Orgoglio rap per amare se stessi. Quattro chiacchiere con… Mondo Marcio


Sul fronte del rap italiano, Mondo Marcio è uno dei rappresentanti della “vecchia scuola”, uno di quelli cioè che sono emersi prima che l’hip-hop diventasse un brand declinato in ogni forma possibile. Erano da poco passato il 2000 quando Gian Marco Marcello si è fatto conoscere al grande pubblico, e in quel periodo il rap respirava ancora l’aria della strada e si faceva ascoltare solo dai veri ammiratori, restando piuttosto lontano dalla patina stilosa del pop.
Se da allora molte cose sono evidentemente cambiate, il nuovo album di Mondo Marcio è invece una ferma e fiera rivendicazione di chi continua a fare rap con lo stesso spirito di un tempo, senza guardare alle convenienze, alle mode passeggere o al successo facile. Anticipato da alcuni brevi video-documentari, UOMO! – questo il titolo -, è un atto d’amore verso se stessi, un’orgogliosa presa di posizione di chi si è guadagnato tutto ciò che ha e una celebrazione dell’imperfetta natura dell’individuo.

Questo disco sembra segnare uno spartiacque, non solo nella tua carriera, ma anche nella tua vita. C’è stato un momento o un evento che ti ha fatto capire che per te si chiudeva una fase e se ne apriva una nuova?
Sì, lo status quo della musica e della cultura in generale in Italia nel 2019.

Cosa si nasconde dietro a quel punto esclamativo del titolo?
Un’ attitudine, quella di fare le cose credendoci davvero, e non per moda o convenienza.

In più punti, l’album sembra anche l’occasione per manifestare uno scatto d’orgoglio e di rivincita. È un’impressione corretta? I tuoi messaggi a chi sono rivolti oggi?
È stata una necessità. Di carattere non sono uno spocchioso, ma questi anni mi hanno insegnato che non ti viene riconosciuto quello che hai fatto, bensì quello che dici di avere fatto. Nessuno ti riconosce i tuoi meriti, e visto che ho i fatti dalla mia parte, non ho fatto altro che riportarli. A volte un po’ di ego serve!

Angeli e demoni si impreziosisce della partecipazione di Mina, artista alla quale avevi dedicato l’intero album Nella bocca della tigre e con cui sei tornato a lavorare in Se mi ami davvero: cosa apprezzi più di tutto in lei?
Mina è una persona incredibile, ancora prima di essere un’artista unica. Mi ha insegnato a mettere la libertà artistica, e la mia integrità, prima di qualsiasi altra cosa. Credo che alla base del rapporto con lei ci sia una forte intesa artistica.

Tra le presenze all’interno del disco c’è anche Milano: oggi che rapporto hai con la città?
È la città che nel bene e nel male mi ha cresciuto, sarà per sempre nel mio cuore.

Citando Neil Young, nella sua ultima lettera Kurt Cobain aveva scritto “È meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente”. All’opposto, tu invece dichiari che “non è la fiamma che brucia più alta, ma quella che brucia più a lungo”. Puoi dire che è questo il pensiero in cui ti ritrovi di più?
È un verso di DDR, e in La canzone che non ti ho mai scritto dico “una fiamma che brucia così forte era destinata a estinguersi”. In entrambi i casi sottolineo il rischio di bruciare troppo forte, anche in natura le stelle che muoiono prima sono quelle che brillano di più. Ho sempre visto la vita come una maratona più che uno sprint.

Nella scena rap odierna c’è qualcosa in particolare cui non ti senti rappresentato?
Alcuni artisti mettono i soldi prima della musica: io ho sempre ragionato al contrario.

Guardandoti indietro ai primi anni in cui facevi musica, in cosa pensi di essere cambiato soprattutto?
Sono più consapevole dell’ambiente nel quale lavoro, del mondo dell’intrattenimento in generale. Certe cose non te le possono insegnare, le devi vivere.

Il disco si apre e si chiude con la stessa domanda, “dopo di te chi ci sarà?”. Che risposta ti sentiresti di dare?
Non è una domanda che ha bisogno di una risposta, tutto il disco è un’intera forma di autoanalisi, e la domanda è una di quelle ricorrenti che ogni artista si pone.

In un momento storico e sociale dove l’umanità sembra più predisposta all’odio, alla chiusura e all’egoismo, che cosa ti fa sperare ancora nella natura umana?
La musica!

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
In una società che guadagna dalle nostre insicurezze, amare noi stessi è il vero atto di ribellione.

“Un DJ può sbagliare, un cantante no”. Quattro chiacchiere con… DJ Matrix

Ormai da sei anni la sua Musica da giostra è diventa un appuntamento fisso, che ogni volta prende forma in una compilation di oltre 20 brani di puro divertimento dance. Lui è Matteo Schiavo, ma quando sale in console per il pubblico diventa DJ Matrix. Un nome che gli appassionati della dance hanno imparato a conoscere bene dal 2006, quando è uscito il suo primo brano, Tu vivi nell’aria, che ha fatto muovere le piste di tutto il mondo.
Ma l’intuizione fortunata del ragazzo è arrivata nel 2015, quando ha pubblicato il primo volume di quello che sarebbe diventato il suo vero marchio di fabbrica, Musica da giostra.
Lo scorso febbraio è uscito il sesto capitolo del format, che vede coinvolti alcuni nomi simbolo della dance degli anni ’90 come Gabry Ponte e Carolina Marquez, oltre a contenere collaborazioni con iPantellas, Nashley e I Tamarri dello Zoo di Radio 105.

Con Musica da giostra hai dato vita a un vero e proprio format, arrivato ora al sesto volume. Ma quando hai iniziato te lo saresti aspettato?
Tutto è partito da una serata in discoteca a Lloret de Mar, in Spagna. Mi hanno fatto scendere dal palco e mi hanno detto che non potevo stare lì perché la mia era musica adatta alle giostre. Doveva essere un’offesa, una presa per il culo, invece ho capito che avevano ragione e che quello sarebbe stato il mio format, così ho realizzato la prima compilation in collaborazione con Lo Zoo di 105. Ogni anno è stato un crescendo: il volume 5 ha avuto una crescita di oltre il 350% rispetto al quarto volume, e il 6 ha avuto una crescita del 98% rispetto la quinto. L’obiettivo è arrivare a realizzare 10 volumi, e l’ultimo avrà una copertina d’oro.

Un progetto tutto in crescita insomma.
Quest’anno per la prima volta siamo arrivati anche al primo posto della classifica Fimi tra le compilation. E tutto senza fare instore.

L’obiettivo dichiarato di Musica da giostra è quello di far riscoprire ai ragazzi il suono della dance anni ’90, un vero periodo d’oro per la dance italiana. Ma cosa aveva di speciale quella musica, tanto da essere stata un fenomeno da esportazione?
Aveva la melodia italiana racchiusa nel beat da discoteca, una combinazione che si è rivelata vincente. Poi purtroppo è andata a perdersi per saturazione, per la pesante entrata dei brand e per l’arrivo del sound estero in Italia.

Dici che c’entra anche questo?
Le radio hanno iniziato a non spingere più i prodotti italiani, privilegiando la musica straniera: in Francia invece, dove le radio spingono molto i prodotti francesi, la musica francese è in grande crescita. Indirettamente, c’entra quindi anche la politica.

Addirittura?
Sì, e c’è stata anche la perdita della competizione: negli anni ’90 c’era la fazione del punk e quella dei “discotecari”, e questo faceva sì che i musicisti mettessero impegno in quello che facevano. Quando questa competizione non c’è più stata si è persa la rivalità e quindi la voglia di sfida. Poi è arrivato il web, che ha abbassato enormemente la qualità: per passare in radio un prodotto deve avere certi canoni, deve “suonare”, invece sul web può passare tutto, tutto è basato sulla velocità. Il mio obiettivo però non è quello di riportare in auge gli anni ’90, ma creare un format per la nuova dance.

