BITS-RECE: Trolls: Original Motion Picture Soundtrack

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Prendi una decina di classici della musica (e un paio di inediti) e dagli una nuova luce, se possibile briosa e spassosissima.
Questo è, in grande sintesi, la coloratissima colonna sonora di Trolls, il film d’animazione targato Dreamworks arrivato nelle sale a settembre: da The Sound Of Silence, Hello, I’m Coming Out/Mo’Money Mo’ Problems e una nuova registrazione di September degli Earth Wind & Fire, fino a True Colours.

A mettere la voce nei brani, nomi giganteschi del pop come Justin Timberlake, Ariana Grande, Anna Kendrick e Gwen Stefani.
Tra gli inediti spicca Can’t Stop The Feeling, l’ultimo successone di Timberlake, presente anche in una versione interpretata dal cast.

BITS-RECE: Loredana Errore, Luce infinita. Quando l’anima brucia di vita

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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C’è una cosa di Loredana Errore che mi ha fatto sentire in lei una sintonia fin dal primo momento in cui l’ho sentita cantare. Era ad Amici, ormai alcuni anni fa, e quando partiva la base di un brano, dalla sua bocca usciva una particolare commistione di brama di vita, gioia, ma anche un dolore avito, una sofferenza che sembrava covare in lei da sempre. E in ogni singola parola che pronunciava cantando, tutto questo veniva fuori con una forza impressionante. Stupendo e terribile insieme. Sicuramente un attaccamento alla vita, prima che alla musica, unico.

Oggi che il tempo è passato e che Loredana ha da poco attraversato un momento personale delicatissimo come lo può essere un incidente stradale di quelli tremendi, tutto questo è rimasto intatto. Nelle nove tracce del suo ultimo album, Luce infinita, quell’attaccamento alla vita si è fatto ancora più robusto, ha tirato fuori ancora di più le unghie e le infilate nella terra.
Il modo che ha Loredana di vivere le canzoni che interpreta è di quelli viscerali, che non ammettono mezze misure: o c’è tutto o non c’è nulla. Lo si sente nelle singole parole, nel modo che ha di mordere le sillabe, trascinarle, strapparle.
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Ci vuole coraggio per riprendersi il cielo, urla in Nuovi giorni da vivere, il primo singolo, e questa frase basterebbe da sola a riassumere l’anima di questo album che ci riconsegna dopo alcuni anni di silenzio un’artista preziosissima, tanto battaglierà quanto fragile.

Loredana canta d’amore, canta di vita, di perdite, di conquiste, di sconfitte, di sorrisi ritrovati, e in lei si sente, costante, una sincerità lucida, limpidissima, quasi abbagliante da guardare in faccia. La rivisitazione di Dio come ti amo di Modugno è quanto di più personale ci possa essere, Luce infinita è un violento vortice d’amore, Lo sguardo stupendo, dedicata alla madre, è invece un pugno d’amore tirato dritto nello stomaco del cielo, fino a farlo sanguinare.

La bellezza di Loredana Errore è che di artisti così in giro non se ne trovano molti, sono rari, rarissimi, perché le anime come la sua sono quelle così grandi da avere il coraggio di spogliarsi, farsi scivolare addosso l’armatura e mostrare i lividi, le cicatrici e i morsi ricevuti. E sorridere meravigliosamente.

E’ grazie ad anime così che la musica prende fuoco.

BITS-RECE: Niccolò Bossini, Kaleidos. Un’iride pop-rock

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.

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Lo ha intitolato Kaleidos un po’ in omaggio a Poviglio, il paese in provincia di Reggio Emilia dove vive, e un po’ perché ha voluto metterci dentro un bell’impasto di colori. E in effetti il nuovo album di Niccolò Bossini ha le sembianze di una nuvola di polveri colorate, come quelle che ti si appiccicano addosso nelle color run, dove tutte le cromìe si mescolano tra loro in una grande festa dell’iride.

