La forma (tridimensionale) dell’acqua. Quattro chiacchiere con Marco di Noia e Stefano Cucchi

Si intitola Elettro Acqua 3D ed è probabilmente uno dei progetti musicali più all’avanguardia realizzati negli ultimi anni. Se poi ci aggiungiamo che è tutto made in Italy c’è davvero di che andarne fieri e cercare di capirne un po’ di più.
Artefici sono Marco di Noia, cantautore, giornalista e social media manager della nostra Nazionale, e il sound designer Stefano Cucchi. Insieme a loro, oltre ai vari musicisti, anche Andrea Messieri, fisico ed esperto di sintetizzatori.
Ma in cosa potrà mai consistere un progetto musicale che coinvolge professionisti di ambiti così distanti? Beh, partiamo subito col dire che non si tratta di un album tradizionale, ma di un app-album, un disco rilasciato tramite un’applicazione scaricabile su smartphone e tablet. Il tutto gratuitamente e con la possibilità di avere a disposizione contenuti multimediali di vario genere, come testi, immagini e video.

Come il titolo lascia intendere, si tratta di un progetto di musica elettronica incentrato sull’acqua, che porta l’ascoltatore in una vera e propria immersione sonora: le tracce sono infatti intervallate da interludi 3D, realizzati dando ai suoni una forma tridimensionale e offrire così un’esperienza di ascolto totalizzante.
Se quindi pensavate che solo il caro, vecchio vinile potesse ancora offrivi la miglior qualità di ascolto, forse non eravate molto aggiornati…

Qual è stata la genesi di questo progetto, decisamente all’insegna della sperimentazione?
Marco Di Noia: Io e Stefano ci siamo conosciuti alcuni anni fa, poco dopo l’uscita del mio primo EP. A Mauro Pagani era piaciuto il mio lavoro, ma essendo io un autodidatta mi ha consigliato di farmi aiutare da qualcuno che avesse studiato musica, perché le mie strutture erano troppo semplici e prevedibili. In fondo, anche De André si era fatto aiutare. Volevo approcciarmi ai suoni elettronici e fare qualcosa di più moderno, che non seguisse la classica impronta folk cantautorale. Ho messo un annuncio e tra quelli che hanno risposto c’era anche Stefano, un pianista con studi in Conservatorio e l’amore per l’elettronica. Abbiamo anche scoperto di avere in comune la precisione e il perfezionismo, oltre all’amore per i Queen. Da quello che doveva essere in origine una versione 2.0 del mio EP è venuto fuori giorno dopo giorno un vero e proprio mondo: abbiamo iniziato a sperimentare con i suoni, abbiamo azzardato con i palindromi, i canoni enigmatici, poi ci siamo indirizzati sui synth, il theremin, i campi magnetici, le onde martenot, il trautonium, che mai nessuno aveva utilizzato in Italia, l’ondioline… Avevamo già fatto 30 e ci siamo ritrovato a fare 31, 32, e anche 33, e alla fine il progetto si è preso quattro anni di tempo per essere completato. Una volta chiusa la fase musicale abbiamo sottoposto il lavoro a professionisti come Mauro Pagani, Stefano Senardi e Vince Tempera, e si è posto il problema di come veicolare un lavoro di questo tipo, sicuramente difficile da vendere. Abbiamo pensato di mettere al centro l’ascolto in cuffia, dando quindi al suono una forma tridimensionale, e alla fine abbiamo deciso di pubblicare tutto su un’App, così da poter offrire oltre alla musica anche altri contenuti, materiali di approfondimento meta-artistico.

Un’immersione nella musica, insomma.
Di Noia: Esattamente. Meglio ancora, un viaggio. Il disco infatti è stato pensato per i viaggiatori, che oggi sono gli unici ad avere il tempo da dedicare all’ascolto, in particolare all’ascolto in cuffia. Mentre l’idea del suono 3D c’era fin dall’inizio, la scelta dell’App è venuta dopo, ed è stata dettata proprio dal fatto che chi deve spostarsi può accedere comodamente dallo smartphone o dal tablet a tutti i contenuti.

Non è un paradosso che nell’epoca in cui quasi tutti gli artisti lamentano la scarsa qualità del suono digitale e ricorrono al supporto fisico del vinile voi siate riusciti a dare piena centralità al suono proprio in un app-album?
Di Noia:
Io e Stefano siamo figli dell’epoca dei vinili, di quando i dischi si andavano a comprare nei negozi e si collezionavano, ma quel tempo oggi è passato, inutile nasconderlo. Venendo da un’esperienza professionale nel mondo digitale, mi sono reso conto che l’unico modo di affrontare la questione era smettere di considerare il digitale un nemico e farcelo alleato. Per comodità, i brani dell’album infatti si possono scaricare in mp3, ma di ogni traccia è disponibile anche il formato wave: con un paio di cuffie di buona qualità il suono è perfetto.

E il ritorno al vinile degli ultimi anni come ve lo spiegate?
Cucchi:
Siamo romanticamente legati a un ascolto senza salti di tracce e senza playlist. Prima i dischi si compravano per essere ascoltati dall’inizio alla fine, oggi non si fa più, se non in qualche caso.
Di Noia: C’è sicuramente una componente psicologica, il vinile ti dà quasi l’idea di produrre il suono in quello stesso istante, ed è affascinante, ma il modo in cui si fruisce della musica è cambiato. Un po’ di tempo fa un gestore di locali mio amico, non più giovanissimo, mi ha detto che gli piaceva molto l’idea del nostro progetto, ma che la copertina dell’album non ha nessuna attrattiva. Ecco, il punto è che ormai non si fa più un discorso di copertine, ma si ragiona per singoli post: quella che lui ha visto è la copertina dell’App, ma poi ogni brano ha un visual diverso. Se dovessimo pubblicare la versione fisica del disco penseremo anche alla copertina, ma per ora ci interessa la condivisione online.

Un altro aspetto interessante è il tema che lega tutti i brani dell’app-album, l’acqua. Un elemento primordiale, esattamente l’opposto dell’impronta sperimentale dell’intero progetto.
Di Noia:
Il disco si apre con una poesia sull’acqua recitata da Andrea Cattaneo, un’artista maschile, ma dotato di una voce barocca. Ed è lui a pronunciare anche l’ultima parola dell’album, “vivere”, quasi a chiudere un cerchio ideale in cui l’acqua è il simbolo della vita. Inoltre l’acqua è sempre presente lungo l’intero album anche dal punto di vista sonoro.
Stefano Cucchi: L’acqua in natura assume molteplici forme: la goccia, il ruscello, il fiume, ma anche la nuvola può trasformarsi in acqua, e quello che ho provato a fare è stato trasporre queste diverse forme all’interno del disco. Non è un caso che il primo suono che si ascolta sia quello della sinusoide, un suono puro, che poi passa attraverso frequenze diverse, come una goccia che si trasforma. Negli interludi dell’album ci sono tanti suoni acquatici, naturali o ricostruiti, e ci sono ricostruzioni di interi paesaggi acquatici.
Di Noia: Un altro elemento che accomuna l’acqua al nostro progetto è la profondità: il mare ha una superficie, ma ha anche un fondale, e così è questo lavoro, che presenta elementi e significati che non si colgono all’istante, ma hanno bisogno di un ascolto approfondito.