Un successo di oggi nella dance è diverso da un successo negli anni ’90?
Oggi un brano deve esplodere, non c’è più la via di mezzo. I musicisti monetizzano soprattutto sui live. Aver creato il format di Musica da giostra è stato un gran colpo di fortuna, perché oggi i format funzionano, come dimostra anche il format Mamachita. Grazie al format posso permettermi di uscire ogni anno con più di 20 canzoni, dando poi al pubblico la possibilità di scegliere quelle che preferisce e sulle quali andrò a investire. Sono gli ascoltatori a scegliere i brani vincenti.

Di quest’ultima compilation riesci già a capire quali saranno i brani su cui dovrai puntare?
Ce ne sono due o tre che stanno piacendo più degli altri: Italiani in vacanza con iPantellas, che hanno grande forza mediatica, Veronica e Nonmibasta, che ho realizzato con Nashley e in una settimana ha già fatto 200 mila ascolti su Spotify.

Come nasce una tracklist di Musica da giostra?
Cerco sempre di mettere due o tre tormentoni, che possono attirare l’ascolto anche per il titolo: sono i brani più forzati, ma che servono a far arrivare tutta la compilation. Poi ci sono alcuni artisti degli anni ’90 con cui collaboro spesso a cui affido una cover di un brano celebre come una sorta di riscaldamento prima di un nuovo inedito. Per esempio a Carolina Marquez ho affidato la versione 2019 di La notte vola perché in futuro, se lei vorrò continuare a collaborare con me, mi piacerebbe affidarle un brano inedito. Doveva esserci anche Florida, ma non ci hanno approvato l’adattamento del testo: sarebbe stata una vera bomba! Peggio per loro…

Con quale musica sei cresciuto? O meglio, con quale DJ?
Gabry Ponte e gli Eiffel 65 su tutti: quando c’era la rivalità tra loro e Gigi D’Agostino io mi sono sempre trovato schierato dalla parte di Gabry, e poi ho avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorarci insieme. In realtà, prima di arrivare a fare dance ascoltavo di tutto: Offspring, Marilyn Manson, Korn, poi ho scelto la strada del DJ, che mi sembrava la strada più onesta per ammettere di non sapere fare la cose.

Cioè?
Un DJ può sbagliare 10 pezzi e indovinare un solo grande successo, e verrà ricordato per quello, un cantante invece deve indovinare 10 pezzi e non ne può sbagliare uno. Il DJ viene ricordato per la hit, il cantante viene dimenticato per il brano sbagliato. Quello del DJ è un percorso più facile, ti dà la possibilità di sbagliare e non hai scadenze: uno come David Guetta è esploso dopo i 30 anni, Bob Sinclar quest’anno ne compie 50. Voglio vederli tutti quei ragazzini del rap quando arriveranno a quell’età…

Dei DJ di oggi chi ti piace?
Sono un grande fan di Cashmere: produce pezzi a tutti DJ del mondo, da Martin Garrix ad Avicii, e il suo è il nome che si nasconde dietro a tanti successi mondiali.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
La fusione che si viene a creare nel pubblico tra ballare e cantare. E il fatto che anche se sei un nome sconosciuto hai la possibilità di far muovere un’intera platea di migliaia di persone.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Andare contro qualcosa che è già scritto, semplicemente.

Il soul e l’hip-hop portano a Roma. Quattro chiacchiere con… Ainé


Si scrive Arnaldo Santoro, si legge Ainé, e il suo nome appartiene a buon diritto alla nuova generazione del soul italiano.
Nonostante non abbia ancora tagliato il traguardo dei 30 anni, tra le sue esperienze può vantare un periodo di studio alla Venice Voice Accademy di Los Angeles e una borsa di studio della Berklee College of Music di Boston.
La predisposizione all’eclettismo lo porta nel 2016 anche verso il jazz e alla collaborazione con Sergio Cammariere in Dopo la pioggia, poi è la volta del primo album, Generation One, a cui segue l’anno successivo l’EP UNI-VERSO.

Pop, soul, blues, hip-hop: sono queste le lingue del mondo sonoro di Ainé. Lingue che si incontrano, si scambiano e si fondono, fino a non distinguersi più, mantenendo ferma la lezione del passato, ma aprendo gli occhi sul presente e sul futuro.
Di questo talento si accorge anche Giorgia, una che con il soul ci ha giocato da sempre, e che nel 2018 coinvolge il ragazzo nel duetto di Stay, da inserire nel suo primo album di cover, Pop Heart.
Un riconoscimento importante, ma anche l’ultimo grande atto che ha anticipato l’uscita del nuovo album, Niente di me, pubblicato lo scorso 18 gennaio.
A sancire la nascita del nuovo astro del soul nostrano è anche la benedizione di Mecna, che nel disco collabora in Mostri, e Willie Peyote, ospite in Parlo piano.

Il tuo nuovo album si intitola Niente di me, anche se ascoltandolo sembrerebbe che tu ci sia dentro fino in fondo. Una contraddizione voluta?
E’ un po’ una provocazione, volevo lasciare al pubblico la possibilità di interpretare il titolo a seconda di come lo percepiva, vedendoci dentro tutto o niente di me stesso. La realtà è che in questo disco c’è molto di me.

Ti sei posto degli obiettivi prima di realizzarlo?
Crescendo si cambia sempre, umanamente e musicalmente. Anzi, più che in continuo cambiamento, preferisco vedermi in continua evoluzione: oggi non sono più quello che ero 6 mesi fa, e fra 6 mesi non sarò più quello che sono oggi. Con questo album ho voluto segnare il punto di partenza per un percorso nuovo del mio progetto. In tutti i miei lavori ho voluto sperimentare, perché è più divertente cimentarsi in cose nuove. Anche se i brani sono molto diversi tra loro, li accomuna il suono che ho voluto dare insieme alla mia band: volevo che ci fosse un suono “vecchio stile”, realizzato con una settimana in studio per stabilire gli arrangiamenti e poi registrato in presa diretta. La magia di questo disco sta proprio qui.

Rispetto al passato in cosa credi che sia davvero diverso questo album? Hai lavorato più in autonomia? 
No, c’è sempre stato un equilibrio tra il mio lavoro e quello delle persone che lavorano con me, e la mia firma nei brani c’è sempre stata. Prima però con la band era sempre un lavoro di ricerca, adesso credo che siamo riusciti ad arrivare a un punto fermo.

Con quali artisti ti sei formato?
Tra gli italiani soprattutto molti cantautori, Pino Daniele, Lucio Battisti, Lucio Dalla. Tra gli stranieri invece spazio veramente tanto tra Michael Jackson, Stevie Wonder, John Mayer, Justin Timberlake, Jamiroquai, Marvin Gaye, Chet Baker, Miles Davis, e poi l’hip-hop. Ascolto tantissima musica diversa.

Direi che dall’album questa varietà di influenze esce molto bene. Forse però in Italia la cultura soul e r’n’b non ha ancora un terreno molto solido, non pensi?

Secondo me ormai i confini geografici dei generi sono stati abbattuti, come era giusto che accadesse già tempo fa. Artisti come Kendrick Lamar, Anderson Paak, Marcus Miller, Tyler, the Creator possono avere successo in America come qui in Italia, è musica che si sente tutti i giorni, non suona più estranea. Credo anche che non sia corretto parlare di r’n’b, è un termine sbagliato: bisognerebbe parlare di hip-hop e soul. Prima esisteva il rhythm & blues, che però è una cosa completamente diversa, più old school. La definizione di r’n’b viene usata soprattutto quando si vuole dare un nome diverso all’hip-hop e al soul, ma le basi sono sempre quelle. Senza contare che oggi sono entrate anche contaminazioni dal rock, dal pop o dal jazz. Sono stato tra i primi a portare in Italia questo genere e a dargli credibilità quando non lo faceva ancora nessuno, mentre oggi vedo che ci sono altri giovani artisti italiani che hanno iniziato a proporlo.

