BITS-CHAT: Distinguersi per riconoscersi. Quattro chiacchiere con… Arashi

Partire dalla provincia verso la grande metropoli per raggiungere un sogno, quello della musica.
Partire dalla provincia verso la grande metropoli per scoprire se stessi, conoscersi davvero forse per la prima volta, e nel frattempo affrontare l’ignoto, sperimentare la paura e imparare a farsi strada con la propria voce.

Quella di Arashi è una storia comune a tanti giovani artisti, ma dalle sue parole assume soprattutto i contorni di un vero processo di formazione personale, oltre che artistico. Originario di Alessandria, Riccardo Schiara – questo il suo vero nome – è arrivato a Milano nel 2015, iniziando da subito a prendere contatto con l’ambiente musicale della città. Dopo le prime produzioni all’insegna dell’elettronica, lo scorso gennaio ha pubblicato Spiagge adriatiche, un EP con cui si è avvicinato alle sonorità dell’r’n’b e del soul.

Sempre con un obiettivo in testa: imparare a riconoscersi in mezzo a tutto il resto.


Le spiagge adriatiche sono un luogo dell’anima?
Sono ciò che ci rappresenta e ci identifica. Se ripenso al passato, ma anche alla nostalgia per qualcosa che deve ancora essere, mi ritornano in mente le immagini di quei luoghi che ho frequentato da piccolo con la mia famiglia, e che per me sono simbolo di pace, sicurezza, libertà, forse perché sulla spiaggia lo spazio si dilata. L’intenzione che avevo con i brani dell’EP era proprio quella di comunicare questo senso di tranquillità, serenità.

Personalmente, ho trovato il mood dell’EP molto variegato, con momenti di libertà e di gioia che lasciano il posto alla malinconia. Che definizione daresti dal mood di Spiagge adriatiche?
Fin dall’inizio ho immaginato l’EP come un percorso: si parte da Incubo, la traccia più spensierata, surreale e più ingenua, è la visione di un ragazzo che non si è ancora confrontato con la vita; Angeli invece è lo sgretolarsi della realtà sognante e idilliaca. Tutto l’EP è il risultato delle esperienze che ho fatto fino ad oggi.

L’EP ha solo quattro tracce, una scelta precisa?
Ho scritto tanto, ma ho preferito includere solo queste, sono quelle che al momento mi rappresentano di più. Continuo comunque sempre a scrivere e qualcosa farò anche con gli altri pezzi.

Nessuno dei pezzi arriva ai classici 3 minuti.
Non è stato un calcolo, semplicemente in ogni traccia il messaggio è concentrato in quel minutaggio e mi sembrava di snaturare la scrittura se avessi allungato. Oggi i 3 minuti canonici non sono più una regola, c’è molta libertà, si può scrivere una canzone di 2 minuti o una di 10 senza problemi.

Dall’elettronica di Sud America e Fiori rossi ai suoni di Spiagge adriatiche sembra esserci un po’ di distanza. Cos’è cambiato in questi anni?
Quando ho cominciato a fare musica ero molto piccolo, mi sentivo inesperto, ero un novellino di 19 anni appena arrivato a Milano. Ho iniziato a guardarmi un po’ intorno e a sperimentare: mi sono subito trovato molto bene con Marcello Grilli, che ha prodotto i miei primi pezzi, Sud America, Fiori rossi e Parka. Avevo un’urgenza di scrittura diversa, sono cresciuto, e con me sono cambiati anche i suoni dei miei pezzi. Milano mi ha dato la possibilità di confrontarmi a fondo con l’ambiente musicale, e questo mi ha permesso di far crescere il mio progetto, dall’elettronica sono passato agli strumenti veri. Per Spiagge adriatiche mi sono affidato a Marco Maiole, con cui ho sentito da subito una grande intesa, mi sono innamorato del suono della sua chitarra. Cerco sempre di ascoltare molto le persone chi mi stanno intorno, e questo sicuramente ha portato a migliorarmi, anche se non penso di essermi allontanato molto dal pop.

Senti molto l’influenza di Milano?
Ho imparato ad apprezzarla negli ultimi due anni. Sono molto timido, non mi piace raccontare tanto di me stesso, e Milano mi dava l’impressione di una città in cui contava soprattutto l’apparire. Venivo dalla provincia e ho fatto fatica a trovare un posto che potessi davvero sentire come casa, poi l’ho conosciuta meglio, ho interagito con altri musicisti e ho iniziato a cogliere le tante opportunità offerte ai giovani artisti e le tante occasioni per mettersi alla prova. È stato un percorso difficile, ma oggi posso dire di sentirmi finalmente rappresentato da Milano.

A Milano hai conosciuto anche Mahmood.
Sì, io e Ale siamo amici da un sacco di tempo. Insieme a Camilla Magli, un’altra musicista che fa parte del nostro giro di frequentazioni, ci troviamo spesso a scrivere e a parlare di musica. Non abbiamo però mai davvero pensato a una collaborazione, l’idea di lavorare insieme ci sembrerebbe strana. Sarebbe come pensare di dover lavorare insieme al tuo migliore amico.

In Manifesto dici “Non lasciarmi solo”. Che rapporto hai con la solitudine?
Nella canzone mi sono immaginato un dialogo con me stesso. Sto bene da solo, amo ritagliarmi i miei spazi, e quando devo scrivere mi distraggo se ho altre persone attorno. Stare da solo è quasi una necessità a volte, anche se non sono un eremita.

Sogni qualche collaborazione in futuro?
Penso a nomi fuori dall’Italia nell’ambito del funk e dell’elettronica, per esempio Toro y Moi o Róisín Murphy, che mi piace molto per il mood delle sue produzioni elettroniche.

Cosa significa crescere?
Oggi, a 25 anni, crescere vuol dire soprattutto crearmi un’ideologia che mi rappresenti e sia coerente con la mia personalità; formarmi e riconoscermi per ciò che sono, senza ambizioni estranee e senza farmi influenzare dall’esterno. Non è sempre facile capire cosa vogliamo davvero e cosa invece ci viene imposto: l’obiettivo più difficile è proprio quello di riconoscersi in mezzo a tutto il resto.

Concludo con una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di “ribellione”?
Non definirsi in base a ciò che è sempre stato, perché non è vero che ciò che è sempre stato è necessariamente giusto. Siamo in un periodo storico in cui vediamo entrare in crisi valori che sono sempre stati alla base della nostra cultura: ribellarsi significa andare al di là di ogni definizione.

 

BITS-CHAT: La differenza del coraggio. Quattro chiacchiere con… D’Iuorno


Ballare, sognare e andare oltre ogni limite imposto.
Così fa Baby, la protagonista dell’ultimo singolo di Alessandro D’Iuorno.
Dopo un percorso da solista iniziato nel 2008 che lo ha portato a conoscere e collaborare anche con Giorgio Canali, il cantautore fiorentino ha scelto di tornare sulle scene con Canzone per Baby, un invito alla libera espressione di sé anche di fronte agli ostacoli di una società troppo spesso poco disposta a uscire dalle rigide rigole autoimposte.
Un messaggio di libertà e resistenza, per continuare a brillare guardando alle stelle.    

Chi è Baby, la protagonista del tuo nuovo singolo? L’ispirazione del brano è partita da una storia vera o Baby potrebbe essere chiunque di noi?

Baby è a metà tra un’immagine e la realtà. In parte nel brano racconto di un sentimento che mi ha accompagnato a lungo durante la separazione con la mia ex compagna, dove il lieto fine immaginario si traduce in questo brano. Più in generale, credo che Canzone per Baby sia il mio modo di accogliere chi decide di avere coraggio: penso che alla fine sia questo a fare la differenza nelle persone.