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A brillare più di tutto in Kaleidos è una forte vitalità, una sferzata di positività e di carica pitturata di un rock che strizza l’occhio all’elemento elettronico e non si dimentica di prendere per mano il caro vecchio pop.
Anzi, se non fosse un po’ troppo azzardato, si potrebbe dire che, avendo ben imparato e reinterpretato a suo modo la lezione dei Coldplay negli ultimi anni, di fatto Kaleidos è un album elettropop tendente al rock, perché le chitarre – ovviamente – ci sono e la loro figura la fanno alla grande.
Probabilmente non a caso per far conoscere il progetto al pubblico è stato usato come biglietto da visita La vita è adesso, una sorta di scatola musicale imbottita di dinamite pronta a saltare per aria apiena viene sfiorata. E di momenti così nel disco ne arrivano altri, alternati a ballate rockettare (si veda Piloti e supereroi, forse la prima vera ballad di Bossini).
Ma, come si diceva, oltre che per la musica il titolo Kaleidos rimanda anche all’omonimo centro polivalente di Poviglio, un punto di riferimento per il paese del reggiano, dove si concentra la vita dei suoi abitanti. È a quella realtà che Niccolò Bossini ha voluto rendere omaggio.

BITS-RECE: Rome, The Hyperion Machine. Luce oscura

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Parte tutto da Hölderlin e dal suo Iperione. C’è lo stesso bivio tra idealizzazione del passato e disillusione per il presente, l’incanto dell’antico e dell’arcano, a fronte di un’attualità desolante.

The Hyperion Machine, ultimo lavoro del lussemburghese Rome, al secolo Jerome Reuter, oscilla tra ombre e punti di luce, tra mistero e realtà, tra il sogno di ciò che si è perso e il desiderio di cambiare l’oggi.
Dark wave, elettronica, rock, persino folk, tutto è amalgamato qui dentro, in queste tracce che stillano inquietudine e malinconia, oscurità e sogno: un denso magma di sensazioni tese e viscerali che brilla con la luce del più rovente dei tramonti, e cola come il miele più dorato.
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Un viaggio che passa dalla Grecia classica e incontaminata dell’ispirazione letteraria per arrivare al caos delle macchine e della modernità portato dalla musica, guidato dalle dita e dalla voce imperiosa, liturgica e gotica di Rome, gran maestro della contaminazione sonora. Un viaggio oscuro e affascinante, a tratti claustrofobico e tempestoso, fatto di synth gravi, echi, cori sommessi.

Affascinante il sapore arcaico di Celine In Jerusalem, il brano che segue immediatamente la breve intro, così come il folk di The Alabanda Breviary, mentre con Adamas e poi con Die Mörder Mühsams si scende nelle profondità più fredde di un mondo lontano, che fa davvero paura.

Una marcia meravigliosa e solenne in mezzo ai fantasmi.

BITS-RECE: Sophie Ellis-Bextor, Familia. Un pop “diverso”

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Per questo album ha dichiarato di essersi “spostata” verso l’America Latina, anche se a dire la verità di richiami latineggianti non ce ne sono molti, eccezione fatta per l’ultimo brano, Don’t Shy Away, dove il tocco sudamericano viene bene fuori.

Per il resto, Familia, album che segna il ritorno in scena della star del pop inglese Sophie Ellis-Bextor dopo due anni dall’ultimo Wanderlust, è un lavoro dall’atmosfera molto particolare, diversa da quanto ci viene di solito proposto da radio e TV.
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Un pop con qualche elemento folk e vagamente vintage, in cui non mancano però momenti di vero e proprio sballo in salsa disco come i due pezzi d’apertura, Wild Forever e Death Of Love, che si spalmano su un piacevolissimo e coinvolgente elettropop molto dinamico, e il singolo Come With Us. Guarda caso, sono proprio le tracce migliori.

Me l’ero persa un po’ per strada la signora Ellis-Bextor, ma sono felice di ritrovarla adesso in così luccicante forma.

BITS-RECE: Skye & Ross, Skye | Ross. Una nuova pace

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Se nel bel mezzo degli anni ’90 eravate già abbastanza grandi per ascoltare musica coscientemente, il nome dei Morcheeba difficilmente risuonerebbe a vuoto nella vostra testa. In quegli anni infatti il terzetto inglese è stato uno dei portabandiera del trip hop, ovvero quel magma musicale fatto di downtempo, un po’ di elettronica e una buona dose di chitarre rockeggianti. Massima espressione dell’arte dei Morcheeba fu quella gemma color del fuoco che porta il titolo di Big Calm.

Poi gli anni sono passati e la storia del gruppo e dei suoi componenti ha dubito un po’ di fisiologici cambiamenti.

