile cantante lirica che fece molto parlare di sé nell’America degli anni ’30 e ’40.

Quanto la pellicola sia fedele alla reale biografia del personaggio non saprei dire, e non escludo che alcuni particolari siano stati enfatizzati o girati “a favore di camera”, ma la pellicola merita senza dubbio il prezzo del biglietto (o il noleggio dello streaming) per più di una ragione.
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Prima di tutto, Florence racconta la storia di una donna che a suo modo ha fatto storia, ma di cui fino ad oggi si è poco sentito parlare: stonatissima e con scarsissimo senso del ritmo, la Jenkins ha usato l’eredità del padre per realizzare il suo sogno di cantante, nonostante la famiglia avesse sempre cercato di dissuaderla. Non solo è riuscita a incidere un paio di (vendutissimi) dischi, ma nell’ottobre del 1944, all’età di 76 anni, ha tenuto un memorabile concerto alla Carnegie Hall, rimasto negli annali come uno degli eventi di maggior successo di pubblico per il prestigioso teatro newyorkese.
In secondo luogo, Florence è una commedia di grande leggerezza, con momenti di vero divertimento (provate a trattenere le risate ascoltando la prima “performance” di Florence), ma è anche in grado di far riflettere su quanto la determinazione e la forza di volontà siano fondamentali per realizzare un sogno, anche il più piccolo e allo stesso tempo irraggiungibile, sfidando le critiche e l’ironia. Secondo alcune teorie, Florence era ben consapevole dei suoi limiti artistici e avrebbe organizzato le sue esibizioni solo per prendersi gioco del pubblico: difficile stabilirlo, e resta comunque il fatto che ogni sua apparizione in scena era preceduta da grande entusiasmo.

Ci sarebbe poi da parlare di come è finita la sua storia, ma Dio me ne guardi dallo svelarvi il finale del film…..
Interessante inoltre il modo in cui viene dipinta la stampa dell’epoca, pronta a tessere elogi, o comunque a moderare le critiche, e riempire le recensioni con giudizi ambigui e focalizzati per lo più sugli abiti e il contorno delle esibizioni dietro i compensi elargiti dal marito della Jenkins che non voleva arrecare dispiaceri alla moglie.
Da ultimo, gli interpreti: Simon Helbergh offre un gioioso ritratto di Cosmé McMoon, pianista di Florence, Hugh Grant è perfetto nel vestire i panni del marito un po’ naïf Clair Bayfielfd e Nina Arianda è spassosissima nelle vesti dell’emancipata e volgarotta Agnes Stark. Ma più di tutto, Florence ci regala un’ennesima interpretazione-capolavoro di Meryl Streep: lei, che ci aveva dimostrato in Mamma mia! di saper cantare benissimo, riesce ora a storpiare la propria voce con altrettanta naturalezza e si cala nel nuovo personaggio con una bravura che non ha proprio bisogno di commenti. Lei che ha saputo essere la cattivissima Miranda Priesley, diventa adesso l’adorabile Florence Foster Jenkins. D’altra parte, stiamo parlando Meryl Streep, e questo sarebbe sufficiente per dedicare al film un paio di ore del nostro tempo.

BITS-RECE: Savoir Adore, The Love That Remains

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Li avevo scoperti un paio di anni fa con Dreamers, li ritrovo ora con The Love That Remains e la loro musica continua a farmi pensare a un arcobaleno.
I Savoir Adore arrivano da New York, Brooklyn per la precisione, e proprio come il loro distretto che in questi anni sta conoscendo una fase di grande fermento, anche nei loro brani si sente scalpitare una freschezza vitale.
Quella che propongono non è una ricetta esattamente inedita: se avete un minimo di naso per il panorama generale, vi accorgerete che ci sono molti altri gruppi e artisti che mischiano pop, elettronica, funky, atmosfere anni ’80 e ’90, ma i Savoir Adore hanno dalla loro la capacità di farlo mettendoci un tocco di lucentezza in più. Come un pizzico di zenzero nel vostro dolcissimo cocktail alla fragola o una manciata di brillantini sull’intonaco già brillante del vostro salotto.
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Per quanto possa sembrare strano, addentrarsi in The Love That Remains significa incontrare riflessioni sull’amore, ma anche sulla perdita e sulla nostalgia dei ricordi, e non è un caso che il lavoro dell’album sia partito dal concetto brasiliano di saudade.
Tutto però sempre spinto in alto da tanta, tantissima leggerezza.