A proposito di pop e di soul, ti abbiamo sentito duettare con Giorgia in Stay.
Ci eravamo già incontrati per il video di Non mi ami, a cui compaio mentre suono il piano, ma in questa occasione abbiamo lavorato davvero insieme. Tutto è nato con la massima naturalezza: lei mi ha scritto su Instagram proponendomi il brano e io sono subito andato a Milano per inciderlo.

Dopo le tue esperienze in America hai mai pensato di fermarti all’estero per fare musica o sei sempre stato convinto di voler tornare in Italia?
Ho sempre saputo di voler tornare: amo il mio Paese, la mia città, qui ho i parenti, gli amici, la fidanzata, e come si vive in Italia non si vive da nessuna parte. Sono stato tanto all’estero e sicuramente tornerò ancora in giro a suonare, ma la mia stabilità l’ho trovata qui. Ho da poco preso casa da solo vicino alla campagna di Roma.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Per me è sinonimo di libertà: libertà di espressione, di parola, di pensiero. Più che ribelli, dovremmo essere liberi. Sani e liberi.

Cross-pop per restare umani. Quattro chiacchiere con… Diego Conti

Che lo faccia con i suoni del pop, del rock o del folk, o che addirittura faccia ricorso all’elettronica, un cantautore non dovrebbe mai perdere di vista la sua missione, quella di raccontare il mondo che lo circonda. Un compito che Diego Conti sembra aver preso molto seriamente, declinandolo senza rifugiarsi in un genere preciso e attraverso una scrittura che non teme di spogliarsi delle censure e delle prese di posizione anche verso le grandi tematiche dell’attualità.
Ne sono prova chiarissima i brani di Evoluzione, il primo EP del cantautore di Frosinone, pubblicato lo scorso dicembre: dal racconto passionale di 3 gradi, la canzone proposta alle selezioni di Sanremo Giovani, alla trasgressione di L’inferno, fino a Clandestino, che punto lo sguardo sulla tragedia dei migranti in nome della condivisione e dell’incontro con l’altro.

Per descrivere il filo rosso di questo EP hai coniato un neologismo, “cross-pop”: di cosa si tratta esattamente?

Più che un genere musicale è una visione di vita, una presa di coscienza che parte dall’idea di condivisione, di contaminazione e di incontro con gli altri. Penso che il futuro si muoverà in questa direzione, e non parlo solo di musica, anche se poi questo concetto trova manifestazione nei suoni delle mie canzoni: prendo un po’ dal pop, dal rock, dalla trap, dalla musica classica. Un vero e proprio “melting-pop” che nasce ogni volta dal mio istinto e da quello di Mark Twayne, il producer con cui ho lavorato a tutti i brani dell’EP. Ma ci tengo a ripeterlo, prima che nei suoni, il cross-pop è un approccio alla vita.

Parlando invece dei tuoi riferimenti musicali, che nomi ti senti di fare?
C’è sicuramente il rock anni ’70, i Rolling Stones, Joe Cocker, Bob Dylan, e poi il miglior cantautorato italiano, da Lucio Dalla, Vasco Rossi, Jovanotti. Tra i riferimenti più recenti invece mi sento di citare la trap di Post Malone: lui è un vero genio.

Cosa si nasconde dietro all’evoluzione evocata nel titolo dell’EP?

Faccio un po’ riferimento alla mia vita, che nell’ultimo periodo ha passato una fase di vera evoluzione per tutto quello che mi è successo. Ma ho voluto anche raccontare la società che vedo intorno, in cui riconosco profondi cambiamenti: ecco perché il brano dell’EP si intitola Evoluzione 3.0. Siamo andati addirittura oltre il 2.0: ci troviamo nella società smart, dove tutto è tecnologico e dove l’avere è più importante dell’essere e dove il senso del pudore sembra essersi perso. E un altro brano-manifesto di tutto il disco è Clandestino.

Un brano pienamente calato nell’attualità, e nel quale non sembri tirarti indietro nel prendere una posizione.
Poche settimane fa Claudio Baglioni si è esposto sull’argomento dei migranti ed è stato preso di mira anche da esponenti politici: io sono molto vicino alle sue parole, artisticamente e umanamente. Penso che abbia solo messo in luce un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. Nel brano non mi interessava trattare il reato della clandestinità, ma volevo che emergesse il lato umano dell’immenso dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi. Volevo mettere in primo piano i valori, l’importanza della condivisione, per tornare a ciò che dicevamo poco fa: in passato la condivisione con l’altro è stata una grande opportunità, e il futuro non può essere da meno. Le leggi non dovrebbero mai prevalere sull’elemento umano. Tutta l’umanità è clandestina, indipendentemente dal colore della pelle, dalla cultura e dalla religione. Eppure è notizia di questi giorni che altre 117 persone sono morte in mare.

La tua visione è pienamente condivisibile, eppure gli slogan dell'”aiutiamoli a casa loro” si sentono ancora e i porti restano chiusi…
In realtà non so se l’opinione pubblica sia compatta nell’appoggiare questa politica, però credo che spesso ci si ferma alla soluzione più immediata, che è anche quella sbagliata. Bisognerebbe riuscire a guardare un po’ più là per capire che questo non è solo un problema degli altri, ma di tutti. Senza contare che queste sono persone che scappano da una situazione disperata e dalla guerra.

E a chi dice che i cantanti devono pensare solo a cantare cosa rispondi?
Sono cresciuto ascoltando John Lennon, uno che ha scritto Imagine, una delle canzoni più belle della storia della musica. Penso che basti questa considerazione. Se a un artista manca la componente umana forse è il caso che cambi lavoro.

La tua scrittura è piuttosto passionale, a volte addirittura audace e sfacciata, se pensiamo a brani come 3 gradi o L’inferno, sei d’accordo?
Come vivo scrivo, tutto quello che racconto parte dalla mia esperienza: le due canzoni che hai citato sono pienamente autobiografiche, nate da esperienze che ho vissuto sulla pelle. Anzi, adesso posso anche dirlo, L’inferno rappresenta l’epilogo di quello che racconto in 3 gradi. Sono la narrazione di un amore un po’ difficile, e con queste due canzoni ho cercato di scardinare il senso del peccato, visto sempre sotto una luce negativa. Credo di aver comunicato una grande voglia di amare più che di trasgredire. Sia che si parli di tematiche sociali, sia che si parli di sentimenti, un artista dovrebbe sempre cercare di dare un suo contributo, altrimenti il nostro lavoro non ha senso.

Di sicuro proponi una lettura dell’amore meno patinata di quello che si sente di solito.
Ascoltando cantautori come Battisti o Vasco ho ammirato la loro capacità di essere sempre diretti, pur con la sintesi e la poesia. In qualche modo credo di aver assorbito quella scrittura, non mi piace fare tanti giri di parole, voglio andare subito al sodo, e soprattutto con L’inferno direi che si sente, già dai primi versi… (ride, ndr)

Rispetto al passato pensi che oggi si osa di meno nella musica?
Mi sembra di no. Anzi, stiamo vivendo un bel periodo, soprattutto nella nuova scena del cantautorato italiano. C’è tanta varietà, c’è la trap, si spazia molto con i generi.