E poi c’è Milano.
Di Noia:
Per me è la città di nascita, ed è il punto di inizio e di fine del viaggio all’interno del disco. Non solo, ma i suoni di Milano sono anche stati campionati, oltre a quelli degli animali della savana: ci sono i rumori dei treni, gli avvisi della metropolitana. Abbiamo usato il rumore di un condizionatore per ricreare il suono del grillo.

I suoni degli altri animali sono naturali?
Di Noia:
Alcuni sì, altri sono stati ricreati sinteticamente. Il ruggito dei leoni l’ho registrato direttamente nella savana, svegliandomi alle 5 del mattino. Volevo inserire nel disco anche il suono dell’emù, che è molto basso e percussivo, simile a quello del bongo, ma il mio cellulare non l’ha registrato…

La sperimentazione ha riguardato anche l’uso delle voci. Prima parlavate di Andrea Cattaneo, ma anche la voce di Marco è stata sfruttata in tutte la sua estensione.
Cucchi:
In ambito cantautorale forse i nostri esperimenti non sono mai stati tentati, non solo per l’utilizzo dell’estensione della voce, ma anche per gli intrecci e le armonizzazioni che abbiamo realizzato.
Di Noia: Il produttore con cui avevo lavorato precedentemente mi aveva sconsigliato di sfruttare il falsetto, perché diceva che il pubblico era abituato a sentirlo dalle interpreti femminili. Mi è stato anche detto che non essendo omosessuale non potevo usare il falsetto come Freddie Mercury o Mika: un discorso purtroppo molto provinciale che non ho riscontrato all’estero, dove invece ho sempre trovato un pubblico entusiasta.

Come hai scoperto di avere un’estensione così ampia?
Di Noia:
Ascoltando la Wuthering Heights cantata da Andre Matos degli Angra. Ricantandola ho scoperto di riuscire a farla addirittura un semitono più alta di Kate Bush, tanto che il mio maestro voleva che mi dedicassi al repertorio dei castrati. Ho anche partecipato a un concorso in Inghilterra cantando Bohemian Rhapsody: sono riuscito a prendere lo stesso acuto di Roger Taylor e alla fine ho vinto, pur essendo l’unico concorrente straniero.

Immagino che siate consapevoli che un progetto come Elettro Acqua 3D in Italia non è mai stato realizzato e non sarà facile da “piazzare”.
Di Noia:
Sì, è la prima licenza SIAE di questo tipo, e il fatto che la SIAE si stia aggiornando anche per prodotti come il nostro è il segno che i tempi stanno cambiando. Nel 2011 un esperimento era stato già tentato con Biophilia di Bjork, ma all’epoca il mondo delle App non era ancora sviluppato come oggi, e si trattava di un meccanismo complesso. Non ci siamo ispirati a quel progetto, ma lo abbiamo studiato: in quel caso si trattava di un’applicazione gratuita, che però prevedeva il pagamento per tutti gli altri contenuti. Inoltre Bjork era un’artista famosa, e il suo esperimento aveva scopi artistici diversi dal nostro. In futuro penso che il nostro progetto potrebbe fruttare molto all’industria discografica: ci pensi a cosa potrebbe succedere su un’App analoga a questa venisse messa in circolazione a pagamento per i nuovi idoli della trap? Ci sarebbe anche la possibilità di sponsorizzarla, per esempio con una marca di cuffie, e avendo a disposizione grandi budget si potrebbero creare applicazioni molto affascinanti. Il nostro è uno scopo pubblicitario, i contenuti sono gratuiti e non ci interessa se qualcuno copia i file dei brani: noi puntiamo a far arrivare il pubblico alla musica.

Con tutte queste potenzialità, perché le major discografiche non hanno ancora pensato di puntare sulle App?
Di Noia:
Penso per una serie di ragioni. Io ci sono arrivato perché metto insieme esperienze nel digital, nel giornalismo e nella musica, che mi hanno permesso di avere una visione molto ampia. Il modello di Bjork non ha fatto molta presa, forse perché era troppo precoce: il momento delle App è adesso, e ci vuole sempre qualcuno che arrivi prima degli altri.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
Di Noia:
Ti rispondo con una metafora di mia invenzione. Mettiamola così: se si chiude una porta e non si apre il famoso portone, c’è sempre la possibilità di fare un buco nel muro. Ma ribellione è anche non rimanere imbrigliati nei luoghi comuni, in un mondo che ci vuole sempre catalogati, altrimenti si rimane disorientati. Ma chi l’ha detto che non si può essere più cose contemporaneamente?
Cucchi: Cercare la bellezza nelle cose è la ribellione di cui oggi ha più bisogno il mondo.

Il download di Elettro Acqua 3D è disponibile ai seguenti link
– iOS: https://itunes.apple.com/us/app/elettro-acqua-3d/id1411416322
– Android: https://play.google.com/store/apps/details?id=it.marcodinoia.elettroacqua3d

BITS-CHAT: Libertà è conoscenza. Quattro chiacchiere con… i Blugrana

Per il loro nuovo singolo, Ora sei… Cosa sei? hanno preso ispirazione dai versi di Pablo Neruda, soffermandosi su una riflessione sull’identità dell’uomo e sul senso di smarrimento provocato dalle scelte che la vita impone di fare.
Loro sono i Blugrana, band piacentina presente sulle scena dal 2003, che si prepara ora a un ritorno con un nuovo album e una formazione in parte rinnovata dall’arrivo del chitarrista Matteo Cavanna e del bassista Marco Marzaroli, a cui si aggiungono il batterista Biagio Siero e il cantante e chitarrista Marcello Mautone.
Proprio con lui abbiamo chiacchierato un po’, tra musica, identità ai tempi dei social e bisogno di cultura.

Perché la scelta di tornare proprio con questo singolo?
Abbiamo scelto un brano che rappresenta la nuova formazione al meglio, per un ritorno deciso, determinato. Diciamo che l’abbiamo scelta tra tutti i brani del nuovo album perché racchiude in sé tante sonorità presenti in questo disco e sparse in ogni canzone, e pensiamo che sia un pezzo molto radiofonico.

Nell’epoca di oggi cosa vuol dire avere e mostrare la propria identità? Pensate che i social siano un utile strumento di espressione e condivisione o portino invece all’effetto contrario, quello cioè di imporci un filtro per mostrare agli altri solo la parte migliore di noi?
Identità significa spogliarsi, mettersi a nudo e farsi apprezzare per quello che “ora sei”, per citare il titolo del nuovo singolo, e non quello che dovresti essere per la società di oggi. I social? Straordinaria innovazione! È il più veloce vettore di comunicazione, ma tale deve rimanere: sono da utilizzare con intelligenza per non permettere che si sostituiscano alla vera identità.

Mi ha molto incuriosito il disegno della copertina del singolo. Come lo avete scelto?
È stato il disegno a scegliere noi, prendendo forme e colori, nota dopo nota, creato da mano guidata dal suono delle nostre canzoni. La paternità della nostra copertina, un olio su tela, è del pittore napoletano Antonio Cotecchia, il quale, ispirato alle nostre canzoni, le ha rese visibili all’occhio con questa creazione.

Siete in attività da 15 anni: come è cambiato – se è cambiato – il vostro modo di fare musica? E come vi sentite cambiati voi?
Inevitabilmente siamo cambiati sia perché abbiamo cambiato tanti componenti e sia perché siamo maturati dal punto di vista musicale. Per questo nostro ultimo disco siamo un po’ tornati alle origini con un sound aggressivo ma ben radicato ai tempi d’oggi, sia nelle sonorità che tematiche. Insomma, una sveglia per la scena attuale discografica italiana che si è addormentata, sperando di contribuire ad un risveglio degno del vero rock!