Da dove pensi che arrivino i limiti e i doveri che non lasciano spazio all’espressione? E quale pensi che sia la causa dell’esistenza di questi limiti e di questi dettami?
Credo che questi limiti in primo luogo provengano dalle persone stesse, da come si percepiscono rispetto a ciò che le circonda. Parlando di musica, ci dobbiamo rapportare ai addetti ai lavori che investono soprattutto su modelli vendibili e non sembrano interessate a conoscere veramente l’artista, almeno inizialmente. In senso più ampio, in una società dove sei se hai è chiaro che esprimersi è controcorrente.

Si tratta di limiti e costrizioni che riguardano in particolare qualcuno o tutti li subiamo nello stesso modo?
Beh, il figlio di papà che non si preoccuperà mai di arrivare a fine mese, e sarà tra quelli che rafforzeranno limiti e costrizioni. Diversamente, chi vive credendo nel merito o nella giustizia della dignità umana sa che convivere con tali limiti è una costante.

Ti sei mai sentito personalmente costretto da questi limiti? In che modo? E come hai reagito a queste imposizioni?
In parte credo di aver risposto prima. Parlando di me, posso dire che ci convivo quotidianamente, ma li combatto, è nella mia natura. Tutto il sistema è costruito per farci credere che sia impossibile: la verità è che spesso siamo governati da idioti che vogliono solo sottrarsi al confronto per paura di non essere all’altezza. E come dargli torto…..

Essere “stelle in mezzo ai guai” è un destino segnato?
Se siamo stelle, e lo siamo, lo diceva Margherita Hack, allora siamo anche in mezzo ai guai! Credo che la stelle non abbiano paura di brillare, altrimenti diventano guai.

Concludo con una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di “ribellione”?
Ribellione è amore.

Giovanni Nuti: “Nel ‘Poema della Croce’ l’imperfezione di Gesù è il suo amore per tutti”


Dieci anni fa, il 1 novembre 2009, ci lasciava Alda Merini, una delle personalità più dirompenti della letteratura italiana del ‘900: la “poetessa dei Navigli”, come la ricordano in tanti, la “poetessa della gioia”, come lei stessa desiderava essere ricordata.
Sono state numerose le manifestazioni organizzate a Milano in questi giorni per ricordare l’anniversario: evento conclusivo del programma di celebrazioni del decennale sarà una nuova rappresentazione del Poema della Croce, che si terrà nella suggestiva cornice della Chiesa di San Marco lunedì 18 novembre con il patrocinio dal Comune di Milano e dell’Arcidiocesi e promosso dall’Associazione Alda Merini.
L’opera, con i testi della stessa Merini e le musiche di Giovanni Nuti, che con la poetessa ha lavorato a strettissimo contatto per 16 anni, rivivrà in un allestimento completamente rinnovato curato da Beppe Menegatti.
A Carla Fracci sarà affidato il ruolo di Maria, che fu interpretato proprio da Alda Merini nel Duomo di Milano nel 2006.

“Carla Fracci è la poetessa della danza”, afferma Giovanni Nuti, “Il suo linguaggio è stato quello del corpo, con cui ha dato voce alla bellezza. Il percorso è lo stesso di quello compito dalla poesia, cambia solo la forma. Ho pensato a lei in questo ruolo rileggendo una poesia che Alda Merini le aveva dedicato, in cui scriveva Tu sei l’amore / tu sei il sentimento / tu sei illogica come la ragione / tu sei leggera come la follia. È perfetta, perché nel Poema della Croce Maria è folle, la sua follia la aiuta ad accettare la scelta di Gesù per dimostrare che la morte non esiste. Per Alda Merini Carla Fracci è amore, come Maria è amore nel Poema della Croce”.

Qual è il significato profondo del Poema della Croce?
“Un salmo della Bibbia recita Chi semina nelle lacrime raccoglierà nella gioia. Il senso del Poema è proprio questo, far capire che Dio sa ‘trasformare le lacrime in vino dolce’, come si recita nell’opera. Ed è proprio questo che Alda Merini ha fatto con la sua poesia, trasformare il dolore in gioia. Un messaggio che non passa mai di moda e che forse oggi è necessario rimarcare più che mai”.

Sembra che parlare di dolore sia più semplice che parlare di gioia.
“Basta guardarsi intorno, non si parla che di dolore, siamo nel dolore. La maggior parte delle persone è focalizzata sul dolore e sull’odio. Dobbiamo invece capire che il messaggio di Gesù è quello di trasformare le lacrime in vino dolce per tutta l’umanità: il suo è un amore incondizionato rivolto a tutti, anche a coloro che non credono e che forse non ne sarebbero meritevoli. L’amore di Gesù è in comunione con i forti e con i deboli, il suo perdono e la sua accoglienza sono per tutti, anche se oggi parlare di accoglienza sembra proibito”.

L’impressione è che anche la Chiesa talvolta non riesca a far arrivare questo messaggio di amore universale. Perché?
“Credo che ci sia un problema di educazione, c’è il timore che si vada sul peccato, e nel momento in cui si contempla il peccato si contempla anche la paura. Dio viene visto come colui che punisce, ma Dio non deve far paura: Gesù, che nella Trinità diventa Dio, accoglie tutti, non giudica. Dio è solo amore, e ama tutti indipendentemente delle scelte che possiamo compiere. Ecco perché il messaggio del Poema della Croce tocca ogni persona, anche coloro che non credono in Dio”.

Esistono davvero persone capaci di fare a meno di un contatto con il soprannaturale? Anna Maria Canopi, benedettina del monastero di clausura di Orta San Giulio, affermava che anche chi si professa ateo in realtà idealizza un proprio Dio a cui rivolgersi.
“È proprio così, a ognuno viene naturale allinearsi a un elemento spirituale, e quando si prova gioia nell’osservare la natura e il mondo si sta gioendo di qualcosa che non è terreno. Nella natura tutto è spirito, lo aveva scoperto Einstein: qualsiasi oggetto è energia, quindi spirito. Ha solo vibrazioni più basse, non percepibili”.

Nell’opera viene anche sviluppato l’amore tra la madre e il figlio: che tipo di amore è?
“Un amore talmente umano in cui chiunque può riconoscersi. Gesù e Maria si presentano per quello che sono anche con i loro difetti. E qui ritorna Alda Merini, che invitava ad abbracciare i propri difetti. I veri giusti sono gli imperfetti: Gesù stesso è imperfetto, Gesù è come noi, è fragile, e lo stesso è Maria. Sono due figure umane con un amore incredibile che sgorga dai loro cuori: i difetti diventano pregi.

In questi anni hai più volte riproposto il Poema della Croce: pensi di averne colto nel tempo dei messaggi nuovi?
“Siamo tutti in continua evoluzione, e un testo che tratta un messaggio così potente offre sempre qualcosa di nuovo, probabilmente tra 20 anni scoprirò ancora qualcosa che non sono riuscito a cogliere. Nel Poema della Croce c’è una maestria incredibile. Per questa nuova rappresentazione ho analizzato attentamente il testo insieme a Beppe Menegatti, regista che proviene dalla scuola di Visconti, facendo un lavoro che spesso gli attori non fanno più, ma che è stato molto utile”.

Cosa ti piacerebbe che le nuove generazioni cogliessero nel Poema della Croce?
“L’accettazione e l’importanza dell’unicità di ognuno, che è un elemento straordinario: la bellezza sta nelle emozioni, non nell’adesione a un canone, anche se i valori della società sono all’opposto e viene insegnato solo a primeggiare sugli altri. Ognuno di noi è un capolavoro di Dio. Il Poema della Croce mostra anche che la vera morte è la morte dell’Ego, perché l’amore è eterno e il messaggio della Croce è la rinascita”.