Oggi non è che i Morcheeba siano proprio tornati con un nuovo lavoro, ma due dei suoi tre membri – per la precisione quell’angelo di cantante che si chiama Skye Edwards e Ross Godfrey – si sono ritrovati per dar vita a un progetto tutto loro, e lo hanno intitolato proprio Skye | Ross. Così, semplicemente.
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Quindi, i Morcheeba non sono davvero tornati, ma quasi. E in effetti dando anche solo  uno sguardo alle tracce di questo album il paragone con la gloriosa formazione è inevitabile: un flusso che scorre tranquillo tranquillo tranquillo, in un misto di rock e atmosfere chill out

La sensazione di serenità che se ne ricava è stupefacente e, per quelli che c’erano, la memoria non può non correre indietro agli anni ’90: si schiaccia play e l’album scorre via come una noce di burro messa al sole.
Ecco, magari dentro non ci sarà un pezzo come The Sea, e neppure qualcosa astutamente appiccicoso come Rome Wasn’t Built In A Day, ma Skye Ross è uno di quei dischi che si ascoltano con un benefico sorriso.

BITS-RECE: Usher, Hard II Love

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Le prime parole mi sento di spenderle per la cover. Il volto di Usher come fosse un busto in marmo mangiucchiato dai vermi o corroso dal tempo. 

Venendo invece al disco, si intitola Hard II Love ed è un piacere ritrovare questo pilastro dell’hip hop /r’n’b dopo alcuni anni di silenzio. Ancora di più è bello ritrovarlo in così splendida forma.

Il rapper sembra aver lasciato tutta la scena all’interprete black, e l’album si snocciola tra pezzi di r’n’b caldissimo e fondente.
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Insomma, i tempi della super hit Yeah sembrano lontani…

Tra i migliori, No Limit, Let Me, FWM e Tell Me.

BITS-RECE: Winter Severity Index, Human Taxonomy

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Il progetto Winter Severity Index è nato a Roma nel 2009 e dopo una serie di rivolgimenti e la pubblicazione di alcuni EP è oggi formato da Simona Ferrucci e Alessandra Romeo.

Il duo arriva oggi alla pubblicazione del secondo album, Human Taxonomy, dopo l’uscita di Slanting Ray nel 2014.
Il titolo di questo nuovo lavoro allude volontà classificatoria dell’essere umano, nei confronti della realtà a lui circostante, ma anche di se stesso. L’uomo ridotto a una categoria vede sostituire la sua personalità con un modello precostituito, e anche nel suo volersi dichiarare diverso, incappa a volte in un gioco di maschere ed etichette.
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Per descrivere tutto ciò, le Winter Severity Index ci immergono in un labirinto oscurissimo di suoni, echi, distorsioni, un dedalo di tenebre claustrofobico e terrificante da cui davvero sembra di non trovare uscita.
Se amate le atmosfere gotiche e nere, Human Taxonomy vi farà sentire a casa e vi cullerà, diversamente non desidererete altro che rivedere la luce.

BITS-RECE: Anohni, Hopelessness. Il cambiamento, lo sconforto e la confusione

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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In copertina c’è un volto confuso, androgino, frutto di un mashup fotografico tra la faccia dell’artista e quella di Naomi Campbell. E le canzoni all’interno del disco sono esattamente così, confuse, ambigue, stridenti. Roba che se la musica tende a destra, i testi virano a sinistra e la voce parte dritta per il centro.
Elementi che presi singolarmente sarebbero anche molto apprezzabili, ma così combinati si strappano le vesti a vicenda.

C’era una volta Antony & The Johnsons, e mezzo mondo restò incantato dalla voce senza sesso di Antony Hegarty, di fatto unica anima del progetto. Con lui abbiamo imparato che anche gli angeli si commuovono, e che quando lo fanno esce una canzone come You Are My Sister. Poi lui è diventato lei – o meglio, lo era anche prima, solo che non aveva ancora fatto il passo di farsi riconoscere come donna anche in pubblico – ed ecco spuntare il nuovo progetto Anohni. Il disco di debutto si intitola Hopelessness, più o meno Mancanza di speranza.
Al cambio di identità si accompagna un cambio radicale di musica: le poesie tristi e crepuscolari lasciano spazio a testi durissimi, arrabbiati, disillusi, politicamente interessati: Anohni se la prende con il sistema malato, che porterà tutti alla rovina, e ne ha per tutti, dai droni a Obama, a cui è dedicato un pezzo che non è esattamente un elogio. Un mondo davvero senza speranza, a livelli ansiogeni e sconfortanti. Messaggi che se sono profondamente diversi da quelli cantati un tempo, sono sempre pronunciati dalla stessa voce impastata di miele e melassa, in un contrasto fin fastidioso: se anni fa la voce di Antony era un balsamo, quella di Anohni avresti quasi voglia di zittirla. L’apice è la nenia di Obama, dove il nome del presidente è ripetuto in modo così ossessivo e biascicato che l’istinto è passare alla tracciare successiva, o peggio schiacciare direttamente stop.
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L’effetto abrasivo dell’album però non si ferma qui, ma arriva a coprire l’intero elemento musicale: non mi ricordo dove (o forse sì, ma non importa) ho letto che Hopelessness sarebbe una sorta di album dance con testi impegnati. Cioè, in pratica, secondo questa teoria, tra David Guetta e Robyn nelle vostre serate al club potrebbe capitarvi di sentir passare una canzone di Anohni. Oddio, le vie della provvidenza sono infinite, ma non so quali discoteche sarebbero disposte a far passare un brano che di ballabile ha ben poco: che siano suoni elettronici posso riconoscerlo (la base di Drone Bomb Me è da pelle d’oca!), ma che si possano definire addirittura dance, beh, un po’ meno. Quindi no, Hopelessness non è un disco di tormentoni tunz tunz con i testi intelligenti.