Per il futuro hai già fatto programmi?
Tra non molto uscirà un nuovo inedito di cui non posso ancora svelare niente, e tra qualche giorno mi chiuderò in studio per finire l’album. Non manca molto alla fine del lavoro, ma essendo da poco uscito l’EP vogliamo aspettare ancora un po’. E poi spero di poter suonare dal vivo i nuovi brani.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Ribellione significa non essere indifferenti. Già questa è una bella presa di coscienza e un buon punto di partenza per la rivoluzione.

La forma (tridimensionale) dell’acqua. Quattro chiacchiere con Marco di Noia e Stefano Cucchi

Si intitola Elettro Acqua 3D ed è probabilmente uno dei progetti musicali più all’avanguardia realizzati negli ultimi anni. Se poi ci aggiungiamo che è tutto made in Italy c’è davvero di che andarne fieri e cercare di capirne un po’ di più.
Artefici sono Marco di Noia, cantautore, giornalista e social media manager della nostra Nazionale, e il sound designer Stefano Cucchi. Insieme a loro, oltre ai vari musicisti, anche Andrea Messieri, fisico ed esperto di sintetizzatori.
Ma in cosa potrà mai consistere un progetto musicale che coinvolge professionisti di ambiti così distanti? Beh, partiamo subito col dire che non si tratta di un album tradizionale, ma di un app-album, un disco rilasciato tramite un’applicazione scaricabile su smartphone e tablet. Il tutto gratuitamente e con la possibilità di avere a disposizione contenuti multimediali di vario genere, come testi, immagini e video.

Come il titolo lascia intendere, si tratta di un progetto di musica elettronica incentrato sull’acqua, che porta l’ascoltatore in una vera e propria immersione sonora: le tracce sono infatti intervallate da interludi 3D, realizzati dando ai suoni una forma tridimensionale e offrire così un’esperienza di ascolto totalizzante.
Se quindi pensavate che solo il caro, vecchio vinile potesse ancora offrivi la miglior qualità di ascolto, forse non eravate molto aggiornati…

Qual è stata la genesi di questo progetto, decisamente all’insegna della sperimentazione?
Marco Di Noia: Io e Stefano ci siamo conosciuti alcuni anni fa, poco dopo l’uscita del mio primo EP. A Mauro Pagani era piaciuto il mio lavoro, ma essendo io un autodidatta mi ha consigliato di farmi aiutare da qualcuno che avesse studiato musica, perché le mie strutture erano troppo semplici e prevedibili. In fondo, anche De André si era fatto aiutare. Volevo approcciarmi ai suoni elettronici e fare qualcosa di più moderno, che non seguisse la classica impronta folk cantautorale. Ho messo un annuncio e tra quelli che hanno risposto c’era anche Stefano, un pianista con studi in Conservatorio e l’amore per l’elettronica. Abbiamo anche scoperto di avere in comune la precisione e il perfezionismo, oltre all’amore per i Queen. Da quello che doveva essere in origine una versione 2.0 del mio EP è venuto fuori giorno dopo giorno un vero e proprio mondo: abbiamo iniziato a sperimentare con i suoni, abbiamo azzardato con i palindromi, i canoni enigmatici, poi ci siamo indirizzati sui synth, il theremin, i campi magnetici, le onde martenot, il trautonium, che mai nessuno aveva utilizzato in Italia, l’ondioline… Avevamo già fatto 30 e ci siamo ritrovato a fare 31, 32, e anche 33, e alla fine il progetto si è preso quattro anni di tempo per essere completato. Una volta chiusa la fase musicale abbiamo sottoposto il lavoro a professionisti come Mauro Pagani, Stefano Senardi e Vince Tempera, e si è posto il problema di come veicolare un lavoro di questo tipo, sicuramente difficile da vendere. Abbiamo pensato di mettere al centro l’ascolto in cuffia, dando quindi al suono una forma tridimensionale, e alla fine abbiamo deciso di pubblicare tutto su un’App, così da poter offrire oltre alla musica anche altri contenuti, materiali di approfondimento meta-artistico.

Un’immersione nella musica, insomma.
Di Noia: Esattamente. Meglio ancora, un viaggio. Il disco infatti è stato pensato per i viaggiatori, che oggi sono gli unici ad avere il tempo da dedicare all’ascolto, in particolare all’ascolto in cuffia. Mentre l’idea del suono 3D c’era fin dall’inizio, la scelta dell’App è venuta dopo, ed è stata dettata proprio dal fatto che chi deve spostarsi può accedere comodamente dallo smartphone o dal tablet a tutti i contenuti.

Non è un paradosso che nell’epoca in cui quasi tutti gli artisti lamentano la scarsa qualità del suono digitale e ricorrono al supporto fisico del vinile voi siate riusciti a dare piena centralità al suono proprio in un app-album?
Di Noia:
Io e Stefano siamo figli dell’epoca dei vinili, di quando i dischi si andavano a comprare nei negozi e si collezionavano, ma quel tempo oggi è passato, inutile nasconderlo. Venendo da un’esperienza professionale nel mondo digitale, mi sono reso conto che l’unico modo di affrontare la questione era smettere di considerare il digitale un nemico e farcelo alleato. Per comodità, i brani dell’album infatti si possono scaricare in mp3, ma di ogni traccia è disponibile anche il formato wave: con un paio di cuffie di buona qualità il suono è perfetto.

E il ritorno al vinile degli ultimi anni come ve lo spiegate?
Cucchi:
Siamo romanticamente legati a un ascolto senza salti di tracce e senza playlist. Prima i dischi si compravano per essere ascoltati dall’inizio alla fine, oggi non si fa più, se non in qualche caso.
Di Noia: C’è sicuramente una componente psicologica, il vinile ti dà quasi l’idea di produrre il suono in quello stesso istante, ed è affascinante, ma il modo in cui si fruisce della musica è cambiato. Un po’ di tempo fa un gestore di locali mio amico, non più giovanissimo, mi ha detto che gli piaceva molto l’idea del nostro progetto, ma che la copertina dell’album non ha nessuna attrattiva. Ecco, il punto è che ormai non si fa più un discorso di copertine, ma si ragiona per singoli post: quella che lui ha visto è la copertina dell’App, ma poi ogni brano ha un visual diverso. Se dovessimo pubblicare la versione fisica del disco penseremo anche alla copertina, ma per ora ci interessa la condivisione online.

Un altro aspetto interessante è il tema che lega tutti i brani dell’app-album, l’acqua. Un elemento primordiale, esattamente l’opposto dell’impronta sperimentale dell’intero progetto.
Di Noia:
Il disco si apre con una poesia sull’acqua recitata da Andrea Cattaneo, un’artista maschile, ma dotato di una voce barocca. Ed è lui a pronunciare anche l’ultima parola dell’album, “vivere”, quasi a chiudere un cerchio ideale in cui l’acqua è il simbolo della vita. Inoltre l’acqua è sempre presente lungo l’intero album anche dal punto di vista sonoro.
Stefano Cucchi: L’acqua in natura assume molteplici forme: la goccia, il ruscello, il fiume, ma anche la nuvola può trasformarsi in acqua, e quello che ho provato a fare è stato trasporre queste diverse forme all’interno del disco. Non è un caso che il primo suono che si ascolta sia quello della sinusoide, un suono puro, che poi passa attraverso frequenze diverse, come una goccia che si trasforma. Negli interludi dell’album ci sono tanti suoni acquatici, naturali o ricostruiti, e ci sono ricostruzioni di interi paesaggi acquatici.
Di Noia: Un altro elemento che accomuna l’acqua al nostro progetto è la profondità: il mare ha una superficie, ma ha anche un fondale, e così è questo lavoro, che presenta elementi e significati che non si colgono all’istante, ma hanno bisogno di un ascolto approfondito.