Oggi, a dieci anni dalla morte di Alda Merini, quale pensi che sia la sua più importante eredità?
“È difficile dirlo, perché la sua è un’eredità davvero grande e sta nella sua poesia. Dentro alla sua poesia c’è introspezione, analisi, un lungo percorso che passa anche dal dolore per poi abbandonarlo. Credo che il suo più importante insegnamento sia che il nostro destino è quello di essere felici. Alda sapeva cogliere la preziosità in un bicchier d’acqua: se si riesce a cogliere la preziosità in una cosa così piccola, quanto si può essere felici nell’osservare tutto quello che ci circonda?”

Giovanni Nuti e Carla Fracci saranno accompagnati da un’orchestra di 15 elementi e 5 cantori diretti dal maestro Daniele Ferretti, con la partecipazione di Sabrina Brazzo e Andrea Volpintesta, alcuni danzatori della compagnia Jas Art Ballet, e l’attore Jonathan Lazzini.
I proventi della serata (biglietti 80€, 50€, 30€ – TicketOne) saranno interamente devoluti per progetti di ricerca e assistenza di AIM – Istituto Besta e di Lega Italiana Sclerosi Multipla.

Amarsi per non morire. Quattro chiacchiere con… Giuseppina Torre


Soccombere o rinascere. Una scelta estrema, ma a volte inevitabile, e per la quale non viene data quasi mai una terza alternativa.
Una scelta che Giuseppina Torre si è trovata a dover compiere a causa di quello che lei stessa senza mezzi termini definisce un “amore malato”. E lei, tra la morte, vera, e la vita, ha scelto quest’ultima, liberandosi da un dolore che da troppo tempo la teneva rinchiusa in una gabbia di paure.
Una storia di rinascita e un “inno alla vita” che trovano chiara manifestazione in Life Book, il nuovo album dell’artista ragusana originaria di Vittoria:  10 nuove composizioni al pianoforte che raccontano l’inquietudine e il coraggio di una vita che ha riscoperto l’importanza di amarsi. 

Life Book
, “il libro della vita”, un disco che tu definisci anche “un inno alla vita” e che parte da un momento di dolore.

Proprio così. Questo album nasce da un momento di dolore e di difficoltà che sono riuscita a superare grazie alla musica e al pianoforte. Ci sono situazioni in cui ci si trova a un bivio, soccombere o rimboccarsi le maniche e rinascere, ed è quello che è capitato a me. Ho trasformato le avversità in opportunità: ho imparato a valorizzarmi e a rispettarmi, ho lavorato tanto interiormente su di me e ho scoperto di avere molta più forza di quello che credevo. Ecco perché questo è il mio inno alla vita e un inno al coraggio.

La musica come autoanalisi quindi?
Sì, la musica ha avuto per me una funzione catartica. Sono riuscita ad analizzare il mio animo. La musica è terapeutica, aiuta a trovare pace e per me rappresenta un’isola in cui so da sempre di potermi rifugiare, sia nei momenti belli sia in quelli meno piacevoli. Nell’album precedente, Il silenzio delle stelle, si sentiva un maggiore tormento, che è invece scomparso in questo nuovo disco, dove si percepisce un respiro diverso, un alone di positività e di ottimismo verso il futuro.

Possiamo perciò affermare che l’intero album è stato ispirato da uno stimolo ben preciso?
Le tracce sono nate tutte dal 2015 in poi e sono il frutto di un dolore che ho tenuto dentro a lungo. È servita una scintilla che mi facesse tirare fuori tutto quello che avevo accumulato nel tempo.

Cosa rappresentano le “gocce di veleno” che danno il titolo a una delle tracce del disco?
Quella traccia è nata dalla lettura dell’omonimo libro di Valeria Benatti, speaker di RTL. Le gocce di veleno sono gocce che lentamente corrodono l’animo, creano solchi profondi che fanno stare male. È la sensazione che ho provato a causa di un amore malato, fino a quando mi sono guardata allo specchio e mi sono accorta che i miei occhi si erano spenti e non li riconoscevo più. L’antidoto a questo veleno è il rispetto per noi stessi: dovremmo accettare le nostre fragilità e non permettere agli altri di utilizzarle contro di noi per farci del male. Spesso ci dimentichiamo di volerci bene e ci impegniamo a valorizzare gli altri, senza capire che stiamo aprendo le porte a persone negative. Non possiamo chiuderci agli altri, ma dobbiamo impedire agli altri di invadere il nostro intimo.

Queste tue parole sembrano rimandare direttamente a un altro bano del disco, The golden cage.
La “gabbia dorata” è quella che noi stessi ci costruiamo, è una confort zone in cui ci recludiamo anche se sappiamo che ci fa sentire male. Sono le paure a impedirci di uscire, l’incognita di quello che potrebbe esserci fuori, il timore di perdere gli agi che ci siamo costruiti. Arriva però un momento, e questo nel brano viene espresso da un’atmosfera di inquietudine, in cui l’occhio guarda al di là delle sbarre e vede il bello che c’è fuori: è allora che capiamo che scegliere di vivere davvero è molto meglio che restare intrappolati nella nostra gabbia.

Per riuscirci serve però avere una grande consapevolezza…
Certo, ma bisogna anche pensare che la vita è una sola. Mi sono trovata a dover scegliere se vivere o morire, nel vero senso della parola, e quando ti trovi in una situazione del genere oltrepassare le sbarre è necessario.

Dove sei è invece una dedica un po’ amara alla tua terra, la Sicilia.
Terra amata, bruciata e amara, una terra che riesco a definire solo con contrasti. In estate è bruciata dal sole, ma è anche una terra che offre tantissimi stimoli agli artisti: quando la raggiungo la odio perché sento tutti i suoi limiti, ma se me ne allontano ne sento la mancanza e scopro che l’amore che provo per lei. La Sicilia paga le conseguenze di anni di malgoverno e vive in un isolamento non solo geografico, è arretrata: mancano le autostrade, per prendere un aereo a Catania dal mio paese, Comiso, posso impiegarci poco più di un’ora oppure, come mi è successo recentemente, più di due ore per la presenza di cantieri che rallentano il traffico. Non abbiamo alcuna agevolazione per gli aerei e la benzina, paghiamo i traghetti come i turisti, abbiamo le coste deturpate. Tutto questo però diventa anche un punto di forza per i siciliani, che sono abituati ai sacrifici.

Legato alla Sicilia è anche Un mare di mani: pensi che si arriverà prima o poi a riconoscere la dignità umana delle persone che arrivano in Italia dal mare?
Purtroppo viviamo in Un momento storico in cui la dignità umana sta venendo meno e si sta perdendo il senso della carità. Ho avuto modo di assistere con i miei occhi a scene di salvataggio, e vedere quel “mare di mani” che scompaiono in acqua è un’immagine terribile che dovrebbe spingere i potenti a mettersi una mano sulla coscienza e fare qualche passo indietro.

Per i titoli delle tracce hai scelto l’italiano, l’inglese e lo spagnolo: c’è una ragione particolare?
Quelli in inglese li ho scelti soprattutto per la musicalità, un elemento importante, mi sembrava che suonassero meglio; inoltre ho un pubblico anche in America, per cui ci stavano bene. Siempre y para siempre prende spunto invece da un episodio che ho vissuto personalmente: in un borgo marinaro vicino a Barcellona c’era un uomo che ripeteva queste parole ossessivamente: “siempre y para siempre, siempre y para siempre…”. Chiedendo informazioni agli altri abitanti ho scoperto che aveva avuto una grande delusione d’amore, era stato abbandonato, e da allora continuava a ripetere alla sua amata che l’avrebbe aspettata “sempre e per sempre, sempre e per sempre”. È la testimonianza di come l’amore possa devastare la mente e portare alla follia.