Spesso la scena musicale delle città di provincia rischia di non trovare molti spazi per esprimersi. Nel caso della vostra città, Piacenza, come vedete le realtà musicali locali?
La scena musicale piacentina è ricca di artisti e siamo contentissimi di farne parte. La passione per la musica è sempre più rara da trovare nelle nuove generazioni. I club che danno spazio agli artisti ci hanno sempre dato la possibilità di esprimerci e gliene siamo grati; ora con questo disco, speriamo di suscitare l’interesse anche dei fan di altre città.

Il nuovo album come sarà?
Non vogliamo anticipare molto, lo stiamo scoprendo piano piano, però posso dire che tratterà temi di tutti i giorni e nei quali tutti si possono rivedere. Sarà un album molto versatile, ricco di tanti spunti e di sorprese, dinamico direi.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
I Blugrana interpretano la ribellione nella sua accezione più positiva: è il percorso che porta alla conquista della libertà, individuale e collettiva; ma per poter essere liberi, e soprattutto liberi di scegliere, bisogna conoscere. Oggi il recupero della cultura, in ogni sua forma, è diventato indispensabile. Bisogna insegnare il bene e il buono ai bambini che saranno gli uomini del domani. Proporrò ai miei figli l’ascolto di Dalla e De Andrè con la speranza che crescano nell’ottica di quella che reputo la vera cultura musicale.

BITS-CHAT: La mia dance in italiano in giro per il mondo. Quattro chiacchiere con… Jeffrey Jey

Se il nome di Gianfranco Randone non vi dice nulla, forse vi suonerà più familiare quello con cui il pubblico è abituato a conoscerlo, Jeffrey Jey. Producer e autore dance attivo da oltre 20 anni, Jeffrey è arrivato alla fama internazionale sul finire degli anni ’90 con il progetto Eiffel 65, formato insieme a Maury Lobina e Gabry Ponte: milioni di copie vendute in tutto il mondo con brani come Blue (Da Be Dee) e Move Your Body, tutti orgogliosamente made in Italy in un’epoca in cui il nostro Paese dettava legge nel mondo nell’ambito della dance.
Negli ultimi anni Jeffrey ha continuato a fare musica e da poco ha pubblicato il suo quinto singolo da solista, Settembre, brano che racconta con il linguaggio della dance la malinconia e le speranze che si mescolano alla fine di un’estate. 
E mentre si attende l’uscita del suo album solista, lo scorso 16 novembre Jeffrey si è riunito con Lobina e ha dato inizio da Dubai a un nuovo tour mondiale degli Eiffel 65, mentre per un ritorno al gran completo della band ha affermato che…  


Prima che dalla canzone, vorrei iniziare a parlare del videoclip di Settembre. Da dove parte l’idea del manga?
Parte dal mood che ho voluto comunicare attraverso il brano, quella sensazione di malinconia che accompagna settembre, con la fine della bella stagione e l’arrivo dei primi giorni grigi autunnali. Si ripensa magari a un bell’incontro che si è fatto durante le vacanze, ma nello stesso tempo c’è un sollievo per il caldo afoso che se ne va. Ho pensato che il manga, con i suoi colori, fosse lo stile giusto per trasferire in immagini quel tipo di sensazione.

Settembre come fine della spensieratezza estiva, ma anche come momento di ripartenza?
Sicuramente! Settembre è il mese dei grandi cambiamenti, fin dai tempi della scuola, e l’ho sempre considerato il momento del vero inizio dell’anno, più ancora di gennaio. Si aprono nuove sfide, nuove occasioni per migliorare, c’è la sensazione di andare avanti, di crescere, ci sono nuovi incontri, e quindi anche nuove speranze che si riaccendono. E’ un mese che porta con sé un mix di sensazioni.

Settembre è l’ultimo capitolo in ordine di tempo della tua discografia solista, e si mantiene sul filone delle sonorità eurodance che hanno dominato la scena negli anni ’90. Come valuti invece la scena dance odierna?
La scena di oggi è dominata dai DJ e c’è una grande presenza di festival: penso che non se ne siano mai visti così tanti come negli ultimi anni. Da un punto di vista artistico invece, penso che ci siano stati dei grandi passi in avanti nella scrittura: si dà sempre più spazio ai giovani, che oggi hanno la possibilità di sfruttare il loro talento anche se non vogliono salire su un palco. C’è invece un allontanamento dalla musica vissuta come qualcosa da studiare e coltivare, a favore di una semplice forma di intrattenimento: difficilmente si vede una ricerca da parte dei musicisti e dei cantanti. Penso che sia un’evoluzione in linea con i progressi tecnologici: un tempo si andava ai concerti per vedere i musicisti, oggi la musica è sempre a disposizione sui cellulari e ci si concentra sull’elemento ludico. Il DJ è diventato una sorta di entità, ha cantanti e ballerini che lavorano per lui e ha perso un po’ il suo ruolo di ‘leggere’ la pista, sentirla per capire come farla divertire. Bisognerebbe fare attenzione per non perdere mai di vista l’elemento della scrittura, che è quello che dà qualità a un progetto.

Negli anni ’90 le scena dance italiana aveva una forte spinta verso l’esterno ed era un vero fenomeno di esportazione. Pensi che oggi gli artisti italiani abbiano perso qualcosa?
Oggi la comunicazione è molto diversa, molto più facilitata rispetto al passato. La barriera tra l’Italia e l’estero è stata quasi del tutto abbattuta, tutto ha una visione globale. Ci possono essere delle differenze determinate dai singoli luoghi in cui si fa musica, ma poi tutto circola con grande facilità ovunque e tutti hanno la stesse possibilità di far arrivare lontano la propria musica. Possono nascere anche collaborazioni a distanza tra un giovane produttore che vive in Sicilia e uno studio di produzione americano, senza che ci sia alcuno spostamento.

Presto arriverà il tuo nuovo album: cosa puoi già anticipare?
Ci saranno i singolo pubblicati finora e dei nuovi inediti. Non mancheranno anche delle collaborazioni, che però non posso ancora svelare.

Gli ultimi singoli sono cantati in italiano: significa che vuoi concentrarti sull’Italia?
Il lavoro fatto con gli Eiffel 65 negli ultimi 20 anni ha creato un grande seguito in Italia e all’estero, e ma oggi mi sembra che qui da noi la scena dance ed elettronica sia poco coperta. La sfida è quella di riportare l’attenzione sulla dance cantata in italiano, mantenendo però sonorità internazionali.

Il tuo lavoro all’estero non si è comunque mai interrotto anche perché tieni dei corsi in collaborazione con lo studio DMI di Las Vegas. Noti delle differenze tra il modo di lavorare in America e quello in Italia?
Tengo soprattutto corsi di scrittura e produzione e ho la possibilità di confrontarmi con tanti giovani che si affacciano a questo mondo. E’ difficile dire se ci siano delle sostanziali differenze nel modo di lavorare: sicuramente in America ci sono maggiori disponibilità di budget, e questo consente di aumentare la quantità e la qualità delle cose che si possono realizzare, dai video alla grafiche più elaborate, oppure consente di avere una maggiore visibilità, soprattutto quando si parla di artisti emergenti. Tutti questi fattori si ripercuotono sui risultati che avrà poi il prodotto, ma la scintilla iniziale di sedersi davanti a un computer e pensare di scrivere un brano per divertirsi resterà sempre fondamentale: senza di quello non ci sarà qualcosa di nuovo. Spesso ci si limita ad ascoltare quello che fanno gli altri.