E poi c’è Milano.
Di Noia:
Per me è la città di nascita, ed è il punto di inizio e di fine del viaggio all’interno del disco. Non solo, ma i suoni di Milano sono anche stati campionati, oltre a quelli degli animali della savana: ci sono i rumori dei treni, gli avvisi della metropolitana. Abbiamo usato il rumore di un condizionatore per ricreare il suono del grillo.

I suoni degli altri animali sono naturali?
Di Noia:
Alcuni sì, altri sono stati ricreati sinteticamente. Il ruggito dei leoni l’ho registrato direttamente nella savana, svegliandomi alle 5 del mattino. Volevo inserire nel disco anche il suono dell’emù, che è molto basso e percussivo, simile a quello del bongo, ma il mio cellulare non l’ha registrato…

La sperimentazione ha riguardato anche l’uso delle voci. Prima parlavate di Andrea Cattaneo, ma anche la voce di Marco è stata sfruttata in tutte la sua estensione.
Cucchi:
In ambito cantautorale forse i nostri esperimenti non sono mai stati tentati, non solo per l’utilizzo dell’estensione della voce, ma anche per gli intrecci e le armonizzazioni che abbiamo realizzato.
Di Noia: Il produttore con cui avevo lavorato precedentemente mi aveva sconsigliato di sfruttare il falsetto, perché diceva che il pubblico era abituato a sentirlo dalle interpreti femminili. Mi è stato anche detto che non essendo omosessuale non potevo usare il falsetto come Freddie Mercury o Mika: un discorso purtroppo molto provinciale che non ho riscontrato all’estero, dove invece ho sempre trovato un pubblico entusiasta.

Come hai scoperto di avere un’estensione così ampia?
Di Noia:
Ascoltando la Wuthering Heights cantata da Andre Matos degli Angra. Ricantandola ho scoperto di riuscire a farla addirittura un semitono più alta di Kate Bush, tanto che il mio maestro voleva che mi dedicassi al repertorio dei castrati. Ho anche partecipato a un concorso in Inghilterra cantando Bohemian Rhapsody: sono riuscito a prendere lo stesso acuto di Roger Taylor e alla fine ho vinto, pur essendo l’unico concorrente straniero.

Immagino che siate consapevoli che un progetto come Elettro Acqua 3D in Italia non è mai stato realizzato e non sarà facile da “piazzare”.
Di Noia:
Sì, è la prima licenza SIAE di questo tipo, e il fatto che la SIAE si stia aggiornando anche per prodotti come il nostro è il segno che i tempi stanno cambiando. Nel 2011 un esperimento era stato già tentato con Biophilia di Bjork, ma all’epoca il mondo delle App non era ancora sviluppato come oggi, e si trattava di un meccanismo complesso. Non ci siamo ispirati a quel progetto, ma lo abbiamo studiato: in quel caso si trattava di un’applicazione gratuita, che però prevedeva il pagamento per tutti gli altri contenuti. Inoltre Bjork era un’artista famosa, e il suo esperimento aveva scopi artistici diversi dal nostro. In futuro penso che il nostro progetto potrebbe fruttare molto all’industria discografica: ci pensi a cosa potrebbe succedere su un’App analoga a questa venisse messa in circolazione a pagamento per i nuovi idoli della trap? Ci sarebbe anche la possibilità di sponsorizzarla, per esempio con una marca di cuffie, e avendo a disposizione grandi budget si potrebbero creare applicazioni molto affascinanti. Il nostro è uno scopo pubblicitario, i contenuti sono gratuiti e non ci interessa se qualcuno copia i file dei brani: noi puntiamo a far arrivare il pubblico alla musica.

Con tutte queste potenzialità, perché le major discografiche non hanno ancora pensato di puntare sulle App?
Di Noia:
Penso per una serie di ragioni. Io ci sono arrivato perché metto insieme esperienze nel digital, nel giornalismo e nella musica, che mi hanno permesso di avere una visione molto ampia. Il modello di Bjork non ha fatto molta presa, forse perché era troppo precoce: il momento delle App è adesso, e ci vuole sempre qualcuno che arrivi prima degli altri.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
Di Noia:
Ti rispondo con una metafora di mia invenzione. Mettiamola così: se si chiude una porta e non si apre il famoso portone, c’è sempre la possibilità di fare un buco nel muro. Ma ribellione è anche non rimanere imbrigliati nei luoghi comuni, in un mondo che ci vuole sempre catalogati, altrimenti si rimane disorientati. Ma chi l’ha detto che non si può essere più cose contemporaneamente?
Cucchi: Cercare la bellezza nelle cose è la ribellione di cui oggi ha più bisogno il mondo.

Il download di Elettro Acqua 3D è disponibile ai seguenti link
– iOS: https://itunes.apple.com/us/app/elettro-acqua-3d/id1411416322
– Android: https://play.google.com/store/apps/details?id=it.marcodinoia.elettroacqua3d

BITS-CHAT: Libertà è conoscenza. Quattro chiacchiere con… i Blugrana

Per il loro nuovo singolo, Ora sei… Cosa sei? hanno preso ispirazione dai versi di Pablo Neruda, soffermandosi su una riflessione sull’identità dell’uomo e sul senso di smarrimento provocato dalle scelte che la vita impone di fare.
Loro sono i Blugrana, band piacentina presente sulle scena dal 2003, che si prepara ora a un ritorno con un nuovo album e una formazione in parte rinnovata dall’arrivo del chitarrista Matteo Cavanna e del bassista Marco Marzaroli, a cui si aggiungono il batterista Biagio Siero e il cantante e chitarrista Marcello Mautone.
Proprio con lui abbiamo chiacchierato un po’, tra musica, identità ai tempi dei social e bisogno di cultura.

Perché la scelta di tornare proprio con questo singolo?
Abbiamo scelto un brano che rappresenta la nuova formazione al meglio, per un ritorno deciso, determinato. Diciamo che l’abbiamo scelta tra tutti i brani del nuovo album perché racchiude in sé tante sonorità presenti in questo disco e sparse in ogni canzone, e pensiamo che sia un pezzo molto radiofonico.

Nell’epoca di oggi cosa vuol dire avere e mostrare la propria identità? Pensate che i social siano un utile strumento di espressione e condivisione o portino invece all’effetto contrario, quello cioè di imporci un filtro per mostrare agli altri solo la parte migliore di noi?
Identità significa spogliarsi, mettersi a nudo e farsi apprezzare per quello che “ora sei”, per citare il titolo del nuovo singolo, e non quello che dovresti essere per la società di oggi. I social? Straordinaria innovazione! È il più veloce vettore di comunicazione, ma tale deve rimanere: sono da utilizzare con intelligenza per non permettere che si sostituiscano alla vera identità.

Mi ha molto incuriosito il disegno della copertina del singolo. Come lo avete scelto?
È stato il disegno a scegliere noi, prendendo forme e colori, nota dopo nota, creato da mano guidata dal suono delle nostre canzoni. La paternità della nostra copertina, un olio su tela, è del pittore napoletano Antonio Cotecchia, il quale, ispirato alle nostre canzoni, le ha rese visibili all’occhio con questa creazione.

Siete in attività da 15 anni: come è cambiato – se è cambiato – il vostro modo di fare musica? E come vi sentite cambiati voi?
Inevitabilmente siamo cambiati sia perché abbiamo cambiato tanti componenti e sia perché siamo maturati dal punto di vista musicale. Per questo nostro ultimo disco siamo un po’ tornati alle origini con un sound aggressivo ma ben radicato ai tempi d’oggi, sia nelle sonorità che tematiche. Insomma, una sveglia per la scena attuale discografica italiana che si è addormentata, sperando di contribuire ad un risveglio degno del vero rock!