Concludo con una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di “ribellione”?
Rispettare sé stessi. Spesso mettiamo in secondo piano le nostre esigenze, ma un sano egoismo a volte è necessario.

Non è una musica per giovani. Quattro chiacchiere con… Davide Ferrario


Probabilmente più di una volta avete sentito suonare la sua chitarra e magari nella playlist delle vostre canzoni preferite ce n’è più di una a cui ha fornito il suo contributo, anche se il suo nome potrebbe non suonarvi familiare: per molti Davide Ferrario è infatti una presenza “invisibile”, anche se il suo portfolio è di quelli che ti fanno sgranare gli occhi e cadere la mascella.
Originario di Monselice, nella provincia padovana, ma trasferitosi presto a Milano per avvicinarsi al grande giro della musica, negli anni Ferrario ha messo la sua arte al servizio di grandi nomi come Franco Battiato, Max Pezzali, Gianna Nannini.
Del 2011 è il primo album pubblicato a suo nome, F, un episodio destinato a restare a lungo isolato per lasciare spazio alle numerose collaborazioni con i colleghi. Fino a quando, otto anni dopo, gli torna la voglia di mettere la faccia e la firma su un nuovo lavoro, questa volta in veste di producer.
Ad aprile 2019 esce così Lullabies, un EP di due tracce inedite e due remix pubblicato per l’etichetta americana Manjumasi, che porta Ferrario, abituato a frequentare soprattutto i territori della canzone d’autore e del pop, tra i beat della deep house.

Dal primo album, F, sono passati otto anni, e adesso scegli di ripresentarti con un progetto piuttosto distante da dalla musica che sei abituato a fare. Perché?

Ho sempre ascoltato questa musica, l’elettronica è parte integrante del mio background. Dopo il primo album non avevo più voglia di scrivere, o, meglio, non avevo più voglia di fare musica “cantata”: non mi sentivo ispirato e dopo l’uscita dell’album non c’era stata la risposta che mi aspettavo, non era successo nulla. E poi, superati i 35 anni, non mi sembrava il caso di rimettermi a giocare a fare il cantautore. Avevo anche pensato di non fare più niente di mio e per un certo periodo ci sono riuscito con un certo successo (ride, ndr). L’anno scorso a settembre mi è capitato di avere un periodo libero e mi sono messo a giocare con i suoni in studio: da lì sono venute fuori queste prime due tracce, ma non avrei mai pensato che potessero suscitare l’interesse d qualcuno che volesse pubblicarle. Conoscevo già la Manjumasi di San Francisco e molte delle cose che ascoltavo erano prodotte da loro, così semplicemente ho inviato una mail proponendo le due tracce, e hanno accettato di pubblicarle.

Davvero pensi che 35 anni siano tanti per fare il cantautore? Mi sembra che in Italia sia ancora abbastanza radicata l’idea del cantautore come una persona impegnata e possibilmente molto più in là con gli anni…
Può essere, ma al di là dell’idea che può avere il pubblico quello che intendevo dire è che iniziare a fare il cantautore a 35 anni è tardi, e io ne ho compiuti 38. Poi per fare il cantautore devi avere delle cose da dire, e non è detto che io le abbia, o almeno non sono raccontabili e preferisco tenermele per me (ride di nuovo, ndr). Per il grande pubblico sono un emergente, il primo album ha avuto vita brevissima e non è diventato popolare e chi mi segue mi conosce perché suono con il suo cantante preferito. Senza contare che la nuova scena cantautorale non mi rappresenta, se mi presentassi come cantautore sarei molto diverso da quello che si ascolta oggi e mi troverei fuori dal coro a fare qualcosa che verrebbe percepito come datato. Con la house è diverso: mi sento più a mio agio, è un prodotto di nicchia e mi rivedo nella figura del producer chiuso nella sua stanzetta a comporre con i suoni.

Visto che ti sei trovato in entrambe le vesti, quale pensi che sia quindi la sostanziale differenza tra un musicista e un producer di musica elettronica?
I producer, soprattutto quelli medio-piccoli, non ragionano per album, ma per singole tracce: ti trovi a comporre nel tuo studio e dopo vari tentativi ti esce qualcosa di carino, che può funzionare, e decidi di pubblicarlo per poi continuare a fare le tue cose. Ma non sono canzoni, sono espressioni sonore di qualcosa che ti arriva al momento. Sono altre logiche rispetto a quelle con cui lavora un cantante o un musicista. Un producer fa molti più tentativi a vuoto prima di pubblicare qualcosa che abbia successo, per un musicista è diverso, anche se la storia è piena di casi di grandi artisti che hanno fatto brutti album.

Quindi queste due tracce sono l’inizio di un progetto più ampio?
Ho già scritto altro e sicuramente usciranno nuove tracce. Nei live propongo già altre cose, anche perché non potrei far girare un intero live solo su due tracce…

In cosa si differenzia il processo di composizione di un brano suonato e cantato rispetto a una traccia house o elettronica?
Una canzone parte da una semplice composizione alla chitarra o al pianoforte: metti giù le note, poi ci sarà qualcuno, o tu stesso, che farà l’arrangiamento, qualcuno che si occuperà del missaggio, qualcuno che si occuperà del master e così via, ma se il punto di partenza è buono la canzone sta in piedi anche con poco. L’elettronica invece si basa per la gran parte su suoni, la parte compositiva è meno importante di quella sonora. Pensa a uno come Skryllex: se gli togli il suono non resta quasi nulla. Il tempo che un cantautore impiega a cercare la rima o la parola giusta, un producer lo impiega a girare le manopole fisiche o digitali dei suoi strumenti per cercare esattamente il suono che ha in testa. Ed è questa la forma mentis in cui mi trovo in questo momento, ho in mente delle atmosfere e delle sensazioni da ricreare.

La scelta dei titoli delle tracce è quindi legata al tipo di sensazione che vuoi comunicare?
No, quelli sono i nomi con cui archivio i file, ma non hanno niente a che fare con la musica. Jewel Ice l’ho scelto perché in quel periodo stavo lavorando a qualcosa che aveva a che fare con il ghiaccio e quel nome mi era sembrato evocativo, ma per me quella traccia vuole richiamare i ricordi, il sole pomeridiano che filtra dalle finestre al pomeriggio, qualcosa che è quasi all’opposto del ghiaccio. Model invece l’ho salvato così perché era il template del programma che avevo utilizzato per realizzarla e con cui volevo realizzare tutto il progetto: era il modello.

Anche il titolo dell’EP l’hai scelto così?
No, per quello c’è una ragione: richiama la sensazione di morbidezza e di calore delle tracce, il suono del pianoforte.

Quali sono le influenze a cui ti sei ispirato per queste due tracce?
Sono tante, soprattutto in Jewel Ice sono confluite idee diverse. Se si ascolta bene, forse c’è anche un mezzo plagio di Pyramid Song dei Radiohead, ma ci sta, fa parte del gioco. Se qualcosa mi piace non mi faccio problemi a utilizzarlo. Più in generale, nell’ultimo periodo ho ascoltato molto Jon Hopkins, musica ambient, colonne sonore, Nils Frahm, Hans Zimmer, che mi piace molto. Non mi sono invece mai avvicinato molto alla techno perché ho sempre bisogno di avere un’armonia alla base, che nella techno manca.