Pensi che in futuro il progetto degli Eiffel 65 possa risorgere al completo?
Non saprei dirti.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Significa sostenere un’idea che ti porta a raggiungere un risultato che sarebbe altrimenti difficilmente raggiungibile: puntare un obiettivo e fare in modo che non sia ostacolato, soprattutto quando lo è ingiustamente. In quel caso ha senso ribellarsi.

BITS-CHAT: Le mie scelte di felicità. Quattro chiacchiere con… Emma

Quattro brani inediti e otto racconti scritti di suo pugno nelle pagine di un vero e proprio magazine: è la Boom Edition di Essere qui, nuove edizione dell’ultimo album di Emma pubblicato a gennaio.
“I repack fanno sempre bene ai dischi, non sono certo la prima ad averlo fatto. Se avessi voluto essere paracula avrei inserito qualche featuring, come va tanto di moda, ma non è mai stato nei progetti di questo album”.

Emma è così, vera e schietta, e quando parla sembra volersi spogliare di ogni difesa, quasi a mostrare più che nascondere le sue debolezze.
Fin dall’inizio dell’esperienza di Essere qui ha ripetuto quanto questo disco rappresentasse un passo avanti per lei, già dalla scelta di anticipare l’album con L’isola, un brano elettronico, molto distanze da tutto quello che aveva fatto fino a quel momento.
Poi è seguito un tour con un grandioso spettacolo portato nei palazzetti italiani, e che avrà un seguito con le nuove date fissate per febbraio e marzo 2019: “Ci sarà ancora l’Exit Club, ma questa volta non dovrò più chiedere il permesso per entrare perché nel frattempo sono diventata resident. Anzi, adesso sono io la proprietaria”. 

Perché Boom?
Perché è stata un’esplosione di idee: sono partita dall’8 capovolto che è diventato il simbolo dell’infinito e da lì mi è venuto lo spunto per il titolo. E’ una parola onomatopeica che siamo abituati a leggere fin da piccoli nei fumetti e rappresenta tutta l’esplosione che c’è stata intorno a questo progetto.

Cosa pensi che aggiungano al disco i quattro nuovi inediti?
Non aggiungono niente, sono semplicemente l’atto finale di un progetto che per me doveva essere così fin dall’inizio, ma che non ho potuto realizzare subito perché oggi i dischi con troppi brani sono difficili da portare avanti. Le canzoni erano già pronte, tranne Inutile canzone, che ho scritto all’ultimo momento tutta di getto: l’ho intitolata così perché dico cose talmente pesanti che almeno il titolo volevo che fosse leggero. Adesso Essere qui si presenta nella sua completezza.  

Come si svilupperà in futuro il progetto del magazine?
L’idea è di trasformare questo magazine in un appuntamento periodico, non legato all’uscita dei prossimi dischi, ma considerarlo una piattaforma che dia ai giovani la possibilità di esprimersi. In occasione del tour potrei inserire le foto migliori fatte dai miei fan, oppure potrei farmi intervistare nel backstage dai ragazzi che hanno voglia di scrivere e di cimentarsi in veste di giornalisti, e poi pubblicare le interviste sulle pagine del magazine. Già in questo primo numero ho pubblicato gli scatti live di due mie amiche appassionate di fotografia. In un’epoca in cui tutto corre veloce, questa può essere un’occasione per fermare nel tempo alcuni momenti. E’ un’idea un po’ romantica, me ne rendo conto.

Il titolo sarà sempre Boom?
Sì, la Boom si chiamerà sempre così. Ed è femmina.

Come hai lavorato a questi otto racconti?
Sono stati tutti scritti da me, non ho usato nessun ghostwriter: ho passato le vacanze vista Mac anzichè vista mare. Alcuni capitoli sono stati divertenti da scrivere, altri ho finito di leggerli a fatica perché mi sono molto emozionata. Non pensavo di riuscire a tirare fuori così tanto da me, e anche chi mi conosce da tempo è rimasto sorpreso leggendo queste pagine. Non c’era nulla di studiato, nessuno si aspettava così tanto materiale scritto, e avendo tutte queste pagine abbiamo potuto evitare di mettere tante immagini: non volevo uscire con il solito libro fotografico, magari sistemato da qualcun altro. Avrei venduto ai miei fan qualcosa di non vero, e alla mia età non ho voglia di farmi fare i compiti dagli altri: avevo tutto il tempo per realizzare il magazine, per cui ho voluto farlo esattamente come lo volevo, magari stando anche ore al telefono con il grafico per decidere i dettagli sui colori dei vari paragrafi.

Fin dalla prima presentazione di gennaio hai detto che questo è il disco più importante della tua carriera. Lasciando da parte tutte le considerazioni sulle vendite e le classifiche, a livello umano Essere qui ti ha dato tutto quello che ti aspettavi?
Questo è stato un anno durissimo, ma sono successi anche tanti piccoli miracoli, e ormai so che i cavalli vincenti si vedono alla fine della corsa. Sono sempre più convinta di voler restare in questo mondo: rimanere è difficile, ma ancora di più lo è mantenendo intatti l’istinto, la personalità e lo spirito con cui ho iniziato a fare questo lavoro, ancora prima di Amici. Forse da un punto di vista popolare e nelle classifiche si sta sempre un passo indietro rispetto a tanti altri, ma va bene così: questo è stato il mio disco X, sono arrivata a un bivio tra decidere se smettere di fare questo lavoro o continuare a farlo come voglio io, preparandomi le spalle larghe e lavorando tanto. Più volte mi sveglio la mattina con la tentazione di dire basta, ma poi la vita mi regala delle coincidenze che mi fanno capire che sto facendo bene, che il mio mondo è questo e che voglio continuare a fare musica senza farmi influenzare da quello che mi sta intorno. Sul piatto della bilancia Essere qui mi ha ripagato di tutto, a livello umano e artistico.

Più volte nel disco parli di coraggio: cosa significa per te?
Nella vita non ci sono scelte giuste o sbagliate, ci sono solo scelte. Io ho scelto di fare musica in questo modo e di diventare grande: ho un’età che mi porta a scrivere e a cantare in maniera diversa dal passato, e ci sta che non tutti siano pronti ad accoglierlo subito. Come si dice, se volevo piacere a tutti sarei nata Nutella, e forse non sarebbe bastato lo stesso. La differenza tra Amami e Inutile canzone è evidente: ho scelto di seguire questa maturazione, anche se riconosco che Amami è una bellissima canzone che si canterà ancora fra trent’anni. I cambiamenti spaventano tutti, ma io non voglio seguire l’abitudine, perché l’abitudine ti blocca: c’è chi non lascia un fidanzato per abitudine, o chi si sottomette a un lavoro sottopagato senza trovare una soluzione. Se una situazione non mi fa stare bene cerco sempre un modo per uscirne, sono così fin da bambina.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Essere qui è la mia ribellione.

BITS-CHAT: Il mio Ego r&b. Quattro chiacchiere con… Biondo

Biondo
Il serale dell’edizione 2018 di Amici sarà ricordato anche per l’affaire autotune, che ha tenuto impegnati i professori del talent di Canale 5 in una discussione tra chi ne permetteva l’utilizzo durante le esibizioni e chi invece ne chiedeva il divieto. Al centro della polemica ci era finito suo malgrado Simone Baldasseroni, meglio conosciuto dal pubblico come Biondo. Romano, classe 1998, il ragazzo è stato a tutti i diritti uno dei protagonisti dello show, e seppure qualcuno lo ha scambiato per l’ennesimo rappresentante della trap, la sua musica si muove in ben altra direzione, quella dell’r’n’b.