Spesso la scena musicale delle città di provincia rischia di non trovare molti spazi per esprimersi. Nel caso della vostra città, Piacenza, come vedete le realtà musicali locali?
La scena musicale piacentina è ricca di artisti e siamo contentissimi di farne parte. La passione per la musica è sempre più rara da trovare nelle nuove generazioni. I club che danno spazio agli artisti ci hanno sempre dato la possibilità di esprimerci e gliene siamo grati; ora con questo disco, speriamo di suscitare l’interesse anche dei fan di altre città.

Il nuovo album come sarà?
Non vogliamo anticipare molto, lo stiamo scoprendo piano piano, però posso dire che tratterà temi di tutti i giorni e nei quali tutti si possono rivedere. Sarà un album molto versatile, ricco di tanti spunti e di sorprese, dinamico direi.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
I Blugrana interpretano la ribellione nella sua accezione più positiva: è il percorso che porta alla conquista della libertà, individuale e collettiva; ma per poter essere liberi, e soprattutto liberi di scegliere, bisogna conoscere. Oggi il recupero della cultura, in ogni sua forma, è diventato indispensabile. Bisogna insegnare il bene e il buono ai bambini che saranno gli uomini del domani. Proporrò ai miei figli l’ascolto di Dalla e De Andrè con la speranza che crescano nell’ottica di quella che reputo la vera cultura musicale.

BITS-CHAT: La mia dance in italiano in giro per il mondo. Quattro chiacchiere con… Jeffrey Jey

Se il nome di Gianfranco Randone non vi dice nulla, forse vi suonerà più familiare quello con cui il pubblico è abituato a conoscerlo, Jeffrey Jey. Producer e autore dance attivo da oltre 20 anni, Jeffrey è arrivato alla fama internazionale sul finire degli anni ’90 con il progetto Eiffel 65, formato insieme a Maury Lobina e Gabry Ponte: milioni di copie vendute in tutto il mondo con brani come Blue (Da Be Dee) e Move Your Body, tutti orgogliosamente made in Italy in un’epoca in cui il nostro Paese dettava legge nel mondo nell’ambito della dance.
Negli ultimi anni Jeffrey ha continuato a fare musica e da poco ha pubblicato il suo quinto singolo da solista, Settembre, brano che racconta con il linguaggio della dance la malinconia e le speranze che si mescolano alla fine di un’estate. 
E mentre si attende l’uscita del suo album solista, lo scorso 16 novembre Jeffrey si è riunito con Lobina e ha dato inizio da Dubai a un nuovo tour mondiale degli Eiffel 65, mentre per un ritorno al gran completo della band ha affermato che…  


Prima che dalla canzone, vorrei iniziare a parlare del videoclip di Settembre. Da dove parte l’idea del manga?
Parte dal mood che ho voluto comunicare attraverso il brano, quella sensazione di malinconia che accompagna settembre, con la fine della bella stagione e l’arrivo dei primi giorni grigi autunnali. Si ripensa magari a un bell’incontro che si è fatto durante le vacanze, ma nello stesso tempo c’è un sollievo per il caldo afoso che se ne va. Ho pensato che il manga, con i suoi colori, fosse lo stile giusto per trasferire in immagini quel tipo di sensazione.

Settembre come fine della spensieratezza estiva, ma anche come momento di ripartenza?
Sicuramente! Settembre è il mese dei grandi cambiamenti, fin dai tempi della scuola, e l’ho sempre considerato il momento del vero inizio dell’anno, più ancora di gennaio. Si aprono nuove sfide, nuove occasioni per migliorare, c’è la sensazione di andare avanti, di crescere, ci sono nuovi incontri, e quindi anche nuove speranze che si riaccendono. E’ un mese che porta con sé un mix di sensazioni.

Settembre è l’ultimo capitolo in ordine di tempo della tua discografia solista, e si mantiene sul filone delle sonorità eurodance che hanno dominato la scena negli anni ’90. Come valuti invece la scena dance odierna?
La scena di oggi è dominata dai DJ e c’è una grande presenza di festival: penso che non se ne siano mai visti così tanti come negli ultimi anni. Da un punto di vista artistico invece, penso che ci siano stati dei grandi passi in avanti nella scrittura: si dà sempre più spazio ai giovani, che oggi hanno la possibilità di sfruttare il loro talento anche se non vogliono salire su un palco. C’è invece un allontanamento dalla musica vissuta come qualcosa da studiare e coltivare, a favore di una semplice forma di intrattenimento: difficilmente si vede una ricerca da parte dei musicisti e dei cantanti. Penso che sia un’evoluzione in linea con i progressi tecnologici: un tempo si andava ai concerti per vedere i musicisti, oggi la musica è sempre a disposizione sui cellulari e ci si concentra sull’elemento ludico. Il DJ è diventato una sorta di entità, ha cantanti e ballerini che lavorano per lui e ha perso un po’ il suo ruolo di ‘leggere’ la pista, sentirla per capire come farla divertire. Bisognerebbe fare attenzione per non perdere mai di vista l’elemento della scrittura, che è quello che dà qualità a un progetto.

Negli anni ’90 le scena dance italiana aveva una forte spinta verso l’esterno ed era un vero fenomeno di esportazione. Pensi che oggi gli artisti italiani abbiano perso qualcosa?
Oggi la comunicazione è molto diversa, molto più facilitata rispetto al passato. La barriera tra l’Italia e l’estero è stata quasi del tutto abbattuta, tutto ha una visione globale. Ci possono essere delle differenze determinate dai singoli luoghi in cui si fa musica, ma poi tutto circola con grande facilità ovunque e tutti hanno la stesse possibilità di far arrivare lontano la propria musica. Possono nascere anche collaborazioni a distanza tra un giovane produttore che vive in Sicilia e uno studio di produzione americano, senza che ci sia alcuno spostamento.

Presto arriverà il tuo nuovo album: cosa puoi già anticipare?
Ci saranno i singolo pubblicati finora e dei nuovi inediti. Non mancheranno anche delle collaborazioni, che però non posso ancora svelare.

Gli ultimi singoli sono cantati in italiano: significa che vuoi concentrarti sull’Italia?
Il lavoro fatto con gli Eiffel 65 negli ultimi 20 anni ha creato un grande seguito in Italia e all’estero, e ma oggi mi sembra che qui da noi la scena dance ed elettronica sia poco coperta. La sfida è quella di riportare l’attenzione sulla dance cantata in italiano, mantenendo però sonorità internazionali.

Il tuo lavoro all’estero non si è comunque mai interrotto anche perché tieni dei corsi in collaborazione con lo studio DMI di Las Vegas. Noti delle differenze tra il modo di lavorare in America e quello in Italia?
Tengo soprattutto corsi di scrittura e produzione e ho la possibilità di confrontarmi con tanti giovani che si affacciano a questo mondo. E’ difficile dire se ci siano delle sostanziali differenze nel modo di lavorare: sicuramente in America ci sono maggiori disponibilità di budget, e questo consente di aumentare la quantità e la qualità delle cose che si possono realizzare, dai video alla grafiche più elaborate, oppure consente di avere una maggiore visibilità, soprattutto quando si parla di artisti emergenti. Tutti questi fattori si ripercuotono sui risultati che avrà poi il prodotto, ma la scintilla iniziale di sedersi davanti a un computer e pensare di scrivere un brano per divertirsi resterà sempre fondamentale: senza di quello non ci sarà qualcosa di nuovo. Spesso ci si limita ad ascoltare quello che fanno gli altri.

Pensi che in futuro il progetto degli Eiffel 65 possa risorgere al completo?
Non saprei dirti.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Significa sostenere un’idea che ti porta a raggiungere un risultato che sarebbe altrimenti difficilmente raggiungibile: puntare un obiettivo e fare in modo che non sia ostacolato, soprattutto quando lo è ingiustamente. In quel caso ha senso ribellarsi.