Continuerai a portare comunque avanti anche l’attività da musicista?
Certo, perché dovrei lasciarla? L’elettronica è un divertimento, ma non so cosa ne sarà fra due anni di questa esperienza.

Dopo tutte le esperienze che hai fatto nella musica c’è ancora un sogno irrealizzato?
Il sogno della vita è dedicarmi alle colonne sonore. Un producer olandese, Junkie XL, ha detto che la figata di fare colonne sonore è che puoi andare avanti finché vuoi, non devi apparire e essere bello per forza, puoi farlo anche a 90 anni. Anche perché prima o poi arriverà un ragazzo di 20 anni più bravo che prenderà il mio posto alla chitarra, non posso andare avanti ancora per tanto!

Concludo con una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di “ribellione”?
Darti delle definizioni universali è difficile, rischio di dire qualche sciocchezza, per cui faccio prima a spiegarti cosa è stata la ribellione per me: la mia famiglia non mi ha mai supportato nell’intenzione di fare il musicista, anzi mi ha anche ostacolato, anche se i miei genitori direbbero di no se glielo chiedessi, ma devo perdonarli. Credo che questo abbia generato in me una sensazione di rivalsa e una forza che mi ha fatto andare avanti anche nei momenti più difficili. Per fortuna la ribellione esiste!

E come avrebbero voluto vederti in famiglia?
Ho studiato Informatica all’Università, il mio futuro era già abbastanza scritto.

Afrotech e femminismo. Quattro chiacchiere con…Ydalia Suarez

Nel curriculum di Ydalia Suarez cinema e musica si spartiscono la scena quasi alla pari.
Di origini cubane, Ydalia è stata artisticamente adottata dall’Italia e ha ormai da diversi anni base fissa a Torino. Ha recitato in alcune fiction televisive, ma davanti alla macchina da presa si è specializzata soprattutto nei film horror. A giudicare dagli scenari di pellicole come La terra dei cannibali o L’isola dei morti viventi ci si stupisce un po’ a scoprire che è proprio lei l’interprete di Killer, il suo ultimo singolo, realizzato in collaborazione con la star latina Ruly Rodriguez.

Nel brano l’elettronica incontra i ritmi del reggaeton in quello che è un vero e proprio genere, l'”afrotech”. Ma soprattutto, Killer è il manifesto di una donna indipendente.

Come è nata questa collaborazione con Ruly Rodriguez?
Ci siamo incontrati in un’occasione di lavoro, dove io facevo la modella per un brand legato al beverage. Conoscendoci e scambiando due chiacchiere gli ho rivelato che stavo ultimando un EP: gli ho fatto ascoltare alcune demo e le cose sono nate naturalmente.

Killer è un manifesto di indipendenza e di rivalsa femminile. Nella tua vita hai incontrato particolari ostacoli alla tua indipendenza?
Si ne ho incontrati molti ma preferirei non parlarne. Diciamo che ho fatto tesoro di quelle esperienze, mi sono state di aiuto per comprendere meglio certe cose…

Pensi le donne siano abbastanza solidali tra loro?
No, a meno che non siano legate in modo molto particolare e disinteressato, ed cosa molto rara. Nel caso caso della violenza sulle donne, c’è però un’eccezione, perché sappiamo andare oltre e allora sì che siamo solidali.

Puoi spiegare cos’è esattamente l’afrotech e come nasce? E’ un genere che pensi di seguire ancora in futuro?
In realtà era un progetto del mio produttore, che mischia diversi stili musicali afro, latin ed europei. Essendo lui un “sangue misto” questo processo diventa naturalissimo e io mi trovo a mio agio con queste sonorità, quindi penso che proseguiremo questa strada. Poi chissà, la musica è imprevedibile come la vita, non si può programmare troppo.

Come ti sei trovata a recitare nei fil horror?
Sono una guerriera per natura, quindi sia nel ruolo del “cattivo” che nella controparte “buona” riesco a scaturire la mia energia , come sul palco.

Pensi di continuare a portare avanti la carriera di attrice, oltre a quella di cantante?
Sì, assolutamente entrambe.

La mia cura speciale. Quattro chiacchiere con… Raige


Arrivato al traguardo del sesto album e dopo essere diventato uno dei protagonisti della giovane scena rap italiana, per Raige è arrivato anche il momento di azzardare e raccontarsi come forse non aveva mai fatto prima. E che il nuovo disco sia l’occasione giusta per scavare un po’ più a fondo tra le corde dell’anima, lo si deduce già dal titolo, Affetto placebo, mentre a darne conferma sono i testi, introspettivi e personali, come quello della titletrack, un vero e proprio diario di esperienze vissute direttamente sulla pelle e tradotte in versi.
Tra i brani, c’è spazio per il dolore, per i ricordi, per l’amore e per tutti quei racconti che oggi trovano voce grazie a una cura speciale – l’ultima rimasta da sperimentare – contro le ombre del male di vivere.
Ma per Alex Vella, come è registrato all’anagrafe il rapper e cantautore torinese, questo nuovo lavoro segna anche un ritorno all’insegna del cambiamento e della libertà di espressione sotto una nuova etichetta, la Artist First, una delle principali realtà della discografia indipendente italiana. 

Partiamo dal titolo dell’album: che cos’è per te questo “affetto placebo”?
Per un ipocondriaco come me, l'”affetto placebo” sono le persone. O meglio, quelle di cui mi sono circondato e che mi sono reso conto sono state la cura che ha fatto più effetto. Sulla copertina dell’album ho voluto mettere un blister in cui rimane una solo compressa da utilizzare, l’unica cura che mi resta da provare per il mio mal di vivere: “l’affetto placebo”, appunto. Le persone mi hanno fatto da spada e da scudo. L’affetto non ha in sé nulla di medicale, proprio come un farmaco placebo non contiene nessun principio attivo, eppure con me funziona.

Questo “male di vivere” di cui parli ti accompagna da sempre?
Non voglio fare il ragazzo difficile, ma posso dire che nella vita ho dovuto affrontare periodi non facili, soprattutto nella formazione e nell’adolescenza, che ancora oggi hanno lasciato il segno dentro di me e si manifestano con ansia e attacchi di panico di cui soffro spesso. A volte riesco a gestirli facilmente, altre volte è più complicato, ma l’affetto che sento arrivare dalla gente mi fa bene e mi ha dato la possibilità di raccontare in questo disco cose di me di cui non avevo mai parlato.

Si impara a convivere con ansia e attacchi di panico?
Certo, “il coraggio è come la paura, hanno la stessa unità di misura”, lo dico anche nel disco: dipende tutto da noi. Coraggio e paura sono due facce della stessa moneta, spetta a noi decidere da che parte farla cadere, e lo possiamo fare arrivando ad avere la consapevolezza di noi stessi; è la chiave per sciogliere molti problemi. E poi naturalmente ci sono i percorsi medici, che sono importantissimi e vanno seguiti se è necessario.

Oggi che equilibrio sei riuscito a raggiungere tra coraggio e paura?
Il coraggio l’ho trovato nel fare scelte importanti che erano giuste per me, ma ho paura che la gente non riesca a capirle.

Questo album sembra l’occasione per fare il punto su tutto quello che c’è stato finora: è davvero così?
Lo considero il nuovo primo disco. Probabilmente con questo album mi priverò del bagaglio pop che mi ero portato dietro dal percorso precedente, ma mi farà anche riscoprire da una parte di pubblico che avevo perso, è inevitabile che sia così, è ciclico. Questo disco ha bisogno di tempo: ho voluto mettere il messaggio davanti a tutto il resto, e questo mi ha portato a fare determinate scelte anche nella pubblicazione dei singoli. E’ un rischio consapevole che ho voluto correre, non sono capace di calcolare, ho bisogno di sentirmi leggero.