Dopo la pubblicazione nei mesi scorsi dell’EP Deja vù, lo scorso 2 novembre è uscito Ego, il suo primo album. Dieci tracce che vanno al di là della patinata idea televisiva che il pubblico può essersi fatto di lui, per offrire una nuova prospettiva su un ragazzo che ha saputo guardarsi dentro e rivelare a se stesso anche nuove inquietudini.
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Perché Ego?

E’ un titolo che può avere una doppia lettura. Questo è il mio primo vero album ufficiale, ed è il lavoro più personale che ho realizzato, ci ho lavorato a lungo negli ultimi mesi. Ho scritto i primi brani a gennaio, quando ero ancora ad Amici, ma il lavoro si è svolto soprattutto quest’estate. Capitava spesso che durante il giorno fossi in mezzo a molte persone e alla sera mi ritrovavo da solo in hotel, e questa solitudine mi ha portato a guardarmi dentro. E’ stato un viaggio introspettivo che ho voluto riportare nel disco, invitando le persone a entrare nel mio mondo, nel ego appunto. Ma Ego rimanda anche all’esposizione pubblica degli artisti, a quella componente narcisistica che hanno un po’ tutti quelli che fanno questo lavoro.

Quella che si percepisce nel disco è un’atmosfera spesso cupa, inquieta: è corretto?
Sì, esattamente: anche questo fa parte di quel viaggio interiore che mi ha portato a scoprire nuovi lati di me, angoli della personalità che non sapevo di avere. E’ stata una scoperta che a volte mi ha anche fatto paura, ma credo che faccia parte della crescita, è la vita che va così. Ho imparato a conoscermi di più e ho chiuso rapporti che si sono rivelati falsi.

Non hai paura che mostrare questi nuovi lati della tua personalità possa allontanare chi ti ha conosciuto durante Amici?
Forse quelli che seguono la moda del momento e si fermano alle apparenze televisive, ma se parliamo di veri fan, non credo che possano allontanarsi, perché mi conoscono bene e sono davvero interessati a quello che faccio.

Facetime si chiude con una domanda: “e tu mi vuoi per il mio nome o per Simone?”. Da quando è arrivata la notorietà è cambiato il tuo modo di relazionarti con le persone?
Sì, sia con le ragazze che con gli amici. Ho capito che ci sono persone che si avvicinano a me perché solo sono interessate al personaggio: spesso riesco a riconoscerle in tempo e a distinguerle da chi mi sta vicino per un vero sentimento di amicizia, ma non è sempre facile.
COVER DIGITALE
Oggi le classifiche sono dominate dal rap e dalla trap, mentre il tuo percorso ti ha portato a seguire una via diversa quella dell’r’n’b. Pensi di essere in questo un precursore in Italia?
Io credo di sì, non mi sembra che in passato ci sia stato qualcuno qui da noi che abbia affrontato questo genere, almeno tra gli artisti affermati, mentre in America l’r’n’b ha una tradizione molto forte. E sto parlando dell’r’n’b moderno, perché se invece intendiamo il Rhythm And Blues il discorso è diverso. Non ho inventato nulla, ma sicuramente ho aperto le porte a qualcosa di nuovo, che in Italia non era mai arrivato al grande pubblico. Da una parte questo è stato difficile, perché non avevo modelli italiani a cui potermi ispirare e non ci sono altri artisti con cui posso collaborare, ma dall’altra ho avuto la possibilità di crearmi un linguaggio totalmente personale.

Sogniamo in grande: a livello internazionale con chi ti piacerebbe collaborare?
Drake e Post Malone.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
La ribellione è un senso di sfogo, che nella musica prende forma nell’r’n’b e nell’hip-hop. E’ da sempre nella natura di questi generi. Se penso alla mia generazione, lo sfogo della ribellione è molto attuale, perché siamo cresciuti sentendoci dire che siamo senza futuro, per cui lo stimolo a ribellarci ci viene istillato dall’alto.

BITS-CHAT: “Un album? Forse. E per il futuro penso all’Africa”. Quattro chiacchiere con… Elettra Lamborghini

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Nel suo ultimo singolo canta di essere sempre stata “mala”, cattiva, ma forse non c’è molto da crederle.
Elettra Lamborghini
è una delle grandi rivelazioni del panorama pop televisivo e musicale italiano, anche se lei guarda al di là dell’oceano: rampolla della ben nota casa automobilistica bolognese fondata dal nonno Ferruccio, si è fatta conoscere al grande pubblico nella seconda stagione di Riccanza.

Un amore smisurato per il reggaeton, un talento innato per il twerking (“mi culo es verdadero”, dichiarava orgogliosa nel featuring di Lamborghini con Gue Pequeno) e una buona dose di ironia l’hanno portata a pubblicare due singoli nel corso dell’ultimo anno: il primo, Pem Pem, è stato certificato disco di platino e ha un video che conta oltre 70 milioni di visualizzazioni; il secondo, Mala, è nato sotto l’etichetta di Sfera Ebbasta, la BHMG.

Durante questa intervista parla del suo amore per il mondo latino, del sogno di un album, mentre per il futuro rivela di avere in mente qualcosa che non ha a che fare con il mondo dello spettacolo. E neanche con il twerking.

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Facciamo un bilancio di quest’annata pazzesca?

Ti dico la verità, sono molto grata a Gesù. Ho conosciuto persone meravigliose, ho viaggiato un sacco, ho pubblicato due singoli, e poi gli impegni televisivi con Ex On The Beach. E’ stato un allineamento di stelle fortunato. Speriamo che l’anno prossimo sia ancora meglio!

Ma ti immaginavi una risposta così forte da parte del pubblico?
Sì e no. Sulle canzoni lavoro sempre tanto, sono molto puntigliosa, cerco il pelo nell’uovo e a volte faccio saltare fuori dei problemi all’ultimo momento se qualcosa non mi convince. Non mi piace fare le cose a caso. Ma c’è ancora tanto da lavorare, siamo solo all’inizio.

Recentemente sei anche stata assoldata da BHMG, l’etichetta di Sfera Ebbasta.
Mi trovo molto bene e stiamo lavorando un sacco in studio: ho già alcuni brani pronti, e uno in particolare mi piace moltissimo. Non è ancora finito e non posso dire altro, ma lo ascolto in continuazione e credo che sarà il prossimo singolo. Ovviamente, canto sempre in spagnolo.
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Quindi ci dobbiamo aspettare anche un album?
Mah, chi lo sa? Di pezzi ce ne sono e mi piacerebbe molto. Il mio obiettivo è quello di concentrami sul mercato latino-americano, perché è quello il mio ambiente. Mi sto trasferendo in Brasile e prossimamente andrò anche a Miami: l’Italia resterà sempre casa mia, ma per quello che voglio fare è giusto che vada là. 

Sogni qualche collaborazione?
Anni fa ti avrei detto Bad Bunny, Ozuna o Daddy Yankee, che per me è il re del reggaeton. Ultimamente però preferisco cantare da sola: vedo tanti cantanti buttarsi continuamente in featuring e poi non riuscire a fare niente da soli. Io vorrei fare le collaborazioni giuste, sceglierle bene, ma costruirmi da sola la mia carriera.