BITS-CHAT: Le mie scelte di felicità. Quattro chiacchiere con… Emma

Quattro brani inediti e otto racconti scritti di suo pugno nelle pagine di un vero e proprio magazine: è la Boom Edition di Essere qui, nuove edizione dell’ultimo album di Emma pubblicato a gennaio.
“I repack fanno sempre bene ai dischi, non sono certo la prima ad averlo fatto. Se avessi voluto essere paracula avrei inserito qualche featuring, come va tanto di moda, ma non è mai stato nei progetti di questo album”.

Emma è così, vera e schietta, e quando parla sembra volersi spogliare di ogni difesa, quasi a mostrare più che nascondere le sue debolezze.
Fin dall’inizio dell’esperienza di Essere qui ha ripetuto quanto questo disco rappresentasse un passo avanti per lei, già dalla scelta di anticipare l’album con L’isola, un brano elettronico, molto distanze da tutto quello che aveva fatto fino a quel momento.
Poi è seguito un tour con un grandioso spettacolo portato nei palazzetti italiani, e che avrà un seguito con le nuove date fissate per febbraio e marzo 2019: “Ci sarà ancora l’Exit Club, ma questa volta non dovrò più chiedere il permesso per entrare perché nel frattempo sono diventata resident. Anzi, adesso sono io la proprietaria”. 

Perché Boom?
Perché è stata un’esplosione di idee: sono partita dall’8 capovolto che è diventato il simbolo dell’infinito e da lì mi è venuto lo spunto per il titolo. E’ una parola onomatopeica che siamo abituati a leggere fin da piccoli nei fumetti e rappresenta tutta l’esplosione che c’è stata intorno a questo progetto.

Cosa pensi che aggiungano al disco i quattro nuovi inediti?
Non aggiungono niente, sono semplicemente l’atto finale di un progetto che per me doveva essere così fin dall’inizio, ma che non ho potuto realizzare subito perché oggi i dischi con troppi brani sono difficili da portare avanti. Le canzoni erano già pronte, tranne Inutile canzone, che ho scritto all’ultimo momento tutta di getto: l’ho intitolata così perché dico cose talmente pesanti che almeno il titolo volevo che fosse leggero. Adesso Essere qui si presenta nella sua completezza.  

Come si svilupperà in futuro il progetto del magazine?
L’idea è di trasformare questo magazine in un appuntamento periodico, non legato all’uscita dei prossimi dischi, ma considerarlo una piattaforma che dia ai giovani la possibilità di esprimersi. In occasione del tour potrei inserire le foto migliori fatte dai miei fan, oppure potrei farmi intervistare nel backstage dai ragazzi che hanno voglia di scrivere e di cimentarsi in veste di giornalisti, e poi pubblicare le interviste sulle pagine del magazine. Già in questo primo numero ho pubblicato gli scatti live di due mie amiche appassionate di fotografia. In un’epoca in cui tutto corre veloce, questa può essere un’occasione per fermare nel tempo alcuni momenti. E’ un’idea un po’ romantica, me ne rendo conto.

Il titolo sarà sempre Boom?
Sì, la Boom si chiamerà sempre così. Ed è femmina.

Come hai lavorato a questi otto racconti?
Sono stati tutti scritti da me, non ho usato nessun ghostwriter: ho passato le vacanze vista Mac anzichè vista mare. Alcuni capitoli sono stati divertenti da scrivere, altri ho finito di leggerli a fatica perché mi sono molto emozionata. Non pensavo di riuscire a tirare fuori così tanto da me, e anche chi mi conosce da tempo è rimasto sorpreso leggendo queste pagine. Non c’era nulla di studiato, nessuno si aspettava così tanto materiale scritto, e avendo tutte queste pagine abbiamo potuto evitare di mettere tante immagini: non volevo uscire con il solito libro fotografico, magari sistemato da qualcun altro. Avrei venduto ai miei fan qualcosa di non vero, e alla mia età non ho voglia di farmi fare i compiti dagli altri: avevo tutto il tempo per realizzare il magazine, per cui ho voluto farlo esattamente come lo volevo, magari stando anche ore al telefono con il grafico per decidere i dettagli sui colori dei vari paragrafi.

Fin dalla prima presentazione di gennaio hai detto che questo è il disco più importante della tua carriera. Lasciando da parte tutte le considerazioni sulle vendite e le classifiche, a livello umano Essere qui ti ha dato tutto quello che ti aspettavi?
Questo è stato un anno durissimo, ma sono successi anche tanti piccoli miracoli, e ormai so che i cavalli vincenti si vedono alla fine della corsa. Sono sempre più convinta di voler restare in questo mondo: rimanere è difficile, ma ancora di più lo è mantenendo intatti l’istinto, la personalità e lo spirito con cui ho iniziato a fare questo lavoro, ancora prima di Amici. Forse da un punto di vista popolare e nelle classifiche si sta sempre un passo indietro rispetto a tanti altri, ma va bene così: questo è stato il mio disco X, sono arrivata a un bivio tra decidere se smettere di fare questo lavoro o continuare a farlo come voglio io, preparandomi le spalle larghe e lavorando tanto. Più volte mi sveglio la mattina con la tentazione di dire basta, ma poi la vita mi regala delle coincidenze che mi fanno capire che sto facendo bene, che il mio mondo è questo e che voglio continuare a fare musica senza farmi influenzare da quello che mi sta intorno. Sul piatto della bilancia Essere qui mi ha ripagato di tutto, a livello umano e artistico.

Più volte nel disco parli di coraggio: cosa significa per te?
Nella vita non ci sono scelte giuste o sbagliate, ci sono solo scelte. Io ho scelto di fare musica in questo modo e di diventare grande: ho un’età che mi porta a scrivere e a cantare in maniera diversa dal passato, e ci sta che non tutti siano pronti ad accoglierlo subito. Come si dice, se volevo piacere a tutti sarei nata Nutella, e forse non sarebbe bastato lo stesso. La differenza tra Amami e Inutile canzone è evidente: ho scelto di seguire questa maturazione, anche se riconosco che Amami è una bellissima canzone che si canterà ancora fra trent’anni. I cambiamenti spaventano tutti, ma io non voglio seguire l’abitudine, perché l’abitudine ti blocca: c’è chi non lascia un fidanzato per abitudine, o chi si sottomette a un lavoro sottopagato senza trovare una soluzione. Se una situazione non mi fa stare bene cerco sempre un modo per uscirne, sono così fin da bambina.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Essere qui è la mia ribellione.

BITS-CHAT: Il mio Ego r&b. Quattro chiacchiere con… Biondo

Biondo
Il serale dell’edizione 2018 di Amici sarà ricordato anche per l’affaire autotune, che ha tenuto impegnati i professori del talent di Canale 5 in una discussione tra chi ne permetteva l’utilizzo durante le esibizioni e chi invece ne chiedeva il divieto. Al centro della polemica ci era finito suo malgrado Simone Baldasseroni, meglio conosciuto dal pubblico come Biondo. Romano, classe 1998, il ragazzo è stato a tutti i diritti uno dei protagonisti dello show, e seppure qualcuno lo ha scambiato per l’ennesimo rappresentante della trap, la sua musica si muove in ben altra direzione, quella dell’r’n’b.

Dopo la pubblicazione nei mesi scorsi dell’EP Deja vù, lo scorso 2 novembre è uscito Ego, il suo primo album. Dieci tracce che vanno al di là della patinata idea televisiva che il pubblico può essersi fatto di lui, per offrire una nuova prospettiva su un ragazzo che ha saputo guardarsi dentro e rivelare a se stesso anche nuove inquietudini.
Biondo1
Perché Ego?