In Com’è successo parli dell’ipocrisia degli “avvoltoi” che ti sei ritrovato intorno: pensi di aver fatto degli errori per colpa di altri?
Sicuramente, ma sono anche consapevole che alla fine ho scelto sempre io, ed è questo l’importante, perché se sbaglio, se ci sbatto la faccia e se devo farmi male voglio che succeda per una mia scelta, voglio decidere io come farlo. Ecco perché ho voluto questo ritorno all’indipendenza, discograficamente parlando.

C’è qualcosa che ti rimproveri del passato?
Può sembrare una frase fatta, ma tutto quello che è successo mi è servito. Forse ho tenuto la bocca chiusa quando avrei dovuto sbattere i pugni. L’irruenza è una parte importante del mio carattere, e spesso mi rendo conto di non riuscire a dosarla nel modo giusto, do l’impressione di voler attaccare, per cui mi faccio un sacco di problemi e alla fine sto zitto. Invece qualche volta avrei dovuto fregarmene di come poteva essere percepita la mia reazione e avrei dovuto dire meglio le cose. Ma è un punto su cui sto lavorando e sono già migliorato.

Da domani, qual è il primo cambiamento che vorresti mettere in pratica?
Tanto per cominciare vorrei dormire per otto ore di fila (ride, ndr): sono tre notti che dormo 4 ore e gli effetti iniziano a sentirsi. Purtroppo ho un problema legato al sonno, perché l’ansia mi tira giù dal letto: vado a dormire alle 2 alle 6 sono già in piedi. Vorrei godermi di più il riposo.

Concludo con una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di “ribellione”?
Non è semplice… (riflette alcuni istanti, poi il suo sguardo cade su una fotografia dei ragazzi di Woodstock, ndr) Ecco, è questo: la ribellione è una calcolata incoscienza che in futuro farà la storia.

Ti ho scritto una lettera. Quattro chiacchiere con… The Leading Guy


Non a tutti i musicisti capita di fare un esordio come quello di The Leading Guy: nel 2015 il suo primo album Memorandum è stato infatti accolto con pressoché unanime entusiasmo da tutta la critica, inaugurando così il suo personale percorso cantautorale.
Quattro anni dopo, per il bellunese Simone Zamperi è arrivato il momento di un nuovo lavoro, Twelve Letters, un album che ha attirato anche l’attenzione di una major come Sony Music e di un’artista come Elisa, che lo ha personalmente voluto per aprire i concerti del suo ultimo tour.
Un disco che ha lo spirito verace del folk e del rock, ma anche i contorni un po’ romantici di una lettera intima scritta a cuore aperto con carta e penna e indirizzata a un destinatario che forse non la riceverà mai o sceglierà di lasciare in sospeso la sua risposta.
Partiamo dall’inizio: chi è The Leading Guy?
Sono nato a Belluno e ho trascorso un lungo periodo in Irlanda, per poi fare ritorno in Italia a Trieste, la città che mi ha adottato. Musicalmente parlando arrivo da un disco d’esordio, Memorandum, molto diverso dal nuovo album.

Che cosa ti ha portato verso una nuova direzione?
Volendo avrei potuto fare un album simile al precedente, ma sentivo che sarebbe stato sbagliato, per cui mi sono preso il tempo per capire cosa volevo davvero comunicare. Quando ho avuto tra le mani i brani in versione chitarra e voce mi sono reso conto che erano molto diversi dagli altri nella struttura e ancora di più nel messaggio. Forse un po’ egoisticamente, le canzoni di Memorandum parlavano molto di me, erano come un’analisi, queste invece sono proiettate verso l’esterno, creano quasi un confronto, un dibattito. Da qui è arrivata anche la decisione di circondarmi di musicisti e di riempire il disco con molto suono: dopo tre anni passati a fare concerti sempre da solo avevo voglia di avere accanto qualcuno. Quello che ne è venuto fuori è un disco molto vario, in cui a ogni canzone è stato messo un vestito diverso.

Un disco molto vario che hai scelto di aprire con un brano cupo come Black: perché?
Suona molto bene come prima canzone di un disco: schiacci play e rimani colpito. Dura poco, ma è tuonante: può essere considerata come le tredicesima traccia di Memorandum, è il modo per riallacciarmi a dove ero rimasto con l’altro album e da lì ripartire. Metterla in mezzo avrebbe spezzato il racconto. E poi mi piaceva l’idea che la prima parola dell’album fosse proprio “black”, è un richiamo al mondo delle mie influenze. Qualcuno potrebbe magari spaventarsi, ma il resto del disco va verso la positività.

Non hai paura che qualcuno possa invece fermarsi lì e farsi un’idea sbagliata dell’album?
Ammetto che è una canzone abbastanza catastrofica, c’è un messaggio ambientale un po’ apocalittico, ma alla fine arriva anche la speranza. No, di paura non ne ho: in Memorandum non c’era nessun brano che potesse essere scelto come singolo, ma l’ho fatto lo stesso, per cui posso fare anche una canzone così.

Il titolo e la copertina dell’album mettono al centro il concetto della lettera “come si faceva una volta”: per te che significato ha?
Quando mi son ritrovato il disco finito tra le mani ho capito che il filo conduttore dei brani era quello di una lettera indirizzata a un destinatario, reale o simbolico: ad alcuni ho anche inviato davvero in anteprima la canzone in forma di lettera. Quando in passato si scrivevano le lettere, si aveva il tempo di pensare, correggere, e magari alla fine si decideva di non spedirla, ma le parole restavano lì. Credo che dovrebbe essere così per chi scrive canzoni: prendersi il tempo di scrivere, cancellare, rifare. Una lettera non è una mail che si può cestinare con un clic, la si può bruciare, ma il messaggio arriva comunque in modo diverso. E anche chi ascolta una canzone dovrebbe leggerla come si legge una lettera, tornarci su per capire se si è davvero capito tutto quello che c’è scritto. L’ultimo brano dell’album, Can You Hear Me Now?, è una richiesta d’aiuto, ma anche un modo per chiedere di ascoltare e capire bene quello che sto dicendo.

Tutti i brani hanno un destinatario preciso?
No, sono messaggi che possono essere rivolti a chiunque, ma tutti hanno alle spalle una lunga riflessione e tutti hanno uno stile diverso. Free To Decide può essere per esempio le lettera che invieresti a un amico, mentre Black è la lettera incazzata che invieresti al sindaco del tuo paese per dirgli che le cose non vanno. Un paio hanno invece dei destinatari eali, amici che non ci sono più.

Da quanto tempo non scrivi e non ricevi una lettera?
Almeno 13 anni, se si parla di una lettera vera e propria, scritta e imbucata con il francobollo. L’idea di portare la lettera nei brani mi è venuta proprio facendo questa riflessione. Ho 32 anni, sono cresciuto quando le lettere si scrivevano. Ho provato anche a fare un sondaggio tra i miei fan, e ho scoperto che alcuni di loro le spediscono ancora.

L’introspezione sembra essere un elemento che ti caratterizza. E’ così?
Nella vita sono un tipo abbastanza “caciarone”, posso avere molte maschere, ma nella musica non lascio entrare la confusione, tutto deve essere pensato e ponderato: solo quando suono e soprattutto quando scrivo riesco a trovare un’introspezione vera. Scrivere non è un hobby, è qualcosa che esige rispetto.