Musica, televisione… cos’altro ti piacerebbe fare?
Per ora direi che va bene così, almeno se parliamo del mondo dello spettacolo. In futuro invece mi piacerebbe aprire un’associazione o comunque fare qualcosa per aiutare i bambini dell’Africa. Un mio desiderio sarebbe anche quello di adottarne uno, ma in Italia è molto difficile, bisogna essere sposati da almeno tre anni e non so se potrei farcela (ride, ndr). Sarebbe bello se attraverso il mio lavoro riuscissi ad aiutare chi ha bisogno.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Me stessa! (ride di nuovo, di gusto, ndr) Faccio sempre un po’ quello che mi pare, e non me ne rendo conto, perché la trovo la cosa più naturale del mondo. Tutti dovrebbero poter fare quello che vogliono, non c’è niente che debba essere vietato, a meno che non limiti la libertà degli altri. Non si dovrebbe mai aver paura di dire una parola o fare un gesto che ci nasce spontaneo.

BITS-CHAT: Indie pop made in Parma. Quattro chiacchiere con… I Segreti

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Angelo Zanoletti, Emanuele Santona e Filippo Arganini arrivano da Parma e sono rispettivamente voce e tastiere, basso e batteria dei I Segreti, un progetto musicale nato nel 2015 con un EP autoprodotto e approdato ora al primo album ufficiale, Qualunque cosa sia.
Suonano indie pop, e la loro musica rimanda agli echi del passato, come dimostrano anche i singoli L’estate sopra di noi e Torno a casa.
Dopo un lungo percorso, il loro disco vede la luce, portando un senso di libertà e soddisfazione, soprattutto perché di solito – dichiarano – aDa Parmagli artisti delle città di provincia manca la voglia di guardare fuori.

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Quali sono i “segreti” che custodite? 
Angelo: Se ci fai caso, nei nostri testi c’è sempre qualcosa di introspettivo, le nostre canzoni rappresentano la nostra parte più intima, ecco perché abbiamo scelto di chiamarci così.

Ascoltando i brani dell’album sembra di risentire echi del passato. Con quali riferimenti musicali siete cresciuti?
Filippo: Ognuno di noi ha i suoi riferimenti personali, ma in generale tutti amiamo molto la musica degli anni ’70 e ’80. Anche la copertina dell’album rimanda un po’ a quell’epoca.
Angelo: Tra gli italiani, a me piacciono molto i Baustelle. Credo siano una delle realtà più interessanti in circolazione, e anche nel loro sound ci sono riferimenti agli anni ’70.
Emanuele: Io ho da sempre un amore grandissimo per Lucio Dalla, un grandissimo.

Pensando a Dalla non può non venire in mente Bologna, una città importantissima per il cantautorato italiano. Parma com’è la situazione?
Emanuele: Io direi che tutta l’Emilia è una regione che ha dato molto alla musica italiana, più di tutte le altre regioni. Parma però è purtroppo una città di medie dimensioni, come lo sono Reggio o Modena: queste città tendono a chiudersi in se stesse, si fanno bastare, perché non sono abbastanza grandi da offrire le opportunità di Bologna o Milano e non hanno quella spinta verso l’esterno che invece anima chi viene dai piccoli paesi. Vasco e Ligabue, per esempio, arrivano da due paesini di provincia, Zocca e Correggio, e sono realtà come quelle che danno agli artisti la voglia di uscire verso le grandi città, di “spaccare tutto”. In città come Parma invece si tende a restare fermi, chiusi nei soliti circuiti.

In quanto tempo è nato il disco?
Filippo: E’ stato un lavoro piuttosto veloce: in 6 mesi era pronto. Ma tutto è partito ormai due anni fa, quando abbiamo conosciuto Simone Sproccati, il nostro produttore. Da allora sono successe un sacco di cose, ma in queste canzoni ci ritroviamo ancora perfettamente: è come se le avessimo chiuse qualche giorno fa.

Avete trovato qualche ostacolo in particolare?
Filippo: Direi di no, è stato un percorso lungo, ma armonico: grazie all’EP precedente abbiamo incontrato tante persone che hanno creduto in noi.
Emanuele: Forse il momento più difficile è stato dopo la chiusura del disco, quando davanti a noi si è aperta l’incognita del futuro: non sapevamo cosa sarebbe successo, e per mesi siamo rimasti fermi, quando invece ci aspettavamo di vedere subito dei movimenti.
Filippo: Questa però è anche forse la cosa che ci ha in qualche modo salvato, perché se avessimo fatto uscire subito il disco, oggi saremmo qui a preoccuparci di doverne far uscire un altro. Invece siamo stati fortunati ad aver avuto un percorso più lento, ma ci meritiamo tutto.

In un periodo come questo, difficile per la discografia, molti artisti vedono la realizzazione del disco come un passaggio verso il live, che è spesso considerato l’obiettivo finale. Anche per voi è così?
Angelo: Il live è sicuramente importante, ma mentirei se dicessi che è il momento che preferisco di questo lavoro. Per me è semplicemente un passaggio, una tappa: fa parte del gioco, forse è più importante per chi viene ad ascoltarti.
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Venite indicati come una delle nuove realtà dell’indie italiano. Ma per voi cosa significa essere “indie”?
Filippo: Noi scriviamo semplicemente delle canzoni, facciamo la nostra musica senza pensare a come potrebbe essere catalogata. Definirla indie serve per inserirla in un canale, che attualmente è quello più in voga in Italia.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
Emanuele: E’ un atteggiamento, essere quello che si vuole essere Non è facile, perché può turbare gli altri, e infatti sono in pochi a riuscirci davvero.
Filippo: Per me è più una liberazione dagli schemi che vengono imposti dall’esterno, dalla società, è qualcosa che ha a che fare con se stessi.
Angelo: E’ l’applicazione dei propri il principi e dei propri valori, il coraggio di seguire il proprio istinto.

Il 26 ottobre partirà da Parma il “Qualunque cosa sia un tour”, una serie di appuntamenti live nei club di tutta Italia.
Queste le date confermate
:

26 ottobre – Parma @PULP – Release Party
16 novembre – Trento @BOOKIQUE
17 novembre – Fucecchio (FI) @LA LIMONAIA CLUB
24 novembre – La Spezia @TBA
30 novembre – Milano | FUTURA DISCHI PARTY @LINOLEUM (ROCKET)
1 dicembre – Varese @CANTINE COOPUF
2 dicembre – Como @OSTELLO BELLO
14 dicembre – Treviso @HOME ROCK BAR
21 dicembre – Torino @OFF TOPIC
22 dicembre – Carpi (MO) @MATTATOIO
29 dicembre – Rimini @BRADIPOP CLUB
12 gennaio 2019 – Rosà’ (VI) | FUTURA DISCHI PARTY @VINILE
19 gennaio 2019 – Bologna | FUTURA DISCHI PARTY @COVO CLUB
25 gennaio 2019 – Santa Maria a Vico (CE) @SMAV
26 gennaio 2019 – Avellino @TILT
27 gennaio 2019 – Roma @SPAGHETTI UNPLUGGED
1 febbraio 2019 – Foggia @THE ALIBI
8 febbraio 2019 – Asti @DIAVOLO ROSSO
9 febbraio 2019 – Pistoia @H2O

BITS-CHAT: Una “pausa” tra Friends e Roma. Quattro chiacchiere con… i Geller

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Fanno un indie pop sul “deprimente andante”. Anzi, lo hanno definito loro stessi “PresammalepoP”.
Sono i Geller, un duo romano emergente che da qualche settimana si sta facendo conoscere con Pausa, il singolo d’esordio: un racconto di serate ordinarie, tra serie TV, chiacchiere su Whatsapp e qualche sano bicchiere.