E’ un titolo che può avere una doppia lettura. Questo è il mio primo vero album ufficiale, ed è il lavoro più personale che ho realizzato, ci ho lavorato a lungo negli ultimi mesi. Ho scritto i primi brani a gennaio, quando ero ancora ad Amici, ma il lavoro si è svolto soprattutto quest’estate. Capitava spesso che durante il giorno fossi in mezzo a molte persone e alla sera mi ritrovavo da solo in hotel, e questa solitudine mi ha portato a guardarmi dentro. E’ stato un viaggio introspettivo che ho voluto riportare nel disco, invitando le persone a entrare nel mio mondo, nel ego appunto. Ma Ego rimanda anche all’esposizione pubblica degli artisti, a quella componente narcisistica che hanno un po’ tutti quelli che fanno questo lavoro.

Quella che si percepisce nel disco è un’atmosfera spesso cupa, inquieta: è corretto?
Sì, esattamente: anche questo fa parte di quel viaggio interiore che mi ha portato a scoprire nuovi lati di me, angoli della personalità che non sapevo di avere. E’ stata una scoperta che a volte mi ha anche fatto paura, ma credo che faccia parte della crescita, è la vita che va così. Ho imparato a conoscermi di più e ho chiuso rapporti che si sono rivelati falsi.

Non hai paura che mostrare questi nuovi lati della tua personalità possa allontanare chi ti ha conosciuto durante Amici?
Forse quelli che seguono la moda del momento e si fermano alle apparenze televisive, ma se parliamo di veri fan, non credo che possano allontanarsi, perché mi conoscono bene e sono davvero interessati a quello che faccio.

Facetime si chiude con una domanda: “e tu mi vuoi per il mio nome o per Simone?”. Da quando è arrivata la notorietà è cambiato il tuo modo di relazionarti con le persone?
Sì, sia con le ragazze che con gli amici. Ho capito che ci sono persone che si avvicinano a me perché solo sono interessate al personaggio: spesso riesco a riconoscerle in tempo e a distinguerle da chi mi sta vicino per un vero sentimento di amicizia, ma non è sempre facile.
COVER DIGITALE
Oggi le classifiche sono dominate dal rap e dalla trap, mentre il tuo percorso ti ha portato a seguire una via diversa quella dell’r’n’b. Pensi di essere in questo un precursore in Italia?
Io credo di sì, non mi sembra che in passato ci sia stato qualcuno qui da noi che abbia affrontato questo genere, almeno tra gli artisti affermati, mentre in America l’r’n’b ha una tradizione molto forte. E sto parlando dell’r’n’b moderno, perché se invece intendiamo il Rhythm And Blues il discorso è diverso. Non ho inventato nulla, ma sicuramente ho aperto le porte a qualcosa di nuovo, che in Italia non era mai arrivato al grande pubblico. Da una parte questo è stato difficile, perché non avevo modelli italiani a cui potermi ispirare e non ci sono altri artisti con cui posso collaborare, ma dall’altra ho avuto la possibilità di crearmi un linguaggio totalmente personale.

Sogniamo in grande: a livello internazionale con chi ti piacerebbe collaborare?
Drake e Post Malone.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
La ribellione è un senso di sfogo, che nella musica prende forma nell’r’n’b e nell’hip-hop. E’ da sempre nella natura di questi generi. Se penso alla mia generazione, lo sfogo della ribellione è molto attuale, perché siamo cresciuti sentendoci dire che siamo senza futuro, per cui lo stimolo a ribellarci ci viene istillato dall’alto.

BITS-CHAT: “Un album? Forse. E per il futuro penso all’Africa”. Quattro chiacchiere con… Elettra Lamborghini

elettra_lamborghini
Nel suo ultimo singolo canta di essere sempre stata “mala”, cattiva, ma forse non c’è molto da crederle.
Elettra Lamborghini
è una delle grandi rivelazioni del panorama pop televisivo e musicale italiano, anche se lei guarda al di là dell’oceano: rampolla della ben nota casa automobilistica bolognese fondata dal nonno Ferruccio, si è fatta conoscere al grande pubblico nella seconda stagione di Riccanza.

Un amore smisurato per il reggaeton, un talento innato per il twerking (“mi culo es verdadero”, dichiarava orgogliosa nel featuring di Lamborghini con Gue Pequeno) e una buona dose di ironia l’hanno portata a pubblicare due singoli nel corso dell’ultimo anno: il primo, Pem Pem, è stato certificato disco di platino e ha un video che conta oltre 70 milioni di visualizzazioni; il secondo, Mala, è nato sotto l’etichetta di Sfera Ebbasta, la BHMG.

Durante questa intervista parla del suo amore per il mondo latino, del sogno di un album, mentre per il futuro rivela di avere in mente qualcosa che non ha a che fare con il mondo dello spettacolo. E neanche con il twerking.

IMG_9828resize
Facciamo un bilancio di quest’annata pazzesca?

Ti dico la verità, sono molto grata a Gesù. Ho conosciuto persone meravigliose, ho viaggiato un sacco, ho pubblicato due singoli, e poi gli impegni televisivi con Ex On The Beach. E’ stato un allineamento di stelle fortunato. Speriamo che l’anno prossimo sia ancora meglio!

Ma ti immaginavi una risposta così forte da parte del pubblico?
Sì e no. Sulle canzoni lavoro sempre tanto, sono molto puntigliosa, cerco il pelo nell’uovo e a volte faccio saltare fuori dei problemi all’ultimo momento se qualcosa non mi convince. Non mi piace fare le cose a caso. Ma c’è ancora tanto da lavorare, siamo solo all’inizio.

Recentemente sei anche stata assoldata da BHMG, l’etichetta di Sfera Ebbasta.
Mi trovo molto bene e stiamo lavorando un sacco in studio: ho già alcuni brani pronti, e uno in particolare mi piace moltissimo. Non è ancora finito e non posso dire altro, ma lo ascolto in continuazione e credo che sarà il prossimo singolo. Ovviamente, canto sempre in spagnolo.
lamborghini_mala
Quindi ci dobbiamo aspettare anche un album?
Mah, chi lo sa? Di pezzi ce ne sono e mi piacerebbe molto. Il mio obiettivo è quello di concentrami sul mercato latino-americano, perché è quello il mio ambiente. Mi sto trasferendo in Brasile e prossimamente andrò anche a Miami: l’Italia resterà sempre casa mia, ma per quello che voglio fare è giusto che vada là. 

Sogni qualche collaborazione?
Anni fa ti avrei detto Bad Bunny, Ozuna o Daddy Yankee, che per me è il re del reggaeton. Ultimamente però preferisco cantare da sola: vedo tanti cantanti buttarsi continuamente in featuring e poi non riuscire a fare niente da soli. Io vorrei fare le collaborazioni giuste, sceglierle bene, ma costruirmi da sola la mia carriera.

Musica, televisione… cos’altro ti piacerebbe fare?
Per ora direi che va bene così, almeno se parliamo del mondo dello spettacolo. In futuro invece mi piacerebbe aprire un’associazione o comunque fare qualcosa per aiutare i bambini dell’Africa. Un mio desiderio sarebbe anche quello di adottarne uno, ma in Italia è molto difficile, bisogna essere sposati da almeno tre anni e non so se potrei farcela (ride, ndr). Sarebbe bello se attraverso il mio lavoro riuscissi ad aiutare chi ha bisogno.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Me stessa! (ride di nuovo, di gusto, ndr) Faccio sempre un po’ quello che mi pare, e non me ne rendo conto, perché la trovo la cosa più naturale del mondo. Tutti dovrebbero poter fare quello che vogliono, non c’è niente che debba essere vietato, a meno che non limiti la libertà degli altri. Non si dovrebbe mai aver paura di dire una parola o fare un gesto che ci nasce spontaneo.