Metti molti filtri tra i tuoi pensieri e la tua scrittura?
Sì, c’è parecchio filtro tra quello che mostro e quello che scrivo, e spesso le persone si confondono ascoltando la mia musica. Succedeva soprattutto con Memorandum, dove svelavo molto di più del mio passato, cose di cui non avevo mai parlato. Forse è sbagliato, perché ci deve essere somiglianza tra ciò che sei e quello che scrivi, ma tutti abbiamo un lato oscuro da nascondere. Le mie canzoni sono solo una parte di me, una parte che cerco di esorcizzare. Se fossi solo quello che metto nelle canzoni forse mi sarei già impiccato! (ride, ndr) Metto la tristezza nella musica per trovare gioia nella vita.

Ma anche nel disco si vede la gioia…
Sì, e me ne sono stupito anch’io. Penso che sia dovuto alla voglia che avevo di condividere: forse per un periodo l’avevo dimentica e ora ho ritrovato la gioia di fare le cose insieme agli altri.

Tu ed Elisa come vi siete conosciuti?
Ho conosciuto prima suo marito, Andrea Rigonat, che è anche il suo chitarrista: eravamo entrambi giudici in un concorso per giovani musicisti, e sono riuscito e fargli sentire Black, e lui non si spaventato! (ride, ndr) Sapevo che Elisa stava per partire con il tour e sono riuscito a far sentire il brano anche a lei: le è piaciuta, e non era scontato, e così ha deciso di portarmi con lei per aprire i suoi concerti. Sarò impegnato per tutto il mese di maggio e penso che solo alla fine di questa esperienza riuscirò a realizzare meglio quello che è successo, ma sono sicuro che sarà una grande lezione per il futuro.

Un altro progetto in cui sei stato recentemente coinvolto è quello di Faber Nostrum, al quale hai partecipato con la cover di Se ti tagliassero a pezzetti. Quella che esperienza è stata?
Ci è stata lasciata grande libertà sulla scelta del brano, anche perché sarebbe stato crudele ritrovarsi a interpretare un brano di De Andrè imposto da altri. Ne ho provati molti, finché ho capito che con Se ti tagliassero a pezzetti mi sentivo più a mio agio, mi ritrovavo di più. Cantare in italiano è stato uno choc, non è stato facile convincermi che ci sarei riuscito, soprattutto con De Andrè, ma ho pensato che era meglio di iniziare con una bella canzone. Credo inoltre che progetti come questo sono importanti perché fanno conoscere De Andrè alle nuove generazioni: non è scontato che oggi un ventenne sappia chi è, ma mi fa piacere quando in rete leggo i commenti alla mia cover da parte di ragazzi molto più giovani.

Potrebbe quindi essere uno spunto per iniziare a scrivere e cantare in italiano?
Non è che non abbia voglia di farlo, ma credo di non essere pronto, tecnicamente più che umanamente. Cantare in italiano sarebbe come ripartire da zero, non basta traslare la parole: la tecnica e la respirazione sono completamente diverse, e l’italiano è una lingua molto difficile. Ci ho messo 14 anni a imparare a scrivere bene canzoni in inglese, adesso voglio farle ascoltare un po’. Per l’italiano posso aspettare.

Concludo con una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di “ribellione”?
La vera ribellione è smettere di vedere i propri sogni irrealizzabili: ho iniziato a vivere bene e stare meglio quando ho capito che non ci stavo riuscendo con la musica perché avevo paura di buttarmi. Non so nuotare, ma in estate lavoravo come tuttofare in uno stabilimento balneare, tenendomi l’inverno per la musica: il mio gesto di ribellione è stato mollare del tutto il lavoro e investire nella musica, che oggi è la mia vita. Spesso ci si lamenta per come vanno le cose e si dà la colpa agli altri, invece bisognerebbe iniziare a prendersi la responsabilità dei propri insuccessi e uscire dalla propria tranquillità. E a volte non sono neanche insuccessi, semplicemente non ci si prova nemmeno.

Orgoglio rap per amare se stessi. Quattro chiacchiere con… Mondo Marcio


Sul fronte del rap italiano, Mondo Marcio è uno dei rappresentanti della “vecchia scuola”, uno di quelli cioè che sono emersi prima che l’hip-hop diventasse un brand declinato in ogni forma possibile. Erano da poco passato il 2000 quando Gian Marco Marcello si è fatto conoscere al grande pubblico, e in quel periodo il rap respirava ancora l’aria della strada e si faceva ascoltare solo dai veri ammiratori, restando piuttosto lontano dalla patina stilosa del pop.
Se da allora molte cose sono evidentemente cambiate, il nuovo album di Mondo Marcio è invece una ferma e fiera rivendicazione di chi continua a fare rap con lo stesso spirito di un tempo, senza guardare alle convenienze, alle mode passeggere o al successo facile. Anticipato da alcuni brevi video-documentari, UOMO! – questo il titolo -, è un atto d’amore verso se stessi, un’orgogliosa presa di posizione di chi si è guadagnato tutto ciò che ha e una celebrazione dell’imperfetta natura dell’individuo.

Questo disco sembra segnare uno spartiacque, non solo nella tua carriera, ma anche nella tua vita. C’è stato un momento o un evento che ti ha fatto capire che per te si chiudeva una fase e se ne apriva una nuova?
Sì, lo status quo della musica e della cultura in generale in Italia nel 2019.

Cosa si nasconde dietro a quel punto esclamativo del titolo?
Un’ attitudine, quella di fare le cose credendoci davvero, e non per moda o convenienza.

In più punti, l’album sembra anche l’occasione per manifestare uno scatto d’orgoglio e di rivincita. È un’impressione corretta? I tuoi messaggi a chi sono rivolti oggi?
È stata una necessità. Di carattere non sono uno spocchioso, ma questi anni mi hanno insegnato che non ti viene riconosciuto quello che hai fatto, bensì quello che dici di avere fatto. Nessuno ti riconosce i tuoi meriti, e visto che ho i fatti dalla mia parte, non ho fatto altro che riportarli. A volte un po’ di ego serve!

Angeli e demoni si impreziosisce della partecipazione di Mina, artista alla quale avevi dedicato l’intero album Nella bocca della tigre e con cui sei tornato a lavorare in Se mi ami davvero: cosa apprezzi più di tutto in lei?
Mina è una persona incredibile, ancora prima di essere un’artista unica. Mi ha insegnato a mettere la libertà artistica, e la mia integrità, prima di qualsiasi altra cosa. Credo che alla base del rapporto con lei ci sia una forte intesa artistica.

Tra le presenze all’interno del disco c’è anche Milano: oggi che rapporto hai con la città?
È la città che nel bene e nel male mi ha cresciuto, sarà per sempre nel mio cuore.

Citando Neil Young, nella sua ultima lettera Kurt Cobain aveva scritto “È meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente”. All’opposto, tu invece dichiari che “non è la fiamma che brucia più alta, ma quella che brucia più a lungo”. Puoi dire che è questo il pensiero in cui ti ritrovi di più?
È un verso di DDR, e in La canzone che non ti ho mai scritto dico “una fiamma che brucia così forte era destinata a estinguersi”. In entrambi i casi sottolineo il rischio di bruciare troppo forte, anche in natura le stelle che muoiono prima sono quelle che brillano di più. Ho sempre visto la vita come una maratona più che uno sprint.

Nella scena rap odierna c’è qualcosa in particolare cui non ti senti rappresentato?
Alcuni artisti mettono i soldi prima della musica: io ho sempre ragionato al contrario.