Per conoscerli un po’ di più abbiamo chiesto a Valerio, una delle due anime del progetto.
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Partiamo dalle basi: chi sono i Geller?

Siamo Valerio e Dario, siamo di Roma, quartiere Centocelle, e scriviamo canzoni.

Come avete deciso di iniziare a fare musica insieme? Sulla vostra pagina Facebook si parla di una festa in una casa che “fluttuava”…
Sì, è stato uno di quei momenti in cui sei un po’ per aria e ti arrivano idee brillanti. E niente, io avevo dei testi scritti e altri da scrivere, li ho fatti leggere a Dario e lui li ha messi in musica. Sintetizzando molto, è andata così.

È quella stessa sera che è nata Pausa?
È nata qualche giorno dopo. È stata la prima canzone che abbiamo scritto e che ha dato il via al disco.

Sempre sulla vostra pagina Facebook, alla voce “genere” si legge PresammalepoP 90’s. Cosa vi piace ascoltare?
Tante cose, dall’indie al pop, dagli Arctic Monkeys agli 883, così tanto per dire.

Prima di diventare i Geller quali erano i vostri progetti?
Abbiamo avuto altre band, ma di tutt’altro genere. Suoniamo comunque da quando abbiamo quattordici anni, forse anche da prima. Di esperienze ne abbiamo fatte.

Da dove avete preso il nome?
DaRoss Geller, un personaggio della serie Friends.

Dopo Pausa cosa aspetta i Geller?
Uscirà il video fra pochissimo, e poi il nuovo singolo il 23 ottobre.

BITS-CHAT: Partire e sentirsi a casa. Quattro chiacchiere con… Valentina Parisse

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Quando incontro Valentina Parisse, lei mi accoglie con un sorriso e una delle più vigorose strette di mano che abbia mai ricevuto. Ha addosso un entusiasmo luminoso, che ti mette subito a tuo agio. “A volte ho paura di sembrare una bambina il giorno di Natale” confessa durante la chiacchierata parlando del suo lavoro, la musica. In realtà, la sensazione che comunica è quella di una ragazza che sta vivendo nella maniera più giusta le enormi occasioni che le stanno capitando, e che ha imparato a tenersi la valigia sempre pronta perché non sai mai quando potrebbe arrivare una chiamata.

Dopo essere volata in Canada nel 2011 per realizzare l’album d’esordio, Vagabond, e aver recentemente scritto per Renato Zero e Michele Zarrillo, il suo ultimo singolo, Tutto cambia, è nato sul suolo americano ed è il frutto dalla collaborazione con Tyrone Wells, Danny Larsh e Timothy Myers, ex bassista dei One Republic. Ma anche tutto il suo nuovo album, in uscita il prossimo anno, pare che respirerà aria internazionale grazie ad altre importanti collaborazioni, in una combinazione tra musica organica e sintetica.
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Da dove è partito tutto?
Proprio da Tutto cambia, e dalla collaborazione con Tyrone Wells, che è il co-autore del brano. Ho ricevuto un invito per una collaborazione a Los Angeles: ho messo quattro cose in valigia e sono partita, con un grandissimo entusiasmo, ma anche tanta paura. Quando ti trovi a lavorare con personalità così grandi ti senti sempre un chicco di riso.

Quindi tu e Tyrone vi conoscevate già da prima?
No, c’era solo una conoscenza indiretta. Avevo ascoltato alcuni suoi lavori e lo stimavo molto come cantautore.

Collaborazione internazionale, ma testo in italiano, come mai?
Le canzoni nascono da sé, è difficile prevedere come si svilupperà un processo creativo, non è scientifico. Sentivo semplicemente la necessità di dire quelle cose in quel modo. Italiano e inglese sono semplicemente due possibilità comunicative, sono complementari tra loro. È come suonare la chitarra, piuttosto che il basso o il pianoforte.

Molti tuoi colleghi usano l’inglese perché li fa sentire più protetti, sentono di esporsi meno.
Per me non è del tutto così, non riesco a percepire il velo. Nel momento in scrivo mi sento già esposta e a volte sento proprio il bisogno e la voglia di espormi. Nella mia esperienza posso dire che la differenza tra italiano e inglese la sento nella scelta dei termini, ma come dicevo prima è più un discorso di possibilità che ho a disposizione: quanti tasti e quante corde ho a disposizione? Sono modi diversi di esprimersi.

Cosa significa per te oggi dire che tutto “cambia”?
Tanto. Tutto cambia è una canzone lucida, in cui ho riassunto quello che ho vissuto. Viviamo in un periodo difficile, frenetico, in una rincorsa feroce alla perfezione, in continua guerra con gli altri. Dovremmo invece concederci di sbagliare, siamo umani, e spesso sono gli errori a suggerirci di cambiare direzione.

In genere come vivi i cambiamenti?
Purtroppo non sono zen (ride, ndr). Ci sono cambiamenti che mi spaventano, anche se non ho avuto paura di cambiare casa e di andare dall’altra parte del mondo. Mi terrorizza invece lo scontro con l’altro e sono messa a dura prova dai cambiamenti personali improvvisi, quelli che non puoi prevedere e controllare. Nella canzone ho voluto proprio fotografare quel momento, quando ti ritrovi a pensare “e adesso che faccio?”.
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La scelta di girare il video di Tutto cambia nel deserto del Mojave?
È stata un’occasione. Mi trovavo a Los Angeles per le sessioni in studio di registrazione e ho conosciuto Vonjako, un videomaker incredibile, un artista che riesce a mantenere uno sguardo lucido su quello che fa senza perdere un innato velo di poesia. Non mi piacciono molto i video che raccontano troppo, perché una canzone deve essere intellegibile. Il video è una possibilità in più per mostrare qualcosa che magari non emerge dal brano.

Hai la valigia sempre pronta per spostarti da una parte all’altra del mondo: cosa significa per te essere a casa?
Ci sono due luoghi fisici in cui mi sento a casa: Roma, dove sono nata e dove ci sono i miei affetti, e lo studio di registrazione. E poi mi sento a casa quando sto bene con chi ho davanti: sono molto curiosa delle persone che incontro, per me è sempre un’occasione. Ascoltando gli altri ci si ascolta molto dentro.

Oltre a Tutto cambia, in questi giorni è in uscita anche Blindfold, il nuovo singolo del progetto di Rawbach a cui preso parte (link).
Andrea Mariani (tastierista dei Negramaro, ndr) è un musicista pazzesco ed è una gioia quando si ha la possibilità di lavorare con le persone che stimi. Insomma, i Negramaro sono i Negramaro! Andrea ha pensato di coinvolgermi in questo suo progetto e io mi sono buttata: mi piace molto la musica elettronica, ma non è il mio territorio, gliel’ho detto subito, e lui si è fidato.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato dai al concetto di ribellione?
Ribellione è una parola bellissima, non senti che bel suono che ha? È fondamentale la ribellione, senza essere aggressivi: vuol dire non accettare le cose per come è più facile che siano, cimentarsi, mettersi in gioco per cambiare quello che non piace, mettersi in discussione. È una parola strepitosa.

BITS-CHAT: Un’esplorazione umana e sonora. Quattro chiacchiere con… Aerostation

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Gigi Cavalli Cocchi
e Alex Carpani sono due musicisti con la “pellaccia” dura, due che la musica l’hanno conosciuta molto da vicino, entrambi animati da una passione genuina che li porta a guardare sempre avanti, senza paura di entrare in territori inesplorati.