I messaggi li ha, e sono anche piuttosto chiari e coraggiosi (per tornare a Obama, conoscete qualcun altro che abbia criticato il presidente in modo così netto?), per il resto è il regno della confusione.

Si salva Crisis, nel suo crescendo empatico.

Se poi volete fare tutti i discorsi sul cambio di identità, sesso e genere musicale e considerare Hopelessness come la farfalla uscita dal bruco, fate pure: io di Anohni facevo anche a meno, Antony & The Johnsons mi andava benissimo, maschio o femmina che fosse. Così come non me ne faccio niente della raffinatissima produzione firmata da Hudson Mohawke e Onehtrix Point Never, sistematicamente osannata, se poi il risultato è un disco che per farsi ascoltare (e apprezzare) ha bisogno di un ascolto quasi scientifico.

Non sempre il cambiamento genera benefici.

BITS-RECE: Jean-Michel Jarre, Electronica 2: The Heart Of Noise

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
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Come aveva fatto lo scorso anno il Gran Maestro della dance Giorgio Moroder, per il suo ultimo progetto anche Jean-Michel Jarre, il sovrano dell’elettronica, si è avvalso di un vero e proprio esercito di ospiti che ha inserito in Electronica, un album spalmato in due volume pubblicati ad alcuni mesi di distanza uno dall’altro.

E se grande accoglienza era stata riservata a The Time Machine, con altrettante aspettative si attendeva la seconda parte del lavoro, The Heart Of Noise.
A far da guida all’album, la relazione tra l’uomo e la tecnologia.
The Heart of Noise è un tributo a Luigi Russolo, il compositore che già nel 1913 predisse l’avvento del sintetizzatore e intuì che l’elettronica e le altre tecnologie avrebbero consentito ai musicisti di “sostituire alla limitata varietà dei timbri degl’istrumenti che l’orchestra possiede oggi, l’infinita varietà di timbri dei rumori, riprodotti con appositi meccanismi”. 

Quello che Jarre ci offre, dopo la già ottima prova d Electronica 1, è un lungo viaggio sonoro zeppo di stimoli e sensazioni, magistralmente create dalle “macchine” elettriche, su cui appoggiano le loro voci ospiti più che illustri, tra cui i Pet Shop Boys, i Primal Scream, Gary Numan, Jeff Mills, Peaches, Hans Zimmer e Cyndi Lauper. Una parata di stelle che appaiono come comete nel cosmo lisergico e abbagliante modellato da Monsieur Jarre.

Tra gli episodi di più forte impatto, la melanconica Brick England, insieme ai Pet Shop Boys e Swipe To The Right con Cyndi Lauper.
Ma c’è poi un ospite che rende ancora più prezioso questo album e ancora più forte il suo messaggio: Edward Snowden, l’ex tecnico della CIA che con le sue rivelazioni ha dato il via al Datagate, lo scandalo sulla sorveglianza di massa messa in atto da alcuni governi all’insaputa dei cittadini, denunciando così l’abuso della tecnologia.
Jarre ha preso la sua voce l’ha piazzata sui veli elettronici di Exit.

Ecco il punto di snodo, la differenza tra un DJ qualunque e uno che dai synth sa tirare fuori musica che pulsa e che parla.

Electronica non è un album di musica elettronica.
Electronica
è un progetto di Jean Michel Jarre.
E c’è una bella differenza.