Guardandoti indietro ai primi anni in cui facevi musica, in cosa pensi di essere cambiato soprattutto?
Sono più consapevole dell’ambiente nel quale lavoro, del mondo dell’intrattenimento in generale. Certe cose non te le possono insegnare, le devi vivere.

Il disco si apre e si chiude con la stessa domanda, “dopo di te chi ci sarà?”. Che risposta ti sentiresti di dare?
Non è una domanda che ha bisogno di una risposta, tutto il disco è un’intera forma di autoanalisi, e la domanda è una di quelle ricorrenti che ogni artista si pone.

In un momento storico e sociale dove l’umanità sembra più predisposta all’odio, alla chiusura e all’egoismo, che cosa ti fa sperare ancora nella natura umana?
La musica!

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
In una società che guadagna dalle nostre insicurezze, amare noi stessi è il vero atto di ribellione.

“Un DJ può sbagliare, un cantante no”. Quattro chiacchiere con… DJ Matrix

Ormai da sei anni la sua Musica da giostra è diventa un appuntamento fisso, che ogni volta prende forma in una compilation di oltre 20 brani di puro divertimento dance. Lui è Matteo Schiavo, ma quando sale in console per il pubblico diventa DJ Matrix. Un nome che gli appassionati della dance hanno imparato a conoscere bene dal 2006, quando è uscito il suo primo brano, Tu vivi nell’aria, che ha fatto muovere le piste di tutto il mondo.
Ma l’intuizione fortunata del ragazzo è arrivata nel 2015, quando ha pubblicato il primo volume di quello che sarebbe diventato il suo vero marchio di fabbrica, Musica da giostra.
Lo scorso febbraio è uscito il sesto capitolo del format, che vede coinvolti alcuni nomi simbolo della dance degli anni ’90 come Gabry Ponte e Carolina Marquez, oltre a contenere collaborazioni con iPantellas, Nashley e I Tamarri dello Zoo di Radio 105.

Con Musica da giostra hai dato vita a un vero e proprio format, arrivato ora al sesto volume. Ma quando hai iniziato te lo saresti aspettato?
Tutto è partito da una serata in discoteca a Lloret de Mar, in Spagna. Mi hanno fatto scendere dal palco e mi hanno detto che non potevo stare lì perché la mia era musica adatta alle giostre. Doveva essere un’offesa, una presa per il culo, invece ho capito che avevano ragione e che quello sarebbe stato il mio format, così ho realizzato la prima compilation in collaborazione con Lo Zoo di 105. Ogni anno è stato un crescendo: il volume 5 ha avuto una crescita di oltre il 350% rispetto al quarto volume, e il 6 ha avuto una crescita del 98% rispetto la quinto. L’obiettivo è arrivare a realizzare 10 volumi, e l’ultimo avrà una copertina d’oro.

Un progetto tutto in crescita insomma.
Quest’anno per la prima volta siamo arrivati anche al primo posto della classifica Fimi tra le compilation. E tutto senza fare instore.

L’obiettivo dichiarato di Musica da giostra è quello di far riscoprire ai ragazzi il suono della dance anni ’90, un vero periodo d’oro per la dance italiana. Ma cosa aveva di speciale quella musica, tanto da essere stata un fenomeno da esportazione?
Aveva la melodia italiana racchiusa nel beat da discoteca, una combinazione che si è rivelata vincente. Poi purtroppo è andata a perdersi per saturazione, per la pesante entrata dei brand e per l’arrivo del sound estero in Italia.

Dici che c’entra anche questo?
Le radio hanno iniziato a non spingere più i prodotti italiani, privilegiando la musica straniera: in Francia invece, dove le radio spingono molto i prodotti francesi, la musica francese è in grande crescita. Indirettamente, c’entra quindi anche la politica.

Addirittura?
Sì, e c’è stata anche la perdita della competizione: negli anni ’90 c’era la fazione del punk e quella dei “discotecari”, e questo faceva sì che i musicisti mettessero impegno in quello che facevano. Quando questa competizione non c’è più stata si è persa la rivalità e quindi la voglia di sfida. Poi è arrivato il web, che ha abbassato enormemente la qualità: per passare in radio un prodotto deve avere certi canoni, deve “suonare”, invece sul web può passare tutto, tutto è basato sulla velocità. Il mio obiettivo però non è quello di riportare in auge gli anni ’90, ma creare un format per la nuova dance.

Un successo di oggi nella dance è diverso da un successo negli anni ’90?
Oggi un brano deve esplodere, non c’è più la via di mezzo. I musicisti monetizzano soprattutto sui live. Aver creato il format di Musica da giostra è stato un gran colpo di fortuna, perché oggi i format funzionano, come dimostra anche il format Mamachita. Grazie al format posso permettermi di uscire ogni anno con più di 20 canzoni, dando poi al pubblico la possibilità di scegliere quelle che preferisce e sulle quali andrò a investire. Sono gli ascoltatori a scegliere i brani vincenti.

Di quest’ultima compilation riesci già a capire quali saranno i brani su cui dovrai puntare?
Ce ne sono due o tre che stanno piacendo più degli altri: Italiani in vacanza con iPantellas, che hanno grande forza mediatica, Veronica e Nonmibasta, che ho realizzato con Nashley e in una settimana ha già fatto 200 mila ascolti su Spotify.

Come nasce una tracklist di Musica da giostra?
Cerco sempre di mettere due o tre tormentoni, che possono attirare l’ascolto anche per il titolo: sono i brani più forzati, ma che servono a far arrivare tutta la compilation. Poi ci sono alcuni artisti degli anni ’90 con cui collaboro spesso a cui affido una cover di un brano celebre come una sorta di riscaldamento prima di un nuovo inedito. Per esempio a Carolina Marquez ho affidato la versione 2019 di La notte vola perché in futuro, se lei vorrò continuare a collaborare con me, mi piacerebbe affidarle un brano inedito. Doveva esserci anche Florida, ma non ci hanno approvato l’adattamento del testo: sarebbe stata una vera bomba! Peggio per loro…

Con quale musica sei cresciuto? O meglio, con quale DJ?
Gabry Ponte e gli Eiffel 65 su tutti: quando c’era la rivalità tra loro e Gigi D’Agostino io mi sono sempre trovato schierato dalla parte di Gabry, e poi ho avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorarci insieme. In realtà, prima di arrivare a fare dance ascoltavo di tutto: Offspring, Marilyn Manson, Korn, poi ho scelto la strada del DJ, che mi sembrava la strada più onesta per ammettere di non sapere fare la cose.

Cioè?
Un DJ può sbagliare 10 pezzi e indovinare un solo grande successo, e verrà ricordato per quello, un cantante invece deve indovinare 10 pezzi e non ne può sbagliare uno. Il DJ viene ricordato per la hit, il cantante viene dimenticato per il brano sbagliato. Quello del DJ è un percorso più facile, ti dà la possibilità di sbagliare e non hai scadenze: uno come David Guetta è esploso dopo i 30 anni, Bob Sinclar quest’anno ne compie 50. Voglio vederli tutti quei ragazzini del rap quando arriveranno a quell’età…

Dei DJ di oggi chi ti piace?
Sono un grande fan di Cashmere: produce pezzi a tutti DJ del mondo, da Martin Garrix ad Avicii, e il suo è il nome che si nasconde dietro a tanti successi mondiali.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
La fusione che si viene a creare nel pubblico tra ballare e cantare. E il fatto che anche se sei un nome sconosciuto hai la possibilità di far muovere un’intera platea di migliaia di persone.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Andare contro qualcosa che è già scritto, semplicemente.