Due solide carriere parallele alle spalle all’insegna del rock e del prog: Cavalli Cocchi è uno storico collaboratore di Ligabue, per il quale ha curato anche la grafica di diverse copertine, e ha suonato tra gli altri nei Clan Destino e con i C.S.I, mentre Carpani ha dato vita alla Alex Carpani Band, oltre a collaborare con artisti internazionali come l’ex King Crimson David Gross.
Negli anni le loro strade si erano già incrociate, ma mai per dare vita a un intero progetto condiviso. Succede ora, con Aerostation, che è il titolo dell’album (in uscita il 5 ottobre) e il nome del progetto che li vede finalmente collaborare insieme. Con loro, terza anima del gruppo, il bassista Jacopo Rossi, attivo sulla scena metal in band come Dark Lunacy e Antropofagus.
Non c’è un nome per la loro musica: rock, prog, elettronica, pop, crossover. Ci sono solo le sue suggestioni ibride e contaminate, con uno slancio internazionale e uno sguardo puntato lassù, nello spazio.  

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Perché Aerostation?
Alex Carpani: Tu sai il significato di questa parola? Molti pensano che significhi “aerostatzione”, invece vuol dire “aerostatica”, e ha a che fare con tutto ciò che riguarda le mongolfiere e i palloni che volano attraverso l’aria. Abbiamo fatto diverse ipotesi per il nome da dare a questo progetto, cercavamo qualcosa che indicasse il viaggio, l’esplorazione.
Gigi Cavalli Cocchi: Siamo appassionati di fantascienza e abbiamo voluto inserire anche visivamente nell’album alcuni elementi che rimandano a quel mondo. C’è stata quindi una grande attenzione alla parte grafica del disco, di cui mi sono occupato personalmente ideando anche il logo con i triangoli, una figura centrale per il nostro progetto. Proponevo le mie idee ad Alex, e lui approvava sempre tutti: credo che ormai ognuno sa quello che l’altro sa fare.

E l’idea di dar vita al progetto da dove è partita?
Alex: È nata da dieci anni di conoscenza, con carriere parallele, conoscenze comuni e collaborazioni occasionali. Gigi ha anche suonato in un mio disco nel 2010. Abbiamo voluto creare un progetto di respiro internazionale che guardasse anche al di fuori dell’Italia, non per rinnegare il nostro Paese, ma perché non ci si può fermare al nostro Paese. La scelta dell’inglese non è stata dettata da esterofilia, ma da ragioni artistiche, perché il rock si può cantare solo in inglese, e solo con l’inglese si può avere un carattere cosmopolita. Questo non toglie che la nostra sensibilità e le nostre radici italiane possano comunque venir fuori.  
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Che taglio avete voluto dare ai brani?
Alex: Un rock molto diretto, potente, senza fronzoli, con aperture melodiche all’ambient. Entrambi arriviamo da esperienze prog, ma abbiamo voluto alleggerire il nostro bagaglio da tutti i fronzoli e i virtuosismi. Non è stato facile dire tutto con pochi elementi, perché viene più semplice aggiungere tanti ingredienti e poi mescolare i vari sapori. L’intento era quello di proporre qualcosa di nuovo, di diverso, e se il pubblico se ne accorgerà sarà il miglior riconoscimento: fare qualcosa di derivativo oggi è perfettamente inutile.

Siete un “trio power”, ma senza chitarra, anche se si fa fatica a capire che la chitarra non c’è.
Gigi: Lavorando al disco ci sono venute in mente diverse possibilità, da quella di utilizzare una band a quella di prendere un chitarrista. Arrivati a definire il suono che volevamo dare al progetto, abbiamo iniziato a togliere, come diceva Alex. Qualche chitarra c’è, ma poi i suoni sono stati presi da Alex, che li ha rimanipolati, filtrati, trasformati, destrutturati, al punto che non ci si rende conto quando c’è la chitarra elettrica. È stato un lavoro di corrosione dei suoni.
Alex: Inoltre dal vivo abbiamo scelto di non avere un chitarrista, così come di non avere un tastierista, perché io non suono tastiere orizzontali.
Gigi: Un apporto importantissimo è stato dato anche dal nostro fonico, Daniele Bagnoli, un giovane collaboratore che si è innamorato da subito del nostro progetto ed è riuscito a rendere perfettamente il suono che volevamo.
Alex: Ha 26 anni ed è un fonico straordinario, capace di lavorare sia studio che sul palco, due situazioni molto diverse.
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Il concept che lega le canzoni del disco è quello della comunicazione e dell’esplorazione. Come pensate che si sia evoluto il modo in cui l’uomo va alla scoperta dell’altro?
Alex: Intesa verso l’esterno, l’esplorazione fa pensare alla ricerca di altri mondi da scoprire per spostare in là i propri confini di conoscenza. In questo, lo spazio, la cosmonautica e l’avventura spaziale ci ha aiutato molto, soprattutto dal punto di vista iconografico ed estetico, perché piace a entrambi e lo abbiamo tradotto nella parte grafica. I testi invece affrontano di più il tema dell’esplorazione interiore e dell’incomunicabilità dell’uomo moderno: siamo tutti perennemente connessi, eppure siamo tutti abbandonati a noi stessi, soli. Nel disco si parla di persone che si parlano e si innamorano e di persone che si sfiorano e non si incontreranno mai, perché passano veloci attraverso non-luoghi in cui nessuno lascerà alcun segno.
Gigi: Esplorazione è soprattutto evoluzione: l’uomo che esplora l’universo compie un’evoluzione nella storia, ma poi c’è anche l’esplorazione all’interno di noi stessi per portare in evidenza quello che siamo. Riuscire a riproporre quello che siamo senza nessun filtro e nessuna maschera è il punto massimo a cui potremmo ambire, la nostra massima evoluzione. Non so se ci riusciremo mai.

Il titolo dell’ultima traccia dell’album, Kepler-186F, prende spunto da un pianeta scoperto nell’universo con caratteristiche simili alla Terra, e che potrebbe ospitare la vita. Possiamo considerarlo come una metafora di una seconda possibilità?
Gigi: Assolutamente, è come l’altra faccia della medaglia di tutto ciò che salta subito all’occhio, di tutto quello che possiamo vedere subito davanti a noi. È la nostra seconda chance.
Alex: Vuole un po’ essere la chiusura del cerchio del messaggio lanciato nel disco.

Per concludere, una domanda di rito per BitsRebel: che significato date al concetto di ribellione?
Gigi: È la capacità di vivere al di fuori degli schemi prestabiliti. Qualcuno ha detto che il compromesso è il lubrificante della convivenza: ecco, mi piacerebbe evitare di oliare continuamente la nostra vita, per poter fare esattamente quello che vogliamo senza limitare la libertà altrui. Poter arrivare a una convivenza di ribellioni e all’accettazione della ribellione altrui.
Alex: La ribellione è un moto dell’animo, ed è necessaria, prima di tutto a se stessi. Bisogna capire quando non è utile soccombere alla pigrizia, ai propri limiti, alle proprie paure per poter andare avanti. E poi il moto di ribellione deve indirizzarsi all’esterno contro le ingiustizie, per esempio: deve associarsi al dolore e allo shock, perché solo quando qualcosa ci colpisce e ci fa male noi facciamo in modo di stare meglio.